XIII

Ed allora la fortuna tornò; gli arrisero giorni d’abbondanza, sicchè il

denaro gli affluiva nelle tasche senza quasi ch’egli se ne avvedesse;

il denaro facile, che viene dal tavoliere, che si vince con un punto

alto, che si spende con disinvoltura. E la Ruskaia risparmiò, perchè in

tali faccende Arrigo amava essere onesto e gli pareva di riacquistare

prestigio quando poteva rispondere alla sua Tatiana: — Grazie, non mi

occorre nulla.

Anzi le regalò un bell’anello, dove c’era una pietra che nei giorni

di bisogno aveva ricevuta contro cambiale da un usuraio, per un

prezzo indecente. La fece rilegare da un buon orefice; la pietra

brillò degnamente sul dito esiguo della Ruskaia. Se alcuno potesse

conoscere la storia di certi gioielli, avrebbe forse di che scrivere

un libro comico e triste insieme, perchè intorno a tutte le cose che

rappresentano valore s’annoda sempre uno straordinario viluppo di

passioni e di bassezze umane.

Poich’era d’animo liberale, quando aveva denaro spendeva largamente.

Si risovvenne de’ suoi, fece dono alla famiglia di molte cose che

sapeva essere nel desiderio del padre, della madre, del fratello, delle

sorelle; infine, per mettersi un poco in pace con quel bravo Riotti,

che non poteva rassegnarsi al dilungar delle nozze, pensò di far bene

arrivando un giorno in negozio con un braccialetto per la sua paziente

fidanzata. Egli conosceva il cuore umano e sapeva il gran prestigio

delle cose d’oro.

Quando l’Eugenia mostrò al padre il braccialetto di Arrigo, il Riotti a

suo malgrado si lasciò sfuggire una esclamazione di sorpresa.

— Per Dio, che bel capo! — disse. Poi s’inforcò bene gli occhiali sul

naso, prese il braccialetto, lo pesò due volte, tre volte, nel palmo

della mano, con una cert’aria dubitosa, infine lo mise su la bilancia.

— Ma questo non è oro! — esclamò incredulo, vedendo il peso greve.

— Altro che oro! — asserì la fanciulla. — Vuoi che Arrigo mi dia roba

falsa?

— Allora quello spiantato si è messo a fare il ladro, perchè questo è

un gran valore, sai!

E venuto su la soglia della bottega, lo cominciò ad esaminare traverso

la lente.

— Il marchio c’è... — borbottava.

Per maggior sicurezza andò da un piccolo orefice ch’era lì vicino, e un

po’ confuso d’avere in mano un oggetto simile pregò l’amico di provarlo

con gli acidi per sapere se fosse oro proprio di zecca, e a diciotto

carati.

— Quanto a carati forse ne crescono! — esclamò l’orefice suburbano,

dopo averlo provato. — Un bel braccialetto, veh!... proprio bello!

— È un regalo che mia figlia riceve oggi dal suo fidanzato, — disse il

farmacista con noncuranza.

E tornò in bottega. Questo per lui riparava in parte i torti di

Arrigo e mostrava che, se da un lato era un figliuolo un po’ bizzarro,

dall’altro aveva buon cuore. In ogni modo le sue intenzioni dovevan

esser serie, perchè — diamine! — certi regali non si fanno a casaccio.

Intanto la sorella maggiore d’Arrigo si fidanzò, e le nozze avrebber

dovuto aver luogo nell’autunno seguente, con un bravo giovine che le

voleva un bene quasi ridicolo, ed era figlio di un ricco droghiere.

L’altra sorella era una farfallina appena quindicenne, tutta diversa

dalla maggiore, e tanto frivola, capricciosa, vaporosa, quanto l’altra

era calma, seria, e destinata a non esser altro che una brava massaia.

Anna Laura invece comandava in casa con una prepotenza da tirannella;

era bellina, tanto bellina, che già, quando usciva per istrada,

uno sciame di moscardini le ronzava intorno, e, per certe occhiate

che lanciava loro, il padre e la madre avevan giudicato che fosse

pericoloso lasciarla correr sola.

Per istrada ella non faceva che fermarsi davanti a sarte, modiste,

profumieri; si vestiva bene, si pettinava con ricercatezza, leggeva di

nascosto romanzi proibiti, era un poco pettegola e molto birichina.

Ma poich’era bella e poichè aveva quello stesso far signorile di suo

fratello Arrigo, nè il padre nè la madre osavano essere troppo severi

con lei; la madre sopra tutto, che forse ricordava in quell’ultima

figlia il suo più recente fallo d’amore. Anna Laura parlava

spesso d’Arrigo, dicendo che aveva certo avuto ragioni da vendere

nell’andarsene via dalla bottega paterna per godersi un po’ la vita,

quel genere di vita che a lei pure piaceva: il lusso, i bei vestiti, le

carrozze, i teatri, l’amore.

L’altro fratello, Paolo, era invece un bravo ragazzo serio e dolce;

aveva compiuti i suoi studi con un po’ di fatica ed ora stava imparando

l’arte del padre. Era nato e rimasto un po’ grossolano; a lui la bella

Ruskaia non dava alcun fremito; si contentava di andare la domenica a

bere il vin bianco e mangiare le ciambelle con una florida popolana che

non gli era crudele.

Quella stagione intanto finì; il teatro si chiuse, la Ruskaia, per amor

d’Arrigo, trascurò tutte le scritture che le si offrivano altrove, e

rimase a godersi, nella città ventilata, una bella primavera di riposo

e d’amore.

E qual più dolce primavera di quella che sopraggiunge in una città per

solito fredda e nebbiosa, una città senza alberi, dai parchi radi, le

passeggiate brevi, i giardini nascosti? Quando allora il cielo, non

vasto fra i tetti vicini, prende quel color vivo di madreperla che fa

brillare i selciati e luccica su le finestre chiuse, infiammandole,

come per dire: — Aprite! io passo! io, divina, la primavera!...

