XIV

Donna Claudia s’era pagata il suo capriccio. Se l’era pagato senza

troppe cautele, da donna esperta e frettolosa. Non fece che scrivere

nel suo catalogo mentale questa riflessione molto semplice: «Uno di

più.» Era fra quelle donne coraggiose che non tentano di mascherare

dietro vane commedie sentimentali quella perenne voglia del mutamento

che in verità costituisce la sola ragion d’essere di tutti gli amori

galanti. Si era detta: «Mi piace»; lo aveva lasciato comprendere a lui,

comprendere a tutti, poichè le sue stoltezze eran ciò che di più serio

aveva saputo commettere nella vita. Non le rincresceva d’invecchiare,

perchè non portava con sè nella vecchiezza nessuna rinunzia, nessun

rammarico; si era dispensata, goduta e lasciata godere fino al limite

del suo desiderio; tutte l’ore trascorse della sua vita le parevan

degne d’esser rivissute.

Nella penombra d’una camera ella poteva nascondere ancora il numero

soverchio degli anni e sapeva qualche malizia di vecchia gatta, che

meglio d’una fresca inesperienza poteva innamorare i giovini. Se il

volto e la gola sfiorivan un poco, le rimaneva pure quel superbo seno

che nessuna gelosia d’amante era mai riuscita a farle bastevolmente

coprire negli abiti da ballo, e quella cintura pur salda nella

strettezza delle reni, che tanti spasimi aveva contenuti, senza

disfarsi nella lascivia, senza patire dalla voluttà.

Da troppo tempo Arrigo era fedele alla sua dolce Tatiana; aveva sete di

bere ad un calice più amaro, e, quando la prima volta s’incontrarono,

Donna Claudia lo trovò impaziente. Sorpresa e lusingata di piacergli,

cessò da quel sarcasmo brioso con il quale si preparava a difendere la

sua maturità contro le diffidenze dell’uomo giovine. Ed anche gli fu

riconoscente, perchè nulla è più triste per la donna che lo svestirsi

con paura sotto gli occhi attenti d’un uomo al quale avrebbe potuto

piacere follemente una decina d’anni prima.

Donna Claudia cominciò con invitarlo a pranzo; nella sua casa era

sempre tavola bandita, gaio spirito e libera ospitalità. Varia e

dissimile gente vi conveniva insieme, accomunata sotto la tutela del

gentilissimo blasone che gli avi di don Antonio del Borgo avevan recato

di Spagna per il tramite d’un maritaggio e per l’onore d’una pace

conchiusa. Ma don Antonio lo avrebbe ormai lasciato perire, poichè la

sua prodiga moglie s’era invano affaticata per fargli nascere un erede.

Arrigo si appropriava con rapidità le usanze delle persone fra le quali

era condotto a vivere; dalla bottega paterna alle sale dei palazzi,

per un veloce cammino, si era tolta di dosso tutta la reminiscenza

plebea che portava dal suburbio e dalle basse frequentazioni; un nitido

signore sbocciava in lui, spontaneamente ricco d’eleganze, piacevole

in tutto a conoscersi, tanta era la padronanza ch’egli aveva sopra

sè stesso e la fede ambiziosa nella meta del suo cammino. Pochi mesi

bastarono per assuefarlo a quella vita nuova, come se l’avesse vissuta

fin dall’infanzia. Forse, nel compiere quell’ascensione, il suo sangue

si risovvenne che non era sangue di plebe, se tale oscura memoria può

non morire traverso la discendenza ed i casi alterni della vita.

Da quelle sale fu condotto in altre numerose, ove strinse amicizie,

intraprese piccole avventure, coltivò gli uomini e le donne che potevan

esser utili a’ suoi disegni, ebbe l’accortezza di parer modesto e di

non suscitare alcuna gelosia.

Poichè sapeva di avere una cultura manchevole, pazientemente prese

ad istruirsi, celando le ore dedicate allo studio come se fossero una

colpa, e spiegando nelle sue dense giornate una infaticabile attività.

Si volle raffinare con ogni diligenza, per un naturale amore della

raffinatezza che dormiva in lui. Dietro la maschera impassibile del

suo volto s’indovinava talora la febbre dell’anima irrequieta; ma una

tirannica volontà soggiogava tutte le sue passioni ed egli provava

quasi una iraconda gioia nel soffocare le ribellioni dell’istinto. Di

sè medesimo era splendidamente l’arbitro il maestro ed il soggiogatore.

