che Giuseppe gli aveva spezzato il calcio del fucile, facendogli fuoco
addosso, Bastiano non aveva più voluto metter piede in alcuno stazzo:
nè in quello dell’Avru, nè in altri.
— Ormai son solo! — ei pensava — Non ho più sposa, non ho più amici,
non ho più parenti. La sposa si è tolta dalle orecchie i miei orecchini
per dirmi che tutto era finito; l’amico mi ha scacciato dalla sua casa
come un cane; i parenti han fatto lega co’ miei nemici per perdermi.
Han tutti congiurato la mia morte, dunque son solo!
E da quel giorno il muto aveva giurato odio alla sposa, agli amici,
e più di tutti ai parenti: — ai parenti che gli avevano strappato il
giuramento di non recare offesa alla famiglia di Anton Stefano, senza
reclamare ugual giuramento dalla parte avversa. L’omissione di questa
formalità poteva nascondere un perfido disegno, e riuscirgli fatale.
Era mai presumibile che i parenti avessero dimenticata una promessa
che garantiva la sua vita? O piuttosto, nell’ometterla, non avevano
essi cercato un mezzo più facile di disfarsi di lui, perchè stanchi
di sopportarlo? Eppure erano stati loro la causa prima d’ogni sua
sventura! Cieco strumento dei Vasa nell’odio che nutrivano per i Mamia,
per essi si era macchiato di sangue umano. Ecco la ricompensa che gli
davano.
Rabbia, dispetto, vendetta: — erano questi i sentimenti che si
combattevano nell’anima del muto nella notte che precedette l’alba del
6 luglio!
Chi aveva potuto armare il braccio del suo rivale? Anton Stefano e
sua moglie! — così ragionava Bastiano. — Essi soli avevano congiurato
la sua morte. Mancava loro un braccio punitore — e lo avevano trovato
in Giuseppe, a cui si concedeva la mano di Gavina in premio d’un
assassinio. « — E i miei parenti plaudirono alla trama infernale! Dopo
aver approfittato della mia generosità, mi gettano ora in un canto,
come uno strumento inservibile. E mi sta bene!»
E Gavina?
Al pensiero della figlia di Anton Stefano le smanie del muto parevano
calmarsi; egli dimenticava gli odii, le vendette e i rancori, per non
pensare che a lei. Richiamava alla mente il giorno felice in cui Gavina
gli sedeva al fianco sotto l’ombra del cespuglio spinoso, e al ricordo
di quel braccio nudo, sul quale aveva impresso un bacio ardente,
sentiva il sangue affluirgli al cuore.
Ad un tratto i suoi pensieri presero un altro indirizzo. Gli pareva
di veder Giuseppe, più fortunato di lui, stringersi al petto la bella
cugina per baciarla in bocca. Allora digrignava i denti; levava al
cielo i due pugni minacciosi, e si dava a correre come un disperato,
volendo quasi fuggire quella visione infernale, che lo perseguitava
dovunque. Il suo odio, come i suoi pensieri, si scatenavano allora
contro i due vecchi, che riteneva unica causa della sua infelicità.
— Se Anton Stefano avesse voluto, Gavina sarebbe stata mia! Fu lui che
si lasciò dominare dalla moglie; da colei che mi ha preso a gabbo:
che mi ha restituito i doni, e che ha concesso la propria figlia al
primo venuto, a patto che mi uccidesse! Su lei sola, dunque, dovrebbe
ricadere tutta la mia collera; ma io non sarò così vile da macchiarmi
del sangue di una femminuccia. Voglio colpirla, sì, nel cuore, ma in
modo ch’essa viva per poter conoscere la mano che l’ha colpita. Le
nozze di Gavina hanno da essere lugubri: il giorno dell’_abbraccio_
non dev’essere per alcuno un giorno di gioia — dev’essere per tutti un
giorno di lutto!