Ma queste non eran cose che intenerissero il cuore di Arrigo. Egli

non s’abbandonava perdutamente alla dolcezza d’un amore inerte,

ma badava piuttosto a trar vantaggio da ogni giorno e da ogni ora,

sentendosi ormai vicino al compimento del suo bel sogno immodesto.

Anzi ardiva spingere lo sguardo più lontano, parendogli che quanto

aveva sino allora vagheggiato come la sua meta non fosse che il

principio d’una più grande ambizione. Forzar l’ingresso d’un Circolo,

seder alle cene o nei palchi dei Mammagnúccoli, dir buongiorno senza

togliersi il cappello al marchese di Sant’Urbino, recarsi all’ippodromo

nell’automobile di Lanzo Malatesta, e fare insomma tutte l’altra cose

che di lontano gli erano sembrate un miraggio vertiginoso, più non

bastava per contentare le bramosìe del suo cuore temerario.

A questo sarebbe giunto, e v’era ormai quasi vicino. Ma la battaglia

era degna d’essere combattuta per una causa migliore, poichè si sentiva

nello spirito nascer l’ali per un più grande volo.

E meditò di giungere fin nelle sale meglio custodite dalla duplice

potenza del blasone e dell’oro, nelle sale un po’ tediose d’onestà

camuffata e d’impostura inchinevole, dove gli antichi paraventi

potrebber forse raccontare qualche favoletta salace, dove i camini

dai grandi alari di bronzo sbadigliano con infinita noia su la

eterna commedia della vita. Voleva che l’accogliessero le dame

incipriate, ch’eran state famose di bellezza e d’avventure al tempo

del Risorgimento e che avevan forse danzato al braccio di qualche

uniforme austriaca; voleva che l’accogliessero i vecchi gentiluomini

borbottoni, che la gotta e la podagra vendicava del buon tempo

trascorso; voleva sedere ai pranzi trimestrali della duchessa di

Benevento, essere invitato al ballo di palazzo Altomarino, la sera

di Sant’Eufemia; andar alle feste mascherate che si davan più volte

nell’anno in casa Aimone dell’Ussero, casa ricca ed ospitaliera, che

albergava quattro bellissime nuore tra un codazzo di parentele. Voleva,

se pur ciò dovesse tediarlo, essere fra i pochi ed eroici nobiluomini

che almeno tre volte nella stagione frequentavano i venerdì della

vecchia contessa di Sedriano, la quale, inferma e pressochè sorda,

teneva circolo da un seggiolone simile ad un trono, avendo una nipote

già più che trentenne da maritare, una grama nipote, magra, sghemba

e balbuziente, su la quale s’erano scatenati tutti i malanni dei

Sedriano, rinomati già da secoli per la loro impeccabile bruttezza.

Voleva che d’estate l’invitassero in campagna i Mazzoleni, antichi

profumieri fattisi marchesi da sè, o gli Anselmi, ch’erano una tribù

senza numero, contraddistinti, i maschi dal cranio rotondo, le femmine

dalla spaventosa magrezza: o i Nonaro del Monte, che passavano per la

più ricca famiglia della città.

Pensava di visitare in palco donna Ottavia Malespini, della quale

narravasi che, per salvare certe speculazioni del marito, si fosse

abilmente commerciata ad un ricchissimo banchiere ebreo; donna Eleonora

Salvati, che aveva, dicevasi, la più bella e più visitata collezione

di mutande in pizzo vero; le due sorelle Gozzani, marchesa Marta

e marchesa Federica, delle quali, in verità, era rimasta vedova la

seconda, benchè fosse morto invece il marito della prima, se, a quanto

affermavasi, era vero che il barone capitano Guerrazzo avesse disertato

il talamo coniugale per il letto vedovile della sua deliziosa cognata.

Pensava d’esser ricevuto ai tè intimi di Rosanella Piacentini, questa

frivola, che s’era innamorata del suo pettinatore; ai tè meno intimi di

Graziana Buonconte, che amava giocare in Borsa, discorrere di politica,

scommettere su cavalli, fumare sigari Avana, ed amava pure, a dir delle

cronache, i letti angusti delle sue belle cameriere.

Avrebbe voluto, nei mattini di primavera, caracollare al fianco di

quell’amazzone compiuta ch’era Miretta Sansalvato, la quale si doleva

sopra tutto di non trovare cavalieri abbastanza intrepidi per galoppare

quanto a lei piacesse, ma che certo possedeva una mano tanto robusta

quanto delicata, e ciò avevano riconosciuto in brughiera molti tenenti

di cavalleria. Avrebbe desiderato far musica nel salotto misterioso

della pallida Clara Michelis, che già era vedova in quel tempo, e

visibilmente si struggeva d’un mal vedovile.

Insomma egli avrebbe voluto entrar nell’intimo di quella società ben

nomata, cui tutto è lecito, perchè nessuno è sopra lei, nella piccola

cerchia d’una città, per giudicarla; dove l’ingegno fa minor breccia

che i modi compiuti, e qualchevolta fa sbadigliare, dove la passione

irruenta cede il campo al capriccio elegante, la vendetta iraconda

si copre le mani di guanti delicati e l’amicizia diventa urbana

come un’adulazione complimentosa. In quella società inverniciata,

splendente, ove si canta, si balla, si ride, si ama, si odia, ci si

vendica e si tradisce anche, ma tutto ciò educatamente, con un bel

riserbo, fra quattro pareti, sicchè non ne corra notizia per le bocche

della plebe disprezzabile.

