proponimento con gesti abbastanza espliciti, perchè abituata da qualche
tempo a conversar con lui; e quantunque il muto fosse abituato a
comprendere i gesti della famiglia di Anton Stefano, pure quella sera
pareva nulla comprendere: forse perchè troppo lontano dalla crudele
disillusione che gli si preparava. Egli stava con la bocca e gli occhi
spalancati, cercando quasi di raccogliere tutti i pensieri che per
mezzo di segni gli manifestava la vecchia. Capiva solo che qualche
sciagura gli sovrastava, poichè la fisonomia di quella donna era
chiusa, e Anton Stefano non osava neppure levar gli occhi sopra di lui,
lasciando tutta la responsabilità del messaggio alla moglie.
La vecchia, però, aveva pensato a tutto; e vedendo che co’ segni
non raggiungeva lo scopo, tolse lentamente di tasca una scatolina di
cartone, e la consegnò al muto.
Quegli l’aprì, vide i suoi orecchini, impallidì e mandò un urlo.
Aveva tutto compreso. Ritto in piedi, chiedeva spiegazione con gli
occhi, con la bocca e con tutta la persona.
La vecchia gli fe’ intendere che Gavina non poteva più ritenere presso
di sè quegli oggetti.
— Per qual motivo?
— Perchè la comprometterebbero.
— Ma perchè allora accettarli? — fe’ intendere il muto.
— Per sola amicizia, per non offenderti.
— E perchè non può tenerli come dono di amicizia?
— Perchè un sol uomo può regalare simili oggetti; un promesso — e tu
non fosti mai tale.
— Non gli si disse, che, se lavorava nello stazzo per conto loro, gli
avrebbero concesso la fanciulla?
— Fu uno scherzo!
— Non gli si disse che Gavina gli avrebbe voluto bene?
— Fu uno scherzo!
— Perchè lusingarlo, accettandolo nello stazzo?
— Scherzo!
— E che male potrebbe venire a Gavina, se ritenesse, come una memoria,
i suoi orecchini?
— Potrebbe spiacere all’uomo che la chiedesse in isposa.
— Ma quest’uomo non c’è!
— C’è!
— Chi mai?
— Giuseppe!
Questo dialogo era stato fatto a furia di segni e di urli — ma il
muto aveva capito. Mandò un grido, gettò uno sguardo fulminante sulla
coppia che gli stava dinanzi, e ripose in tasca con moto febbrile la
scatoletta di cartone, che la vecchia gli aveva restituito. Era una
fiera, un pazzo — e ne ebbero paura.
Il muto riflettè alquanto; poi, digrignando i denti, mostrò il pugno
chiuso ad entrambi; afferrò con mano confulsa la canna del suo fucile;
tolse di tasca il suo fazzoletto, lo lacerò coi denti, e lo gettò ai
loro piedi; quindi strinse sul petto le due braccia in forma di croce,
indicò il cielo, segnò col dito lo stazzo; e piegò leggermente la testa
sulla palma della mano destra. Con tali segni egli aveva detto:
— Giuro di uccidervi tutti, se non manterrete la promessa, concedendomi
in isposa la vostra figliuola!
E senza aspettar risposta, Bastiano si diede a correre verso la
campagna, come se fosse inseguito. Non si volse, non sostò mai; andò
sempre innanzi, saltando su per le rocce, senza sapere ove andasse.
Era nuovamente diventato una belva.
Anton Stefano e sua moglie lo seguirono macchinalmente con gli occhi
per un buon tratto, poi si guardarono in faccia.
— Ebbene — disse la moglie.
— Ebbene... temo che la cosa vada a finir male!
— Lo credi proprio?
— Sì!
— Allora puoi toglierti i calzoni e metterti le gonnelle perchè non sei
che una femminuccia!
X.
Un giuramento
Il muto era fuor di senno; e Anton Stefano ben sapeva di quanto sarebbe
stato capace quel mostro per mettere in opera la sua minaccia.
