sull’attività e sull’affetto di Giuseppe destinato a far parte della
famiglia; ed in questa lusinga raddoppiò di cure e di attenzioni verso
il volenteroso giovine, il quale si addossò l’incarico di sistemare gli
interessi della piccola azienda, cui le donne, per recente sciagura,
non erano in grado di pensare.
Non è a dire quale impressione avesse prodotto in Gavina la morte del
padre. Oltre il dolore per la perdita dell’autore de’ suoi giorni,
ella provava una viva inquietudine, ritenendo se stessa come unica
causa della catastrofe avvenuta nell’Avru. Non poteva soffocare la
voce misteriosa che l’accusava quasi di parricidio. Chi mai le avrebbe
detto che l’affetto nutrito per il muto doveva costarle la morte del
genitore?
Seduta sul limitare della porta, col capo chino, lavorando in silenzio,
Gavina bagnava di lagrime la stoffa che trapuntava. Ed era tanto bella
nel suo dolore! Le lunghe veglie ed il continuo pianto avevano resa
la sua carnagione più bianca e più trasparente; ma quel volto pallido
appariva assai più bello e gentile sotto il nero fazzoletto a frangie
che lo contornava. Con gli occhi bassi, e con le nerissime ciglia che
spiccavano sulle guancie color cera, Gavina pareva la madonnina dipinta
nella chiesetta di Petra Màina.
Giuseppe l’andava sempre divorando con gli occhi ed affrettava col
desiderio il giorno in cui doveva torla in moglie, per condursela a
Bortigiadas dov’erano tutti i beni e i suoi parenti. Più volte egli
aveva esternato il desiderio di celebrar le nozze dopo i sei mesi; ma
Gavina lo pregò di desistere da quell’idea, poichè le sarebbe sembrato
insultare la memoria del padre deponendo le vesti di lutto prima del
tempo stabilito dalla consuetudine. La vedova di Anton Stefano unì le
sue alle preghiere della figlia. Ella voleva ritardare il matrimonio
per due ragioni: la prima, perchè separarsi così presto dalla figliuola
le avrebbe fatto troppa impressione: la seconda, perchè Giuseppe,
dovendo stabilirsi con la sposa a Bortigiadas, non avrebbe potuto
aiutarla a sistemare gli affari dell’Avru.
Insistendo però Giuseppe nel suo proposito, si venne ad un accordo;
e le nozze furono stabilite per i primi di maggio, dopo dieci mesi di
lutto — con la condizione ben inteso, che gli sponsali, da celebrarsi a
Bortigiadas, si sarebbero fatti senza alcuna pompa.
Vi sono nella vita umana sentimenti che non si spiegano; essi hanno
misteriosi rapporti con cause intime, sulle quali ogni indagine
torna vana. Gavina si torturava l’anima per un fatto che trovava
inesplicabile. Ella sentiva che non provava per l’assassino di suo
padre tutto quell’odio, tutta quell’avversione che avrebbe ardentemente
desiderato — e se ne doleva come di un fatto dipendente dal suo volere.
Giunse a tanto la sua fissazione, che ella stabilì di rivolgersi a Dio,
perchè le destasse nel cuore il sentimento d’un odio implacabile per
l’assassino di suo padre. Ma Dio non esaudì la sua preghiera o, per
meglio dire, Gavina non ebbe mai il coraggio di unire quella grazia
alle altre che domandava a Dio nelle preghiere della sera!
*
Spuntò finalmente il giorno desiderato — il giorno in cui Giuseppe
doveva togliere Gavina dallo stazzo per condurla al nido di
Bortigiadas, dove avrebbero formato una famiglia.
Da due settimane Gavina aveva deposto il lutto; e la notizia
dell’imminente matrimonio si era sparsa per tutti gli stazzi
circonvicini.
Fin dalla vigilia del fausto giorno, una profonda mestizia si era
impossessata di Gavina. La cara fanciulla era inquieta, preoccupata.