E così pensando gettava uno sguardo terribile sullo stazzo; perocchè in
mezzo alle tenebre che regnavano nella sua mente, egli non vedeva che
quel lume lontano che altri forse avrebbe scambiato con gli astri del
firmamento — non però lui che ben sapeva discernere le stelle del cielo
dai fuochi della terra!
Erano stati per lui due giorni di agonia, quelli che precedettero
quell’alba funesta! Bastiano vedeva tutto fosco; il cielo gli
si presentava sotto un diverso aspetto, la terra aveva per lui
nuovi linguaggi: la natura, invece di dargli calma, pareva volesse
suggerirgli pensieri sinistri. Il giorno prima aveva errato nella
foresta dell’_inferno_ — e forse l’Inferno aveva soffiato nella sua
anima.
Tutto gli parlava di morte.
Strane paure, di cui non sapeva darsi ragione, gli si addensavano in
cuore. Gli pareva che ogni cespuglio, ogni crepaccio nascondessero
una creatura umana; che la stessa solitudine fosse popolata di lugubri
fantasmi.
Tutto, a lui d’intorno aveva vita — tutto aveva una parola.
Quando attraversava qualche gola i grossi macigni gli apparivano come
giganti minacciosi che aspettassero un soffio di vento per piombargli
addosso — quando poneva il piede sulle pianticelle vermiglie che
crescono a grappoletti sul muschio o sui licheni del granito, gli
pareva di calpestare sangue aggrumato[25]; quando s’internava nelle
foreste dei sugheri, trasaliva dinanzi ai tronchi rossi degli alberi a
cui era stata tolta la corteccia. Avrebbe giurato che quelle quercie
insanguinate storcessero le braccia per dolersi delle loro piaghe
— oppure che gridassero vendetta contro gli uomini che le avevano
assassinate.
E pensava raccapricciando:
— Dovunque passa, il Gallurese lascia traccia di sangue, — anche sui
graniti e sulle piante!
*
Il lumicino si era spento, e lo stazzo dell’Avru era immerso nelle
tenebre. Tutta la famiglia di Anton Stefano riposava — ma il muto
vegliava per loro.
Accovacciato nello speco, ed in preda ad un tremito nervoso, Bastiano
passò la notte a guardare le stelle, finchè le vide sparire ad una ad
una.
I primi bagliori del giorno nascente cominciarono a tingere le creste
dei monti d’un color scialbo.
Bastiano era stanco, pallido, intirizzito, ma non staccava gli occhi
dalle casette dell’Avru, che cominciavano a rischiararsi a poco a poco.
Ad un tratto la porta dello stazzo si schiuse, e un uomo comparve sulla
soglia.
Era il pastore Anton Stefano che aveva lasciato le coltri per esplorare
il tempo. Era l’ora in cui le sue cure lo chiamavano alla campagna e il
muto lo sapeva, perchè pratico delle abitudini di quella famiglia.
Al disotto dello speco che serviva di vedetta a Bastiano era un
sentiero che conduceva ad un chiuso. Per di là doveva passare il povero
vecchio.
Un’ora dopo il sole gettava i suoi sprazzi luminosi sulla campagna, che
pareva destarsi alla vita.
Anton Stefano accese la pipa, montò sulla sua cavalla, s’incamminò,
passo passo, per la viottola che rasentava la collina.
Il muto fremette. La vista di quell’uomo produsse in lui un effetto
singolare. Mentre da un canto sentì riaccendersi nell’anima l’ira e la
vendetta, dall’altra gli tornarono in mente l’affetto e la generosità
di quel vecchio pastore, che un dì lo aveva raccolto, protetto,
alimentato....
Un velo di sangue offuscò la sua ragione, e sentì mancarsi. Aveva un
tremito alle mani, ed un cupo ronzìo alle orecchie.
Aveva sempre colpito le sue vittime con freddo coraggio... e questa
volta si sentiva pusillanime.