Ed egli vide, come nel sogno d’un maraviglioso avvenire, il giorno

in cui avrebbe avuto per mensa una tavola imbandita di porcellane

trasparenti, servita intorno da una folla di maggiordomi silenziosi,

e sè vide, in quel miraggio di cristalli, di specchi, d’argenterie,

spingere l’occhio lascivo nel bianco d’una scollatura impudica,

sentendosi passare intorno la fragranza della cipria odorosa, il calore

d’un seno intravveduto, l’ardore d’uno sguardo ambiguo... Ripensò la

bottega paterna, dalla quale pochi anni prima era uscito, con qualche

cencio e con poche monete di rame; la bottega semioscura, che doveva

nel destino essere tutto il suo regno; ed invece s’apparecchiò per i

suoi ozi le poltrone profonde, imbottite di cuscini morbidi, per le

sue danze sognò le sale sfavillanti di candelabri, per i suoi amori si

diede convegno nei talami delle marchese infedeli, per le sue nozze,

ch’erano la corona del sogno, si concesse la mano d’una bellissima

ereditiera...

Camminare bisognava, camminare con temerità, senza concedersi requie,

facendosi largo fra i molti che gli avrebbero ostacolata la via,

spezzando i vincoli che gli avvincessero il piede, solo, e pur certo di

non fallire.

Perchè si era scelto questo sogno a tentazione della sua vita

coraggiosa? Neppur egli lo sapeva, nè di saperlo si curava.

Quest’ambizione era sgorgata in lui da una sorgente oscura dell’anima,

lo tormentava e lo spronava con accaniti eccitamenti.

Più tardi avrebbe pensato a coronare di qualche alloro men caduco la

sua tenace ambizione, poich’era uscito dal nulla con la voglia e con

la virtù incontrastabile di non essere un mediocre. Voleva, se pur gli

fosse lecito, compiere nel mondo un passaggio rumoroso, attrarre sopra

di sè qualche invidia, giungere più lontano che potesse dalla oscura e

dimenticata origine.

Taluno de’ suoi nuovi amici gli aveva già vagamente promesso di

proporlo al Circolo nell’autunno prossimo, poichè frattanto gli

conveniva lasciar scorrere l’estate nell’accaparrarsi destramente un

certo numero di simpatie fra que’ soci di maggior credito, i quali

avrebbero potuto a lor talento aprirgli o chiudergli per sempre

l’accesso alla porta sublime. Pieno di fiducia in sè, Arrigo si accinse

con ogni suo potere a questa lenta ed ingegnosa fatica. Negli ultimi

anni il Circolo aveva molto rallentate le sue strette discipline,

aprendo le porte ad una gran folla di soci nuovi e scelti con minore

severità, per il bisogno di mantenersi in vita. Era indispensabile

rinfocolare il gioco, mescere alla cattedratica schiera dei soci

antichi una gioventù più vitale, venuta su coi tempi nuovi nella città

fattasi borghese, e che specchiava il lento ascendere della classe

trafficante sul declinare delle famiglie patrizie. Contro la fama del

casato vinceva ormai la fama dei forzieri pieni; i palazzi secolari

cadevano fatalmente in possesso della plebe arricchita. Nomi che ancor

sentivano il lezzo d’ogni bassa speculazione mercantile tenevan la

dittatura della città, procacciando ai figli le cariche più illustri,

maritando le figlie ben dotate nei parentadi più antichi.

Sul roco singulto della tromba feudale vincevan con più vasti urli

le sirene dell’officine: ai corni di caccia perduti nell’eco delle

bandite, rispondeva il rombo laborioso dei martelli, l’ánsito e lo

sbuffo delle grandi macchine generatrici; contro il peana degli

eserciti sanguinari prorompeva dalla piazza invasa l’Inno dei

Lavoratori.

E fra queste usanze nuove, più facile s’apriva il cammino ai

sopravvenuti dal basso; l’uomo non portava più su la fronte il suggello

ed il marchio della sua nascita, ma nella gara della vita egli valeva

per il cammino che vi sapesse compiere, valeva nella fiera umana per

la sua destrezza di giocoliere, per la sua facondia di ciarlatano,

e poteva così pescare o frodare il maggior dado nel bossolo della

sua fortuna. Il popolo tirannico lanciava in tutte le giostre i suoi

robusti campioni, e poich’erano assetati di vita, avidi per diuturne

astinenze, callosi e astiosi dei gioghi patiti, mettevan nel vincere

una caparbia ira, millantavano in tutte le vittorie una rumorosa

temerità.

Ora l’estate venne; con l’estate l’esodo verso le campagne, verso

gli ozi lacustri e montani, verso le spiaggie che bruciano di arene

scintillanti, nei rossi mesi dell’ozio e della bagnatura. La città

spopolata rimase in balia de’ suoi più tenaci lavoratori, divenne il

regno dei mariti allegri e degli sfaccendati, che per pigrizia non

avevano il coraggio di prendere un treno. La vita si fece più familiare

fra tutti quelli ch’erano afflitti dallo stesso mal della calura, e si

udì giurare in buona fede che la città non fosse mai tanto piacevole ad

abitarsi come quando è sgombra dalla sua maggior cittadinanza.

Più a lungo si vegliò la notte, si fecero lunghe sieste nei pomeriggi

afosi; lo scopo delle passeggiate serali fu l’andare in cerca d’un

fil d’aria, e tutte le maledizioni dell’anno dettero ai tormentati una

breve tregua, poichè il calendario d’ogni vita segnava il tempo delle

beate villeggiature.

Arrigo e la Ruskaia non indugiarono a lungo in città. Ella del resto

s’annoiava. Da che s’era chiuso il teatro s’annoiava profondamente; il

giorno sopra tutto, chè le notti avevan sempre qualche svago.

