parlare per timore di provocare il temporale.
Il capo della famiglia cercava infondere coraggio agli altri; egli
si provava a sgridare le donne ed i bambini: ma in fondo era più
impressionato di tutti. I suoi movimenti nervosi tradivano l’interna
inquietudine, da cui pareva dominato.
I tuoni si facevano sempre più forti, e brontolavano sempre, come
impazienti, ringhiosi. Il temporale si avvicinava. I lampi fendevano di
tanto in tanto le nubi che si addensavano sul villaggio, e mettevano
in mostra le punte aguzze della Crocetta, del Fraìle e di Tumeusoza,
le quali apparivano improvvisamente sul nero fondo del cielo, tinti dal
colore del sangue.
E la vecchia fremeva, rosariando, accoccolata sulla cenere. Si faceva
piccina piccina — quasi sperando di sottrarsi all’ira celeste, col
raggomitolarsi.
L’uomo dalla barba nera e dai capelli lunghi continuava a sfregare le
canne del suo fucile con uno straccio intinto d’olio, e chiudeva gli
occhi quando i lampi listavano di fuoco le fessure della porta e delle
due finestre. La moglie con voce tremante rassicurava i bambini, i
quali avevano cacciato la testa sotto le coltri ed i guanciali.
Il vento che ululava al di fuori pareva il gemito di un sofferente che
chiedesse ospitalità per la notte. La fiammella della lucerna ad olio
serpeggiava, mossa dall’aria che penetrava dalle fessure delle imposte;
e tutti la fissavano; temendo che si spegnesse.
All’urlo del vento si frammischiava quello del tuono, che muggiva con
maggior insistenza.
— Santa Barbara! — ripeteva la vecchia, scuotendo le pallottoline del
suo rosario.
— Volete finirla, nonna? — aveva esclamato l’uomo dalla barba nera,
impazientito. — I vostri guaiti non fanno che maggiormente spaventare
mia moglie e i bambini. Lasciate che gli elementi urlino. Avete forse
paura del tuono?
— Del tuono? — ripetè la vecchia; e lasciò uscire dalle labbra un
gemito lungo. Voleva ancora parlare, ma le tremavano le mascelle come a
persona colta dai brividi della terzana. Ella piantò i suoi occhi negli
occhi dell’uomo barbuto, continuò a fissarlo, senza aprir bocca.
— Ebbene?... e che volete dirmi, adesso? Avete forse sonno?
La vecchia, senza rispondere alla domanda del genero mormorò tutta
tremante con un filo di voce:
— Non è il tuono!
— Sarà il vento.
— Non è il vento!
— Allora sarà il cane che ulula.
— Non è il cane, non è il vento, non è il tuono!
Alla strana esclamazione la moglie ed il marito fissarono la vecchia
con curiosa sorpresa; e quest’ultimo, ristando dal lavoro esclamò
impazientito.
— E che cosa è dunque?
— Tendete l’orecchio e ascoltate — ripetè la vecchia raggomitolandosi,
e tirandosi i due lembi della gonnella sul petto, come per
nascondervisi.
Tutti tesero l’orecchio e stettero attenti.
L’urlo prolungato, lamentoso, si fece udire più distinto.
— È il vento che soffia fra le punte di Tumeusoza e del Fraìle — disse
l’uomo alzando le spalle e rimettendosi al lavoro.
— V’ingannate tutti! — esclamò allora la vecchia, con forza e a bassa
voce — è il gran tamburo!!
— Il Gran tamburo?! ripetè l’uomo vivamente, non potendo celare un
movimento di soddisfazione. — Ne siete proprio sicura?
— Sì: è l’avviso misterioso che parte dai graniti maledetti. Non è il
vento che fischia sul monte Crocetta — è lo spirito delle tenebre che
vorrebbe abbattere lassù la croce di ferro!
Tutti tacquero. Benchè sapessero che la vecchia era molto
superstiziosa, pure le sue parole, in quell’ora, con quella tempesta,
produssero su loro uno strano effetto.