Per quanto grande fosse in lei la gioia di unirsi al suo caro Giuseppe,
non poteva uguagliare il dolore che provava nel lasciare la casa
paterna.
Era quella l’ultima notte che passava nella sua stanzetta di fanciulla,
piena di care memorie. All’indomani ella doveva staccarsi dalla madre,
dalle sorelle, dai vecchi servi di casa; doveva lasciar l’Avru —
quello stazzo dov’era nata, dove bambina l’avevano accarezzata, dov’era
trascorsa la parte migliore della sua giovinezza.
Gavina non aveva potuto dormire, aveva bagnato di lagrime il guanciale,
e volgeva lo sguardo all’intorno, come per dare un ultimo addio a quel
nido verginale dove aveva tanto sognato.
L’alba, col suo fioco raggio venne a battere allo spiraglio della
bassa finestra che dava sul cortiletto. Gavina sentiva i passeri che
cinguettavano sul tetto, e le pecorelle che belavano nell’ovile.
La punse il desiderio di balzare dal letto prima dell’ora, perchè
voleva sorridere al giorno, voleva affacciarsi alla finestra per
salutare la campagna, lo stazzo, i cari monti, il mare lontano; voleva
bevere l’aria profumata di quei luoghi ch’erano stati la sua culla, il
suo mondo, il suo paradiso.
Balzò dal letto, si vestì in fretta, e quasi discinta corse alla
finestra.
Coll’animo trepidante e col cuore che parea volesse balzarle dal seno
spinse al di fuori i due battenti per lasciare passare un buffo d’aria
fresca ed un raggio di sole....
Ad un tratto impallidì; fece un passo indietro, e mandò un grido.
Stette alcuni minuti immobile, con gli occhi fissi col seno ansante,
senza poter articolar sillaba.
Sul davanzale della finestra, che sporgeva al di fuori, c’era una
piccola medaglia di rame attaccata ad un cordoncino di seta nera.
— Bastiano è morto!! — esclamò Gavina raccapricciando e afferrò con
mano convulsa quella medaglia, che era bagnata di rugiada.
La fanciulla stette alquanto pensosa, e quasi istintivamente, la recò
alle labbra mormorando:
— La mia medaglia! Non poteva qui metterla che _lui_ solo!
E la fanciulla terse con una mano le lagrime, che scorrendo per le
guancie le cadevano sul seno.
— Povero Bastiano! — ella mormorò scuotendo melanconicamente la testa.
— Ha trovato modo di farmi sapere che non ha più bisogno di vivere! Un
giorno me l’ha pur detto: «quando sarò stanco della vita mi strapperò
la tua medaglia dal petto, e sarò sicuro di morire!»
Ad un tratto Gavina si scosse atterrita; e, quasi avesse commesso
un delitto, corse al suo lettino, s’inginocchiò dinanzi all’ulivo
benedetto e levando gli occhi al cielo esclamò:
— Perdonami, o padre mio, se in questo momento io prego per l’infelice
che ti ha colpito! — Dio ce l’ha pur detto di perdonare i nostri
nemici!
*
La sera di quello stesso giorno Gavina abbandonava il nido verginale
dell’Avru per seguire lo sposo a Bortigiadas — e forse entrava nella
stanza nuziale nell’ora stessa che il sordo-muto scompariva al di là di
Cucurenza!
Resta solo a sapersi, se l’avviso del Gran tamburo lo abbia dato
il diavolo, o uno dei tre misteriosi incogniti che abbiamo veduto
alle falde del monte nero; oppure se Bastiano si sia tolto la vita
precipitandosi nei crepacci del monte Crocetta, o nelle scogliere
dell’Isola Rossa.
Chi lo sa? Mistero.
Il vecchio rettore d’Aggius — che assistette allo svolgimento dei
drammi d’Aggius e di Bortigiadas, e dal quale ho attinto molti
particolari della mia storia — chiuse l’orecchio ad ogni mia domanda
quando gli chiesi la fine del muto.
