La Gavina, che vedeva inutili tutte le sue astuzie per scongiurare

gli assalti del cugino, credette premunirsi contro le insidie pensando

con più intensità al muto; e sperava di trovare motivo ad un rifiuto —

vincolando la sua coscienza ad una promessa di fedeltà, che, in fondo

in fondo, non aveva mai fatta. L’ingenua fanciulla aveva dimenticato

che Bastiano era sordo e muto — vale a dire, che non aveva potuto

svelare a lei il suo amore, e che da lei non aveva potuto udire una

sola parola che lo autorizzasse a rimproverarle la mancata fede.

Giuseppe non aveva per anco esternato allo zio ed alla zia le sue

intenzioni riguardo alla loro figliuola; egli rimandava di giorno in

giorno la sua domanda di matrimonio; ma intanto, in quei giorni, aveva

finito per innamorarsi pazzamente della cugina, tanto da diventare

frenetico. Il lungo aspettare è per l’amante sempre fastidioso, e non

fa che accrescere il desiderio del possesso. Si era così verificato;

chè la Gavina, col suo ritegno, non aveva fatto che pregiudicare i

propri disegni.

Se però Anton Stefano non immaginava le ragioni delle frequenti visite

del nipote ben lo avevano immaginato la madre e le sorelle di Gavina:

quella con una certa soddisfazione per il partito vantaggioso che si

presentava alla figlia, e queste con una certa invidia dispettosa, per

la fortuna che toccava sempre alla sorella minore.

Giuseppe aveva sul muto molti vantaggi: e fra gli altri ne aveva due

che a una donna non potevano tornare discari: la leggiadrìa delle forme

e il fascino della parola. Questi due vantaggi non potevano sfuggire

alla graziosa figlia di Anton Stefano. Essa non poteva necessariamente

stabilire confronti fra la figura simpatica ed aperta di Giuseppe, ed

il volto accigliato e chiuso di Bastiano. Doveva senza pur vederlo

— paragonare l’eterno silenzio che regnava intorno al muto, con la

voce argentina e insinuante del cugino. Per quanto dagli occhi e

dai lineamenti di Bastiano sfavillassero i pensieri che turbavano

quell’anima irrequieta e misteriosa, pure tutto ciò era al disotto

del fascino che esercitava la parola di Giuseppe, sempre ardente,

armoniosa, irresistibile. Il cugino manifestava con poche parole, ciò

che il muto non riusciva ad esprimere con un mondo di gesti e di suoni

indistinti. D’altra parte, il linguaggio di Bastiano era limitato:

pochi segni e pochi rantoli che rivelavano le sue sensazioni, più che

i suoi sentimenti. Quelle labbra, quasi condannate all’immobilità,

non avevano ricchezze di suoni. Il vocabolario del muto era povero,

circoscritto — ristretto ai più urgenti bisogni della vita; e per

quanto Gavina fosse addentro nei misteri di quell’anima tribolata,

tuttavia non poteva percepire tutti i pensieri del muto; non poteva,

dirò così, afferrare tutte le sfumature del sentimento che traboccava

da quel cuore. Molte cose la fanciulla non capiva — e se fingeva

capirle, ciò faceva per non affliggere il muto, il quale diventava

furioso quando si accorgeva che mal si spiegava, o che non veniva

compreso.

Vi era di più: il muto nell’impeto della passione, era orribile a

vedersi, e destava quasi ribrezzo. La sua fisonomia si trasfigurava,

le sue nari si dilatavano, le sue labbra si contraevano mandando suoni

striduli, e gutturali, che non sapevano d’umano. Come le belve non

aveva che suoni inarticolati.

