Erano divenuti amanti.
A lui, dopo trascorsa la prima ebbrezza, questo fatto non diede
alcun turbamento esagerato, perchè nutriva di sè medesimo un naturale
orgoglio e si sentiva pronto a ben maggiori destini. Ma ella si era
invaghita e persa di lui con un ardente amore; si sentì quasi divenire
una cosa piccola e fragile nelle sue mani forti; le piacque anzi d’aver
trovato questo bel dominatore nella sua libera vita. Che le importava
chi egli fosse? cosa egli fosse? di saperlo ricco o povero? di avere
forse raccolta qualche beffarda voce sul conto suo? Ella era una dolce
slava, malata d’una ipocondria sensuale, con una vita che tutta le si
radiava dal grembo desideroso, cosicchè le pareva talvolta di sentirsi
morire sotto le carezze di quell’amante. Non poteva essere una donna
per tutti; le bisognava amare, con tanta più veemenza quanto più
questo amore fosse inutile, amare con ubbriachezza, con perdizione,
con esaurimento, senza che mai tuttavia la sua passione giungesse a
lacerarle il velo trasparente dell’anima od a turbare quella chiara
fontana ch’era in lei, con l’ondata nè col fango delle passioni
tormentose.
Ella era frivola, e pur aveva talvolta le attitudini selvagge d’una
amante vera; le piaceva essere blandita, carezzata, addormentata, e pur
talvolta le nasceva su la bocca un bacio così violento, che sorpassava
la voluttà; era capace di levarsi una mattina, piena di riso, e
mettersi a cantare tra i vapori del suo bagno profumato, ma dieci
minuti più tardi, nella tepidezza lasciva dell’accappatoio, strisciare
sui piccoli sandali a rifugiarsi contro di lui, stringergli le braccia
al collo, baciarlo e mettersi a piangere.... Diceva di volergli essere
una mamma, una sorella, un’amica, cioè tutte le cose più pure che sian
nel cuore femminile, ma in verità non era che un’amante gaudiosa, una
tormentatrice raffinata, una donna che metteva ne’ suoi baci struggenti
qualche sapore di perversione, qualche stilla di crudeltà.
Quelli che facevano la corte serrata intorno alla Ruskaia, li videro
inaspettatamente un giorno andarsene a lato per la città, uscire
insieme dal teatro d’opera ed apparire qualche volta nei ristoranti,
qualchevolta mostrarsi nei teatri di prosa.
Ne fu mosso grande rumore. Chi era costui? da che parte era sbucato?
come si chiamava? che faceva? in che modo era giunto ad innamorar la
Ruskaia? Innamorarla per davvero, a quanto pareva! Taluno si ricordò
d’essere stato a scuola con lui; talaltro fece più accurate indagini e
comunicò il suo nome: Arrigo del Ferrante. Del Ferrante?... Quel nome
l’avevano già udito. Uno finalmente si risovvenne: — Ma sì! è proprio
quello che s’è fatto sorprendere dal Farra con Miris la Tunisina!
E per mille strade la voce ne corse un po’ dappertutto. Poi si
aggiunsero altri particolari. Taluno si rammentava d’averlo veduto,
anni addietro, mal vestito, in compagnia di gente equivoca; taluno
d’essersi imbattuto con lui nelle bische, d’averlo veduto giocare
alle Corse od incontrato nei caffè notturni con donne di malaffare.
Poi aveva mutato spoglie; ultimamente veniva spesso a pranzare nei
ristoranti centrali e spesso lo vedevano in teatro, sempre solo,
corretto, elegantissimo.
Viveva tempo addietro in Firenze una brigata di galantuomini,
che facevano professione di sapere il conto loro in ogni cosa, e
specialmente nel giocare e nello spender bene il lor denaro, e d’essere
il fiore della reale ed onorata scapigliatura. Avevan un capo, detto
l’Abate, da cui erano castigati quando fallavano o nel giocare o nello
spendere; si radunavano in casa di lui, dove si giocava, più per spasso
che per vizio, si facevano merende, cene, e varie allegrie.
A costoro era dato il nome gaio di Mammagnúccoli, così come narra nelle
sue Note uno storico di bello stile.
Or la brigata che a buon diritto, nei tempi mutati e mutata città,
poteva fregiarsi di tal nome onorato, poichè le stesse cose faceva e
con lo stesso brio, fu grandemente sdegnata che la più ambita donna
dell’anno fosse a lei ritolta per opera d’un tale che non era del suo
numero. Dal marchese di Sant’Urbino, cui spettava per nobiltà, per
censo e per effeminatezze d’esserne l’Abate, a don Carletto Santorre,
damerino compiuto, fino a Totò Rigoli, buontempone di bello spirito e
giullare della compagnia, i commenti furono senza fine.
Quando la novella fu per tutto risaputa, e la Ruskaia ricomparve la
prima sera in iscena, bisognò che facesse veri prodigi di maestrìa per
non trovarsi di fronte a qualche ostilità, così vivo era il fermento
che correva nei palchettoni sparsi per tutto il teatro. Tanto più che
verso il mezzo dello spettacolo, in una poltrona di terza fila, per
l’appunto era comparso il bel rapitore, quel personaggio misterioso,
che li aveva così tranquillamente gabbati.