— Pregate — proseguì la vecchia — pregate, perchè l’ira celeste pesa
sul nostro villaggio; pregate per l’anima di un disgraziato colpito da
morte violenta. Noi siamo piccoli, ma la misericordia di Dio è grande;
i giusti sono pochi, ma i nostri peccati sono molti!
L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, ma sentivasi in preda
ad un’inquietitudine che non riusciva a dominare. Camminava da un capo
all’altro della stanza, e gettava frequenti occhiate alla porta come se
aspettasse o temesse qualcuno.
I tuoni si facevano sempre più spessi — la vecchia pregava a voce alta.
— Pare che il temporale stia per iscoppiare.
La vecchia prese la parola, interrompendo un’_Ave Maria_:
— Il temporale è scoppiato. Non sentite le misteriose parole che volano
per l’aria? Ascoltate o peccatori.
Si fece nuovamente silenzio.
Non si udiva nulla, al difuori di quel brontolìo cupo lontano,
continuato.
— Ebbene? è il tuono! — disse la donna ch’era a letto.
Non è tuono — continuò solennemente la vecchia. — Sono le parole del
diavolo: — _Aggius meu, Aggius meu, e candu sarà la dì chi ti zz’aggiu
a pultà in buleu?_
Nessuno rispose alla vecchia, la quale riprese la recita dell’_Ave
Maria_, dal punto ove l’aveva interrotta.
Dopo un breve silenzio, la moglie dell’uomo barbuto esclamò, quasi
parlando a sè stessa:
— Dove sarà Francesco? Voglia Iddio che il temporale non l’abbia colto
in cammino!
— Via le paure! — rispose l’uomo dalla barba nera. — Francesco non è
più un bambino: egli si sarà fermato allo stazzo. A tredici anni si ha
abbastanza giudizio per non mettersi in viaggio con simile tempo!
Mezz’ora dopo, il temporale irrompeva. L’acqua cadeva a scrosci sul
tetto della casa; e il forte scoppio d’un tuono atterrì le due donne e
i bambini i quali mandarono acute grida.
Allo stesso tempo fu picchiato replicatamente alla porta.
L’uomo dalla barba nera, impallidì.
— Non aprire, non aprire! — gridò la moglie spaventata, ponendosi a
sedere sul letto, e stendendo le braccia verso il marito.
— Misericordia di noi! — urlò la vecchia.
Si tornò a picchiare con più forza e con più insistenza.
— Aprite! aprite! — gridò una voce al di fuori.
— È Francesco! — esclamarono tutti in coro; e l’uomo andò a togliere la
spranga, dall’uscio, e fece entrare Francesco, e rinchiuse prestamente
la porta.
Un giovinetto sui tredici anni entrò nella stanza tutto smarrito,
bagnato dalla pioggia e dal sudore. Egli ansava, poichè era venuto di
corsa.
— Perchè metterti in viaggio con questo tempo?
Il fanciullo aveva il respiro affannoso, e non potè subito rispondere
al fratello maggiore.
— Ebbene?
— Il temporale mi colse in cammino, a un ora e mezza da Aggius —
rispose Francesco dopo alcuni minuti.
— E perchè non affrettare il passo per rifugiarti nello stazzo?
Il fanciullo non rispondeva.
— Tu mi sembri agitato. Che hai?
— Ho veduto... il diavolo!
— Il diavolo!? — esclamarono in coro le donne e l’uomo dalla barba
nera; e la vecchia cacciò un urlo, celando la faccia tra le mani.
— Chi ti ha messo in testa simili corbellerie? — gli domandò il
fratello.
— No, vi dico — era proprio lui — il diavolo in carne ed ossa!
— Raccontaci un po’....
— Taci, taci! — gridò la vecchia.
— Finitela, nonna! pare che questa sia la notte del diavolo!