Egli era forse un po’ despotico, e talvolta la indispettiva; poi non

era geloso affatto, e ciò la umiliava. Qualche nube era già sorta

fra loro a proposito di mille inezie; non avevan lo stesso modo di

pensare, non amavano gli stessi libri, non trovavan simpatica la

medesima gente. Arrigo passava troppe ore fuor di casa, dedicava troppo

tempo agli amici, alle carte, alle sue cure ambiziose, aveva sempre un

certo fare preoccupato e chiuso, che urtava la gelosia dell’amante;

non era inoltre un uomo capace di prestarsi a tutti i capricci d’una

donna viziata, e qualche volta, pur nell’ore più intime, dimostrava

già d’avere una certa fretta. Ella cominciava talvolta con sentirsi

un poco sola... E però s’amavano ancora. Nubi lievi, che dileguavano

rapidamente nel calore d’una tentazione.

Furon all’acque, furon in montagna, poi scesero ad una riva lacustre

non lontana dalla città, e, per finirvi l’estate, affittarono una

villetta piccola come un nido, che bagnava nell’acqua placida le sue

fiorite spalliere di rosai.

La sponda spesseggiava di ville festevoli, d’alberghi frequentatissimi;

tutto il giorno per la lunga strada rasente il lago era un trascorrere

di carrozze o d’automobili dall’uno all’altro cancello, poichè la

signoria villeggiante si onorava di visite scambievoli, largheggiava di

feste nei parchi sontuosi, talvolta ballava, recitava, si mascherava,

correva regate a vela, giostrava nei campi da tennis ed inoltre si dava

cura dell’umanità sofferente allestendo con grande strepito qualche

fiera di beneficenza.

Tra quel frastuono di vita mondana gli amanti vissero in disparte,

quasi nascosti nell’intimità del loro nido.

L’estate, già percorsa da qualche brivido, già consunta di qualche

foglia gialla, l’estate che irrompeva nelle vigne con una rossa

maturanza di grappoli e pareva bruciasse nei giardini con assurde

magnificenze di fiori, consumava nell’ardore delle postreme sue vampe

le vene degli amanti, che in quella sopraffazione di vita sentivano da

tutte le cose circostanti scaturire una inconsumabile voluttà.

Nulla è più tormentoso per il viandante che l’incontrare, nei pomeriggi

di sole, certa piccola casa dalle persiane socchiuse, dalle tende

abbassate, intorno a cui mormori un silenzio di cose vive, canti nel

verde una fresca fontana, luccichi tra le ghiaie del viale qualche

frantume di vetro...

Nulla è più stanchevole per il rematore che il passar con la sua barca

sotto un giardino fragrante, quando al sole morente si riaprono le

finestre della casa, ed insieme, vicini, semisvestiti, due s’affacciano

al davanzale, guardando nella tremante azzurrità di quell’ora in cui

principiano e suonar campane, perchè tutto il pomeriggio han dormito,

sognato, amato, in una chiusa camera tranquilla, dove tuttavia pertugia

come un barlume quella enorme crudeltà dell’estate, quel vertiginoso

balenìo del sole su l’acqua inerte, quella immobile tribolazione che

nella vampa invade ogni cosa, quando l’incendio gràvita su l’ora ferma

consumando il suo proprio splendore.

E i solitari, gli oziosi, gli snervati, quelli che tormenta un

desiderio nascosto, quelli che per infinite strade han da essere o

viandanti o rematori, pensano con un’invidia piena di malinconia a que’

due che stanno dentro la casa tacente, che han dormito, sognato, amato,

nel nascosto rifugio, durante un lungo pomeriggio di sole.

Poi l’invidia si fa curiosa; va, spia, guarda, parla, racconta... Il

basso tetto, chiuso fra gli alberi del giardino lacustre, diviene il

luogo dolce del peccato, che turba le immaginazioni altrui, che muove

per tutto all’intorno una leggenda d’amore.

Traverso il chiuso cancello corrono sguardi furtivi; a quelle finestre

incantate volano molti sogni altrui; tutto in quella casa innocente par

stregato e colpevole, poichè da ogni ramoscello, da ogni pietra, pende

il segreto voluttuoso di due giovinezze che si amano.

Nelle sale affollate si parlò di quella casa taciturna; qualche

giovine signore, noiato della vita familiare, spinse l’audacia de’

suoi propositi fino a tentar l’assedio della bella innamorata; qualche

vecchia zitellona pettegolò di que’ due con la più verde bile; qualche

ragazza vaporosa, nel letto insonne, rivide a piè del giardinetto

le straboccanti spalliere di rosai e quel cespo di gelsomino che

abbracciava le finestre semichiuse; qualche moglie, vedova nella

settimana, quando fu la sera del sabato, prima di spegnere il lume, ne

tormentò il marito sonnacchioso...

E tutto questo fece sì che per la riva lacustre, in un cerchio nuovo

di persone, si propagasse quell’indiscreto cicaleccio che aveva sin

dal principio divulgato gli amori di Arrigo e di Tatiana, quando la

lieta schiera dei Mammagnúccoli s’era prima commossa per l’avventura di

costui.

Fu, tra gli altri, un barone, ch’era in villa con la sua vecchia madre,

un barone dalla barba crespa, giunto al limite dei quarant’anni con un

cuor d’adolescente, il quale molto s’ingelosì di quell’idillio estivo,

tanta inquietudine d’amore lo strinse per la bellissima cantatrice.

Non di rado egli la vedeva nel giardino, più spesso la udiva lanciare

in alto i suoi armoniosi trilli, poichè il possesso baronale confinava

con il giardino degli amanti e non v’era tra l’uno e l’altro che un

muricciuolo di poche pietre.