Non frappose tempo in mezzo. Anton Stefano all’indomani, si recò negli
stazzi della Trinità per conferire coi Vasa e con gli altri parenti di
Bastiano. Espose lo stato delle cose: le minaccie e le pretensioni del
muto, i timori e le inquietudini della famiglia.
I parenti, essi stessi, riconobbero le sciocche pretese del muto, e
promisero d’intromettersi nella questione per scongiurare qualunque
imprudenza. Essi assicurarono Anton Stefano, che avrebbero calmato
Bastiano, strappandogli il giuramento che non avrebbe recato danno
ai parenti della Gavina. E se riuscivano ad ottenere la promessa, si
poteva star tranquilli, poichè Bastiano era scrupoloso nel mantenere
un giuramento: avrebbe cento volte perduto la vita, anzichè mancare
alla sua parola. In mezzo ai suoi vizi, il muto possedeva la virtù di
qualunque sacrificio. Strano miscuglio di fierezza, di generosità e di
ferocia!
Il muto — sollecitamente consultato — fu irremovibile nel suo
proposito, e rispose ai parenti che l’insulto ricevuto era stato
sanguinoso, e che il rinunziare alla vendetta era tal vigliaccheria che
non entrava nel suo carattere e nelle sue abitudini.
Passarono alquanti giorni. L’ira del muto si era a poco a poco calmata,
per dar luogo a riflessioni più ragionevoli.
Nelle sue lunghe solitudini, errante per la campagna, egli ripensò
ai suoi casi: al suo primo incontro con Gavina — alle gentilezze
della famiglia di Anton Stefano che lo aveva accolto nel suo seno
come un figlio, senza badare ch’era un fuggiasco, un perseguitato, un
assassino; pensò che nell’Avru aveva trovato asilo, pane, compassione;
pensò alla bella fanciulla tanto cortese con lui, riflettè con mente
serena all’accaduto, e si persuase che non era giusto prendere da
quella famiglia il sacrificio di Gavina; non trovava giusto che quella
ingenua e cara figliuola si vincolasse ad una creatura imperfetta, ad
un sordo-muto condannato ad una vita errante, ad un colpevole inseguito
dalla giustizia. Finì per persuadersi che non era stato un galantuomo;
che doveva riconoscenza a Gavina — alla sola fanciulla che dopo sua
madre, lo aveva amato; si persuase che non doveva rispondere con
ingratitudine ai benefici ricevuti, recando la guerra dov’egli aveva
trovato la pace — recando la sventura dove aveva trovato il conforto.
Stanco di aver camminato tutta la giornata in preda a tante emozioni,
Bastiano sedette, chiuse la testa fra le due mani, e si diede a
piangere forte a singhiozzi, come un bambino.
Si sentiva troppo solo, troppo abbandonato, non aveva più casa dove
recarsi per riposare, per ricevere una parola di conforto. Cacciato
dallo stazzo di Anton Stefano, non gli restava da invocare che la
morte. Da un anno era stato un onest’uomo — ed ora era sul punto di
diventare un assassino.
E fu appunto in uno di questi momenti di ambascia e di sconforto, in
cui la creatura umana sentesi capace di slanci generosi, che il Vasa ed
i parenti trovarono il muto, e lo esortarono alla pace, alla clemenza,
ed all’oblio; fu in un di quei momenti che lo colsero e gli strapparono
il giuramento di non mai recare offesa alla famiglia di Anton Stefano.
Bastiano giurò solennemente: ma non fu per riguardo a Giuseppe, suo
rivale, che in grazia di Anton Stefano e della moglie, i quali lo
avevano troppo offeso e quasi scacciato! — egli giurò per il solo
affetto di Gavina che amava tanto, e che avrebbe per sempre perduta,
abbandonando lo stazzo.
E quando Bastiano Tansu giurava, sapeva mantenere con la vita il
giuramento; e i parenti lo sapevano — e lo sapeva tutta la Gallura!
XI.