Qualchevolta eran battaglie aspre contro una certa sua naturale

arroganza, che mal si fletteva nello sforzo dell’adulazione;

qualchevolta era forse il bisogno di trovare un amico vero, un’amante

vera, e narrargli la sua piccola storia; qualchevolta era tutto il

suo essere che si torceva sotto la fatica di quella fredda e scaltra

commedia; ancor più, quando per le sue vene, in certi giorni, in certe

ore, passava una prostrazione fisica più dolorosa d’un male, ed egli

sentiva in sè quasi la remota paura, la buia coscienza d’un pericolo

che sovrastasse alla sua vita.

Gli pareva di avere in sè una fiamma serpeggiante, o talora qualcosa

di viscido, che salisse, salisse, fino alla sua gola, fino al suo

cervello, e talvolta un ronzìo, un rombo, un bisbiglio, uno strepito

di cose lontane, imminenti, aspre, dolci, più forti e più vive che il

sogno della sua mediocre vita.

Qualchevolta un corpo femminile, pur non desiderato, lo turbava così

profondamente ch’egli sentiva tutto il suo grande imperio svanire in

un malessere senza nome, comunicargli un dolore acutissimo, e il vento,

l’ondata, la fiamma, il gorgo, la vertigine, mille sensazioni confuse,

calde, logoranti, gli occupavano lo spazio interiore dell’essere,

prostrandolo in una specie d’annientamento.

Poi si vinceva e rideva. Tornava con impeto a combattere la sua

battaglia illecita, mettendo l’ambizione sul taglio della spada

e l’onestà nel fodero. Per il denaro lottava, nelle notturne ore

assidue sul tavoliere conteso, facendo pro’ di tutte le forze contro

le debolezze altrui. Pericolando camminava su l’orlo dei precipizi,

reggendosi a quel filo tenue che la fortuna tende agli spiriti audaci.

Dopo una lite più acerba delle altre, Arrigo e la Ruskaia si erano

abbandonati, senz’essere ben certi di non amarsi più. Ella si era

lasciata sfruttare senza lamentarsene, fin quando Arrigo era stato

per lei un amante appassionato e fedele. Ma dopo il suo ritorno in

città, troppo egli la trascurava e troppe ore le lasciava di solitaria

meditazione. Le sue apparizioni presagivan per lo più qualche pagamento

vicino, e la Ruskaia finì con dirsi ch’egli l’avrebbe rovinata in

poco tempo senza nemmeno serbarle un poco di riconoscenza. Aperse gli

occhi, e finalmente si trovò ridicola. Da ultimo, le giunse una lettera

anonima, che le rivelava in modo esplicito l’avventura di donna Claudia

con Arrigo, dandole, perchè ne fosse certa, i più minuti particolari

sul luogo e su l’ora in cui solevano incontrarsi. Già sospettosa, ella

non ebbe che raccoglierne la prova. Si mise al classico agguato, e

donna Claudia, che in vita sua s’era trovata in ben altre contingenze,

riuscì con la sua presenza di spirito ad evitare uno scandalo.

Fra Tatiana ed Arrigo fu invece una rottura liscia, senza lacrime,

senza furori, come fra gente già preparata da un pezzo a doversi

lasciare; gente calma, che comprenda la necessaria parabola delle cose

umane, e partendo si ringrazi a fior di labbro d’aver insieme recitata

per qualche tempo, con perfetta sincerità, la commedia dell’amore.

Allora il barone Silvestro si fece animo, ed ebbe finalmente ragione

d’aver sperato nella sua fedele pazienza, nella sua devota urbanità.

Gli uomini ricchi e le donne belle finiscon sempre con intendersi fra

loro.

Su questo avvenimento si fecero grandi ciarle nei ritrovi dei

Mammagnúccoli, nei teatri e nelle sale dove Arrigo incominciava ad

essere invitato con grande favore. La rottura fu spiegata in vari modi,

e non tutti benevoli per Arrigo. Ci fu pure chi compianse la Ruskaia,

credendola sempre innamorata di lui. Ma ormai ch’ella s’era scelto a

protettore un uomo da bene, tutti gli antichi spasimanti le si rimisero

alle calcagna, ed il suo ritorno alla scena fu per lei una serata

trionfale.

Arrigo era in teatro quella sera, disinvolto e sorridente. Lo si vide

pure applaudirla dal palchetto di Clara Michelis, la ricca vedova

sentimentale ch’egli stava per avvolgere nelle sue reti, facendole una

corte insidiosa e paziente.