Il barone Silvestro Piaggi era un uomo alto e complesso, con un

bel volto roseo, da buon fanciullone, cui cresceva di giovialità

l’ornamento della barba bionda e crespa. Onoratissimo e ricchissimo,

era stato saettato senza mercè dalle ragazze da marito; ma per un

amor filiale più devoto che ogni altro affetto non s’era mai voluto

ammogliare, temendo che una sua propria famiglia lo costringesse a

mancare d’assiduità presso la vecchia madre.

Quest’uomo però s’innamorava; e poich’egli possedeva in massimo grado

ciò che alle donne sommamente piace: la cavalleria de’ modi e l’estrema

prodigalità — l’amore nella sua vita era stato una cosa gioconda.

Per corteggiare la Ruskaia il barone Silvestro riprendeva quella sua

grande aria battagliera del bel tempo quand’era uno smilzo ufficiale di

cavalleria; la dardeggiava d’occhiate lusinghevoli, pareva quasi che

volesse prosternarle ai piedi, con un sol atto loquace, sè stesso, il

suo denaro, la sua più che devota urbanità.

Questo non dava noia alla Ruskaia, e nemmeno ad Arrigo, il quale

anzichè adontarsi, mostrava di questi pericoli una singolare

compiacenza.

Lungo quel muricciuolo, quante mai volte passava il barone Silvestro!

La sua bella barba crespa brillava nei raggi di sole con vera

magnificenza. Un giorno egli salutò. La Ruskaia sorrise. Tutte le cose

del mondo hanno la lor ragione d’essere: quel sorriso forse voleva

dire:

«Chissà?...»

Chissà?... È tanto pieno di mistero l’animo d’una donna innamorata!

Ella prova talvolta il bisogno di mescere nel proprio sentimento anche

la sottile gioia che le proviene dal deridere un altr’uomo. Poi, ad

un tale che saluta, — un signorotto nel suo feudo — perchè mai non

sorridere? Questo sorriso è lieve come l’innocenza; nulla promette,

nulla impedisce; passa, vola via, non tocca, ma dice ambiguamente:

«Chissà...»

La vita è così bizzarra, e tutto in fin de’ conti può succedere!...

Anche il bel caso che un grande amore vada a finire in cenere. Allora

può essere utile aver detto: «Chissà...» E poi è dolce, per la donna

un poco frivola, dormire nel proprio letto con un amante amato, ma

col pensiero d’un altro — un signorotto nel suo feudo — che per amore

di lei veglia e sospira... È dolce cosa il pensare; «C’è chi guarda

mentre mi pettino le treccie alla finestra; c’è chi trema se passo nel

giardino in vestaglia... Sì, quel barone mi fa un po’ ridere con la sua

testa calva e la sua barba bionda... ma la gente del paese lo saluta

e lo inchina come un piccolo re. In fondo vorrei sapere perchè Arrigo

non è geloso? Anzi non fa che dormire. Quanto dorme questo Arrigo nei

giorni d’estate!...»

Una volta finalmente il barone Silvestro osò varcare la soglia. Co’

suoi quarant’anni e la sua barba crespa era tuttavia confuso come un

collegiale.

Arrigo era in pigiama e s’affrettò a vestirsi. Lo ricevette la Ruskaia,

tutt’accesa in volto perchè aveva remato per due lunghe ore sotto il

sole.

Quand’era in impaccio, ella rideva. Per prima cosa dunque si mise a

ridere apertamente, con quella sua boccuccia di bambola piena d’una

grazia inesprimibile. Nella saletta faceva un po’ scuro.

— Vi prego, sedete, barone.

Egli rimase in piedi. Non gli pareva quasi vero d’esser lì. Anzi

dimenticava la ragione della sua visita. Finalmente se ne risovvenne.

— Sono incaricato... — L’avevano incaricato d’una commissione. Le

nobili dame della beneficenza l’avevano mandato a parlamentare con la

cantante dalla voce d’oro. Si stava preparando una gran festa, nel

teatro d’un albergo vicino, a favore di certi derelitti... Questa

recita si faceva tutti gli anni. Vorrebbe cantare la Ruskaia? Non

dicesse di no! La patronessa era donna Claudia del Borgo; canterebbe la

marchesina Farulli, donna Francesca Monteguti... Poi si dava pure una

commediola... Non dicesse di no!

Che orribile pronunzia aveva in francese quel barone Silvestro!...

— osservò fra sè stessa la Ruskaia ancor prima di pensare se le

convenisse accettare o no. Aveva inoltre in tutta la sua grossa persona

qualcosa d’artefatto e di comico. No, stava meglio di lontano, con la

sua barba crespa dietro il muricciuolo. Pensò ch’era stata sciocca nel

lasciargli credere...

— Noi siamo vicini di casa, per mia fortuna... — egli disse con un tono

galante.

— Oh, che fortuna!

— Tutte le mattine, alla finestra, la intravvedo...

— Già, già...

Era un po’ inquieta, forse irritata; le dava noia quel garbato e

melenso corteggiatore. Queste fervide slave sentono l’uomo e la

maschilità dell’uomo in un modo singolare.

— Eppure ho dovuto attendere fino ad oggi l’occasione di poterla

conoscere.

— Certo... — E gli sorrise, come la prima volta, nel giardino.

Sopraggiunse Arrigo. Il barone gli si presentò. Uomo affabile,

cavaliere di gran mondo, poteva impacciarsi davanti ad una bella donna,

ma in ogni altra circostanza rimaneva padrone di sè. La proposta venne

ripetuta, e dopo molta esitazione, persuasa dalle insistenze di Arrigo,

la Ruskaia finì con accettare.

Ma, Dio buono!... questo impegno la impensieriva... Da varii mesi non

aveva cantato più. Il barone disse:

— Oh, non raccontate queste cose al vostro vicino!

Già, ma quelli erano trilli all’aria aperta; ora bisognava che si

ripreparasse.