Cuor di madre
Quando la famiglia di Anton Stefano seppe dai Vasa del giuramento
strappato al muto visse più tranquilla.
La madre di Gavina cominciò a vedere il frutto de’ suoi raggiri — ma
non era ancora soddisfatta. Il muto aveva tutto obliato — o almeno
aveva finto di obliare; ma egli non aveva sospese le visite all’Avru,
dove si presentava per passarvi al sicuro qualche notte, per chiedervi
un tozzo di pane, o per lavorare volenteroso.
La presenza del muto nell’Avru non tornava gradita ad alcuno, poichè
poneva inciampo alle intenzioni di Giuseppe, teneva in continua
agitazione i due vecchi, e impediva alla Gavina di mostrarsi benevola
col cugino. Essa lo aveva ben detto alla madre; «finchè il muto mi
vorrà bene, io non sarò mai d’altri, poichè non voglio che soffra!»
E per vero era incomprensibile il sentimento che avvicinava Gavina a
Bastiano! Era pietà, riconoscenza, rimorso, o paura? Forse un po’ di
tutto. Da qualche tempo l’improvvisa comparsa del muto faceva in lei
uno strano effetto. Dinanzi a lui rimaneva come paralizzata, subendo il
fascino di quelle nere pupille che la fissavano, come la vipera fissa
l’uccelletto per ammaliarlo. Ma perchè, poi? l’ignorava! Sapeva solo
d’essere schiava di quell’uomo — e gli ubbidiva ciecamente come se
lo riconoscesse per suo Signore. Non aveva paura, ma gli voleva bene,
la sdegnava la sua presenza, ma si sentiva inquieta quando lo sapeva
lontano.
Gavina, ormai, non comprendeva sè stessa. Giunse persino a credersi
dominata dallo spirito infernale — e invocò il perdono di Dio, nel
dubbio ch’ella fosse dannata. Pregò, stancò il Cielo — ma nessun santo
le tolse dal cuore il misterioso sentimento che la turbava.
A Giuseppe avevano taciuto le minaccie di Bastiano e gli accordi
presi co’ parenti. Nè Anton Stefano, nè sua moglie, avevano creduto
conveniente informarlo dell’accaduto. Le circostanze erano gravi:
il vecchio non era troppo alieno dall’accordare al muto la mano
della sua figlia: la madre però, donna prudente, si era incaricata
dell’assestamento delle cose e pensava a trar profitto della
situazione.
Il muto, dal suo canto, non supponeva le cose inoltrate come lo erano:
credeva anzi che Giuseppe ignorasse sempre le sue intenzioni a riguardo
di Gavina.
*
Dal giorno che la vecchia gli aveva restituito i doni, il muto non si
era mai trovato da solo a sola con la fanciulla; poichè la fanciulla
aveva saputo trovar modo di sfuggirlo — come sfuggiva Giuseppe, di cui
era seriamente innamorata.
Dacchè Bastiano aveva fatto ritorno all’Avru, si era notato un
cambiamento nelle sue abitudini. Non scherzava più nè rideva come
prima; sedeva in un canto del piazzale, e lavorava tranquillamente non
preoccupandosi di nulla — neppure delle insidie che potevano venirgli
tese come bandito. Ma da questo lato aveva sempre una misteriosa
sorvegliante: Gavina — la quale, quantunque in apparenza distratta, non
dimenticava mai di volgere uno sguardo all’ingiro, per far la guardia
al suo protetto.
Una sera, mentre le donne erano raccolte nello stazzo, la moglie di
Anton Stefano aveva trovato modo di appiccar discorso con Giuseppe, e
lo aveva tratto seco, per la piccola viottola che conduceva all’ovile,
poco distante.
Giuseppe quella sera era molto preoccupato; e la futura suocera ben
sapeva il motivo della sua inquietudine.
— Cos’hai, Giuseppe? — le disse, fingendo un’aria distratta.
— Sono annoiato.
— Un po’ di pazienza, figliuolo mio! Le cose si appianeranno.