Ma non sapevano quanto, in cuor suo, quel giovine agognasse a
divenir dei loro e quale desiderio lo struggesse di appartenere alla
medesima lor vita, forse per ambizione più che per tendenza; e sedere
fraternamente nei palchi ove, dal principio alla fine dell’opera, essi
non tralasciavano di fare un chiasso importuno, e aver adito a visitare
le signore ch’essi visitavano, poi andarsene, con loro insieme, ai
Circoli, alle partite protratte fin oltre il lume dell’alba, od alle
cene galanti ove Beppe Cianella e Massimo Ravizzoli s’ubbriacavan tutte
le sere, sciorinando le più laide sconcezze che si fosser udite mai da
favella umana.
Mentre la Ruskaia cantava, in quei palchi si discorreva di Arrigo.
— E un bel giovine però! — disse Totò Rigoli, un uomo che della sua
piccola statura s’era fatta un’arma temibile per molestare altrui. E
forse lo disse con l’intenzione di dar noia a Paolo del Bassano, che
oltremodo si vanagloriava della sua bellezza d’andrógine, e stava con
un gomito poggiato sul davanzale del palco, lisciandosi la piccola
barba rada e biondiccia che invano voleva essere un ornamento virile
nel suo viso dolciastro come rosolio e miele.
Egli puntò il canocchiale affettatamente verso la poltrona ove sedeva
Arrigo, poi si lasciò cadere dalle labbra un: «Peuh!...» semisdegnoso,
che fece ridere alcuni.
— Mi sembra volgare, — disse, con quella sua voce di falsetto, cui
mancava l’erre. Ma le proteste furon numerose, perchè tutto gli si
poteva negare, tranne che avesse una sua limpida e maschia bellezza.
L’Abate dei Mammagnúccoli, quel marchese di Sant’Urbino che pur
si coltivava con molte leggiadre usanze, fu più generoso del suo
confratello barbuto, ed ammise che la sua prestanza fisica gli dava
diritto al favore di qualsiasi bella donna.
— So di alcuni che per questa faccenda rischieranno di fare una
malattia! — disse Giorgino Prémoli, il malevolo, guardando Lanzo
Malatesta, che passava per essere fortunato con le donne, poi Carletto
Santorre, che s’era invaghito della Ruskaia ed aveva giurato di farla
sua per primo, poi Camillo Torretta, che aveva sperato egli pure di
sedurla, non coi vezzi dello spirito nè con le banconote allettevoli,
poichè d’entrambe le cose era scarso, ma col non avere sopra di sè cosa
alcuna che non portasse la genuina marca inglese; poich’egli stesso
andava più volte nell’anno a Londra, sacrificando altri lussi, per
essere il vero arbitro, in Italia, della moda londinese.
— Ma non disperate! — continuò Giorgino Prémoli, aggiustandosi
l’occhialetto che gli acuiva l’espressione sarcastica della fisionomia.
— Tutto viene a suo tempo: il bel Ferrante, se non m’inganno,
dev’essere uno spiantato.
— Come lo sai? — fecero alcuni.
— Me lo ha detto Sacco Berni, ch’era suo compagno di scuola. Lo ricorda
come un giovine di famiglia molto umile; figlio d’impiegati o forse di
bottegai suburbani.
Questi Berni eran due fratelli, dediti al gioco, alla crapula, al
libertinaggio, con una tempra di ferro; si chiamavano l’uno Gian
Giacomo, detto Bacco, per una certa sua rassomiglianza col giovial
nume del vino, l’altro Gian Pietro, detto Sacco, perchè aveva nella sua
persona tozza e greve qualcosa di simile veramente ad un sacco ripieno.
Specialmente in fatto di gioco, molte ambigue voci correvano sul conto
loro; ma eran ammessi ed anzi ricercati per il loro spirito giocondo
sebben grossolano, e per quell’instancabile brio che mettevan nello
scialacquare la vita. Bacco e Sacco eran di tutte le cene, di tutte le
scorrerìe notturne, di tutte le imprese più gaie; nei carnovali e nelle
quaresime non riposavano mai.
Entrò in quel mentre il conte Raffaele Giuliani, giovine di
casato nobilissimo, che godeva tra quei gentiluomini d’una certa
considerazione, per esser scevro di quasi tutti i loro vizi e liberale
insieme, sicchè mai non rimandava insoddisfatti gli innumerevoli
stoccatori. Molte madri della buona società gli tenevan gli occhi
addosso per le lor figlie da marito, ed egli, senza deludere alcuna
speranza, era frattanto un donnaiolo accanitissimo, ma di cuor talmente
svenevole che ad ogni piè sospinto cadeva in perduti amori. Così era
stato per la Ruskaia, naturalmente. Gli eran però falliti l’un dopo
l’altro i mezzi che a lui procacciavano con facilità estrema tutte
le donne del teatro e della galanteria, sicchè la notizia doveva
segnatamente colpirlo. E non gli furon lesinate allusioni e maldicenze.