Chiuse gli occhi spaventato di sè stesso — sperando quasi che il
pastore potesse salvarsi oltrepassando la mèta. Li riaprì lentamente
dopo alcuni minuti... e guardò.
Anton Stefano trovavasi sotto di lui — a tiro del suo fucile.
Bastiano era pallido, tremante.
Gli parve che uno spirito infernale fosse entrato nel suo corpo, e che
operasse nel suo spirito indipendentemente dalla volontà.
Egli guardava a sè dinanzi, come inebetito, non opponendo alcuna
resistenza alla forza misteriosa che ridestava i suoi istinti di belva.
Il fucile passò dalle sue ginocchia alle sue mani; ne montò il
grilletto, lo spianò, puntò... e chiuse nuovamente gli occhi, quasi
sperando che il colpo andasse a vuoto.
Si udì una detonazione.
Anton Stefano ebbe appena il tempo di girare la testa per sapere
dond’era partito il colpo. Vide il suo feritore lassù, in piedi fra due
cespugli, con gli occhi e la bocca spalancati.
Mandò un grido acuto, portando la mano destra al petto... Barcollò,
si contorse, tentò afferrarsi alla criniera della cavalla, ma cadde a
terra gridando _aiuto_ per due volte.
Il muto, svelto come un capriolo, era sparito fra i macigni ed i
lentischi.
*
Allo sparo dell’arma ed alle grida del ferito, le donne, Giuseppe ed
i servi, uscirono dallo stazzo. Essi presentirono l’accaduto quando
videro la cavalla di Anton Stefano che tornava sola dall’Avru. La
povera bestia era tornata indietro, quasi ad annunziare alla famiglia
la disgrazia toccata al suo padrone.
In un baleno si recarono tutti presso al caduto, che si contorceva,
tentando invano di puntellare una mano a terra per rizzarsi.
Furono pianti, urli, grida che straziavano l’anima.
Il vecchio fu sollevato alquanto. Aveva il viso color della cera,
l’occhio vitreo, le labbra insanguinate. Volse intorno gli occhi,
stranamente spalancati, cercando quasi di darsi ragione dell’accaduto.
— Chi ti ha colpito? Parla! parla! — gli chiedevano con ansiosa premura
i servi!
— Il muto, non è vero? — esclamarono insieme Giuseppe ed i pastori, già
resi feroci dal pensiero della vendetta. E avvicinarono con avidità
le loro orecchie alla bocca del morente per raccogliere coll’ultimo
respiro il nome dell’uccisore.
Il vecchio volse in giro gli occhi vitrei, e li fissò a lungo sul volto
della moglie. Finalmente con un supremo sforzo pronunciò queste parole:
— Date uno scudo a San Gavino... Mi ha ucciso il muto... Dovevamo
prevederlo!
Non disse altro.
La scena che accadde in seguito è più facile immaginarla che
descriverla. Le figlie, la moglie, le serve urlavano disperatamente
strappandosi i capelli e assistettero raccapricciando ad un’agonia
straziante che durò due ore.
Uno dei più rispettabili pastori della Gallura, caro a tutti per bontà
di cuore, per nobiltà di carattere e per onestà di costumi, era stato
tolto dal mondo. Lo stesso Pietro Vasa, quando apprese l’accaduto,
esclamò con risentimento:
— Per compensare la morte di Anton Stefano non basterebbe l’uccisione
di diciotto uomini!
PARTE QUARTA
FINALE
I.
Sulla china del monte
Erano trascorsi dieci mesi.
La campagna, palpitante sotto le prime carezze della primavera, si era
tutta ricoperta di fiori, quasi sposa feconda che sorrida all’amante.
Era l’ora dello sconforto, del silenzio, della solitudine. La natura,
stanca, parea cercasse il riposo.