E il fanciullo, tutto tremante, raccontò l’accaduto nel modo seguente:
« — Io m’incamminavo verso lo stazzo di Bonaita quando, oltrepassato
appena il rio Turrali, sentii delle pedate dietro di me; mi volsi, e
vidi un uomo lungo lungo, col cappuccio sul viso e col fucile sotto
il braccio. Mi parve che egli venisse dalle falde del monte della
Crocetta. Allora affrettai il passo per isfuggirlo, ma egli raddoppiò
il suo, come se volesse raggiungermi. Spaventato della solitudine in
cui mi trovavo, mi diedi a correre; ma quell’uomo mi gridò per due
volte;
« — Fermati!
«Mi sentii tremare le ginocchia; la paura mi aveva inchiodato lì, nè
potei muovermi. L’uomo non tardò a raggiungermi.
«Io abbassai gli occhi, nè osai guardarlo in faccia.
« — Dove vai? mi domandò.
« — Vado allo stazzo — risposi.
« — Sei aggese?
« — Sì.
« — Ebbene; torna in Aggius. Dirai al paese che il Diavolo ha portato
via il corpo e l’anima di uno scellerato.
«Ciò detto quell’uomo scomparve.
— Non l’hai tu ravvisato? — domandò l’uomo dalla barba nera al
fanciullo.
— Era chiuso nel suo cappotto; ma mentre parlava, un lampo rischiarò
quel volto; e mi parve vedere sotto al cappuccio due occhi accesi, e
due corna nere, piccole lucenti.
L’uomo dalla barba nera riflettè alquanto; poi disse al fanciullo,
pacatamente.
— Sei tutto bagnato; spogliati subito, va a letto, e dormi. E bada
di non raccontare ad alcuno simili fole! Potresti tirarti addosso il
ridicolo.
La vecchia tremava anch’essa come una foglia e non cessava mai dal
mormorare.
— Il gran tamburo ha parlato! Pregate o peccatori, perchè l’ira celeste
pesa sul nostro villaggio. Noi siamo piccoli, la misericordia di Dio è
grande!
L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, e andò a posare in un
angolo della stanza il fucile ch’egli aveva pulito.
. . . . . . .
Due ore dopo in quella casa regnava un silenzio profondo. La famiglia
era a letto, e riposava tranquillamente.
Gli elementi si erano finalmente placati — forse perchè giustizia era
fatta!
III.
Pietro Vasa
Fin dalle prime ore del mattino del 19 febbraio 1859 si notava un
insolito movimento nella città di Tempio. Era un farsi alla soglia
delle porte, un affacciarsi alle finestre, un formar capannelli per le
vie, un interrogarsi a vicenda, e domandar particolari.
Una notizia, con la rapidità del lampo, si era sparsa da un capo
all’altra della città: e tutta la popolazione, impressionata e curiosa,
si era riversata, per la via Runzatu, verso la strada che da Tempio
conduce ad Aggius.
— Hanno ferito ed arrestato Pietro Vasa — si ripeteva da tutti con
accento che rivelava ad un tempo compassione, dispiacere, e curiosità.
— E sarà poi vero?
— Alcuni aggesi, venuti stamane a spron battuto, ne hanno sparsa la
notizia.
— E dove fu preso?
— In Nuragheddu, verso il mare.
— E non fece resistenza?
— Dicesi sia stato sorpreso nel suo stazzo, in mezzo ai figli ed alla
moglie.
— Ciò si capisce. Gli aquilotti si colgono più facilmente nei loro
nidi! Fu arrestato colà?
— No. Il Vasa era riuscito a fuggire dallo stazzo, ch’era circondato
dai carabinieri; ma, rifugiatosi in un chiuso, verso Nuragheddu, ivi, —
dicesi — fosse appiattato colui che l’ha colpito.
— Pietro Vasa lasciarsi cogliere così! È impossibile! Sotto c’è del
torbido.
— Qualcuno, certo, avrà guidato i carabinieri.
Questione di vendetta.
