In media una volta ogni mese il farmacista Riotti capitava in casa
d’Arrigo, dandosi l’aria d’un uomo risoluto a qualche passo estremo,
tutto gonfio di spiriti oratorii e pieno di burbera tracotanza, come
chi sa di propugnare invanamente una causa giusta.
Perchè l’ira gli sbollisse, Arrigo lo faceva attendere un buon quarto
d’ora, poi gli andava incontro con la sua disinvoltura d’uomo gioviale,
tendeva al farmacista la sua mano risfavillante d’una grossa pietra,
dicendogli:
— Buongiorno, carissimo Riotti; come va?
L’altro borbottava qualcosa, ch’era un mezzo saluto, profferito in
luogo e vece d’una ingiuria.
— Sedetevi dunque! Che buon vento vi mena? Oh, là là... State bene,
vedo. Una cera da principe! Novità?
— Signor Arrigo, meno chiacchiere! Io vengo, lo sapete bene, per la
solita faccenda.
— Cioè?... Ma sedetevi, dunque! Toglietevi il cappotto, che diamine!
Come sta mio padre? È un pezzo che non lo vado a trovare. Come sta? E
la mamma?
— Se non son morti ancora, con un figlio come voi, vuol dire che hanno
la pelle dura!
— Dunque stan bene. Meglio così.
Ma intanto il Riotti, curioso, indiscreto, cominciava con lanciare
un’occhiatina per intorno. Il salotto gli piaceva; gli sarebbe
estremamente piaciuto che tutto questo appartenesse a sua figlia, cioè
a lui. Si sbottonava il soprabito, rimanendo nel viso più arcigno
che potesse. In fin dei conti la spavalderia di quel Rigoletto, a
lui familiare sin da quando era bambino, superava il suo buon senso
borghese, lo sbalordiva un poco, gli dava quasi quasi una certa
soggezione.
Arrigo gli metteva sottomano la scatola de’ sigari — una scatola
d’argento martellato, con le cifre in oro — ed il Riotti tastava la
scatola in ogni senso prima di mettersi fra i labbri uno di quegli
Avana lunghi e panciuti, che col loro fumo gonfio di sapore davano
al suo cervello certe deliziose sensazioni esotiche. Poi Arrigo si
alzava con premura per versargli un bicchierino di quel suo vecchissimo
«Curaçao», che sapeva di fiori d’arancio, e gli lasciava presso la
bottiglia nettarea, tappandola bene perchè non isvanisse.
— Dunque, le nozze? — interrompeva bruscamente il Riotti, per tagliar
corto a tante cortesie.
— Ah... le nozze! A proposito, come sta l’Eugenia?
— Bene, bene... ossia, come può stare una ragazza ne’ suoi panni.
— Insomma sta bene anche lei; meglio così!
— Sentite, Arrigo, finiamola con gli scherzi! So che adesso appartenete
al bel mondo, siete sempre fra conti e marchesi, ricevimenti, pranzi,
amanti, e che diavolo so io; ma per me non conta; la parola data non si
ritratta, a meno d’essere... a meno d’essere... insomma io v’ho visto
bambino, e certe cose ve le posso ben dire!
Arrigo lo aveva sempre tenuto a bada con qualche vaga promessa; ma una
volta finalmente perdette la pazienza.
— Bene, sentite, — gli rispose. — Io mi sono avveduto di una cosa: che,
per prender moglie, ci vuole la vocazione. Io non l’ho. È triste, ma
non l’ho. Non me n’ero accorto finora, ma non l’ho!
— Che c’è di nuovo adesso? — era scattato su il Riotti.
— Sicuro; e volete che ve lo ripeta un’altra volta? Non l’ho! Anzi
vorrei darvi un buon consiglio. Cercate di coltivare qualche altro
partito per vostra figlia, perchè, se aspetta me, credo che le
spunteranno i capelli bianchi.
Il Riotti sgangherò la bocca, come se volesse buttarne fuori la più
orrida bestemmia, ma non diede che una specie di enorme sbuffo mentre
le sue guance divenivano paonazze.