I monti prendevano colori foschi, fantastici; il mare lontano,
sbiadito, pareva confondersi col cielo, nell’ampia distesa che divide
l’isola Rossa da Castelsardo. Il sole era da poco calato dietro
all’isolotto dell’Asinara, e lunghe nuvole infuocate listavano ad
occidente l’orizzonte. Quella luce sanguigna tingeva di rosso tutte
le vette dei monti, e fusa coll’azzurro purissimo del cielo produceva
quella nebbia violacea e vaporosa che dà al crepuscolo della sera
un’intonazione calda, melanconica.
La solitudine era profonda. Non si vedeva alcuna foglia muoversi poichè
nessun vento spirava. Solamente il timo e le altre erbe aromatiche,
recavano in giro i loro profumi, destati dalle ombre che calavano
lente. Le selve degli elci sembravano grandi macchie nere, compatte;
i graniti mandavano l’ultimo scintillìo sotto i raggi infuocati, che
andavano impallidendo. Le nuvole sottili che listavano l’orizzonte,
da rosse si erano fatte violacee — da violacee turchine. E la natura
diventava sempre più triste, più fosca, più misteriosa.
Le forme dei monti, dei graniti, e dei folti lentischi apparivano
sotto profili incerti, indefiniti; e i colori si confondevano insieme,
perdendosi in isfumature leggere, o cariche.
La canzone di qualche pastore gallurese, il quale guidava le mandrie
all’ovile, si era perduta in lontananza, insieme al tintinnìo monotono
delle campanelle.
Un uomo, tutto solo in quel deserto silenzioso, attraversava lo spazio
che separa le colline di Petra Màina dal monte di Cucurenza.
Camminava lento lento, con passo incerto — col passo stanco del
proscritto che si dà in braccio ad un cieco destino, senza lotta e
senza tema d’insidie.
La notte lentamente calava, ed egli camminava sempre col proposito di
fermarsi dove avrebbe trovato un giaciglio che lo riparasse dall’umido
della sera. Non aveva casa, non aveva famiglia, motivo per cui nessuno
poteva aspettarlo.
La campana della parrocchia d’Aggius suonava l’ave Maria, e quei
rintocchi lontani, portati dalla brezza serale su quelle alture, si
perdevano in un fievole lamento.
Quell’uomo, forse, avrebbe pregato all’annunzio dell’_Ave Maria_ — ma
egli era sordo, e non udiva la campana; era muto e non sapeva pregare.
Bastiano — poichè era lui — levava di tanto in tanto gli occhi, quasi
misurando la distanza che lo separava dal monte di Cucurenza, a cui
pareva diretto.
Il monte aveva preso una tinta nera, e la sua vetta spiccava nettamente
nel limpido cielo infuocato che le serviva di sfondo.
Tratto tratto il muto si voltava per gettare un’occhiata al colle di
Petra Màina o alla catena dei monti d’Aggius, di cui vedeva appena le
punte di tramontana.
Una forza misteriosa pareva spingerlo verso la vetta del monte, sul
quale saliva; ma un pio desiderio, un ricordo lontano, un sentimento
doloroso gli faceva volgere la testa per salutare quelle due montagne
da cui si allontanava la crocetta e Petra Màina. Tutta la sua vita
si era svolta là, fra quelle due punte che gli parlavano d’Aggius e
dell’Avru, della patria e dell’amore — della madre e dell’amante, le
sole donne che lo avevano amato sulla terra.
Bastiano pareva chiedere ai monti d’Aggius la benedizione di sua madre
— e ai monti dell’Avru il perdono della sua Gavina.
Sogni! sogni! — La madre in quell’ora riposava nel silenzio del
sepolcro — e la Gavina forse posava il capo sul petto del suo Giuseppe!
Ormai lo sapeva: Gavina non poteva esser più sua. Egli stesso aveva
spezzato l’ultimo filo di speranza. Fra lui e la cara fanciulla sorgeva
minacciosa l’ombra d’un vecchio canuto che gli rinfacciava l’ospitalità
tradita. E Gavina non poteva più stendere la mano ad un assassino — a
colui che le aveva ucciso il padre!