Il buon vecchio chinò sul petto la rugosa fronte, e mi disse
solennemente:
— La morte del muto sarà per tutti un mistero! Trattasi di un segreto
conosciuto da Dio in cielo, e da me in terra. Ma Dio non lo svelerà
agli uomini, perchè non fida nella loro giustizia: ed io lo porterò
nella tomba, perchè tale è il mio dovere!
Non disse altro.
E giacchè il segreto della confessione è inviolabile, domandate del
muto ai rulli misteriosi del Gran tamburo, quando sui graniti maledetti
piomba l’ira delle tempeste!
INDICE
Dedica Pag. 3
PARTE PRIMA
PRELUDIO
I. — Nell’ombra » 5
II. — Aggius » 8
III. — Il Monte della Crocetta » 11
IV. — L’infanzia del muto » 16
PARTE SECONDA
I VASA E I MAMIA
I. — Mariangiola » 21
II. — L’abbraccio » 25
III. — Mestizia nella festa » 29
IV. — Odio vince amore » 34
V. — Il battesimo del muto » 40
VI. — Una partita sleale » 44
VII. — La rivincita » 51
VIII. — La posta al cinghiale » 53
IX. — Le paci d’Aggius » 56
PARTE TERZA
GLI AMORI DEL BANDITO
I. — Un raggio nelle tenebre » 61
II. — Gli effetti d’una lusinga » 67
III. — Le piccole attenzioni » 71
IV. — All’ombra delle spine » 76
V. — I regali del muto » 82
VI. — Battaglie dello spirito » 87
VII. — Il cugino Giuseppe » 90
VIII. — La domanda di matrimonio » 97
IX. — Tra madre e figlia » 103
X. — Un giuramento » 107
XI. — Cuor di madre » 109
XII. — Si rompe ogni indugio » 112
XIII. — Vendetta » 118
PARTE QUARTA
FINALE
I. — Sulla china del monte » 125
II. — Il Gran Tamburo » 131
III. — Pietro Vasa » 138
IV. — Mistero » 143
NOTE:
[1] Appartengono pure alla Gallura, Terranova, Nuchis, Maddalena,
nonchè Monti e Berchidda, sebbene questi due ultimi siano passati
da parecchi anni alla giurisdizione del Tribunale di Sassari ed alla
Pretura di Oschiri.
[2] «Aggius mio, e quando verrà il giorno che ti porterò via in un
turbine?» (Vedi note di SPANO all’_Itinerario_ del Lamarmora.)
[3] Vedi Editti e pregoni emanati per il Regno di Sardegna sotto la
R. Casa di Savoia fino all’anno 1774, riuniti per comando di Vittorio
Amedeo III (Cagliari 1776).
[4] Lettera originale in data del 12 luglio, esistente nei R. Archivi
di Stato e da me consultata. In essa leggesi: «Contro i perfidi pastori
di Aggius perchè si usi il massimo rigore, senza remissione. Quella
sciagurata gente è ormai arrivata al colmo dell’iniquità. Esauriti
tutti i mezzi, rimane quello di ridurre in cenere quel villaggio,
dividendosi gli abitanti in tante diverse popolazioni fuori della
Gallura.»
Il Conte di Moriana morì a Sassari, e fu seppellito nella Cattedrale,
dove vedesi il suo monumento, fatto eseguire dal re Carlo Felice.
[5] La Mariangiola era tanto bella, che gli studenti aggesi la
chiamavano per antonomasia l’Elena Sarda.
[6] La similitudine in queste cerimonie, varia sempre; ora si raffigura
la sposa ad una cara e graziosa agnelletta: ora ad una melodiosa
capinera, ecc. ecc. Talvolta è il padre dello sposo che si reca nello
stazzo del padre della ragazza per cercare la pecorella smarrita. Il
messaggero fa il giro della stanza per esaminare ad una ad una le donne
che vi sono sedute, fa un grazioso complimento a tutte, ma dice: non è
questa; finchè si ferma dinanzi alla sposa dicendo: l’ho trovata!