L’intermezzo di donna Claudia non sarebbe durato a lungo. Ella

d’altronde non faceva per lui, perch’era troppo sfacciata, troppo

accorta, e, durante le ore d’intimità, troppo esigente nell’opera delle

amorose fatiche. Inoltre a lui pareva che avesse un cuore di pietra!

Purtroppo non avrebbe compreso mai, quella incorreggibile marchesa,

come il dovere d’una donna vecchiotta fosse quello di soccorrere un

bel giovine, senza nemmeno farselo dire!... Insomma, ella ormai gli

dava sinceramente ai nervi, ed anche la sua bella Tatiana ricominciava

con dargli ai nervi in altra guisa, dopo qualche mese di separazione.

Gli era venuto il rimorso d’averla troppo tormentata quand’era sua, ed

insieme il dubbio di essere stato uno sciocco nel rinunziare a lei.

Il barone dalla barba crespa l’aveva ripristinata nell’antico

splendore. Ella viveva ora con magnificenza, con sperpero; la si vedeva

dappertutto, a fianco del suo barbuto barone, che pareva sdilinquirsi

a guardarla negli occhi. Egli le aveva preso un appartamento, del

quale si dicevan cose mirabili, aveva messo un’automobile sfavillante

a’ suoi servigi, le mandava in casa un gioielliere di gran fama che

aveva libertà di suggerirle i desiderii più costosi, e quantunque il

barone fosse ricchissimo, la buona gente si rallegrava già pensando che

sarebbe finito egli pure sul lastrico. Tali donne, quando non amano,

divengono barbaramente venali.

Si diceva che Rafa Giuliani le avesse regalata una collana di ventimila

lire per una visita di mezz’ora; Carletto Santorre giurava d’aver

ricevuta una promessa; il conte Aimone dell’Ussero le faceva proposte

regali pel tramite della propria mezzana; Paolo del Bassano torceva

la sua bocca feminea quasi per dire con un sorriso da irresistibile: —

Peuh, se volessi...

E tutto ciò esasperava i nervi di Arrigo, tanto più che gli amici

si credevano in dovere di punzecchiarlo. Qualchevolta gli avveniva

d’incontrarla per istrada, nei negozi o nei teatri. Un turbamento

simultaneo li rimescolava entrambi ed evitavano di guardarsi come due

che avessero in cuore la reminiscenza d’una segreta colpa. L’uno e

l’altra si studiavano di atteggiarsi alla maggiore indifferenza; ma

non era punto così, ed il buon barone Silvestro lo sapeva tanto bene,

che ostentava con Arrigo una grande freddezza e quasi quasi evitava di

salutarlo.

Tatiana del resto era stata una buona donna. Avrebbe facilmente potuto

vendicarsi di lui, raccontando qualche piccolo particolare intimo,

assai grave per il bel Ferrante. Ma evidentemente invece aveva taciuto,

e spesso, mentre cantava, i suoi occhi lo cercavan dalla ribalta

come nei primi tempi del loro amore, quand’eran l’uno per l’altra due

sconosciuti.

A lui avveniva di sentirsi penetrare da quella voce fino a soffrirne,

o d’appoggiarsi al parapetto d’un palco, stringendosi le tempie fra i

pugni chiusi, e di scordar sè stesso nel guardarla smarritamente, con

un turbine di memorie nel cervello e nelle vene.

Aveva la tentazione terribile di darle per l’ultima volta un caldo

bacio; gli avveniva di provare una commozione sciocca davanti ai

piccoli oggetti, alle improvvise memorie che gli erano rimaste di lei.

Purificata, rinnovata, più che mai desiderabile, quest’amante perduta

lo innamorava un’altra volta di sè.

Una sera fu lì lì per accostarla in una contrada semibuia. Le scrisse

pure alcune lettere, che poi si vergognò di mandarle. Dal palco alla

scena, si guardarono spesso, turbati entrambi, come se fra loro, per

l’aria, fosse passata una carezza. Il barone Silvestro aveva notato

qualcosa e vigilava come un can da guardia. Ma l’amore sa essere più

scaltro della gelosia.

Egli le mandò un mazzo di violette di Parma, poichè c’era un profumo

di violette nella loro storia d’amore. Poi, una sera, verso l’ora in

cui l’impeccabile barone Silvestro soleva trovarsi al pranzo della sua

vecchia madre, non sapendo come altrimenti parlarle, si diede animo e

le telefonò:

— Sei tu?