— Ah, davvero?!... È così? è così? dopo quel che c’è stato?!
— È così, mio caro, è proprio così.
E gli aveva urbanamente volte le spalle, ritirandosi nelle stanze
interne dell’appartamento e piantandolo in asso nel bel mezzo di quel
salottino elegante, ove, dopo alcuni minuti, il domestico venne ad
avvertirlo che s’aspettava gente, sicchè facesse il piacere d’andarsene
via.
Il Riotti, sbraitando, se ne uscì. Ma corse a gettar fuoco e fiamme
nella retrobottega del povero Ferrante, ch’era l’uomo più paziente del
mondo.
In quella retrobottega erano successe varie cose, da quando Arrigo non
vi abitava più.
L’occhialaio s’era di molto invecchiato, ed a forza di montar lenti per
gli occhi altrui s’era fatto miope a sua volta. Chi faceva prosperare
il negozio era piuttosto il figlio Paolo, un buon ragazzo, modesto,
economo e mediocre. La figlia maggiore, Luisa, s’era maritata col suo
droghiere benestante; aveva già un figlio ed era incinta d’un secondo.
Era divenuta grassa oltre il prevedibile; viveva solo per le cure della
sua famiglia nuova.
Ma invece la minore, Anna Laura, Loretta, era il grattacapo dei due
vecchi genitori. S’era fatta più che mai bellina, d’una bellezza un
po’ sfacciata e provocante; si profumava, s’incipriava, si vestiva di
fronzoli, civettava, cicaleggiava, era vispa, furba e graziosa come un
furetto.
Di sposarsi, lei, non ne voleva sapere; quanti partiti le capitavano,
tanti ne mandava in fumo. Aveva, per quella mediocre vita plebea, lo
stesso odio che il fratello Arrigo, e ad ogni scena che le facevan i
genitori minacciava di andarsene come lui, per vivere alla ventura.
Liberatosi a quel modo del Riotti, Arrigo ebbe una sera la curiosità di
rivedere i parenti e sapere qual effetto avesse prodotta in famiglia la
sua dichiarazione esplicita in merito al fidanzamento.
Vi andava rarissime volte, e sempre in vettura chiusa, perchè a nessuno
potesse mai accadere di vederlo bazzicare in quel suburbio. Ora, nella
sua casa, tutti avevano in lui quasi un rispetto diffidente e timoroso.
Quella sera la famigliola pranzava. La luce elettrica, messa da pochi
mesi, rischiarava la piccola retrobottega, e, per un’abitudine antica,
pranzavano lì, sebbene avessero al pian di sopra una saletta ben
mobiliata.
Donna Grazia, nel trascorrere di quei lenti anni, s’era fatto un po’
dura d’orecchio, s’era presi certi malanni reumatici che le davan noia.
Come donna di casa valeva molto poco; tutti i suoi meriti si riducevano
a saper preparare, insieme con la domestica, certe minestre sostanziose
che odoravano per l’intero vicinato. Lui, Stefano, un po’ più curvo,
un po’ più calvo, era sempre il medesimo; gli mancavan ora due denti
incisivi, il che dava al suo bigio volto una malinconica espressione di
vecchia bestia malata. Paolo era un ragazzotto piuttosto incline alla
corpulenza, con il cranio tondo come un cocomero, due occhietti buoni e
scialbi, le linee del volto precise come quelle del fratello, ma un po’
inselvatichite.
Fra quei tre tipi grossolani, ciò che formava un singolare contrasto
era la figurina leggiadra di Anna Laura, con la sua torricella di
capelli ben pettinati, con i suoi abiti quasi eleganti e la squisita
grazia di tutto il suo corpo, che dava la fresca e odorosa impressione
d’un bocciolo di rosa.
— Buon appetito a tutti! — aveva detto Arrigo, entrando.
Gli avevan ricambiato il saluto con una esclamazione di sorpresa, pur
senza interrompersi dal pranzare; tranne Loretta, che s’era levata
in piedi e gli era corsa incontro buttandogli le braccia al collo e
ridendo con un’allegrezza infantile ma un po’ sguaiata.