Il muto era una creatura imperfetta — e Gavina lo sapeva. Essa era

legata a lui da una profonda pietà — dal melanconico affetto che

sentono le anime gentili per gli sventurati. Lo amava per le sue

imperfezioni fisiche, per la sciagura da cui era stato colpito, per

la sua vita errante e tribolata, per la convinzione che, senza di

lei, tutti lo avrebbero odiato. Gavina voleva compiere la sua opera

di redenzione; si era quasi votata a quella santa missione; si era

prefissa un’opera di misericordia; si era imposto un sacrificio che

voleva compiere ad ogni costo, anche a prezzo della propria felicità.

Non era essa padrona del suo cuore e delle sue azioni? Chi poteva

proibirle di amare e di proteggere uno sventurato?

Le sorelle maggiori e la madre erano ben lontane dall’immaginare quanto

Gavina volesse bene a quell’infelice. Se lo avessero immaginato, forse

non avrebbero incoraggiato nel muto la speranza d’esser corrisposto

— non avrebbero concessa tanta libertà alla giovinetta, con la

convinzione che la bruttezza del muto e le sue imperfezioni fisiche,

fossero una garanzia sufficiente per allontanare l’amore. Dinanzi a

quel deforme, una fanciulla non poteva temer pericoli — il cuore non

poteva aver palpiti — la carne non poteva aver desideri!

Dunque la madre credeva in buona fede di non mancare al suo dovere,

permettendo alla figlia i lunghi colloqui da solo a sola col muto.

Bastiano non era un uomo, non era una tentazione, non era un pericolo:

— era un aborto della natura. Bisognava solo guardarsene come un cane

ringhioso che all’occasione poteva mordere — null’altro. Tutta la

prudenza non consisteva che nell’accarezzarlo — ecco tutto!

Abbiamo detto che Gavina si era imposta il sacrificio di amare e

proteggere il muto; ma bisogna aggiungere, che, quando ciò prefiggeva,

ella non aveva ancora veduto il cugino; o, meglio, non aveva da vicino

apprezzato le belle doti di quell’uomo che le aveva parlato di amore

con una parola calda, melodiosa, affascinante. Giurò a se stessa, in

buona fede — ma fu imprudenza, perchè non considerò che il domani è

nelle mani di Dio, e che è pericoloso per una fanciulla di sedici anni

star vicino ad un uomo di trenta — anche quando è sordo e muto!

Fatto sta che, agitata da due opposti sentimenti, e spaventata dalla

lotta che s’impegnava nella sua anima, Gavina da un mese viveva una

vita d’inferno. Le sue veglie erano piene di angoscie e di paure — i

suoi sonni turbati da cento fantasmi.

In mezzo alle lotte disperate, quella debole creatura trovò le forze

di prendere una ferma risoluzione: — fuggire Giuseppe. Gavina voleva

essere come Bastiano — sorda ad ogni parola, muta ad ogni preghiera.

Bastava ch’ella vedesse il cugino, perchè si desse alla fuga; bastava

udisse la voce di Giuseppe perchè impallidisse, si turbasse, e

sospendesse ogni faccenda domestica.

Ogni parola la faceva trasalire — ogni suono la faceva fremere. Tendeva

paurosamente l’orecchio ad ogni rumore, e bastava il gemito del vento

perchè il suo cuore accelerasse i palpiti. Era capace di piantare

bruscamente la comitiva con un futile pretesto, se sentiva le pedate,

o la voce di Giuseppe che arrivava allo stazzo. Che più? si era persino

ridotta a fargli degli sgarbi.

Il contegno della Gavina non tardò a impressionare seriamente la

famiglia. I suoi modi poco urbani non facevano che compromettere la

pace domestica, minacciando anche di provocare spiacevoli conseguenze,

tenuto conto del carattere irritabile dei galluresi.

La vecchia colse più volte occasione per rimproverare la figlia; e

giunse persino a minacciarla. Il padre la sgridò severamente, e le

sorelle non facevano che maltrattarla dal mattino alla sera.

— Perchè simili smorfie? — le dicevano. — Che ti ha fatto Giuseppe?

La più bella e la più ricca fanciulla di Gallura si chiamerebbe ben

fortunata delle gentilezze di tuo cugino: e tu lo tratti in tal modo?