— Insomma ho promesso: canterò.

Ed eccoli tutt’e due più vicini a dame e signori, nella promiscuità

d’un grande albergo, sotto l’ala della buona Fata Beneficenza. Ecco

lei, festeggiata, in mezzo a crocchi di signore ciarliere, ferventi

nell’opera intrapresa, tutto il giorno in faccende, liete più che

mai di parere una volta quel che non erano, esibendosi dalla scena a

spettacolo d’una folta platea. Ed eccole, curiose di questa cantatrice

straniera che trascinava dietro sè una storia d’avventure clamorose,

che aveva durante l’inverno messo a rumore la città col suo canto e

con la sua passione. Piacque; la trovaron simpatica, spiritosa, fina;

si divertirono a stare con lei, a respirare un poco di quella polvere

dorata, prestigiosa, che sembrava ravvolgerla di splendore, fatta di

tante cose dissimili: dall’applauso che aveva suscitato intorno a sè

nella sua vita errante, all’oro che le avevano cosparso ai piedi e

sul quale aveva camminato; da quella caparbia onestà ch’era talvolta

un nodo inestricabile, alle strane lussurie di chi la credevan

capace nella sua coltre di bella donna errante. La fecero cantare,

l’applaudirono, la lusingarono, le fecero crocchio intorno, verso l’ora

del tè; infine, se non si fosse intromesso qualche burbero marito,

sarebbero fors’anco giunte ad invitarla nelle case loro.

Per riflesso, Arrigo profittava delle festose accoglienze che

dappertutto si facevano alla Ruskaia. Da lei si teneva più lontano che

gli fosse possibile, per non ledere le buone apparenze, e il mondo,

che, se ciò gli garba, indulge talora fin oltre il necessario, fingeva

d’ignorar persino che fossero amanti e che avessero in riva al lago una

dolce villa dalle finestre semichiuse.

Durante le prove della recita egli se ne stava in disparte, nel grande

atrio dell’albergo, talvolta nel giardino, mostrandosi pieno di garbo e

di gentile modestia.

Le signorine gli ronzavano intorno, a sciami, curiose di lui, per quel

che ne avevano inteso raccontare a mezza voce durante l’austerità dei

pranzi familiari. Fra i crocchi di signore si discuteva intorno alla

sua persona. Era giunto fin lì quell’appellativo di «bel Ferrante»

che gli avevano aggiudicato nei palchi del teatro, quando il suo

nome si era diffuso per le prime volte, congiunto a quello della

Ruskaia. Senza paragone infatti egli superava i due seduttori più

avventurosi della stagione lacustre: Cencio Baracco, vincitore di

regate, e Massimo Randa, che ogni sera traversava il lago in lancia

a benzina, per un legame che aveva su l’altra sponda. Li vinceva di

bellezza e di novità, ma era forse un po’ troppo virile per il gusto

di quelle dame raffinate. Gli mancava senza dubbio quell’aria etica,

quel pallor giallastro di cattiva digestione, quell’andar stanco su le

gambe flosce, che preannunzia la spinite lontana; molto insomma gli

mancava di quel che piace per lo più nei giovini signori moderni, e

che aggiudica loro talvolta la fama d’irresistibili. Ma con la svelta

persona, col bel collo muscolato, con la maschera del volto precisa

e chiara, parlava dirittamente ai sensi di talune, che non potevano

impedirsi dal risentire una certa piacevole molestia in vicinanza di un

così bel dominatore.

Egli d’altronde non era, o non pareva essere, vano. Più oltre spingeva

i suoi disegni che a ferire il cuore di questa o quella ammiratrice; a

men difficili tempi serbava gli oziosi tornei d’amore. La sua battaglia

era di quelle che si combattono con taciturna pazienza, ed egli non

vedeva davanti a sè che una meta, necessaria, lontana. Cacciarsi

a forza di gomitate abili dentro quel mondo restìo: questa era per

intanto la sua fatica. Ed a ciò, tutto gli doveva servire; anche la

bella voce della Ruskaia, anche le interessate cortesie del barone

Silvestro, anche i pettegolezzi ch’egli sentiva correre intorno come

lucertole fra l’erba, ed anche le non ambigue punzecchiature di donna

Claudia del Borgo, che patrocinava la festa.

Questa donna Claudia era già oltre nell’autunno della sua famosa

e dissoluta bellezza; ma non con gli anni s’addormentava il suo

tumultuoso cuore; non meno piacevanle con ardore le tempre giovini e

salde per essersi alquanto sciupata ne’ suoi lunghi vizi. Un marito

inconcludente, ricco senza confine, era stato il mecenate silenzioso

de’ suoi folli capricci. Giovine, si era data a chi la voleva, a

chi le piaceva; si era data nei modi più strani e più perversi, con

una volubilità incontentabile. Aveva un tempo scandolezzata la città

tenendosi per staffiero il più bello fra i cavallerizzi d’Ungheria, ed

a quanti mormoravano, a quanti inorridivano, aveva risposto aprendo

le sale del suo palazzo ad una ospitalità grandiosa e fastosa, ben

pensando che il mangiare, il bere, il far danzare, il far vivere a

scrocco, son l’offe che meglio debellano le infurianti maldicenze

altrui. Ma ora, invecchiata e non stanca, metteva un certo studio nello

scegliere per i suoi ultimi banchetti gli intingoli più saporiti.

Aveva quasi una smania virile di volersi appagare ogni capriccio,

ed in certe riunioni di bellimbusti era corsa voce che donna Claudia

fosse qualchevolta liberale. Un tenente, che aveva giocato e perduto

sino a rischiar le spalline, s’era salvato così; molti sconosciuti

eran entrati in società per la sua camera da letto. Poich’ella, non

potendo scendere fino a loro, li innalzava talvolta fino a sè. Inoltre

donna Claudia s’occupava di maritaggi, e quando era stanca d’un amante,

spesso gli procacciava una moglie tra la schiera delle nobili signorine

che teneva in sua protezione. Almeno sotto un certo rispetto, erano per

tal modo ben sicure di non imbattersi male.