— Oh, Arrigo! Arrigo! finalmente... — esclamava.
— Come va? — disse il padre, asciugandosi il mento gocciolante.
— Bene, bene, — rispose Arrigo, accarezzando il braccio della sorella e
tendendo l’altra mano al padre. — Veramente bene.
Poi si chinò verso la madre per baciarla sui capelli.
— Non pare nemmeno nostro figlio! — ella osservò bonariamente,
traducendo l’impressione spontanea che provava nel guardarlo.
— Buona sera, Arrigo, — fece il fratello senza gran che scomporsi.
— Di’: se tu volessi per caso una cucchiaiata di minestra... — offerse
il padre quasi con vergogna.
— Eh, sì, ti pare! — esclamò Loretta, che invece di rimettersi a tavola
gli farfalleggiava intorno, — ha proprio bisogno dei nostri pastoni,
lui!
— Taci tu! — rimbrottò Paolo. — Per una volta ogni tanto si potrebbe
anche degnare.
— E perchè no? — fece Arrigo. — Non ho pranzato; ho fame, e la minestra
manda buon odore. Su, presto, una sedia e datemene una fondina.
La famigliola si guardò con sorpresa, ed avvenne un piccolo trambusto,
per far posto al primogenito che sedeva alla mensa familiare. Le facce
dei due vecchi si rischiararono.
— Qua, vicino a me allora, — disse Loretta; e si mise a servirlo ella
stessa, con le sue manine svelte, ben curate, che uscivano fuor dai
pizzi d’una leggiadra camicetta. Per lei quel fratello estraneo, così
pieno di signorilità, così diverso da tutti quelli che bazzicavano in
quella bottega, era quasi un corteggiatore, quasi un amante.
E il padre a dire:
— Be’, Arrigo, e gli affari come vanno? È un pezzo che non ti ricordi
più di noi.
— Me la cavo, rispose il figlio. — Non ho fastidi in questo momento.
Anzi, se vi abbisognasse qualcosa, dite pure.
— Sì, a me! — saltò su Loretta, con un fare civettuolo, che le stava
bene. Il fratello la guardò, la guardò con il suo occhio esperto, che
involontariamente pareva quasi apprezzarne il valore.
— Sei bellina, sai! — fece d’un tratto. Poi soggiunse: — Allora cosa
desideri?
— Quel certo collo di pizzo che una volta mi avevi promesso...
Arrigo si cercò nelle tasche e ne trasse un involto.
— Eccolo qui, — disse. — Vedi che non dimentico.
La ragazza diede un piccolo sobbalzo su la sedia, disfece l’involto, e
veduto il pizzo che ambiva, gli occhi, per la gioia, le si fecer lustri
e cominciò ad abbracciare il fratello tra continui scoppi di riso.
— Ve’, che buona cipria adoperi! — disse Arrigo, sentendo l’odor fresco
delle sue guance. — Chi te l’ha data?
— Eh, quella lì!... — fece Paolo, senza levare il viso dal tondo, con
un’aria di sottinteso.
— Quella lì! quella lì!... — rimbeccò Loretta contraffacendo la sua
voce. — Cosa vuoi dire?
— Quella lì, — riprese Paolo, caparbio, — è tutto il giorno in giro dai
parrucchieri e dalle sarte. Si schiaccia il naso contro le vetrine; non
ha in mente che il suo specchio.
— Stupido! — sibilò Anna Laura, stizzosa come una viperetta. E la sua
faccia divenne cattiva.
— E per te papà, — fece Arrigo, risolvendosi ad interrompere quel
battibecco, — per te ho portata una pipa di schiuma. Guarda se ti
piace, se no te la cambio.
Gli tese un astuccio ricurvo, contenente la pipa istoriata, con il
bocchino d’ambra.
— Maraviglia! maraviglia! — esclamò il vecchio, lasciando cadere il
cucchiaio. La guardò per ogni verso, la tastò quasi con religione:
— Maraviglia! — Poi la trasse fuori dall’astuccio e la mostrò alla
moglie.