A lui sempre il broncio e al muto tutte le attenzioni: Giuseppe sempre

disprezzato — e quel sordone, quel bandito, quel mostro, sempre oggetto

delle tue carezze. Va! sei pure la sciocca e la gran capricciosa! Ma

già! Dio dà sempre il pane a chi non ha denti!

E la Gavina, muta ai rimproveri delle sorelle, non faceva che sospirare

e piangere.

— Zoticona — le diceva il babbo — chi ti ha insegnato simili villanie

in casa mia? Non si può, dunque più scherzare? Guai a te se non cambi

maniera con Giuseppe!

E Gavina piangeva come una bambina, e non sapeva rispondere. Si

ritirava nella stanza da letto, e là dava sfogo alle sue lagrime.

Un giorno si trovava sola nell’orticello, intenta a cogliere i

fagiolini, udì uno stropiccio di passi, e vide a sè dinanzi Giuseppe.

Gavina tremava come foglia, e si fe’ bianca come un pannolino di

bucato.

— E perchè tanta paura quando io ti parlo? Che mai ti ho fatto, o

Gavina, perchè tu mi tratti in tal guisa? Ti sei forse offesa perchè

ti ho detto di volerti bene? Le mie intenzioni sono oneste, ed è mio

divisamento di chiederti in moglie al babbo. Ti dispiacerebbe dunque

ch’io ti conducessi meco, per formare una famiglia? — Ebbene — dimmi

francamente che ti sono antipatico, ed io partirò subito, giurandoti di

mai più rivederti.

Vi era tanto affetto e tanto dolore nell’accento di Giuseppe che Gavina

ne fu vivamente commossa.

— Giuseppe — gli rispose — no; non mi sei antipatico; non mi sono

offesa delle tue dichiarazioni, nè avrò mai a male le parole di colui,

col quale ho passato la parte più bella della mia fanciullezza. Ma....

— Ma?....

— Ma, per ora lasciami in pace — non interrogarmi....

Più tardi, forse, ti dirò tutto....

— Dimmi almeno che....

Un grido della fanciulla, interruppe la frase del giovine il quale vide

la cugina arrossire fin nel bianco degli occhi, e prendere la corsa

verso lo stazzo.

Meravigliato di un tal contegno, Giuseppe seguì con gli occhi la cugina

che si allontanava; e nel voltarsi notò il muto dietro l’opposto muro

di cinta.

Giuseppe andò incontro a Bastiano con un cordiale sorriso; e nella

presenza dell’importuno credette aver trovata la causa, della scomparsa

di Gavina. Fin’allora egli aveva ignorato le intenzioni del muto,

perchè le donne si erano ben guardate di palesare a Giuseppe lo scherzo

innocente fatto a quel disgraziato.

Giuseppe salutò col capo Bastiano; ma, distratto com’era non si avvide

del feroce sorriso che errava sulle labbra della belva gelosa; la

quale da qualche tempo si era accorta del sentimento che nutriva il suo

rivale per la figlia di Anton Stefano.

Quella sera Giuseppe aveva preso la risoluzione di tradurre in atto il

suo progetto. Si era proposto di prender moglie, nè voleva più oltre

indugiare nel far la domanda ai genitori della cugina.

VIII.

La domanda di matrimonio

Anton Stefano aveva terminato il suo pranzo frugale; e se ne stava,

al solito, sdraiato sotto un elce che trovavasi sotto il riparo di un

macigno, a breve distanza dallo stazzo.

Giuseppe, arrivato nel momento all’Avru, senza neppur salutare le

donne, si era incamminato verso il pastore, e gli sedette al fianco.

Dopo avergli dato il buon giorno, prese addirittura a entrare

nell’argomento.

— Anton Stefano, voi avete notato da qualche tempo la frequenza delle

mie visite al vostro stazzo; e son persuaso che avrete chiesto a voi

stesso la ragione della mia premura insolita nel salutare la vostra

famiglia.