— Temo che la Gavina non mi voglia bene!
— Timori sciocchi! la Gavina non pensa che a te — e te ne darei le
prove più convincenti, se delicatezza di madre non mi consigliasse di
tacere.
— Quel muto che non vuol abbandonare lo stazzo m’indispone... m’irrita!
— Che vuoi? è un povero bandito che tutti siamo in dovere di proteggere.
— Mancano forse altri stazzi in Gallura? Perchè lo abbiamo sempre fra i
piedi?
— Pazienza, figliuolo! Bastiano finirà per andarsene.
— Pare però che ne dimostri poca voglia.
— Si stancherà di venirvi.
— E... se non si stancasse?
— Allora si troverà il modo di farlo stancare.
La suocera pronunciò queste parole con un tono così secco, che Giuseppe
si fermò di botto, e la fissò in volto.
— E qual modo?
La suocera lanciò un’occhiata al nipote, e si strinse nelle spalle.
Giuseppe capì — o credette capire. Capiva che non bisognava render la
suocera responsabile di certi avvenimenti.
Camminarono insieme per un buon tratto di strada ma senza discorrere.
Quel silenzio non faceva che far maturare nel cervello di Giuseppe
l’idea che vi era stata gettata, come a caso, dalla futura suocera.
L’eco delle ultime parole della vecchia non si era perduto nello
spazio: si ripercuoteva ancora nelle orecchie dell’amante.
Giuseppe era sopra pensiero. Grosse goccie di sudore grondavano dalla
sua fronte: ed egli le asciugava col fazzoletto. La vecchia finse di
far cadere ad arte il discorso sopra ad altri argomenti — ma Giuseppe
non sentiva; esso andava ruminando quella idea, quasi rivoltandola da
tutte le parti, come per trovarvi il lato più comodo per realizzarla.
Dopo un lungo silenzio, la vecchia domandò a Giuseppe se nelle sue
terre di Bortigiadas aveva seminato molto grano, e Giuseppe, che non
sentiva nulla, le rispose cupo, con altra domanda.
— Ditemi... il muto ha proprio giurato di non offendere la vostra
famiglia?
— Sì — rispose la vecchia; e siccome capì che il pensiero di Giuseppe
non era uno scrupolo di coscienza, riprese: — però i parenti del muto
non richiesero da noi un ugual giuramento.
— E come mai hanno potuto omettere una formalità così importante?
— Ma!... chi lo sa?
Continuarono a passeggiare, fecero ritorno a casa ma non pronunciarono
nessun’altra parola sul muto.
Avevano detto abbastanza — e forse Giuseppe credette capire più di
quanto la vecchia aveva voluto dirgli. Il geloso cugino pensava per
proprio conto, ma voleva creare un pretesto per mettere in pace gli
scrupoli della coscienza.
XII.
Si rompe ogni indugio
Era l’ora di stanchezza e di melanconia, in cui si ristà dal lavoro;
quell’ora che non è giorno, nè notte troppo tardi per lavorare —
troppo presto per andare a letto; l’ora in cui i grilli cantano con
più sentimento e in cui le civette e i gufi della Gallura cominciano la
monotona serenata degli sbuffi e dei fischi cadenzati; l’ora che invita
le madri a preparar la cena, e le figlie a ricambiare una stretta di
mano con l’innamorato.
Una quiete serena regnava per le campagne dell’Avru.
Anton Stefano e Giuseppe si erano allontanati per visitare alcuni
terreni, verso l’Adu di Sarzughe. La mamma, con le serve, era in
cucina, intenta a impastar la farina; le due figlie maggiori si
pettinavano sul limitare dell’uscio e Gavina si era recata nel
cortiletto, per spiccare dalle corde i pannellini che il sole con tutto
comodo aveva rasciugato nelle sue dodici ore di viaggio.