Una malvagità innata spesso ci muove a schernire in altri il nostro
medesimo tormento: per questo si cominciò nel palco a magnificare ed
esaltare la passione della cantatrice per Arrigo del Ferrante, citando
copia d’imaginosi particolari e deridendo un poco il Giuliani con
quella garbata insolenza ch’è la più temibile arma degli amici.
— Vorrei conoscerlo questo bel tipo! — prese a dire Totò Rígoli. —
Non dev’essere in fin dei conti un uomo comune, e per dire la verità
confesso che mi è simpatico.
— Sono del tuo parere, — ammise il Prémoli. — Tanto più che, per
giungere alla Ruskaia, bisognerà d’ora innanzi fare la corte a lui.
Dico ciò per quelli che se ne interessano... Quanto a me, grazie a Dio,
me ne infischio!
Aveva benaltro a pensare, lui! Pieno di debiti fino al collo, senza
parenti dai quali ereditare, con un magro impiego in una Compagnia
d’Assicurazioni, con una vecchia amante sul dosso che gli aveva già
partoriti due bastardi, era ben naturale che il suo cuore fosse un poco
inasprito ed egli cercasse di mordere, se poteva, quelli che stavano
meglio di lui.
— Cosa ne dici, Rafa? — domandò Lanzo Malatesta al Giuliani, che si era
seduto in un angolo del palco, taciturno.
— Dico, — egli rispose, con una specie di sconsolata rassegnazione, —
che quando s’è troppi a circuire una donna, questa cade per forza nelle
braccia d’un estraneo. Peccato! peccato!... La Ruskaia mi avrebbe fatto
commettere qualsiasi pazzia.
— Non sarebbe cosa del tutto nuova per te! — rispose urbanamente Lanzo
Malatesta.
Era questi un bel giovine, smilzo, di capelli biondi, con gli occhi
vivacissimi, la bocca espressiva, una guancia divisa obliquamente da
una profonda cicatrice. Attaccabrighe molesto, buono schermitore,
facile duellatore, era più temuto che amato, sebbene la troppa
vitalità del suo spirito fosse più colpevole che non il cuor malvagio
di questi ardori eccessivi. Senz’altro amore che il pericolo nella
sua vita irruenta, cavalcava per gli ippodromi, si cimentava ne’
circuiti, gareggiava con il remo e con la vela, disistimando quelli che
spendevano il tempo in più tranquille fatiche. Donne, gioco ed altri
spassi non eran che intermezzi d’ozio nella sua vita coraggiosa.
Ma non soltanto in quella brigata si discorreva di Arrigo e della sua
buona ventura.
Nei palchetti ove sbocciavano come fiori opulenti le scollature
incipriate, adorne di limpidi gioielli tra la pigrizia dei ventagli
odorosi, fatti per bisbigliarvi dietro una parola furtiva, per
soffocare un riso inverecondo, per nascondere uno sbadiglio, di questo,
insieme con altre frivolezze si parlava. E poichè gli amori delle
cantatrici interessano le signore almeno tanto quanto l’arte loro,
don Carletto Santorre, don Antonino Vernazza, il marchese Minardi
ed altri gentiluomini, erano andati in giro di visita in visita a
comunicare quest’ultima notizia della cronaca teatrale con la educata
circospezione ch’è di rigore nella buona società. Si videro molte
belle bocche sorriderne, compiaciute che ci fosse una donna di meno
irreprensibile nell’opinione altrui, e furon mandati frizzi e leggiadre
ambasciate a quelli che notoriamente eran rimasti in asso, mentre una
certa onda di curiosità si sollevava intorno alla persona d’Arrigo
e insistenti canocchiali si piegavano, tutta sera, dai davanzali dei
palchi a riconoscere l’avventuroso.
Da quella volta in poi, quand’egli entrava in teatro, taluna diceva
a tal’altra sottovoce: «Ecco il bel Ferrante!» Ed avendolo consacrato
con questo appellativo, molte, nel guardarlo, pensavano in cuor loro
ch’egli era veramente un giovine di piacevole aspetto.
Intanto nel camerino della Ruskaia, che non cessava d’essere assediato,
Arrigo potè conoscere alcuni di quella beata signoria ingombratrice di
palcoscenici, alcuni di que’ signori, che scivolando fuor dai palchi
di famiglia vengon tra le quinte a combinarvi una cena e son poi tutti
insieme i benemeriti e spesso gli arbitri del teatro lirico italiano,
come protettori del corpo di ballo.
Egli non fu geloso; non domandò alla Ruskaia di allontanare quegli
importuni, che or forse pensavano di potergliela portar via da
un giorno all’altro, e frattanto lo colmavano di garbatezze. Rafa
Giuliani, Lanzo Malatesta, il marchese di Sant’Urbino, capitavano
qualchevolta, verso le cinque, in casa della Ruskaia per domandarle
una tazza di tè. Venivan pure il principe d’Albi, vecchio mecenate del
teatro lirico, il conte Aimone dell’Ussero, membro della Commissione
teatrale e forsennato amatore di piccole ballerine, il direttore del
teatro, il direttore d’orchestra, moltissimi altri ancora, e Totò
Rígoli fra questi, non per corteggiare la cantante, ma per ficcare il
naso nelle cose altrui.