— Difatti — non lo nego — le tue visite frequenti mi hanno stupito

alquanto. — Giuseppe — ho detto fra me stesso — lascia le sue terre

troppo in abbandono, e trascura i suoi interessi!

— Che cosa avete pensato di me?

— Che volevate darvi alla vita dello scioperato.

— E vi siete ingannato! Io invece, qui venendo, non ebbi in animo che

di metter testa, e di cominciare una vita più seria e più attiva!

— E come questo?

— Ve lo spiego in due parole, e senza preamboli. Voglio prender moglie!

— E venite a me per chiedere un consiglio?

— Oibò! vengo a voi per chiedere la moglie.

— A me?

— Sicuro. Perchè voi solo potete darmela: voglio la Gavina!

Anton Stefano, che era sdraiato, si alzò di colpo e si mise a ridere.

— Mia figlia....?

— Sì, vostra figlia! — non fatemi osservazioni di sorta, perchè ci

ho pensato a lungo. La mia età, la mia condizione, la mia moralità,

il mio patrimonio, son tutte cose a voi note, nè avete bisogno di

attingere informazioni al mio riguardo. Rispondete dunque netto e senza

complimenti: me la date, sì o no?

Anton Stefano riaccese lentamente la pipa che si era spenta, si

aggiustò il berretto, prendendo tempo per rispondere. La risposta alla

domanda di Giuseppe fatta così a bruciapelo, non era così facile a

darsi, come il suo parente credeva.

Si avvide subito Giuseppe, dell’impressione prodotta nel vecchio,

dalla sua domanda — e se ne sgomentò. Che cosa poteva impedirgli

di dare una risposta affermativa, spontanea? Perchè quella nebbia e

quell’improvviso cambiamento nel volto del vecchio? Con gli occhi fissi

in quelli dello zio, egli aspettò trepidante una risposta, che tardava

troppo ad uscirgli dalla bocca.

Dopo aver carezzato a più riprese la sua barba grigia, Anton Stefano,

rivolto al giovine gli disse con tono grave e solenne:

— Capirai, Giuseppe, ch’io ti conosco, e che il riceverti come figlio

nella mia famiglia sarebbe un onore, di cui andrei orgoglioso. Miglior

partito per la mia figliuola non potrei pretendere, nè essa troverebbe.

Vi è però un ostacolo grave che si oppone al tuo e al mio desiderio —

trattasi di delicatezza, di prudenza, di cuore, e....

— Ostacolo grave?.... di delicatezza?.... Non capisco!

— Ho motivo di credere che Gavina non sia affatto libera di cuore....

Un sudore freddo bagnava la fronte di Giuseppe. A questa rivelazione

sentì una mano comprimergli il cuore. Senza volerlo, ripensò allora al

contegno strano di Gavina, alla sua perplessità, ai modi singolari, che

fin allora egli aveva creduto frutto di timidezza e d’ingenuità.

— Avete _motivo a credere_ che Gavina non sia libera? — ripetè,

dubitando di aver male inteso.

— Sì, vi è forse un altro pretendente, che potrebbe creare qualche

disturbo a me.... ed a voi!

— Un altro pretendente....?

E Giuseppe cercava col pensiero chi poteva essere quest’uomo a lui

sconosciuto. Da due mesi circa che egli frequentava lo stazzo, non

aveva mai veduto alcuno che potesse ispirargli timore. Per quanto si

torturasse la mente, non potè rintracciare il suo misterioso rivale.

— E quest’uomo frequenta il vostro stazzo?

— Sì.

— Ed io lo conosco?

— Sì.

— Ditemi il suo nome.

— Bastiano.

Giuseppe si rizzò in piedi come spinto da una molla, e facendosi presso

al vecchio, ripetè:

— Bastianu Tansu?

— Egli stesso.

— Il sordo-muto?!....

— Il sordo-muto!