Bastiano era già arrivato alla metà del monte. Saliva lentamente,
svogliato, senza fretta, come se poco gli premesse arrivarci presto o
tardi. Poteva andare incontro a un agguato — o poteva anche sfuggirlo:
poco gli premeva. Non aveva premura, tutto il tempo era suo, e nessuno
poteva chiedergliene conto.
Quell’essere umano come un punto nero, si era confuso nelle ombre
vaporose del monte.
Saliva, saliva sempre, volgendosi ad ogni istante per salutare le punte
di Petra Màina, che spiccavano ancora in tinte rosee su cielo nero.
Quelle di Aggius non le vedeva più perchè si erano nascoste dietro il
Monte Spina. Prima dell’amore, era sparita dai suoi occhi la patria!
Strano contrasto! A ponente un cielo limpido, sereno; a levante le
nuvole si addensavano minacciando un uragano.
Il muto giunse finalmente al culmine di Cucurenza. Uscito appena dal
seno tenebroso del monte, il suo cappuccio accuminato si disegnò sul
fondo rosso del cielo. Dalle falde del cappotto usciva la canna del suo
fucile, ch’egli portava sotto il braccio. — Veduta da lontano, quella
figura pareva il mezzo busto di un nero cappuccio, disegnato nel fondo
trasparente di un cielo luminoso.
Quando raggiunse il culmine, stette alcuni minuti immobile, colla
testa rivolta verso le punte d’Aggius e dell’Avru, ch’egli salutava
per l’ultima volta poi parve sprofondarsi a poco a poco finchè non si
vide il solo cappuccio accuminato. Poco dopo anch’esso si abbassò... e
scomparve.
La bruna vetta del monte tornò a distinguersi nettamente sul limpido
sfondo del cielo.
Dov’era andato Bastiano? era forse disceso nell’altro versante del
monte, oppure si era fermato sulla spianata dove sorge la chiesetta di
San Giuseppe? — Era forse un’ambascia senza nome che lo spingeva lassù,
a chiedere il perdono dei suoi peccati? Oppure aveva proseguito il suo
cammino fino a Paduledda, o a quella Cala falsa, dove nel 1671 furono
tratti in inganno il marchese di Cea e i suoi compagni, dal traditore
Don Giacomo Alivesi?
Le nuvole salivano sempre, e l’azzurro del cielo spariva a grado a
grado sotto le loro spire.
La notte aveva tutto cancellato — tutto avvolto nelle sue ombre: l’uomo
ed il monte!
. . . . . . .
Il _terribile_, il feroce bandito che dovunque aveva seminato lo
scompiglio e il terrore era finalmente scomparso al di là di Cucurenza.
Gli abitanti tutti della Gallura, con grido unanime, avevano sempre
imprecato al mostro, al dannato, al maledetto.
Ma chi mai era penetrato nel buio sepolcrale di quella coscienza
che non s’era rivelata che a Dio? Chi mai aveva saputo leggere in
quell’anima tribolata, per incidere una condanna infamante sul libro
della storia? Gli uomini non certo. Il loro Codice, forse? No: il muto
era fuori della legge, com’era fuori dal mondo; perchè le leggi sono
fatte per gli uomini e Bastiano non era un uomo!
Colui che giudica questi disgraziati alla stregua della propria
educazione, forte dei sani principi appresi dall’esempio della famiglia
e dell’insegnamento della scuola, non può farsi un giusto concetto
del loro valore — e ben di rado sa trovar una parola di compatimento
pietoso, in favore di una creatura che, per avversità di fortuna o di
destino, ha sempre vissuto nelle tenebre di una feroce ignoranza.