Arrigo faceva discretamente gli onori di casa, destreggiandosi nella
sua difficile condizione con una abilità singolare. Lo trovaron
simpatico e modesto, poichè sapeva solleticare la vanità di ognuno
senza mai cadere nell’adulazione. Il principe d’Albi lo prese a
benvolere dopo che l’ebbe udito suonare il violino, ed una sera,
nel ridotto, si fece vedere in pubblico a discorrere con lui. Questo
principe d’Albi, come decano della nobiltà, esercitava su lo stesso
patriziato una specie di supremazia; il fatto ch’egli avesse rivolta la
parola in pubblico ad Arrigo, escludeva per sempre qualsiasi obbiezione
che altri potesser muovere a suo danno. Il marchese di Sant’Urbino, or
Abate dei Mammagnúccoli, ma che in passato si ricordava d’aver avuto
qualche debolezza per gli uomini belli, sentì forse rinascere, davanti
alla sua virile bellezza, certa lontana oscura memoria; e similmente lo
prese a benvolere.
Il direttore del teatro, il direttore d’orchestra entrarono a lor
volta in una certa dimestichezza con Arrigo, avendo essi l’abitudine di
tollerare, insieme con le artiste, tutte le lor parentele e clientele
per importune che siano. Totò Rígoli, il quale, per istinto di beffa,
sin dal principio si era schierato per il del Ferrante contro i suoi
detrattori, durò nel primo impulso, ed un poco altresì per quella
smania di proteggere o di combattere ch’egli aveva nella sua piccola
persona, prese a trattar familiarmente Arrigo e fu pronto a spezzare
qualche lancia in suo favore.
Così, avvalendosi con accortezza di tutte queste cose insieme,
calcolando le proprie mosse con la prudenza di chi muove le pedine
sopra uno scacchiere, Arrigo potè finalmente rompere il cerchio di
ferro che lo divideva da quella gioventù dorata, ricca d’ogni facile
dono che possa concedere la vita.
Il suo sogno non era stato troppo superbo. Gli si aprivano le porte
vietate, cominciava intorno al suo nome il chiasso delle indiscrezioni
mondane. Dalla bottega umile, nascosta nella lontananza della strada
suburbana, egli entrava nel cuore della sua città, con una bella donna
al fianco e molte nascoste invidie che intorno gli serpeggiavano,
curiose del suo mistero. La fortuna pertinace delle carte gli offriva
largamente, facilmente il denaro; un respiro più largo e più giocondo
riempiva il suo petto capace.
Ora, dall’uno all’altro, le conoscenze s’eran fatte innumerevoli.
Cominciarono con accettarlo nelle cricche oziose che si formano su gli
angoli delle bottiglierie, ove di donne si parla, di cavalli, di gioco,
e s’intesson le frivole maldicenze dirette a smascherare i segreti
altrui.
Totò Rígoli una sera l’invitò a pranzo; Carletto Santorre gli disse
un’altra sera: — Perchè non venite mai nel nostro palco?
Egli v’andò qualche volta, però con discrezione, riuscendo a piacere.
Spesso, dopo teatro, conduceva la Ruskaia a cenare in un ristorante
famoso, che da immemorabile tempo riuniva nel suo piccolo cerchio i più
dissimili esemplari delle classi e della vita cittadina.
Era questo un cenacolo d’arte, un focolare di guerriglie politiche,
un tempio di ciarlataneria, dove tra cene scapigliate infuriavano
pettegolezzi mondani. Era nel medesimo tempo una casa di giuoco
indisturbata, inevitabile; un ritrovo era d’aristocratici dopo il
ballo e di istrioni dopo lo spettacolo; rifugio di nottambuli nelle
tarde ore e di pedine infreddolite, campo neutro dove l’usuraio
costeggiava il duca indebitato e la cortigiana sfacciata spauriva co’
suoi pennacchi, con le sue risate, la piccola borghese domenicale;
dove il commediografo si bisticciava col suo critico, l’impresario
col suo pubblico, dove il gesuita giocava a carte con l’ebreo e l’uomo
d’ingegno si lasciava beffare dai buoni a nulla o dai perditempo.
Sovente, presso il Mammagnúccolo impettito nell’intonaco della sua
camicia, sedeva un chiomato pittorello, dalla cravatta floscia, che
ingoiando a lenti sorsi un mezzo cálice di verde acquavite, andava
schizzando profili sul marmo del tavolino, mentre i divi di tutte
le arti, di tutti i mestieri, di tutte le ciurmerìe, tenevan corte
bandita con gli avversarii e co’ seguaci. Bellimbusti e belli spiriti
si facevan critici o banditori delle cronache cittadine; giornalisti
scribacchiavano articoli frettolosi; medici ed avvocati venivano
in cerca di clientele; giocatori combinavan partite, donnaiuoli
adocchiavan prede. Tutto il rigurgito dei teatri, delle sale,
dei focolari, delle biblioteche, delle redazioni, dei circoli, vi
sboccava transitoriamente come in un’anticamera della più nascosta
vita notturna, e tra il fumo, le risate, i romori delle mense, nella
impunità promiscua della mezzanotte, tutti vivevano qualche ora di
concordia e di sollievo dopo l’ansie numerose della giornata.