La calma tornò di nuovo nel cuore di Giuseppe; e componendo il labbro

ad un amaro sorriso, esclamò, quasi offeso:

— Anton Stefano, voi scherzate e volete farvi giuoco di me. Ciò non sta

bene, quando si tratta di cose serie!

Il vecchio soggiunse con pari serietà;

— Io non uso scherzare, quando trattasi dell’avvenire di mia figlia, e

della lealtà del giovane onesto che me la chiede. Ho detto il vero!

Giuseppe si passò una mano sulla fronte, credendo sempre di sognare.

— Ma.... — soggiunse dopo una breve pausa, — Gavina si contenta?

— Non lo so. Potrebbe anche contentarsi!

— Potrebbe? Siete dunque voi che volete questo matrimonio?

— Nè io nè mia moglie possiamo volere per genero un sordo-muto.

— Nè un volgare assassino....

— Giuseppe....!

— Sì un assassino; sarei anche capace di dirglielo in faccia! — gridò

indignato il giovine, non credendo ancora a quanto il vecchio andava

narrandogli. — Spiegatemi almeno come stanno le cose.

— Ma... non saprei forse spiegarle. Il muto da qualche tempo frequenta

il mio stazzo... ci aiuta, fa qualche lavoro, ed ha un carattere

dolcissimo. Si mise però in testa che la Gavina potesse far per lui; si

lusingò.... non so di che; prese sul serio certi scherzi delle donne...

e pare che nutra delle serie speranze.

— Ed è tutto questo?

— Sì.

— E vi fece intendere la sua intenzione...?

— Oh, mai.... ha fatto, così qualche regaluccio....

— E allora...?

— Voi conoscete il muto... sapete quanto è feroce quando si mette in

testa una cosa....

— Ma vi è mezzo di fargliela togliere — esclamò vivamente Giuseppe, con

gli occhi che mandavano lampi. — Gli si dice con le buone... e se con

le buone non intende, si ricorre alle cattive... e si mette addirittura

alla porta. Insomma, io vi domando la mano di vostra figlia Gavina —

esclamò risolutamente il giovine. — Me la date sì o no?

— Per parte mia ve la concedo, e con piacere; però pretendo seriamente

che il muto non sia molestato e che io non abbia a soffrire alcun

disturbo, o dispiacere: egli è parente dei Vasa, e ben so quanto

bisogna andar cauti in fatto di inimicizie. Tutte le grandi cose, in

Gallura, furono sempre partorite dalle cose piccole — e so quel che mi

dico. Abbiate dunque pazienza, o Giuseppe, se è vero che amate la mia

figliuola; e se vi riuscirete con la prudenza e con l’astuzia a far

ricredere il muto delle sue stolte pretensioni, il contratto e bell’e

stabilito, nè se ne parli più.

Stasera ne terrò parola a mia moglie, e vedremo il partito da

prendere. — Vi prevengo però: desidero, anzi voglio, che si prendano

tutte le cautele; senza ricorrere, cioè a mezzi violenti e a scene

spiacevoli, amo la tranquillità della mia casa e della mia famiglia,

nè voglio immischiarmi in contestazioni, che ho saputo evitare per ben

cinquant’anni. Non vorrei aver disturbi nella vecchiaia. Non vi dico

altro!

— E sta bene. Io penserò a soddisfarvi.

E così dicendo Giuseppe si era allontanato dal vecchio, il quale, per

tutta quella sera, non fece che ripensare alla domanda del nipote,

studiando tutti i mezzi per togliersi d’impaccio nell’intricata

situazione. — E aggiungete che Anton Stefano, che era una buona pasta

d’uomo, aveva taciuto a Giuseppe, ciò che sempre aveva taciuto in

famiglia. In fondo in fondo il muto non gli dispiaceva, nè aveva

mai creduto un peccato mortale concedergli la figliuola. Bastiano

non poteva dirsi brutto; era un instancabile lavoratore, aveva

dell’abilità, e non mancava di cuore.