— Chi tu?

— Tatiana?

— Ah...

— Senti...

— No, no!

— Voglio vederti...

— Mai più!

— Vieni da me domani, dopodomani, quando potrai...

— No. Che sciocchezze! Lásciami...

— Tatiana!...

Ella vi andò, naturalmente, e, come spesso avviene, tornarono amanti

nascosti dopo esserlo stati con piena libertà. Si ridiedero gli stessi

baci e godettero nel trovarvi un pericolo grande, una insolita paura,

come in tutte le passioni che hanno il pregio d’essere vietate.

Ma la cosa non potè rimaner secreta; troppi erano i gelosi che stavano

all’erta, e ci fu qualche maligno ciarlatore che ne diede sospetto al

barone.

Questi non giunse ad averne la certezza, ma l’odio contro il bel

Ferrante gli si fece così vivo, che l’animo battagliero dello smilzo

ufficiale d’un tempo rivisse nel pingue gentiluomo, e con acre fermezza

egli si propose di offendere al primo incontro il suo bel competitore.

Al Circolo, una sera, si parlava di due ch’erano in procinto d’esservi

accolti come soci o respinti, secondochè lo scrutinio avesse dato

ragione ai loro spalleggiatori o piuttosto a quelli che si erano

accordati per volerne l’esclusione.

Uno de’ due, Giorgio Levi, aveva contro sè il peccato della sua razza,

la mala fama d’un patrimonio raccoltogli dal padre con i proventi d’una

banca equivoca e la colpa d’aver sposata per convenienza una donna di

bruttezza intollerabile.

L’altro, Alessio Macchi, era uno scapolo d’età matura, uscito

dalle classi plebee con un ingegno solido e rapace, con una volontà

possente, cosicchè, tramando abili speculazioni, era giunto a governare

arbitrariamente le oscillazioni giornaliere de’ valori di Borsa.

Arrigo, preso nel mezzo di questa discussione, ascoltava tanto gli uni

che gli altri senza esprimere alcun parere; anzi appariva chiaramente

angustiato.

Il barone Piaggi s’avvicinò, inframmettendosi nella discussione con

certe frasi acri che parevano raschiargli un po’ la gola; nel suo viso

apoplettico brillava un’irritazione mal dissimulata ed i suoi gesti

perdevano la consueta misura.

Squadrò il bel Ferrante bene in faccia, poi disse:

— È ora di finirla! Ogni mascalzone avrebbe dunque il diritto di

proporsi ormai al nostro Circolo, ed anche la fortuna d’esservi

accolto? Perchè mai questa gente vuol essere de’ nostri?

Arrigo si fece orribilmente pallido, ma tacque.

— Scusa, — intervenne Balbo Verani, vice-presidente del Circolo, — mi

sembra che tu esageri un pochino!

L’altro riprese con veemenza:

— Non esagero affatto! Chi sono questo Levi e questo Macchi? Ebrei,

si era d’accordo nel non volerne. Ora passeremo anche sopra questo? E

il Macchi? Un ribassista fra i più smascherati, un uomo che ha sempre

avute le mani in pasta nelle più nere speculazioni di Borsa!

— Non ha torto, — ammise laconicamente il marchese Berrini, con quella

voce nasale che dipendeva dal suo malumore cronico.

— Ah, no, per Dio, — proruppe il barone. — Dove si andrebbe dunque a

finire? Se quelli entrano, io me ne vado. È ora di finirla con questo

genere di personaggi che si fan proporre al nostro Circolo dopo aver

schivato il Cellulare!

Fissò di nuovo Arrigo e soggiunse:

— Fra poco, per qualche centinaio di lire all’anno, andremo a

raccattare i nostri soci nei caffè o nelle bische dove bazzicano tutti

gli avventurieri! Cosa non nuova del resto, perchè purtroppo l’esempio

è già dato.

Sopravvenne uno di que’ gelidi silenzii, pieni d’attesa e d’ambiguità,

durante i quali gli occhi di tutti convergono sopra uno solo. Arrigo si

levò, pallidissimo, dominando con la forza de’ suoi nervi contratti una

collera spaventosa.

— Sono l’unico, — disse con voce rauca di tremito, — al quale sembrano

rivolgersi, non le vostre parole, ma la slealtà e l’impostura con cui

le dite. Mi vergognerei di scegliere una strada così poco diritta se

avessi l’intenzione di provocare un uomo!