— E i carabinieri, al solito si saranno vantati del bel colpo!...
— Il qual colpo — si capisce — non verrà loro contrastato dal vero
feritore...
— Cosa vecchia!
Questi apprezzamenti si pronunciavano quà e là nei crocchi che si erano
formati per le vie. Da tutti, però, non si udiva mormorare che una sola
parola:
— _Lu colciu!_[26]
E, per vero, l’arresto di Pietro Vasa aveva prodotto una dolorosa
impressione nell’animo dei tempiesi. Egli non era ritenuto come un
assassino volgare, ma bensì come un traviato dalla fatalità degli
eventi. Tanto l’Antonio Mamia quanto il Pietro Vasa, erano due uomini
rispettabili, d’ingegno non comune, di sentimenti generosi, e di un
criterio ammirabile; essi però si erano lasciati trascinare da un
eccesso di malintesa suscettibilità, alla quale non vollero, o non
seppero opporre resistenza. I loro errori, più che a individuale
debolezza, debbonsi ascrivere alla natura di quell’alpestre regione;
dove il sole scalda, più che altrove, il sangue gagliardo che scorre
nelle vene dei galluresi.
— Eccolo, eccolo! — fu gridato da tutti; e la folla compatta irruppe
come un’onda scrosciante intorno al gruppo di armati che circondava
l’arrestato.
In mezzo ai sei carabinieri veniva condotto il bandito. Era stato
trascinato, a piedi, da Nuragheddu ad Aggius, e da Aggius a Tempio. Lo
seguiva una folla chiassosa, irrequieta, pazza.
Era proprio lui — Pietro Vasa; principio e fine, causa ed effetto:
l’uomo che aveva aperto e chiuso il libro d’una storia orrenda,
suggellandone col proprio sangue la prima e l’ultima pagina!
Pietro Vasa era stato assicurato con una corda a più giri che gli
serrava strettamente le braccia al corpo. Il suo cappotto, lacero e
infangato, ben rivela la disperata resistenza ch’egli aveva opposto,
quando, ferito, si era dibattuto fra i suoi assalitori.
Quà e là sugli abiti, sopra il petto, sulla barba, e specialmente sul
fazzoletto che gli avvolgeva il collo, vedevasi il sangue aggrumato,
che usciva ancora dalla larga ferita che aveva alla gola.
Quell’uomo faceva orrore e compassione. Egli volgeva gli occhi
all’intorno, fissandoli ferocemente sulla folla immensa che lo
attorniava, e che a stento veniva trattenuta dai carabinieri.
Tutte le finestre e le porte della via Runzatu erano gremite di
teste umane. Gli abitanti di Tempio erano accorsi frettolosi a vedere
quell’uomo — non tanto il forte bandito della Gallura, quanto la causa
prima della sanguinosa inimicizia ch’era durata oltre sette anni, e che
aveva immolato più di settanta vittime.
Eppure, quell’uomo insanguinato, pallido, lacero, legato come una
belva ai polsi ed alle braccia, strappò molte lagrime di compassione
in quella memoranda giornata! Senonchè Pietro Vasa non aveva l’aria
accasciata di chi sente paura perchè vede appressarsi il momento
dell’espiazione. Più che la ferita mortale che egli aveva alla gola, lo
pungeva e lo straziava la nervosità curiosa della gente che lo seguiva.
Con gli occhi fissi, pareva volesse dire agli astanti:
— Tremila contro uno? vigliaccheria! Provate a sciogliermi le mani e a
darmi un fucile, ed io sarò capace di sfidarvi tutti!