Un buon sopraccuoco ed un’ottima cantina avevan dato fama in origine a
questo ristorante; poi la moda se n’era mischiata, e qualche partita
disastrosa, qualche ubbriacatura forsennata, qualche alterco fra
gentiluomini l’avevan accreditato in modo stabile nel favore dei
gaudenti. Sebbene fosse un luogo pubblico, fra tutti i frequentatori
correva una specie di familiarità, quasichè si trattasse d’un circolo
a porte spalancate, ove l’adito era per tutti ma l’ammissione per
pochi. Varie cricche vi si formavano, vivendo a lato senza darsi noia,
ma disprezzandosi a vicenda. E ciascuna teneva un settore, un nucleo
di tavolini, stretta intorno ad un suo capo che le dava lustro e la
guidava nelle idee.
Presso il marchese di Sant’Urbino, signore delle cene, inventore
d’usanze, consacratore di Mammagnúccoli, un vecchio e scapigliato Don
Giovanni del quarantotto, saldo ancora nella sua carcassa incrollabile,
ancor lampeggiante negli occhi cigliosi, capitanava un’adunanza di
antichi gentiluomini, avversatori di cose nuove, abbottonati nelle
marsine vetuste, che, insieme, del buon tempo trascorso e della bella
gioventù discorrevano, quando, nella cinta delle vecchie mura, più
stretta e più gioconda era la città che dominarono e più gentili
costumi vi reggevano, così a dir loro, quando impazzavano per le strade
i carnovali memorandi e con meno denaro si facea più vita, più calore
avevano le donne e più rigoglio nei robusti fianchi.
Ivi era una tavolata di teutoni rubicondi, che alternavan la pallida
birra con il Barbera spumante; nemici, nel cuore, della città che
sfruttavano, impadronendosi de’ suoi rigogliosi commerci con una lenta
ma sicura supremazia. Ivi era un bizzarro convegno di giovinetti,
contraddistinti solo dal diverso abito che portavano, ricco semenziere
dal quale sarebber usciti i Mammagnúccoli del domani.
E più oltre, intorno alla tavola delle Tre Marie, — ch’eran tre sorelle
galanti, le quali avevano in tanto volger d’anni battesimato o assolto
quasi tutti gli imberbi o i decrepiti peccatori della città, tre
sorelle d’una magrezza disperatissima, dal viso adunco, imparuccate
oltre il verisimile, con certe mani grifagne che un tal pittore imitò
per i suoi scheletri della Morte, — cinque o sei noiati sbarazzini
vomitavan sconcezze nel gergo più triviale dei lupanari plebei, e
nutricando lentamente la fame delle bocche sciupate pensavano alla
notte dolorosa, in cui avrebber voluto esser uomini.
Più oltre una contessa di casato autentico, in compagnia d’una serva
impennacchiata, sorbiva lentamente il veleno dei piccoli calici,
e scesa dal letto al barlume dei lampioni elettrici s’apprestava
a menare una vita quasi onesta e certamente signorile per gli
stambugi malfamati, accompagnandosi alla cricca dei nottambuli che la
dilettavan di celie bizzarre, sè stessi talora dilettando con le facili
compiacenze della pulzella soccorevole.
Qua un principe germanico, esiliatosi per un impari amore, volgeva
intorno la stanchezza sorridente dell’occhio cerulo, non più memore
del fasto imperiale nè dei grevi reggimenti che marciano impaurendo
l’Europa, malcontento forse d’aver chiusa la sua grande sorte in un
piccolo cuore. Vicino a lui, bella ed altera come una sovrana, la
sua compagna reggeva la corte dei gentiluomini d’onore, e la piccola
curiosità provinciale si sbizzariva in commenti svariati, indiscreta ma
pur genuflessa, con quell’istinto invincibile della plebe, che sempre
accorre come una docile mandria per le strade ove passano i re.
Quivi erano musicisti e cantori; colà drammaturghi ed istrioni;
drammaturghi sopra tutto, chè questo malanno è assai diffuso al giorno
d’oggi, nè ormai può trovarsi alcuna persona rispettabile che non
abbia scritto commedie, che non abbia per una volta sentito in cuor
suo il fuoco echìleo del sollevare le platee. Drammaturghi fischiati
una sol volta o fischiati assai più, che per quell’unica sera campale
tutta la vita rimarrebber uomini di penna e di pensiero; e più oltre,
insieme, in un bel disordine, altri commediografi ancora ed altri
commediai, poeti e verseggiatori che vanno alla burchia, romanzieri
e imbrattatori di pagine, autori pregevoli e filosofi da dozzina,
pensatori di certo ingegno ed uomini di lettere cui meglio sarebbe
convenuto per natura il trincetto e lo spago del ciabattino: tutto un
piccolo mondo d’intelligenza e d’abbrutimento, di modestie rare e di
insane alterigie; un piccolo mondo d’uomini rampicanti, che si erano
degnamente o vanamente affaticati per quell’erta scabra la quale ha su
l’ápice il sole tormentoso della gloria.
V’erano giunti alcuni, ed uscivano da quella folla per starsene soli,
per riparlare delle antiche battaglie con gli emuli antichi.