La società ha creato il maestro ed il giudice; il primo perchè insegni
le buone regole del vivere civile — il secondo perchè applichi gli
articoli del codice ai trasgressori delle leggi sociali. Ma il muto, a
cui il giudice applicava le pene, aveva egli fruito, o poteva fruire
degli insegnamenti del maestro? — A qual coscienza doveva attingere
Bastiano i sentimenti nobili — egli nato sordo e muto, cresciuto nella
miseria e nell’ozio, gettato in mezzo ai boschi, e condannato a vivere
ramingo con l’odio nel cuore e l’urlo della fiera sulle labbra? Qual
concetto poteva egli formarsi dei diritti e dei doveri sociali?
I diritti ed i doveri li aveva ben esercitati con lui la giustizia
umana, quando per punirlo lo aveva perseguitato di balza in balza, di
monte in monte. Ma, non so se il miglior vanto della legge consista
proprio, come si crede, nella superba scritta incisa sopra il banco dei
giudici! Se è vero che la legge è _uguale per tutti_, è vero altresì
che non tutti sono uguali davanti alla legge; e la ragione potrebbe
esser questa; che il Codice è uno e gli uomini sono molti!
D’altra parte bisogna pur convenire, che il Codice penale è clemente
coi sordo-muti, e infatti coll’art. 92 li assimila ai giovani maggiori
di 14 e minori di 18 anni, e commuta generalmente la pena di morte in
quella della reclusione per anni quindici! E vi ha di più: risparmia
loro la proibizione dell’uso della parola, che forma il principale
supplizio dei reclusi!
Bastiano era come il granito dei suoi monti. Al silenzio che lo
circondava non aveva risposto che col silenzio. Nessuno più lo
comprendeva, ed egli non se ne dolse. Dopochè si era dileguata la
speranza dell’amore, non sentì più il bisogno d’essere compreso.
Nel suo cuore senza speranze, come quella notte senza stelle, era sceso
un silenzio sepolcrale.
Bastiano ubbidiva ciecamente al destino.
Ed era scomparso nell’ombra al di là del monte nero.
*
Appena scomparso il muto tre uomini uscirono da uno dei crepaci di
granito che sono alle falde di Cucurenza. Erano tutti armati di fucile,
e col cappuccio tirato sugli occhi.
Ciascuno di essi — il giorno prima — era partito da un punto diverso:
da Bortigiadas, da Aggius e dalla Trinità di Agultu. Si erano trovati
insieme la mattina seguente: verso sera avevano attraversato le vallate
di Conchedda e di Chiligheddu, tra Muntlju di li Culzi, e il rio
Pirastro, e la vista di Bastiano li aveva colpiti in un modo singolare,
tanto che, istintivamente sentirono il bisogno di celarsi, per non
essere veduti. Si sarebbe detto che l’improvvisa comparsa del muto,
rispondesse, a completare un piano da lungo tempo meditato.
Fra quei tre uomini furono scambiate a voce bassa le seguenti parole,
che io riporto fedelmente, lasciando al lettore, la cura di decifrarne
il misterioso significato, a me ignoto:
— Pare proprio il destino — disse l’uno.
— Oppure il diavolo — soggiunse l’altro.
— Dunque?... esclamò il terzo con l’impazienza di chi vuol troncare
ogni chiacchera per venire ad una conclusione.
— Dunque è intesa.
— A quando?
— A domani, se non avrò intoppi.
— Dove?
— Non lo so. Forse alla Trinità — forse allo Stagnone — forse a Littu
di Zòccaru!
— Come?
— Ciò mi riguarda.
— È giusto. Dove hai attinto le informazioni necessarie?
— A Tempio.
— Perchè non ad Aggius?
— Perchè in Aggius le nevi si sciolgono molto prima che a Tempio.
— E vuol dire?...
— Che ad Aggius fa più caldo di Tempio.
— Ho capito. Io per tanto ritornerò in paese.
— Ad Aggius?
— Sì. Ditemi però: nel caso... chi di voi mi avviserà?