Bastiano, seduto all’estremità del piazzale, era quasi solo. Col
fucile fra le ginocchia e col volto fra le mani, pareva riflessivo,
annoiato. La vecchia per un po’ di tempo lo aveva tenuto a bada; poi
lo aveva piantato lì senza tanti riguardi, per accudire alle faccende
domestiche. Voleva fargli capire che la sua presenza cominciava ad
essere incresciosa, e che se veniva tollerato lo era solo per cristiana
misericordia.
Il muto non era così gonzo da non avvedersi della diversità di
trattamento che riceveva in quella casa. Capiva benissimo che
nello stazzo era di troppo, ma si era rassegnato a subire qualunque
umiliazione, pur di non rinunziare alla visita di Gavina. — Giacchè
ogni altro conforto gli era negato.
La fanciulla dal suo canto, non faceva che contraccambiargli il saluto
— senza trattenersi con lui, come per lo passato. Ella aveva disposto
le cose in modo, che non le rimanesse un minuto di libertà. Era sempre
affaccendata in occupazioni, create lì per lì per darle il pretesto di
star lontana dal muto.
Bastiano fingeva non accorgersi di nulla; sorrideva mestamente al
sorriso di Gavina, ma provava una stretta al cuore.
Stanco finalmente di rimaner solo nel piazzale, egli si alzò lentamente
si accostò all’uscio dello stazzo vi cacciò dentro la testa, e mandò
dalla gola un urlo. Quell’urlo era la _buona sera_ ch’ei soleva dare
alla famiglia, quando lasciava lo stazzo.
La vecchia con le maniche della camicia rimboccate era venuta in sulla
soglia per restituire il saluto a Bastiano; ma era subito rientrata in
casa, perchè vi si faceva il pane, e non poteva abbandonare la pasta.
Il bandito prese a destra, verso Aggius; fece il giro dello stazzo, e
passò dinanzi al cortiletto, dove Gavina ritirava i panni dalle corde.
La vide, e si fermò a contemplarla.
Gavina non aveva sentito le pedate del muto nè poteva immaginare che in
quella sera l’ospite lasciasse lo stazzo prima dell’ora.
Dopo aver alquanto riflettuto, Bastiano si diresse pian piano verso di
lei, e le si fermò dinanzi.
L’inaspettata apparizione fece trasalire Gavina; ma non ebbe il tempo
nè credette conveniente allontanarsi da lui. Chinò gli occhi a terra,
si lasciò cadere le braccia lungo il corpo, e stette immobile — come
se aspettasse una condanna dall’uomo ch’ella aveva involontariamente
lusingato co’ sorrisi e le attenzioni. Gavina teneva sempre la testa
bassa; non guardava il muto, ma sentiva il fascino di quegli occhi
lampeggianti che le metteva un brivido in tutta la persona. Il bandito
non fece altro che allungare la mano verso di lei, e col pollice
e l’indice le pizzicò dolcemente il lobo dell’orecchio, come per
chiederle conto degli orecchini che vi mancavano.
La fanciulla comprese quanto il muto voleva dirle, levò gli occhi su
lui, quasi per implorare pietà; e con le mani giunte, fissando il muto
con uno di quegli sguardi che di consueto lo disarmavano, gli fece
intendere che la perdonasse; che lei non ci aveva colpa che lo avrebbe
amato sempre... ma come un fratello.
Ma Bastiano non faceva che guardarla negli occhi, dimenticando le
promesse fatte e gli avvertimenti di Anton Stefano e della moglie.
La belva era domata. Bastiano si avvide ben tosto che aveva bisogno di
allontanarsi da quella donna per gustare tutte le voluttà dell’odio.
Dinanzi a lei non provava che amore — soltanto amore.
Fra le stranezze del suo sentimento, ve n’era una che non sapeva
spiegare: egli non aveva mai nudrito odio nè rancore per Gavina —
cercava sempre in altri le cause della sua infelicità, non mai nella
figlia di Anton Stefano.