Il sangue colava sempre. E faceva dolorosa impressione vedere il Vasa
in quello stato, con le occhiaie livide, con le labbra violacee e la
barba insanguinata. Pietro era stanco e molto abbattuto per il cammino
fatto, per il sangue perduto e per la lotta impegnata dal suo corpo e
dal suo spirito. La sua faccia era cadaverica, le sue membra fiacche,
peste. I soli occhi conservavano un terribile lampo di alterigia, di
sprezzo, di sfida. Un giorno egli aveva detto: «vivo non mi prenderanno
mai» — e l’aver mancato alla sua parola era la più grande delle sue
umiliazioni. Anzichè vedersi fra i carabinieri, avrebbe preferito
presentare il petto ad un nemico: la sua morte sarebbe stata meno
infamante! E col sogghigno che gli stava sul labbro pareva dire alla
folla, che non era caduto per la bravura dell’_arma reale_ ma bensì per
il tradimento d’un nemico.
La ferita del Vasa era gravissima, e poteva apportare funeste
conseguenze. Una palla gli aveva traforato la gola parte a parte, senza
però intaccargli la trachea — caso unico, più che raro. E fu constatato
che quella palla non era uscita da un moschetto di carabiniere.
Pietro era rientrato in Tempio per la via Runzatu — per quella via
che si soleva far percorrere ai malfattori, quando venivano tratti
sul luogo del supplizio. E il lugubre pensiero si era in quel giorno
affacciato alla mente del celebre bandito.
Sempre seguito dalla folla tumultuante e curiosa, Pietro Vasa fu
accompagnato fino al carcere vecchio, dove venne rinchiuso.[27]
Lasciato solo nelle tenebre, Pietro stette in piedi alcuni minuti,
volgendo gli occhi in giro per esaminare la sua prigione... ma non ci
vedeva. Con le nari dilatate fiutò l’aria mefitica di quell’ambiente
angusto, umido, tenebroso, e la comparò all’aria pura e profumata
dell’aperta campagna, che per tanti anni aveva respirato. L’infelice
presentì che la porta del suo carcere si era chiusa per sempre dietro
di lui.
Solo, inquieto, ringhioso, Pietro aspettò per ventisette giorni il
giudizio degli uomini; ma prima di questo lo colse il giudizio di Dio.
In quel carcere, il 18 marzo 1859, spirò l’anima il celebre capo d’una
fazione che aveva seminato la strage ed il lutto nei territori della
Gallura.
Nelle ultime ore della sua malattia, presentendo la vicina morte,
egli ebbe due gioie: quella di non dover ripassare per la via Runzatu
seguito dal carnefice — e quella che nessuno lo avrebbe veduto
penzolare da un patibolo con la faccia rivolta al suo paese natale.[28]
Pietro Vasa era sceso nella tomba, quattro anni dopo il suo avversario
Antonio Mamia. I due capi, — il giovine ed il vecchio, il padre e il
fidanzato — si erano forse ritrovati alla presenza di Dio.
Le due ombre sdegnose erano andate a raggiungere le loro vittime e i
loro cari perduti. Ignoro se in Cielo abbiano fatto le paci; posso però
assicurare che in terra le loro partite vennero saldate.
Mariangiola — la innocente e prima causa degli odi dei Vasa e Mamia —
sopravvisse alla catastrofe — e vive tuttora, sposa ad un uomo ch’ella
adora, e dal quale è adorata.
*
La vidi la prima volta nel luglio del passato anno 1883. Visitando
una sera la chiesa parrocchiale di Aggius, notai vicino alla porta
d’ingresso una vecchia accoccolata sul pavimento. Aveva le braccia
tese con abbandono sul grembo, il rosario fra le mani e gli occhi
rivolti all’altare, dove un prete dava la benedizione. Essa pregava
con fervore; di sotto al bruno fazzoletto le uscivano alcune ciocche
di capelli grigi: ma nei lineamenti del volto e nella grazia di tutta
la persona si notarono ancora la vestigia d’una bellezza non del tutto
distrutta dal tempo.
La fisonomia e l’atteggiamento di quella donna mi colpirono talmente,
ch’io chiesi di lei; e allora mi venne narrata la storia che ho
presentato ai lettori in questo libro.
La vecchia fissava con occhio spento l’altare maggiore — e recitava il
rosario.