Piacere a donna Claudia poteva insomma non essere un danno per tutti

quelli che fossero nei panni d’Arrigo. Ed egli lo sapeva. Questo

pensiero gli venne istintivo, il primo giorno ch’ella lo guardò. Vi

sono certe donne le quali osano guardarci con maggiore insolenza che

non guardiamo noi la più desiderata fra le donne. Anzi egli ebbe di

quell’antica esperienza una sottile paura. Ma nei giorni successivi

sentì nascere il capriccio nell’animo di quella donna dissoluta, e con

la sua borghese abitudine del calcolare, súbito valutò il profitto che

a lui ne sarebbe derivato. Ella certo lo avrebbe levato sopra uno scudo

fin nelle sale del suo palazzo, lo avrebbe difeso e fatto ricevere

in quel mondo chiuso. Quanto alle chiacchiere della gente?... bah!...

egli non poteva salire che per mezzo d’una frode: — qualunque fosse,

l’avrebbe senza scrupoli consumata.

Donna Claudia se l’era un giorno fatto presentare dal barone Silvestro

dopo le prove della recita, ed or amabilmente si compiaceva nel

punzecchiarlo con il suo spirito pieno di vivacità e d’ironia. Nel

corso di quelle settimane Arrigo aveva strette molte conoscenze, ma

poichè si trovava in condizione assai difficile, dato il suo legame

con la Ruskaia, ne usava con molta cautela, per non urtare alcuna

suscettibilità.

La bella Tatiana era gelosa. Se un poco di stanchezza stava per nascere

in lei, questi fatti la dissiparono. Ella prese in odio tutte quelle

che guardavan Arrigo con troppa insistenza, e molte volte s’ingelosiva

senza ombra di ragione, poichè la donna innamorata smarrisce del

tutto il senso del suo proprio valore, se non quello della sua propria

vanità. Ogni sera, nella intima villetta, furon alterchi e lacrime.

Arrigo riusciva sempre a rasserenarla con qualche abile carezza, con

qualche parola persuasiva; ma il giorno dopo si era da capo. Diveniva

irascibile, sospettosa, inquieta; durante le ore che passavano

all’albergo non lo perdeva d’occhio un momento; se usciva solo, d’un

tratto gli capitava presso, ed inoltre aveva ordinato alla domestica di

non consegnare che a lei sola qualsiasi lettera giungesse nella casa.

Una volta che donna Claudia era stata oltre il consueto provocante

con Arrigo, la Ruskaia fu sul punto di fare i bauli e andarsene

via, piantando in asso le dame del Comitato, le prove, la recita di

beneficenza.

Quel giorno gli occorse non poca fatica per riuscire a calmarla.

Frattanto il buon barone Silvestro, designata vittima di quei malumori,

ebbe a ricevere un sacco di sgarberie. Ma non disperò. Sapeva che tutto

viene a suo tempo: il frutto su l’albero acerbo e il bacio d’amore sui

labbri della donna restìa.

Se il giorno della recita avesse tardato ancora, certo la commedia non

sarebbe stata a lieto fine. Quelle dispettose nobildonne si mettevan

allegramente di puntiglio nel provocare la gelosia della cantatrice,

sicchè facevano ad Arrigo più moìne che mai. Donna Claudia, superba e

sfacciata, non se ne dava per inteso. Con quell’aria di gran dama che

non aveva mai perduta nelle più scapigliate avventure, civettava con

Arrigo sotto i lampeggianti occhi della Ruskaia e pareva divertirsi

mezzo mondo a veder l’impaccio del perplesso amante. Gli aveva detto un

giorno:

— Mi piacerebbe invitarvi da me, in villa; ma forse la vostra piccola

amica non ve lo permetterebbe...

E rise, con il suo riso pieno d’insolenza.

Poi, un altro giorno:

— Vado in città una volta la settimana, il giovedì, col treno delle

undici...

Arrigo finse di non comprendere. Gli parve che anche agli uomini fosse

talvolta mestieri difendere la propria onestà.

Ma quando la Ruskaia ebbe cantato, nel giorno della recita, la scena

fu coperta di fiori. Per farle una cesta, il barone Silvestro aveva

mietute le più belle aiuole del suo giardino. E la pagaron d’applausi

per quanto l’avevano fatta soffrire.

Dopo d’allora nessuno li vide più. Eran tornati a vivere nascosti nella

villa odorosa di gelsomini.

L’autunno intanto cominciò a buttare i suoi tappeti gialli su le

inclinate praterie della montagna; ricamò di assiderati brividi

le calme acque, all’avvicinarsi della sera. Le aperte magnolie si

sfasciarono, caddero dai rami alti, nel fogliame lucido. Le rose delle

spalliere si sfogliarono fiore per fiore su la bianca ondata, e si

dispersero via, per il lago, tra le foglie secche, ad una ad una.

E gli amanti ritornarono in città. La Ruskaia fu scritturata per la

nuova stagione; Arrigo riprese a poco a poco una maggiore libertà.