Ed uno v’era, dalla bella fronte, dal profilo faunesco, dalla bocca
ruvida e sarcastica, il quale aveva dato un teatro nervoso alla
fiacchezza della scena italiana; un altro, pieno d’irrequietezza nella
stretta persona, pieno di brio nel volto segaligno, che ammulinava
senza tregua parole come il vento le foglie cadute, ed aveva
satireggiato lungo tempo in un teatro mondano prima di scoprire in sè
la vena drammatica.
Un altro, dalla testa ieratica, gli occhi lucidi nelle occhiaie
profonde, con qualcosa di adunco e pur di dolce in tutta la sua
persona secca e stracca, il quale aveva tormentato in più modi il suo
sogno d’arte, aborrendo il mestiere, correndo intorno alla propria
anima visionaria, lanciando nel suo buio qualche bellissimo raggio,
per poterla illuminare tutta, e sentendo con un cuore morto i più
vivi palpiti della vita. E v’era, lì accanto, per lo più, un uomo
silenzioso, dal volto arcigno e scontento, che aveva la bocca ormai
contratta e suggellata in un sorriso pieno d’indelébile scherno e che,
per sola conciliazione con la vita nemicissima, aveva conservato un
appetito prodigioso e taciturno. Uomo d’altri tempi, bella tempra di
combattitore, lucida mente d’osservatore, s’era divertito a sciuparsi,
a manomettersi con una voluttà crudele. Poneva lo stesso ingegno
nel compiere un’opera insigne o nel far cosa di nessun pregio; tutto
aveva sofferto nella vita, le cose più logoranti per la tempra umana:
l’amore, l’ambizione, il disprezzo, il tormento dell’arte, la lussuria,
e fors’anche la fame.
Un altro, dal viso delicato, che rimaneva giovine e quasi monacale nel
volgere degli anni, poeta di rime cesellate, intorneatore di versi un
poco artifiziosi, che pareva un essere pressochè incapace di sopportare
la brutalissima vita moderna, ed avrebbe forse voluto vivere in quella
remota età ove una bella rima s’incoronava con rami d’alloro. Un
altro, che aveva portato seco dalla calma laguna la freschezza d’uno
spirito goldoniano, e vinceva rapidamente la sua battaglia in più
tenzoni dissimili. Poi v’erano i nomadi, quelli che di tempo in tempo
giungevano d’altre città, a mescersi per qualche sera nei cenacoli
d’arte; venuti a spalleggiare un dramma, a proporre una pubblicazione,
a recitare un poema. E v’erano, ma più spesso in disparte, i giovini
corteggiatori del grande idolo dalla tromba d’oro, che gareggiavano
di versatili bizzarrìe, stretti intorno ad un poeta conquistatore di
stelle, che tutti li soverchiava col suo burrascoso ingegno e tutto
osava per infuturarsi con una bella temerità.
V’era un soppraggiunto romanziere, dalla pallida e bella faccia di
efebo, che si lisciava i lucenti capelli con un gesto discontinuo della
mano imbrillantata, ascoltando il parlar grasso del bolognese venuto in
fama di scrittor libertino con un libro d’elogio al lupanare e molte
istorie di carne venduta. Talvolta era insieme con loro un pallido
fiorentino, che aveva nella sua faccia mansueta una volontà incisiva
e già s’era provato in più giostre onorevoli, deciso a conquistarsi la
vita con un disperato eroismo; mordace, attento, vivo, secco, sicuro,
raggruppava in sè le sue forze feline per dare il balzo che lo avrebbe
svincolato dalla folla.
E più altri che invano contendevano per lo stesso miraggio, discepoli
d’arti vicine, che avrebbero tenacemente squassato nel buio perpetuo
la lor fiaccola vacillante, e però si dilettavano d’accanirsi con una
furia bizzarra contro i più lontani ed i più alti, ai quali la gloria
aveva già fasciata la fronte con i suoi veli meravigliosi.
Ma v’erano, tra queste voci discordi, talune voci pacate, ferme, che
molto rare discorrevano per difendere o per ferire, con la medesima
giustizia serena. Uomini solitari, cui dilettava lo spettacolo di
quella sala clamorosa, e venivano a cogliervi qualche significante
attitudine umana od a temperarvi in silenzio acutissimi strali.
Fra tutti costoro, lentamente, Arrigo del Ferrante fu accolto. Annodò
di sera in sera le più svariate conoscenze, sicchè in capo di qualche
tempo si trovò ad essere un familiare del luogo, ben accetto alle
diverse compagnie, per quel fascino singolare ch’egli sapeva diffondere
intorno a sè. Gli artisti lo accolsero in grazia di quel suo fine gusto
musicale che gli faceva dire cose profonde con una piacevole modestia,
ed anche perch’egli aveva il dono innato dell’adulazione non servile,
di quell’adulazione che si lascia credere, che accarezza, che piace. I
buontemponi lo vollero compagno nelle cene per il suo gaio spirito e la
sua facile dimestichezza; i donnaioli lo corteggiarono per la sua bella
donna; i giocatori lo tolleraron nelle partite perchè nessuno trovava
il pretesto nè il coraggio di metterlo al bando.