Povera Mariangiola! Quanti pensieri dolorosi dovevano affollarsi
nella sua mente! Forse sulle spire d’incenso che uscivano dal turibolo
per salire al Cielo, ella vedeva ad una ad una sfilare le ombre dei
settanta morti che avevano attinto gli odi feroci ad un suo sorriso!
— E l’ultima vittima trascinata nel vortice della vendetta era stato
lui... Pietro — l’uomo che aveva mancato alla promessa d’amore, e
che aveva tradito l’_abbraccio_. E lo vedeva sempre là, con la gola
squarciata, tutto pallido e insanguinato! — e forse per lui solo erano
le preghiere ch’ella mandava all’Eterno, perocchè la donna non niega
mai il suo perdono all’uomo che ha amato — anche quando ella sa che ha
ricambiato il suo amore con perfidia ed ingratitudine!
Ed anche la Gavina — la figliuola di Anton Stefano — sopravvisse agli
odi delle due fazioni e vive tuttora a Bortigiadas, felice accanto al
suo adorato Giuseppe e ai cari figli. Ma, in seno alla sua felicità,
avrà ella dimenticato il muto, il maledetto dagli uomini, colui
che come un feroce fantasma si era rizzato minaccioso in mezzo alle
fazioni, strumento degli uomini e del destino?
Potenza della bellezza e dell’amore, supremi cardini della creazione!
La natura si è rivelata in tutta la sua vigorìa nella campagna
gallurese; ha estrinsecato la sua forza nei massi incrollabili di
granito, nelle quercie secolari e nella robustezza degli uomini. Ha
voluto però dare alle donne un’avvenenza, una grazia e un fascino tali
da poter col lampo ardente delle pupille, fulminare i più forti figli
della Gallura! E furono appunto due deboli e belle creature quelle che
suscitarono l’acerba guerra che per sette anni sparse il terrore ed
il lutto di quelle pittoresche regioni che sono la parte più eletta
dell’isola nostra.
Ma l’ira che tutto distrusse e seminò la morte, rispettò la bellezza;
quella bellezza che fu creata per apportare la vita.
Mariangiola e Gavina sopravvissero all’eccidio che fulminò la Gallura
ed entrambe andarono spose ad un uomo che non era il primo amato.
Pietro pagò il fio delle sue colpe terminando i suoi giorni nell’orrore
di un carcere. Bastiano invece...
Che ne fu del povero muto?
IV.
Mistero
Il muto era scomparso nell’ombra — al di là del monte nero.
Nessuno di lui seppe più nulla; nè vi ha alcuno in Gallura che sappia
darvi ragguagli sulla fine di quel disgraziato. Eppure il suo nome si
ripete sempre con orrore, come quello di un vampiro assetato di sangue
umano. I maggiori delitti a lui si ascrivono — ma nessuno saprebbe
dirvi a punto fisso il nome delle vittime da lui colpite.
Bastiano Tansu veniva chiamato il _Terribile_, ed era sordo-muto.
Sordo, non doveva udire la calunnia — muto, non poteva rispondere alle
accuse — _terribile_, non lasciava alcun dubbio sulla sua efferatezza!
Chi aveva colpito il muto? Dove, quando, come, perchè lo si era fatto
sparire? Mistero.
Quando la notizia della sua sparizione cominciò a circolare per gli
stazzi, non vi fu alcuno che si prendesse la briga d’indagare la verità
dell’asserto: non un parente che sorgesse a vendicarlo; non un amico
che corresse a domandarne il cadavere alle foreste di Cucurenza od alle
spelonche di Petra Màina!
E chi doveva occuparsi di lui? Sua madre era morta: Gavina si era
con altri fidanzata; gli amici lo avevano abbandonato — e i congiunti
ringraziavano il cielo per la sua sparizione.
Era stato forse tradito, venduto, assassinato?