— Io no, perchè sono incaricato di recarmi sotto Castel Doria per
riferire sul mio operato.
— Allora sarò io — disse il secondo. — Domani dovrò trovarmi sul monte
della Crocetta, dove ho un appuntamento con un aggese.
— Ti aspetterò in paese.
— Dimenticate ch’io sono un fuoruscito?
— Come farai dunque?
— Aggius è alle falde della Crocetta.
— Ebbene?
Quest’uomo allora abbassando la voce, come se temesse che i graniti di
Cucurenza gli facessero la spia, spiegò il suo disegno.
— Ben trovata!
— Siamo dunque d’accordo.
— Una pietra nel pozzo.
E i tre uomini si separarono. Due di essi fecero il giro del monte da
parti opposte; il terzo tornò indietro, e a passi frettolosi prese la
direzione d’Aggius.
II.
Il Gran Tamburo
All’indomani l’alba fu più tarda ad affacciarsi ai colli di
Calangianus. Neri nuvoloni correvano il cielo, sospinti da un vento
furioso di tramontana.
Era uno degli ultimi giorni di marzo. Le punte del Giugantino,
ricoperte di neve, spiccavano nettamente nel cielo nerissimo, il quale
somigliava ad un manto funereo steso sulla Gallura.
Lontan lontano udivasi un urlo cupo, prolungato, lamentoso. Pareva
l’urlo d’una lupa che chiamasse al covo i lupicini, per metterli
al sicuro dalla tempesta imminente, annunziata da un improvviso
acquazzone.
Le aguzze creste dei monti d’Aggius — che prima parevano sfidare l’ira
degli elementi — erano ad un tratto scomparse sotto una nuvola nera.
Avresti detto che sulle punte maledette si covasse un delitto che si
voleva nascondere all’occhio degli uomini. Il diavolo si compiace di
lavorare nel mistero degli uragani.
Il sole, durante la giornata, non era riuscito a fare uno strappo
al denso velo che ricopriva la volta celeste — ma l’orizzonte, a
ponente, era solcato da spessissimi lampi. Gli uomini della campagna
assicuravano che la sera sarebbe stata uguale al mattino, e la notte
assai più tempestosa della sera. Ond’è che ognuno avea curato di
mettere in salvo i propri armenti, ritirandoli negli ovili.
Gli aggesi erano rientrati nelle loro case, e si erano rinchiusi per
mettersi al sicuro dalla collera di Dio — e da quella degli uomini, più
temibile ancora. I bambini si erano rintanati in fondo alle stanze;
le vecchie mormoravano una preghiera per gli assenti invocando tutti
i santi del paradiso ad ogni lampo che faceva capolino dalle fessure
delle porte e delle finestre.
*
Attorno a pochi tizzi che fumavano crepitanti sul focolare d’una
casetta, posta all’estremità superiore del villaggio, stavano raccolte
parecchie persone, componenti una famiglia.
La padrona di casa, piuttosto giovine e alquanto malaticcia, era già
a letto, insieme coi suoi due bambini; la vecchia nonna, settantenne,
si riscaldava dinanzi al fuoco; ed il capo della famiglia — un uomo
sui trent’anni, dalla barba nera e dai capelli lunghi — era in piedi
vicino a un cassettone antico, intento a ripulire le canne del suo
fucile; perchè la ruggine non le danneggiasse. — I buoni aggesi non
potevano dimenticare il loro fucile: era l’arma favorita, e sapevano
che bisognava accarezzarla ogni tanto, per rendersela amica. Erano tali
gli odi d’allora, che quasi si diffidava del proprio fucile!
Il tuono brontolava lontano; e la vecchia, ch’era seduta in un canto,
co’ piedi sopra la cenere e col corpo chino sulle brace, non faceva
che recar la scarna mano alla fronte, per farvi replicatamante il segno
della croce, invocando ad ogni istante santa Barbara.