«Il chiedere per isposa una fanciulla sotto il velame della parabola
— scrive il Bresciani — è tutto modo orientale. Nella Bibbia se ne
trovano molti esempi. La moglie di Urìa viene raffigurata dal profeta
Natan ad un’amorosa agnelletta perduta. — Sansone dà il nome di vitella
alla sua sposa, ecc. ecc.»
[7] Fra i poeti sardi estemporanei, i galluresi occupano per certo
il primo posto; non v’ha chi li eguagli nell’egloga, nell’elegia e
nella satira. Scrive il Bresciani: «In Gallura mi accadde di ascoltare
egloghe mirabilissime, e poetar quei pecorari e quei caprari come i
Menalca, i Melibei e i Titiri di Virgilio.»
[8] È questa un’espressione assai frequente in bocca dei Galluresi,
quando vogliono dire che non si recheranno dal loro nemico, se non
per accompagnarne la salma al camposanto; e ciò alludendo all’usanza
di tenere il berretto sotto l’ascella quando si fa parte di un corteo
funebre, o religioso.
[9] Si assicura, che difatti il Mamia avesse affidata la sua figliuola
a vari suoi congiunti, i quali insieme ad alcuni parenti del Vasa,
si portarono una mattina alla chiesa rurale di S. Pietro di Ruda
(luogo prestabilito) dove sarebbesi pur trovato Pietro Vasa e donde si
sarebbero tutti recati alla Trinità di Agultu per la celebrazione del
matrimonio. Senonchè, arrivata sul posto la comitiva, invano attese per
più ore l’arrivo di Pietro. E stavasi in pensiero, quando arrivò colà
Michele Tansu per avvertire quelle rispettabili persone che Pietro Vasa
si era assentato dal proprio stazzo fin dal giorno precedente, e che
era inutile aspettarlo. Si può immaginare il furore di Mamia quando dai
congiunti gli fu restituita la figliuola.
[10] Dicesi, che ottenuto il certificato di stato libero, il Vasa,
volendo maggiormente indispettire il Mamia, al affrettò a riconciliarsi
col Pileri, indennizzando questi dei pretesi danni. Tanto nel tuo cuore
era penetrato il puntiglio.
[11] Questo fatto mi venne riferito dallo stesso prete, allora rettore
della Trinità di Agultu.
[12] Fu detto che il Tansu, in compagnia d’un altro, avessero tentato
di sorprendere il vecchio, che stava seduto in un suo orticello,
coltivato a fave. Andata a vuoto la scarica da loro fatta, il vecchio
puntò il suo fucile verso i fuggenti, e uccise il Tansu. Onde più d’uno
disse, che il Tansu si avesse procurata la morte da sè stesso.
[13] La prefica improvvisatrice soleva essere d’ordinario la più
giovine; essa teneva le lodi dell’estinto, e talvolta eccitava i
parenti alla vendetta. Quest’usanza molto in voga nella prima metà del
secolo, andò man mano decadendo, ed oggi è quasi cessata. Ben è vero
però, che anche oggidì le madri, le sorelle, e i parenti che assistono
ai funerali, prorompono in nenie, rammentando le doti dell’estinto.
[14] La fontana dell’ampolla è sul Limbara; così chiamata perchè dicesi
che immergendovi una bottiglia, questa si rompe sotto l’azione del
gelo.
[15] Anche l’uso di mettere i morti col piedi alla porta riscontrasi
nei popoli orientali, come le nenie. Leggesi nell’Iliade d’Omero.
D’acuto acciar trafitto egli mi giace
Nella tenda co’ piè volti all’uscita,
E gli fan cerchio i suoi compagni in pianto.
[16] Lu mè cori (Cor mio) Espressione molto abituale in Gallura.
[17] Recipiente di sughero con lungo manico di legno, usato in molte
regioni della Sardegna per attingere l’acqua dal tinello.