Fin dal giorno ch’egli si annunciò al mondo col primo vagito, gli venne
negata la voce. Gli avvelenarono l’anima col fargli provare tutte le
torture dell’inferno — gli avvilirono il corpo negandogli la sepoltura
ed una croce — gli straziarono persino il nome, recandolo di bocca in
bocca, come quello d’un condannato all’infamia.
Sparì — nè di lui rimane più traccia.
Alla quarta pagina del registro dei NATI del 1827, esistenti negli
archivi della parrocchia di Tempio, è scritto: che il 29 del mese di
ottobre dell’anno suddetto, fu battezzato in quella chiesa Sebastiano
Addis Tansu, figlio legittimo e naturale di Andrea e di Agostina Razzu,
pastori d’Aggius.
Ma non vi ha libro in Gallura in cui sia registrata la sua morte!
Solamente alla pagina 76 del volume III del libro di morti d’Aggius
leggesi una memoria, dalla quale risulta; che nel giorno 28 di giugno
del 1858, i parenti di Bastiano il muto hanno fatto celebrare le sue
esequie, pregando pace all’anima sua. — E null’altro.
Cinque o sei mesi dopo la sparizione, si rinvenne vicino al rigagnolo
che solca il _Campu di lu tricu_, una fiaschetta di polvere legata
ad una catenella, che fu riconosciuta appartenente a Bastiano Tansu.
È l’unico oggetto che si ha di lui. Si fecero minute ricerche per
rinvenire il fucile — ma inutilmente. Esso forse — come il più fedele
degli amici — era sceso con lui nel sepolcro.
Molte e curiose versioni corrono sulla bocca dei galluresi a proposito
della separazione di Bastiano il muto.
Vi ha chi crede che gli stessi parenti, d’accordo coi nemici, abbiano
voluto disfarsi di lui per mettere tregua ai continui dissensi che egli
suscitava e di cui erano stanchi. — Altri asseriscono che la morte
di Bastiano ha troppo stretti rapporti col terribile dramma svoltosi
sulle alture di Petra Màina. Vi ha chi dice che Bastiano era figlio del
diavolo, e che il diavolo se l’abbia portato vivo all’inferno. — Altri
invece, vorrebbe, che Bastiano non sia morto, ma che siasi rifugiato
in qualche segreta spelonca della Gallura o della Corsica, dove vive
misteriosamente, facendo penitenza dei suoi peccati. Qualcuno, infine
è di parere che Bastiano non sia caduto vittima dell’odio altrui ma
che, stanco della vita, abbia cercato la morte in qualche inaccessibile
scogliera del litorale, o sul monte della Crocetta. Calatosi in uno
del profondi crepacci che circondano il gran tamburo, e inconsolabile
perchè nessuna donna lo aveva baciato, forse Bastiano chiese l’ultimo
bacio d’amore alla bocca infuocata del suo fucile.
Ad ogni modo — o assassinato, o suicida — non è improbabile che il muto
abbia cercato la morte perchè stanco della vita.
Chi lo sa? Quest’ultima versione — che in generale è la meno accettata
— potrebbe avere ancor essa un fondo storico. Certo è che ad una sola
donna in Gallura non è forse ignoto il giorno della sparizione del muto
— e questa donna è Gavina. E perchè il lettore porti il suo giudizio
sul curioso fatto riepilogherò brevemente l’accaduto nello stazzo
dell’Avru, dopo la morte di Anton Stefano.
*
Fin dal giorno in cui Anton Stefano cadeva vittima della ferocia
del muto, il buon umore e la tranquillità erano spariti dallo stazzo
dell’Avru. La morte del buon vecchio doveva per fermo apportare un
notevole cambiamento negli affari e nelle abitudini della famigliuola.
Dalla mattina alla sera le cose presero un diverso indirizzo. Alla
gioia ed al cicaleccio espansivo che regnavano nello stazzo, erano
sottentrati il dolore ed il silenzio — al riso schietto ed agli scherzi
innocenti erano succeduti i pianti e la malinconia.