Levarono i pugni entrambi, ma furono trattenuti, e ci fu in serata uno

scambio di padrini.

Tutti i telefoni sparsero la notizia tra quelli che ancora vegliavano

per i ritrovi della città notturna.

Il barone aveva il torto d’essersi mostrato geloso, e molti ne risero.

La causa vera dell’incidente soverchiò e nascose il pretesto dal quale

era nato. Alcuni opinarono che Arrigo avesse risposto bene, ed egli

riscosse in ogni modo qualche simpatia, perchè il barone aveva la fama

di un terribile duellatore. Almeno al tempo della sua gioventù, menava

certi fendenti spaventosi che scotennavano e sfiguravano. Sarebbe stato

peccato per il bel Ferrante!

Li condussero la mattina dopo su lo sterrato d’un ippodromo e li misero

di fronte, a torso nudo.

Faceva un così bel sole, ch’era peccato giocarsi la vita. Ma la

rischiava lietamente Arrigo, perchè il barone Piaggi gli rendeva

insomma un certo onore incrociando il suo ferro con lui. Simile onore

gli rendevan i quattro rappresentanti, fra i quali erano tre patrizi

autentici ed un uomo esperto di cavalleria. Quest’ultimo era Lanzo

Malatesta, padrino di professione, che gli aveva pure insegnato un

colpo al braccio, uno di que’ tali colpi segreti, che fra gli altri

difetti possiedono pure quello dell’infallibilità.

Lo diede infatti, ma non senza il contraccambio, perchè il ferro del

barone, altrettanto infallibile, gli segnò su la guancia sinistra una

ferita piuttosto lunga, diritta, elegantissima.

E col tempo gliene rimase una bella cicatrice bianca.

Questo duello fu la corona d’alloro del suo torneo mondano. Se fino

allora taluno l’aveva guardato in cagnesco, armandosi d’una certa

diffidenza, per tutti quei punti interrogativi ch’erano intorno al

suo nome, adesso che s’era battuto con Silvestro Piaggi e che due

gentiluomini s’erano incomodati, con altri due, per condurlo sul

terreno, adesso che portava sulla guancia la ferita cavalleresca,

nessuno più perdeva il tempo in simili restrizioni, e, per quel tanto

che v’è di formale o di bizzarro nelle cose mondane, la taccia pubblica

d’avventuriero e di spostato gli era servita ottimamente a consacrarlo

gentiluomo.

Anzi quella ferita vinse definitivamente il cuore di Clara Michelis,

cui egli faceva una corte accanita, ma fino allora infruttuosa.

Clara Michelis volgeva sopra i trent’anni, l’età voluttuosa e

pericolosa che talvolta nella donna fa sbocciare le più calde primavere

del sentimento. Non era del tutto bella, ma il suo pallore, i suoi

grandi occhi neri, e quella sua fragilità profondamente sensuale,

davano al suo corpo delicato una particolare attrattiva, cui non era

del tutto estranea certa leggenda mormorata fra le sue conoscenze,

cioè che avesse consunto il marito in pochi mesi di matrimonio, per

soverchio amore. Aveva una figlia giovinetta, ch’era tutta la sua

passione, poichè la prediligeva con quella tenerezza un po’ maniaca ed

eccessiva che si ha per un cagnolino, per una bambola, per un ninnolo;

infuori da questo, la sua vita era vuota... oh, infinitamente vuota!

Interrotti gli amori clandestini con la Ruskaia, Arrigo si trovava

talvolta in impicci assai difficoltosi. Non era certo su Donna Claudia

che avrebbe fatto affidamento, sebbene la vedesse vivere in quello

sfrenato lusso ch’era quasi un contorno necessario alla sua bellezza

sfiorente. Donna Claudia, tutt’al più, rappresentava per Arrigo

un’egida provvisoria, una indispensabile introduttrice, poichè per

tutte le difficili e vietate soglie si passa in molti casi grazie al

favore d’una donna.

Ma egli era conscio della sua condizione precaria, e con discernimento

e con freddezza si andava cercando per intorno qualche protezione più

sicura.

Aveva conosciuta Clara Michelis in un salotto e le aveva messi gli

occhi addosso, un poco per curiosità, — quella curiosità naturale in

lui verso tutte le donne che potessero agevolargli la strada, — un poco

perchè subiva egli pure il fascino capzioso della vedova disoccupata.