Ormai gli pareva che la sua casa fosse troppo modesta, sicchè prese

un altro appartamento di gran lunga più lussuoso e si fece servire

da un domestico in livrea. Occorreva un certo apparato per ricevere

Donna Claudia e tutte l’altre che verrebbero in séguito. Gli usurai

cominciavano con fargli credito, vedendolo vivere in mezzo a gente

danarosa, e quando alle scadenze non provvedevano le carte, era

Tatiana che pagava le cambiali. Ma non più con la serena incoscienza

delle prime volte. Ora si rabbuiava, piangeva discretamente miseria,

e v’erano già state alcune discussioni aspre, sopra tutto per le spese

dell’appartamento che a lei parvero eccessive. Allora egli la fece da

millantatore, s’offese, giurò che l’avrebbe ripagata, e con avanzo,

d’ogni denaro avuto, poi, per qualche giorno, scomparve. Ma Tatiana lo

tornò a cercare, sebbene fosse stata un momento in dubbio se profittare

di quell’occasione per accogliere l’offerte allettevoli del barone

Silvestro, che aveva, di fronte alle donne, due supreme virtù: la

pazienza e il denaro.

Tatiana certo non era interessata; ma spendeva per i suoi abiti

non meno di cinquantamila lire all’anno; adorava i gioielli e se ne

stancava presto, il lusso, lo spreco erano per lei più necessari che

il pane. Da un anno in qua i suoi guadagni si erano ridotti quasi a

nulla, poichè le paghe d’un teatro italiano, per i suoi bisogni, erano

ben povera cosa; da Parigi il suo banchiere, ad ogni richiesta di

denaro, le mandava lettere quasi paterne, avvertendola che il suo conto

corrente scemava con una rapidità spaventosa. E insomma, se l’amore

può, nei proverbi, contentarsi d’una capanna, la parola d’un banchiere

previdente riesce non di rado a sconvolgere tutto un ordine d’idee.

Quel barone Silvestro, dalla barba crespa, era infatti un po’ ridicolo,

con la sua grande aria da re dei burattini, — ma che appoggio serio

per una piccola donnina, sola nel mondo, con i suoi capricci e con le

sue guardarobe favolose!... Infine la Ruskaia rifletteva su ciò, molto

seriamente, benchè non sapesse risolversi ancora.

Una mattina Arrigo stava dormendo, quando il domestico lo venne a

svegliare, portandogli un biglietto da visita ch’egli squadrò con

occhi assonnati. Nello stesso tempo s’intesero due nocche battere

familiarmente all’uscio.

— Sono io, — disse dal di fuori una voce, che gli parve di riconoscere

per quella di Beppe Cianella.

— Oh, venga pure avanti!

Con urbanità si scusarono a vicenda, il primo d’essere venuto, l’altro

di riceverlo stando in letto.

Arrigo notò che per la prima volta il Cianella gli dava del tu.

— Sono venuto per due motivi: uno...

— Ma si segga!

— Dimmi siéditi; è più semplice. E siccome devi aver sonno, cercherò di

spiegarmi in fretta.

Arrigo aveva già compreso: la visita mattiniera, il tono, quella

familiarità... poi se l’aspettava da un pezzo.

— Comincerò dunque dalla cosa peggiore. Vengo a seccarti per un

prestito. Se puoi, mille grazie; se no, poco male.

Arrigo accese una sigaretta.

— È questione di cifre, — disse con un sorriso amabile.

— Cinquemila, — precisò il Cianella, che amava di andar per le spicce.

E si mise a contemplare la fisionomia del suo recente amico.

Arrigo meditò qualche attimo.

— Ci posso arrivare forse, ma con un po’ di fatica, — disse. — Al

momento non le ho, ma prima del pranzo spero di fartele avere.

— Grazie, — rispose l’altro con semplicità, come se le avesse già

intascate. Poi si credette in obbligo di qualche spiegazione.

— Ho presa una batosta la notte scorsa. Quel diavolo di Sacco Berni ci

ha messi tutti sul lastrico. Sapessi che smazzate, mio caro! È tornato

dalla campagna con una fortuna più spaventosa che mai. Invece io, da un

mese in qua, non faccio che perdere. Pazienza! Intanto ti ringrazio.

Sono venuto da te, sapendo che hai buon cuore e che sei un uomo

discreto. Ma non son venuto solo per stoccarti...

Fece una pausa ed assunse un’aria di protezione:

— Totò Rigoli mi ha parlato della tua presentazione al Circolo;

mi ha domandato se accetterei di firmare la tua scheda insieme con

lui... sopra tutto in questo momento che ho la carica di segretario

temporaneo. Totò Rígoli ti vuol bene. Ed io, naturalmente, ho

accettato. Firmerò oggi stesso la domanda e mi metterò a fare una

campagna in tuo favore. Sai, qualchevolta, per ricevere un nuovo socio,

sollevano mille difficoltà... Nel caso tuo ci sarà da combattere,

perchè hai suscitato molte invidie... A proposito come sta la Ruskaia?

La Ruskaia stava benissimo, e pagò lei, naturalmente, le cinquemila

lire che occorrevano a Beppe Cianella perchè questi accettasse di

presentare al Circolo l’amico dell’amico Totò.

E l’urna, talvolta ingiustamente crudele, fu propizia a quest’uomo

che aveva il coraggio di credere nella fortuna. Ebbe una votazione

assai contrastata, ma per un piccolo eccedere di palle bianche gli

si apersero le porte di quel Circolo nobiliare che per molti anni era

stato il privilegio di una casta veramente appartata. Le barriere più

alte cadevano davanti al passo dell’avventuriero; sopra il suo nome

si era combattuta una di quelle piccole battaglie mondane che decidono

l’avvenire d’un uomo.

Che importava a lui se dietro le sue spalle alcuno mormorasse, alcuno

gridasse pure al sopruso? Li avrebbe fatti tacere, li avrebbe vinti, o

con la persuasione o con l’arroganza, perchè poteva ormai dividere gli

utili dagli inutili e gli amici dai nemici.

Allora fece un bel bucato di tutta la sua roba sporca, e guardando con

fiducia nel limpido avvenire disse per la prima volta a sè medesimo:

— Si arriverà!

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 15 / 37 题