— Per Dio! — esclamava. — Chissà cosa l’avrai pagata!
E senz’asciugarsi la bocca se la prese tra i denti.
— Sembra la pipa d’un signore con attaccato un portinaio! — disse
ridevolmente Loretta, che si provava il suo collo di pizzo. Arrigo
intanto mangiava ghiottamente, a piene cucchiaiate.
— Che minestra, mamma mia! Che minestra! Era un secolo che non avevo
gustato qualcosa di simile!
— Ti piace? — domandò Anna Laura con una smorfia.
— Per bacco! E datemene ancora!
La vecchia madre, tutta confusa dal complimento come se le venisse da
un estraneo, prese la fondina del figlio, la riempì di nuovo e gliela
porse.
— Nei ristoranti dove tu vai devi mangiare ben altra roba, — fece, come
per iscusarsi.
— Eh, no mamma! Dopo tutto, una buona minestra fatta in famiglia è
ancora la cosa migliore.
— Bravo, Arrigo! Dillo un po’ alla Loretta, che tira sempre su il naso!
— intervenne Paolo. — Per lei ci vogliono le pernici!...
— Tu mischiati dei fatti tuoi, fammi il piacere! — gli rispose con
dispregio la ragazza. E versò ad Arrigo un bicchier di vino; un buon
vinetto onesto, che sgorgava dal fiasco a piccoli fiotti con uno
scintillìo di rubini.
— Buono, — fece Arrigo, assaggiandolo. — Ma voi vi trattate da principi!
— Ci vuoi prendere in giro, eh? — disse con indulgenza il padre, ch’era
commosso per la sua pipa.
— Io? Tutt’altro! Come volete che vi prenda in giro? Dopo tutto non
sono forse in casa mia?
Gli faceva bene al cuore quel po’ di riposo familiare in mezzo alla sua
vita piena d’infingimenti e di scaltrezze.
— Questo sempre, — gli rispose il padre. — Ma ci stai così poco tu, che
deve parerti una casa di forestieri.
La domestica, tutta rossa per la visita del signor Arrigo, portava
in tavola un piattone grande, su cui c’eran manzo lessato e certe
costolette di maiale che ancor scricchiolavan nel burro in cui s’eran
cotte. In mezzo torreggiava un gran mucchio di patate, messe male,
ma appetitose. Giovanna, la serva goffa e timida, borbottava che, se
l’avessero avvertita prima di quella visita, avrebbe fatto andare un
pollo.
Ad Arrigo diedero i pezzi migliori, gli empirono tre o quattro volte il
piatto, ed egli mangiò, mangiò con una fame inconsueta, fino ad esserne
obeso. Il gagliardo suo stomaco plebeo si rifocillava di quella sana
ed onesta cucina, quasi per rivalersi dei costosi manicaretti, ch’eran
talvolta troppo lievi alla robustezza della sua fame.
E intanto che mangiava quella carne bollita su la brage del suo
focolare, qualcosa tuttavia gli si rimescolava dentro dell’antica
origine, un sentimento incerto fra l’affetto ed il benessere, fra la
buona digestione e la tenerezza filiale, fra la gioia del sentirsi
il ventre pieno ed il piacere di potersi abbandonare malamente, come
il suo padre, su la seggiola robusta, e poggiare, se gli piacesse, i
gomiti su la tavola, e molestarsi a lungo i denti con uno stecco, ed
eruttare, se gli piacesse, il troppo fiato che aveva nel corpo satollo,
e sentirsi con placidità salire alle guancie quella vampa dilettosa che
dà il buon vino e la buona vivanda, nell’ora fra tutte più bestiale e
più umana in cui l’alimento sta per tramutarsi in sangue, distribuendo
per ogni vena la sua fertile sostanza di vita.
Sentì allora l’impaccio del solino troppo alto, sbottonò la sottoveste
che gli molestava il ventre, e per un attimo si ritrovò con piacere ad
essere il figlio dell’occhialaio, il fratello di quel selvatico Paolo,
che ora, nella sua stessa positura, gli somigliava singolarmente.