Gli piaceva, gli conveniva e lo tentava insieme. Passava per ricca,

forse più che non fosse; la si vedeva poco nei teatri, poco per

istrada, non era gran che mondana, ma intorno alla sua vita lievemente

misteriosa le chiacchiere del mondo s’erano sbizzarrite assai. Di tempo

in tempo la davano per fidanzata; invece la sua vedovanza continuava

pertinace.

Arrigo le si mise intorno senza ben sapere cos’avrebbe desiderato da

lei. Per intanto agognava di possederla, ed aveva pure supposto che

fosse più facile cosa. Ma Clara Michelis era fra quelle che studiano

ed irritano lungamente la pazienza dell’uomo prima d’uscire dalla

propria torre eburnea, disposte a cedere onoratamente le armi. Ella si

sapeva ormai vicina a quell’età nella quale prendere un amante vuol

dire forse compiere l’atto definitivo della propria storia amorosa,

affrontarne forse il pericolo estremo: quello d’innamorarsi davvero.

Perciò si valeva di tutte le sue esperienze precedenti. Era già presso

a quel punto in cui la donna, particolarmente quella che non fu onesta,

anzichè lusingarsi d’un desiderio che la ricerchi, ne dubita o se

n’offende, quasichè le spiaccia d’essere considerata una troppo facile

preda. Poi, nel rifiuto ambiguo, crudele, esasperante, che provoca le

grandi tentazioni e le grandi arditezze, c’è per la donna talvolta un

godimento più fine che nella dedizione stessa.

Infatti Arrigo s’era incapricciato di lei con una certa esasperazione,

e si doleva nel doverselo confessare. La gente, vedendoli molto

insieme, già da un pezzo diceva che fossero amanti, quand’egli ancora

non era giunto a baciarla più in su che il polso; quel polso nervoso

e venato che pareva un minuscolo gingillo nella sua mano forte. Ello

lo esasperava col suo profumo, con la sua voce, con la sua maniera di

muoversi, di ridere, di negarsi; lo seduceva con tante piccole rarità

sentimentali ch’erano in lei racchiuse come in un cofano prezioso.

Egli si tormentava di quella instancabile civetteria, come alcuno

che avendo gran sete, sol potesse di quando in quando rinfrescarsi

le labbra riarse con qualche gocciola d’acqua pura. E si trovaron

ancor più attratti l’un verso l’altra dalla passione che avevano per

la musica, entrambi. Ella suonava il piano con uno squisito calor di

sentimento; egli, curvo su l’arco del violino, curvo su lei, tra il

profumo delle sue treccie, l’accompagnava. Nella sala quasi buia,

tra il volo delle note, sentivano roteare intorno il vortice della

tentazione, piovere nelle pause ambigue il velo d’un incantamento.

Talvolta, nel muoversi, nello scuotere leggermente il peso delle sue

treccie all’indietro, ella incontrava e toccava il suo braccio, con

paura; talvolta il respiro dell’uomo curvo le passava sul collo ignudo,

avvolgendola tutta in un freddo e lento brivido. Fra i due candelabri,

nel riflesso dell’ebano, pur senza volgersi ella vedeva la faccia di

lui, tormentata, piena d’una rabbia virile, che le dava una sensazione

fisica estremamente voluttuosa.

Passarono tutta la musica da camera che potè mai essere scritta per

il martirio degli innamorati, e qualche volta, mentre le sue mani

trasparenti correvano veloci su la tastiera, l’archeggio del violino

s’interrompeva di súbito, ed una bocca bruciante le cercava, il collo,

tra le radici dei capelli, con una voglia rabbiosa di mordere. Qualche

volta lo vedeva in ginocchio, supplice come un bimbo.

Le sue vestaglie di seta facevano appena un morbido fruscìo d’ala, nel

fuggire. Poi, nell’altra stanza, rideva, rideva, con la gola piena...

Dirgli di sì... come sarebbe stato facile! Ma forse avrebbe interrotto

quell’incanto, ed ella non voleva. Viziata, snervata, appassionata, era

questo l’amore che a lei piaceva.

Ma una sera che le tende gonfie lasciavano entrar la primavera, i

candelabri si spensero in un soffio d’aria, le rose aperte nei vasi di

cristallo stormirono come se fossero su le spalliere...