Poi l’abitudine fece il resto, e nessuno pensò più ch’egli fosse un
intruso.
Tutto questo gli apriva il cammino per andar oltre. Di lì, alle
soglie dei circoli mal vietati, alle sale dei palazzi mal vigilati, il
tragitto non era più che una distanza breve. Bisognava unicamente che
la fortuna delle carte o la versatilità de’ suoi ripieghi bastassero a
tenerlo in bílico durante quest’ultima battaglia decisiva.
Le cose andaron bene e male; ma egli vi rimediò sempre con infiniti
strattagemmi. Tutto gli servì a trovar denaro nei giorni di bisogno, e
poichè sapeva di camminare in equilibrio lungo l’orlo d’un precipizio,
lottò con l’unghie, coi denti, senza riposo e senza mercede. Spolpò
il padre, la madre, divorò i piccoli risparmi delle sorelle, si fece
prestare persino l’economie della domestica di casa, firmò cambiali
agli amici del padre, che, sapendo l’occhialaio abbastanza danaroso,
fingevano di credere alle sue fiabe e gli davan chi tanto, chi poco.
Riuscì perfino a riconciliarsi col terribile Riotti e manovrò in guisa
da potersi creare un piccolo debito con lui.
Il farmacista, allettato dalle più vicine promesse di matrimonio, si
turbò al racconto immaginoso che Arrigo gli fece del proprio onore
compromesso, di quel nome che Arrigo gli dava, chiamandolo suo secondo
padre, finchè, raschiandosi molto la gola per nascondere una stupida
commozione, il buon farmacista finì col cedere e slegò i cordoni della
borsa.
Ma tutto questo non bastava. Le spese della sua vita crescevano a
dismisura. Con molti buoni pretesti aveva lasciato comprendere ai
genitori che non gli era più possibile vivere in quel sobborgo fuor
di mano, e s’era preso per sè solo un bel quartierino verso il centro
della città. Lo aveva arredato con mobili presi a credito, ma scelti
con eleganza, quasi con lusso. Egli desiderava che fosse impossibile a’
suoi nuovi amici ritrovar la strada tortuosa per la quale era giunto
sino a loro, e voleva che per nulla al mondo potessero mai venire a
conoscenza della sua stirpe bottegaia.
In quel momento le carte gli volser male, e fu la miseria nera,
assoluta, irreparabile, che gli si mise alle calcagna. Ma il suo
carattere tuttavia restava in apparenza gaio e speranzoso. Con
pochi franchi in tasca, lo si vedeva, elegantissimo nell’abito nero,
girar per i teatri a fianco della Ruskaia sfavillante di gioielli,
scarrozzare per la città, pranzare nei ristoranti più costosi. Aveva
il gesto del gran signore anche nel pagare l’ultimo soldo, e nessuno,
tanto meno la sua dolce Tatiana, doveva sapere quanto costassero a
lui di fatica e di scaltrezza quelle poche decine di lire ch’ella gli
faceva spendere, per esempio a cena, in capricciose ghiottonerie.
Aveva debiti piccoli e grandi per ogni cantuccio; la sua spavalda
presenza e la sua parola convincente pagavan nel frattempo le più avare
impazienze. Di notte in notte poteva capitargli di tornarsene a casa
con le tasche rigonfie d’oro, lo spirito allegro; ma bisognava intanto
subire le settimane avverse, lottando con eroismo e senza mettersi al
repentaglio di non poter pagare una perdita al gioco, il che lo avrebbe
per sempre perduto e bandito.
Sapeva che in fondo una salvezza c’era per lui: quella di chiedere
all’amante. Ell’avrebbe dato, senz’alcuna obbiezione, forse con gioia.
Nella sua frivola incoscienza femminea ella non sospettava nemmeno le
battaglie del suo Rigo: lo sapeva poco ricco, ma ormai, nel vederlo
spendere da gran signore, se n’era quasi dimenticata. La donna sovente
non ha il dono di contare il denaro che si sperpera intorno a lei.
Qualche volta, vedendolo un po’ buio, pensava che fosse stanco
d’amarla; s’attorcigliava a lui, gelosa e piagnucolosa, voleva qualche
giuramento, un bacio, un lungo bacio, e tutto passava. Ma s’egli avesse
chiesto, certo ell’avrebbe dato, e Arrigo lo sapeva. Egli però esitava,
già da lungo tempo, non per scrupolo forse, ma per quella diffidenza
innata che gli suggeriva di non mai darsi materialmente in balía
d’una donna. Un buon senso naturale gli faceva riflettere che il cuore
d’un’amante è mutevole, come la sua secretezza malcerta.
Oggi, innamorata, dà, e la cosa le par semplice; ma domani, stanca o
abbandonata, si ricorda, nella invincibile avarizia del suo sesso,
di aver pagato, e inutilmente, sicchè se ne duole. Chiacchiera, e,
magari per vendicarsi, con due parole avventate perde un uomo. Si sa:
da un amante la donna passa all’altro, sopra tutto quando crede di
appartenere per tutta la vita ad uno solo; e la coltre del letto è
cattiva guardiana di secreti.