Finalmente — temendo di venir sorpreso da qualcuno, o di commettere
qualche imprudenza — il muto stese la mano a Gavina, come per darle
e ricevere un saluto — un addio. La fanciulla dopo aver esitato, si
decise a mettere la sua bianca manina in quella ruvida di Bastiano —
e allo stesso tempo portò il grembiale agli occhi, per asciugarsi le
lacrime che cadevano copiose.
Allora il muto, con dolce violenza si recò alle labbra quella mano
prigioniera, e v’impresse un bacio infuocato.
Ad un tratto però, Gavina levò la testa. La sua fisonomia si era
d’improvviso trasfigurata: i suoi occhi scintillavano di gioia: le sue
labbra tremanti si erano composte ad un ineffabile sorriso, mentre le
sue orecchie tese parevano carezzate da una musica celeste.
Che cosa era avvenuto?
Bastiano ebbe un lampo di speranza!
Ma l’infelice si era ingannato! L’emozione di Gavina, che lo rendeva
pazzo di gioia, avrebbe dovuto invece gettarlo nella disperazione.
La timida fanciulla aveva udito la voce di Giuseppe, il quale tornava
dall’Adu di Sarzughe in compagnia del padre — e quella voce aveva
la virtù di accenderle il sangue. Il suo Giuseppe cantarellava una
strofetta che suonava per lei rimprovero.
Bedda, paichì tanti peni
Senza muttiu mi dai?
Sarà forsi paichì m’hai
Siguru in li tò cateni?
Pallida, spaventata, misurando la gravità della sua imprudenza, Gavina
tentò svincolare la sua mano dalla mano del muto; ma il muto non volle
lasciare la fanciulla senza dirle coi segni:
— Non devi amar nessuno! perchè sarei capace di uccidere l’uomo che ti
facesse sua!
Gavina mandò un grido d’orrore, si svincolò da quella mano d’acciaio, e
fuggì verso lo stazzo.
Bastiano era sordo — nè aveva udito la canzone di Giuseppe. Acciecato
dalla passione, si era lusingato del turbamento di Gavina; credeva
l’insensato, che l’amore si destasse nel cuore della fanciulla, mentre
invece esso andava spegnendosi.
Col cuore pieno di speranze, riprese la viottola tortuosa che conduceva
alla valle di San Gavino....
Il canto di Giuseppe si era bruscamente interrotto.
Tanto Anton Stefano, quanto il suo futuro genero, avevano veduto
nella penombra la Gavina correre spaventata verso lo stazzo; e poco
dopo il muto che se ne allontanava frettoloso, prendendo la viottola
dell’orticello. Entrambi immaginarono la ragione di quella fuga, e
ne provarono dispetto e gelosia. L’uno però non comunicò all’altro
l’impressione ricevuta. Giuseppe calmo in apparenza, disse al vecchio
che era suo desiderio rientrare nell’Avru dalla parte del piazzale,
non volendo incontrarsi col muto, e difatti prese la scorciatoia. Anton
Stefano tirò dritto per la sua strada, volendo invece andare incontro
al muto.
Gli tagliò infatti la strada, e gli si piantò dinanzi. Bastiano fu
costretto a fermarsi.
— Donde vieni? — gli disse con un gesto e con piglio burbero Anton
Stefano.
Il muto allungò la mano, e gli indicò lo stazzo.
— Non vuoi dunque capire che le tue visite sono importune?
Il muto allungò il collo e aprì la palma delle mani per domandargliene
la ragione.
— Perchè mia figlia è fidanzata con Giuseppe, ed è tempo che tu smetta
le molte corbellerie che hai per la testa!
— E che faccio a tua figlia? — continuò Bastiano sempre co’ suoi gesti
abituali.
— Fai che m’indisponi il fidanzato, mi spaventi la figliuola, e mi
turbi la casa, dove non siamo più padroni di vivere come ci pare e
piace!
— E così... non devo più venire nello stazzo?
— No — fece Anton Stefano, dondolando l’indice della mano destra.
— E se io venissi?
Anton Stefano, infastidito, fece col piede il gesto di dargli un calcio.