— Gran che l’esser sordo-muto! diceva nell’intimo della sua coscienza.

— Conosco tanti giovanotti che parlano e che ascoltano, eppure son più

muti e più sordi di Bastiano! Ma andate a dire queste cose alle mogli e

alle figlie! Vi mangiano vivi.

*

Giuseppe meditò a lungo sul dialogo avuto col pastore, nè arrivava a

persuadersi dell’accaduto. Alla sua mente ritornavano certe circostanze

non prima avvertite — e fra tutte la improvvisa comparsa del muto

nell’orticello, e il grido e la fuga della fanciulla.

Quel grido era amore, od era paura?

Ecco quanto voleva sapere Giuseppe. Qual sentimento aveva turbato la

cugina? Poteva essa nutrire una passione per quello storpio? Ciò non

era probabile. — La mente di Giuseppe rifuggiva da simili ipotesi. Come

mai Gavina poteva lasciarsi allucinare da un essere di quella fatta?

Dunque?.... Bisognava cercare il segreto di quell’intrigo. Che cosa

accadeva nello stazzo?

Un pensiero balenò alla mente del giovine: — il muto si era imposto col

terrore — con quel terrore che lo aveva reso celebre nella sanguinosa

lotta che s’era impegnata fra le fazioni dei Vasa e dei Mamia. Col

terrore voleva imporsi al cuore della timida fanciulla — col terrore,

voleva carpire il consenso dei genitori — col terrore, infine, sapeva

allontanare da Gavina tutti quelli che gli davano ombra.

E ciò Giuseppe non poteva tollerare, nè come amante, nè come amico,

nè come parente della famiglia di Anton Stefano. E che? non vi sarebbe

dunque stato un uomo in Gallura, capace di far stare a dovere il muto?

era poi tanto potente e _terribile_ costui? Non era egli un uomo di

carne ed ossa come gli altri?

— Dicono che sia figlio del diavolo — concludeva Giuseppe. — Ebbene,

anche per il diavolo quando ogni mezzo mancasse, c’è l’acqua santa!

Giuseppe, nel segreto del cuore, passava in esame tutti i mezzi validi

per far ricredere quel forsennato; ne trovava molti, ma c’era un guaio;

bisognava far le cose in modo da non dispiacere al futuro suocero, che

rifuggiva dai forti attriti, — e da non spaventare la cugina, che egli

già amava alla follìa. Il pensiero che un altro aspirasse a quella

graziosa creatura, lo inquietava molto e allo stesso tempo non faceva

che accrescere la sua passione. Provava come un dispetto geloso — si

sentiva umiliato d’essere costretto a lottare con un essere che egli

credeva molto inferiore a lui, sotto tutti i rapporti.

Anton Stefano — la stessa sera — tenne parola alla moglie della domanda

formale di Giuseppe, e dei timori che gli incuteva il muto. Non si può

immaginare la gioia con la quale la vecchia accolse la fausta nuova,

che d’altronde era per lei assai vecchia; perocchè la madre di Gavina

aveva avuto più volte occasione di esplorare le intenzioni di Giuseppe

per la sua figliuola.

Da quel momento la vecchia prese impegno di guidare lei stessa le cose.

— Lasciami fare — aveva detto al marito — se vorrai secondarmi

prendendo consiglio da me, condurrò le cose, in modo, che rimarrete

tutti contenti.

— Temo però che noi le abbiamo troppo imbrogliate! Aveva esclamato il

vecchio, non sapendo vincere un presentimento che da lungo tempo lo

tormentava.

— Fida in me!

— Che Dio e San Gavino di Petra Màina ci aiutino!

— E così sia!

IX.

Tra madre a figlia

Una sera, mentre le due figlie maggiori e le serve erano tutte riunite

nell’orticello, occupate nella raccolta dei legumi, la vecchia madre

prese di fronte Gavina, la quale era rimasta sola nello stazzo, e le

disse:

— Il tuo contegno misterioso ha già di troppo tenuto in pensiero la

famiglia. È tempo ormai di togliere di mezzo qualunque equivoco.