D’altra parte si mormorava già che la Ruskaia gli desse aiuto. Ma erano
dicerìe timide, campate in aria, che non potevan nuocergli gran che.
In mancanza di prove concrete, molti consideravano sopra tutto come
l’affabilissimo Arrigo avesse in ogni caso due spalle ben quadrate,
una cert’aria da allegro bastonatore, cosicchè il mormorare che si
faceva di lui rimaneva lontano e sommesso, in quella specie d’atmosfera
intermedia che sorpassa già la maldicenza comune ma non è ancora la
gogna pubblica, dalla quale non c’è più salvezza.
E però il bisogno incalzava; da tutte le parti egli era stretto in un
cerchio di ferro; aveva esauriti gli altri espedienti; non gli rimaneva
che tentare quest’ultimo, qualunque ne fosse il rischio, poichè un
grande amore si ferma talvolta davanti ad una piccola spesa, ed egli
non si faceva illusioni. Inoltre c’era in lui quasi un vestigio di
rettitudine o di fierezza, che gl’impediva quest’azione triviale. Dire
alla sua Tatiana, alla sua piccola amante capricciosa e voluttuosa,
questa parola orribile: «Dammi!» vedere il denaro monetato passar
da quella morbida mano bianca nella sua propria forte e rapace, non
poterla più guardare negli occhi con quell’imperio assoluto che gli
dava una così bella fierezza di sè, doverle confessare le sue notti
angosciose, le sue corse affannose per i vicoli oscuri della città in
cerca dell’usuraio da convincere o dell’amico dal quale estorcere le
poche lire che avrebbe spese la sera in una bottiglia di Sciampagna,
e sentirsi addosso quelle due pupille chiare, ferme, attente, con uno
sguardo quasi di compassione... tutto questo gli repugnava, per quanto
fosse in lui disperata la volontà di vincere la sua battaglia.
Ma la cosa nacque da sè, necessariamente, nel modo più semplice. Non
poteva ella tollerare quelle grandi ombre che si addensavano talvolta
negli occhi luminosi dell’amante, nè quel segno amaro che gli vedeva
sovente su l’orlo della bocca, nè quel sapore d’angoscia che tante
volte si sprigionava da’ suoi baci violenti. Era una dolce amante,
curiosa di tutte le piccole vibrazioni dell’anima nascosta, gelosa di
ogni secreto, paurosa di poter perdere in un giorno solo, per una cosa
minima, tutta la voluttà di quell’amore; e gli diceva qualchevolta,
fasciandolo con le braccia molli, dandogli su la bocca il suo più caldo
respiro:
— Che hai? che hai? Perchè non vuoi dirmi di cosa ti tormenti?
Egli nulla confessò da principio; tacque, la racconsolò. Ma poi,
una volta, si lasciò sfuggire qualche mezza parola, fra istintiva e
calcolata, che gli veniva dal cervello e dal cuore insieme, una di
quelle parole ambigue che nell’amore fanno tanto male....
E crollò il capo come per cacciarne una torma di pensieri bui, come
per ribellarsi contro quel principio di confessione che gli era
venuta su le labbra. Un’altra volta, parlando dell’avvenire, disse
che dell’avvenire nulla sapeva, nulla poteva ormai sapere, ed anzi
non osava guardare più in là del domani, spingere il proprio desiderio
oltre l’oblìo delle loro voluttuose carezze... Ed accennò vagamente al
giorno in cui gli sarebbe stato necessario sparire, andarsene chissà
dove, in cerca di chissà mai qual fortuna, solo e perduto, con questo
suo terribile amore, che gli avrebbe devastata l’anima sino all’ultimo
giorno della vita... Nel pensiero di tutto questo, che in fondo poteva
essere la realtà, qualche lacrima gli luccicava nell’occhio fermo,
qualche battito forte rompeva il suo cuore violento, perchè, nonostante
la sua freddezza, era un po’ malato in verità di quella sua bella
amante dalla boccuccia sempre semichiusa, dalle manine di bambola, che
aveva in sè stessa la morbidezza delle sue stoffe di seta, l’odore del
profumo che portava, la musica della sua propria voce.
E tutto questo finì con una scena violenta, nel mezzo della quale,
fattosi mettere alle strette, egli giunse a confessarle, scapigliato e
convulso, con un rantolo nella voce:
— Ebbene, se lo vuoi sapere, ecco... Non ho più denaro, affogo nei
debiti, sono in piena rotta con la mia famiglia... devo lasciarti, devo
andarmene, devo non vederti più, non baciarti più... partire! Capisci
che significa «partire»? E lo avrei già fatto... ma non posso! Avrei
taciuto ancora, come taccio da tanto tempo, ma tu hai preteso darmi
anche questa umiliazione... ecco, ed ora lo sai!
Per una settimana ella offerse, egli rifiutò. Poi si miser di mezzo una
cambiale che scadeva, una partita disastrosa, una lunga notte d’amore,
e da quel tempo, nei giorni critici, la Ruskaia provvide alla vita di
Arrigo, lasciandolo dilapidar nel suo con la più bella tranquillità.
Ciò divenne anzi per entrambi la cosa più naturale del mondo.