E parlò, e parlò, narrando molti casi della sua vita, che scorreva
nei saloni eleganti, fra le signore anemiche, dal profumo che dà
l’emicrania, fra i giovani cicisbei a’ quali si sentiva di poter con un
pugno fiaccare le reni; parlò con quella ironia piena di sale con cui
l’uomo plebeo narra dell’aristocratico, e per un momento gli piacque
d’essere nella sua famiglia, nella retrobottega rinnegata, fra gli
odori della cucina, e vedendo per una scostatura della tenda scintillar
gli occhiali nella mostra illuminata.
Ma questo non potè durare che il tempo della prima digestione; poi
tornò ad essere l’estraneo, che in fondo si vergognava della sua casa.
Il padre, la madre, quel dissimile fratello, non lo interessarono più.
Ora, chi attraeva la sua pertinace attenzione era Loretta; Loretta
che aveva mangiato poco, ch’era in camicetta di seta, con i capelli
a riccioli e l’unghie pulite, che sapeva di cipria fina e portava le
scarpette a punta, scollate, sotto una caviglia estremamente sottile.
La tovaglia macchiata, quella zuppiera e que’ tondi vuoti, ch’erano
rimasti lì, sopra una credenza, quell’odore di tabacco ordinario che
spandeva intorno la pipa del padre, finirono con dargli ai nervi,
ricacciandogli addosso d’un colpo tutta la vergogna d’esser impresso
anch’egli dal marchio plebeo di quella umile gente. Guardò l’ora:
— Le otto e mezzo, — fece. — Mi vado a mettere l’abito nero perchè sono
atteso a teatro.
— Cosa vai a sentire? — domandò il padre.
— Vado a sentire _Loute_, una «pochade».
— Roba nuova?
— Che nuova! L’avrò intesa venti volte.
— E allora perchè spendi i quattrini per andar a teatro?
— E magari va in poltrona, lui... — disse la madre.
— No, anzi, vado in palco, — egli spiegò con un riso indulgente. — Ma
non spendo nulla.
— Come non spendi nulla?
— Abbiamo un palco in parecchi amici.
— E non vi costa niente?
— Ma che domande! — esclamò Loretta. — Lo si affitta in principio di
stagione. Non sapete cosa sia una «barcaccia», santo Dio? Cadete sempre
dalle nuvole, voi! E invece di starvene qui a sonnecchiare come ghiri,
fareste meglio di condurre a teatro anche me, oppure di lasciarmici
andare per conto mio.
— Eh!... quella vipera! — sibilò Paolo con una specie d’odio.
Arrigo salutò la famiglia ed Anna Laura gli passò il soprabito; poi,
leggera, gli si appese al braccio ed entrarono insieme nella bottega,
come s’ella volesse confidargli qualcosa.
— Vieni spesso a vedermi, Arrigo... — pregò lei sottovoce, traendo un
sospiro. — Con questa gente, è una vita insopportabile! Io sono un po’
come te, sai... E proprio non ne posso più!
Egli si fermò a guardarla un’altra volta, con quello sguardo da
intenditore, nella luce piena che sgorgava dalla vetrina. Uno strano
sorriso gli increspò la bocca.
— Dunque vuoi andare a teatro, tu?
Loretta lo teneva per il braccio. Allora, girandogli di fronte, con un
gesto muliebre, un gesto d’amante capricciosa, gli accomodò la cravatta
ch’era un po’ di sghembo.
— Eh, sì, vorrei... — disse.
— Bene, ti ci condurrò io.
— Ma è impossibile, caro! — ella fece con un accento voglioso e triste.
— Non ho abiti e non posso venire con te, così...
— Già, — fece Arrigo, riflettendo. — Ma non importa; vienmi a trovare,
combineremo.
— Sì?... Quando vuoi? — ella esclamò, piena di luce.
— Anche domani.
E le diede un bacio su la bocca.