— Hai capito, finalmente? Non ti voglio più trovare nello stazzo. È la
seconda volta che ti ho avvertito; alla terza saprò come regolarmi!
— Mi ucciderete forse?!
— In casa mia non ti voglio nè morto nè vivo! Intendi?!
E senz’altro dire, nè aspettare risposta, Anton Stefano piantò il muto
in mezzo alla viottola e s’incaminò verso lo stazzo.
Il muto si volse due volte per guardare il vecchio che si allontanava;
indi si cacciò nel sentiero, come un disperato.
L’addio dato a Gavina, la vista del rivale, le minaccie del vecchio,
gli avevano fatto salire il sangue al cervello.
Continuò la strada con la testa china camminando a balzi, con un
tintinnio nelle orecchie, col fiele sulle labbra e coll’affanno nel
cuore.
Giuseppe non era rientrato nello stazzo per la porta del piazzale, come
aveva detto al suocero. Aveva fatte un lunghissimo giro, coll’intento
di tagliar la strada al muto, verso la vallata.
Il cugino di Gavina era furente. Già da qualche mese egli si era
contenuto, vinto dalle preghiere di Anton Stefano, ma ormai l’aspettare
più a lungo gli pareva vigliaccheria. Aveva sopportato abbastanza per
amor della cugina i capricci del sordo-muto: e sebbene fosse sicuro
dell’affetto di lei pure non era tranquillo. Nella condotta di Gavina
vedeva una timidezza tale, che lo inquietava, e lo rendeva suo malgrado
geloso di quel disgraziato, che credeva capace di qualunque tiro.
Egli ben lo ricordava: la suocera un giorno si era lasciata sfuggire
una frase molto significante; — se il muto non si stancherà di
frequentare lo stazzo, si cercherà un mezzo per farlo stancare.
La vista di Gavina che fuggiva, e del muto che la seguiva a breve
distanza, gli fecero perdere la ragione: era sulle furie, e voleva
approfittare del momento propizio. Era sicuro che Bastiano gli tendeva
un’insidia, e pensò di prevenire il colpo.
Sedette fra due macchie di lentischio, poste sopra un poggio, dove la
viottola faceva gomito. Per di là doveva passare il sordo-muto ed egli
lo aspettò. Era trafelato per la corsa fatta, ma vi era arrivato in
tempo....
Dieci minuti dopo si udì una detonazione.
Bastiano Tansu — che aveva oltrepassata di cinquanta passi la meta —
sentì all’orecchio il fischio d’una palla. Agile come un capriolo, fece
due salti avanti e si voltò. — Si udì un altro sparo, e una seconda
palla andò a colpire il calcio del suo fucile, e glielo ruppe.
Questa volta, però, Bastiano credette ravvisare il suo nemico che
saltava una siepe, e gli mandò dietro una palla, che non lo colse.
L’ira che acciecava i due rivali, e l’ora tarda, avevano mandato a
vuoto i loro colpi.
Bastiano seguì con gli occhi l’uomo che si allontanava, guardò il
calcio rotto del suo fucile e compose le labbra ad un riso infernale.
— Non ti ringrazio di avermi salvata la vita — pensò con rabbia —
perchè della vita son stanco. Ti ringrazio, perchè poni in pace la mia
coscienza. Miserabili! — aggiunse, minacciando con la mano l’Avru — voi
mi avete sciolto dal più insensato de’ giuramenti!
E continuò la strada incamminandosi verso gli stazzi della Trinità
d’Agultu.
XIII.
Vendetta
Era la notte del 5 al 6 luglio del 1857.
. . . . . . .
A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri camminava per ore ed ore, senza
sapere ove andasse.
Si aggirava inquieto intorno allo stazzo dell’Avru; ma finiva per
ritornare ad uno speco, chiuso fra tre massi di granito, per poter
fissare il pallido lume che vedeva sfavillare laggiù, in mezzo alle
tenebre: stella funesta che annunciava una vendetta — punto luminoso
che pareva additasse una vittima da colpire.