[18] Arrumbà rocchi, oppure fusili, significa appoggiare al muro,
in un’angolo della stanza, la cannocchia od il fucile; e siccome gli
uomini galluresi non lasciano mai lo schioppo, e le loro donne stanno
sempre in casa a filare, Pietro alludeva alla morte degli uni e delle
altre, a seconda l’oggetto che loro appartiene.
[19] Mi risulta da relazioni ufficiali, che gli omicidi commessi nelle
inimicizie dei Vasa e dei Mamia ascesero alla rilevante cifra di 74,
tra i consumati e i mancati. E si noti che i mancati furono pochissimi,
poichè l’aggese (come suol dirsi) sa mettere la palla dove mette
l’occhio.
[20] La stessa notte del 26 maggio, l’Intendente Orrù aprì le sue
sale a molte notabili persone, tra le quali al capi principali delle
fazioni Vasa, Pileri e Mamia. Fu offerto uno splendido trattamento di
vini e dolcerie; ed un pastore improvvisò una poesia di circostanza, la
quale in pochi giorni corse sulla bocca di tutti, ed è tuttora viva in
Gallura. Eccone la prima strofa.
Fistini Templu faci,
Faci festa la Gaddura:
E ca la paci assigura
Vera paci in cori senti,
Vivia, dunca, l’intendenti
Veru strumentu di paci!
[21] Bastiano Tansu aveva una figura simpatica. Ecco il giudizio
pronunziato dal giudice di Aggius, quando fu inviato in missione per
trattare le paci con Pietro Vasa. Egli mi scrive: — Il famigerato
bandito sordo-muto Sebastiano Razzu Addis Tansu, detto per antonomasia
il _terribile_, era un bell’uomo che a prima vista affascinava: i suoi
occhi esprimevano un’eletta intelligenza, da non resistere a lungo
se si fissava: ed io, che prima non lo conosceva, devo confessare
che mi sentii attratto verso di lui da un’irresistibile sentimento di
simpatia, quantunque lo sapessi macchiato di sangue umano e non nego
che mi spiacque la sua sordaggine e il suo mutismo, perchè non mi
permettevano di appiccar discorso con lui.»
[22] L’Inferno è una boscaglia ricca di quercie, elce, corbezzolo,
scopa e diverse specie di legno ceduo; talmente fitta, da rendere quasi
impossibile l’uscita a chi non ne conosca i laberinti. Fu il ricovero
di molti banditi — e da ciò il nome datole d’inferno (L’infarru). È
distante una mezz’ora dall’Avru.
[23] È la fontana da cui attingono l’acqua quelli dell’Avru, a mezzo
tiro di fucile dallo stazzo. È chiamata «li frassiggioli» (piccoli
frassini) forse perchè un tempo era circondata da tali piante. Intorno
all’Avru sono molte sorgenti, le quali si riuniscono nel «canali mannu»
fiume che scorre nella valle, dov’è la strada che conduce a S. Giovanni
di Coghinas.
[24] In Gallura si dà il nome di lune elle palme benedette infisse
ad un ramoscello d’ulivo, o di altra pianta; e ciò in grazia della
forma di stella che esse hanno. Veramente la somiglianza non calza
troppo — ma è accettata per buona dell’antichissimo vocabolario della
consuetudine.
[25] Questa pianta color sangue è conosciuta in Gallura sotto il nome
di «ua di maccioni» (uva di volpe).
[26] «Lu colciu» Espressione comunissima in dialetto tempiese, e
significa: lo sventurato! Il poveretto.
[27] Queste carceri vecchie furono demolite nel dicembre del 1683 per
edificarvi il nuovo mercato. Sui neri graniti di quel lugubre edificio
era una lastra in cui leggevasi: Condè d’Altamira 1603 — forse perchè
riedificate o restaurate sotto quel Vicerè, durante il viaggio ch’egli
fece in quell’anno nell’Isola.
[28] I condannati a morte venivano in Tempio giustiziati sulla piccola
spianata che trovasi all’uscita della via Runzatu; e il patibolo si
erigeva in modo, che il condannato dava le spalle alla città di Tempio
e la faccia al paese d’Aggius.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.