Rispondimi subito e senza reticenze! Dammi ragione della strana

condotta che tieni con tuo cugino.

La fanciulla, colta alla sprovvista arrossì, abbassò gli occhi e tacque.

— Rispondi: nutri dunque dell’odio per Giuseppe? Perchè lo fuggi?

Gavina, tremante come foglia, celò il volto nella palma della mano.

La vecchia, allora, le afferrò con violenza il braccio le alzò con

forza la testa, e costrinse la fanciulla a guardarla in viso.

— Lascia le moine ridicole, e rispondimi: — perchè fuggi Giuseppe?

Dominata dal rigore materno, e in un accesso di passione, Gavina ruppe

in singhiozzi; ed esclamò vivamente con accento concitato:

— Ma non vi siete dunque accorte che io fuggo Giuseppe perchè l’amo

troppo, perchè la sua voce mi fa troppo male, perchè i suoi occhi mi

bruciano il corpo e l’anima!?

E la fanciulla, vergognosa, nascose il volto nel seno della madre,

e arrossì fin nel bianco degli occhi. La fisonomia della vecchia

si rischiarò d’una gioia improvvisa; ella sorrise a sè stessa; e

chinandosi all’orecchio della figliuola, mormorò con voce dolce e

affettuosa:

— E... se Giuseppe ti avesse chiesta in isposa?....

— Lo rifiuterei con tutte le mie forze!! — esclamò risoluta la

fanciulla, levando la faccia.

— E se noi si volesse che tu lo sposassi?

— Mi lascerei percuotere, uccidere da voi, ma non diverrei mai la sposa

di Giuseppe, finchè....

E la fanciulla esitava.

— Finchè....

— Finchè il muto mi vorrà bene!

— Sei matta!?

— Non capite che giammai darò a Bastiano il dolore di un mio rifiuto,

dopo che egli ha tanto bisogno del mio affetto, dopo che voi... sì

voi!... gli avete fatto credere d’essere riamato? Sarò infelice,

soffrirò per tutta la vita, ma non mi torturate più oltre. Finchè il

muto vivrà nella speranza del mio amore, io sarò irremovibile nel mio

proposito. Non sposerò nè l’uno nè l’altro — ecco il sacrificio che

posso fare; ma non domandate altro da me!

La madre credeva di sognare; e stava già per rispondere alla figlia,

quando d’improvviso questa si tolse alla sua presenza, e sparì

nell’altra camera.

La vecchia volse uno sguardo alla porta, e vide il muto che si

avvicinava allo stazzo, col fucile in ispalla e con gli occhi a terra.

Non aveva veduto Gavina.

Fu allora che la vecchia prese un’istantanea decisione. Andò incontro

al muto, gli fece capire che la seguisse perchè aveva comunicazioni da

fargli, e lo condusse nel vicino chiuso, dove si trovava Anton Stefano,

seduto sotto un elce.

Dopo averlo invitato a sedere, la vecchia cominciò a fargli capire

co’ segni che gli avevano sempre voluto bene, e che sempre lo avevano

accolto nello stazzo come un onesto e carissimo amico.

Il muto fissò alquanto la vecchia, senza capire; ma in seguito i suoi

occhi sfavillavano di contentezza, volendo dare un significato troppo

benevolo a quella prima dichiarazione.

La vecchia, sempre coi gesti continuò a fargli capire, che fin’allora

avevano con lui scherzato a proposito della figliuola — autorizzati

a far ciò dalla piena confidenza che accorda l’amicizia ma che era

tempo ormai di regolarsi perchè si trattava di cosa seria. Essi — i

genitori — non potevan più oltre tollerare un’intimità che, sotto molti

rapporti, poteva pregiudicare la loro figliuola.

Il muto di Gallura · 第 7 / 11 段