Veniva dalla strada un rosso riverbero di lampioni, disperso

nell’azzurra luce della notte primaverile; veniva di tempo in

tempo qualche scalpiccìo di passanti, qualche fragore di ruote che

lontanavano, qualche risata.

Allora, d’improvviso, con rabbia, egli si piegò su lei, cercò la sua

bocca innamorata, bevve il suo più gonfio respiro, la sua crudeltà più

forte, che traboccava in un riso convulso...

Le tende gonfie di profumo soffocarono il lor grido d’amore, lo

confusero nel vento soave con la fragranza delle rose, lo dispersero

via, nella notte, fra le musiche della primavera...

* * * * *

I

Trascorsero due lenti anni. Nel crocchio d’amici, fermi su l’angolo

della bottiglieria, si parlava immutabilmente di donne, di giuoco,

d’amore.

Sul marciapiede opposto una giovinetta passò, con un’andatura svelta,

con qualcosa di simile alla cingallegra nella sua fresca giovinezza,

movendo entro la gonna succinta l’onda mutevole del suo corpo.

— Chi è quella ragazza? — domandò il marchese di Sant’Urbino,

additandola al crocchio degli amici.

— Bellina! — disse Cesare Farra, che amava d’ogni frutto le primizie

immature.

— Pare una piccola vespa! — commentò Lanzo Malatesta, maneggiando per

celia la sua mazza come una sciabola, da quell’abitudine ch’egli aveva

di celiatore e di schermidore.

Totò Rígoli avanzò di qualche passo fuor dal marciapiede per ravvisarla

meglio.

— To’!... se non erro, dev’essere la verginella che sta per cascare

con Rafa Giuliani. L’ho veduta una sol volta, però la riconosco. È un

amore!

Già lontanava. Di lei distintamente non si vedeva più che la bella

capigliatura, d’un vaporoso color biondo.

Sacco Berni fece una smorfia; qualche volta gli piaceva proverbiare;

disse:

— Stretto passaggio, si paga il pedaggio.

— Ma Rafa è molto ricco, — notò Giorgino Prémoli. — A queste inezie

Rafa non bada.

— Poi dev’essere innamorato cotto! — proseguì Franco Spada. — Rompe i

timpani a tutti con le sue confidenze. Non sapevo che fosse per quella

lì. Graziosa. Ma mi sembra un poco mal vestita. Che fa? La sartina?

— Dev’essere una ragazza onesta, ma figlia d’un cornuto, — sentenziò

il Rígoli. — Perchè i padri legittimi non riescono mai a farle così

belline. Vi pare? Quanto poi a rivestirla con eleganza provvederà il

buon Rafa... Eccolo appunto! E guardate come corre!

Il Giuliani passava su l’altro marciapiede, camminando in fretta. Lo

chiamarono, ma non rispose.

— Corri, corri, che sei in ritardo! — gli gridò dietro Sacco Berni. — È

passata or ora.

— Io delle vergini ho paura, — disse gravemente Giannotto Pigna, —

perchè molte volte attaccano la sifilide...

La marchesa di Versano passò in quel mentre, nella sua carrozza

scoperta, con la pariglia del sauro e del grigio, due superbi

trottatori. Molti si levarono il cappello, inchinandosi profondamente.

— L’aborto non le ha fatto male, — osservò il Rigoli. — Si è rimessa

molto presto. Ma il Commendatore ha certo avuta una bella paura...

Alcuni, poich’eran amici di casa, si astennero dal ridere.

— Totò, la conosci la vergine di Rafa?

— Io no.

— E allora come sai ch’è una ragazza onesta?

— Me lo ha confidato Rafa.

Sopraggiunse il conte Anatoli, con un abito nuovo, che gli stava

malissimo. Era famoso per la sua eleganza ridicola. Molti si misero a

burlarsi di lui, cosa che in fondo lo lusingava.

— È una vespa, ma è carina, — ribattè Lanzo, al quale non poteva

uscir dal capo. E domandò al Pigna, uso a piantonare per lunghe ore

quell’angolo:

— Passa ogni giorno qui?

— No, quasi mai.

Il del Ferrante, la notte innanzi, aveva vinto al Circolo trentamila

lire. Quando giunse fu assai complimentato e gli fecero narrare i

particolari della bella partita. Ma in quel punto scese di vettura la

Tita Borsani, che si era data modestamente il nome di Tita La Vallière

per miagolare nei teatri di varietà. Aveva, tempo addietro, avuto un

capriccio per il del Ferrante, e non appena lo scorse, poichè doveva

passare frammezzo al crocchio, lo prese per il braccio dicendogli con

una certa ostentazione:

— Venite ad offrirmi una tazza di tè.

Il del Ferrante, con l’aria d’un uomo che ubbidisse a malincuore,

l’accompagnò nella sala. Molti altri li seguirono.

— E così che tenete le vostre promesse? — disse ad Arrigo la signorina

La Vallière, non appena furono seduti. — V’ho aspettato ieri e l’altro

ieri. Aspettato per modo di dire: cioè sono rimasta in casa.

— Piccola Tita, sai bene che avevo detto: forse...

— Perchè mi dài del tu, scusa? — ella interruppe con impertinenza.

— E tu?

— Ah, va bene!

— T’è passata l’ubbriacatura? — le fece uno, avvicinandosi.

— Sciocco! — ella rimandò con un bel riso. — Ti pare che avessi bevuto

iersera?

— Se mi pare? T’ho messa in carrozza di peso per ricondurti a casa, e

se fossi venuto fin sopra, giuro che non te ne saresti nemmeno accorta!

— Oh, di te, pare che sia molto difficile «accorgersi...» — ella fece

ridendo.

L’altro non disse nulla, ma sembrò che la celia non gli garbasse

affatto.

— Dunque ti sei messa a bere? — le domandò Arrigo, non appena quegli si

fu allontanato.

— Ma no! Ieri notte mi hanno fatta bere per forza. Quel terribile

Mumm... Su, versami il tè. Perchè mi guardi? Cosa pensi?

— Penso, cara Tita, — egli disse affettuosamente, — che ci siamo quasi

quasi voluti bene una volta, e ciò mi rattrista, perchè io provo sempre

una grande malinconia pensando alle cose che sono passate, alle cose

che non possono...

— ... tornare più! — ella fece, seria, nel sorridere.

— Volevo dire: che non posso continuare sempre.

— Fate un po’ di sentimento, ora? — domandò il Rígoli che s’era seduto

alla tavola vicina.

— Sì, per ridere... ed anche per farvi ridere! — esclamò la Tita, con

un accesso d’allegria. Ma i suoi grandi occhi neri, offuscati di nero,

un po’ sciocchi forse nella loro bellezza, non sapevano celare una

certa inquietudine, una certa sensibilità quasi timida, nel guardare il

giovine dallo sguardo vellutato, dalla bocca aspra, che le mesceva ora

il tè fumante e pareva considerarla come un piccolo trastullo.

— Non ti si vede più, — ella disse al Ferrante, sottovoce. — Che fai?

— Molte cose. — Poi, con un gesto vago, ripetè: — Molte cose.

Ella lo guardò attentamente:

— Sei divenuto un posatore.

— Quei due si rifanno la corte! — annunziò allora un de’ vicini, che

aveva udito. — Siete ben noiosi!

— Sapete che purtroppo, — ammise ridendo la Tita — ho sempre avuto un

tenero per Arrigo.

— Questo non ci riguarda, — ribattè Sacco Berni. — Del resto Arrigo non

è libero e perdi il tuo tempo. Io sono invece liberissimo, se vuoi.

— Tu?... No, grazie! Tu sei un uomo prosaico, sboccato e pieno di vizi.

Per innamorare le donne ci vuole sempre un poco di poesia.

Ella inzuppava un biscotto nel tè, afferrandolo in fretta con le

labbra, perchè non si spezzasse.

— E del resto, — continuò, — se non è libero, cosa m’importa? Io non

gli domando niente. Gli dicevo anzi ch’è diventato un posatore.

Sopravvenne il Malatesta, con il cappello messo all’indietro,

l’occhialetto insolente, stringendo fra le dita la mazza flessibile,

che faceva roteare. Disse ad Arrigo:

— Tu, che sai tutto in fatto di donne, sapresti per caso dirmi chi è

la ragazza alla quale corre dietro Rafa Giuliani? È passata poco fa: mi

piace.

— Non l’ho veduta, — rispose Arrigo. — Non so nulla di nulla.

— Se Rafa le corre appresso, ti consiglio di lasciarla stare, — osservò

la Tita, piena di buon senso. — Rafa è troppo ricco.

— Ecco la donna venale! — esclamò il Malatesta con un riso gaio.

Era un autunno di sole; nei parchi e nei giardini ove andava la piccola

vespa tutte le foglie non eran cadute ancora.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 16 / 37 题