Il muto non aveva udito il grido della giovinetta, ma aveva indovinato

la cagione del suo dolore; e mentre Gavina si pizzicava a più

riprese l’avambraccio per calmare la puntura, il muto era riuscito a

sbottonarle il polsino della camicia, e a rimboccargliene la manica,

ponendo a nudo il braccio della fanciulla fin sotto all’ascella.

Sull’avambraccio spicciò una stilla di sangue, grossa come un granello

di sabbia. Il muto fissò a lungo quella macchietta rossa sopra quel

braccio bianco come il latte, ben tornito, morbido, provocante.

Dopo averla guardata anche lei, Gavina volse la testa e sorrise al

sordo-muto, abbandonando il suo braccio alle cure di quel medico

affettuoso, quasi in compenso del rigore con cui lo aveva poc’anzi

trattato.

Il muto però era cieco: afferrò con ambe le mani il braccio nudo della

fanciulla, ed appressandovi le sue labbra infuocate, succhiò a lungo

quella ferita con una voracità spaventosa.

Il rimedio era peggiore del male.

— Basta, basta! — gridava la fanciulla tentando svincolare il braccio

da quelle dita d’acciaio, e già pentita della sua condiscendenza.

Ma Bastiano non sentiva; e continuava a suggere da quella ferita la

stilla di sangue — e col sangue un lento veleno che gli struggeva

l’anima.

— Basta Bastiano! mi fai male!! — continuò a gridare Gavina, la quale

si era proprio dimenticata che Bastiano era sordo!

Le labbra del muto lasciarono per un istante il braccio di Gavina

ma solamente per mandar fuori l’aria aspirata, onde poter ritornare

all’opera.

Il punto dove Bastiano aveva posto le labbra era diventato bianco.

Gavina, un po’ indignata, pose una mano sul petto del muto, per

respingerlo; ma il giovine colle due mani compresse sulla carne,

fissava con occhio cupido quel braccio candido, morbido il cui contatto

lo faceva fremere, dandogli la vertigine. Riaccostò con più ferocia

la bocca al braccio della fanciulla, e glielo morsicò leggermente due

volte, con un’avidità e con un tal impeto che spaventarono Gavina, la

quale trovò la forza di svincolarsi dall’amplesso di quella piovra, di

riabbassare la manica della camicia, e di prendere la corsa verso lo

stazzo uscendo dall’ombra malefica che proiettava la lunga siepe di

biancospino. Corse, ansante, trafelata, senza pur accorgersi che il

muto non la seguiva più.

Cieca d’ira, di passione, di vergogna, Gavina arrivò allo stazzo per

la porticina dell’orto; entrò non vista nella sua cameretta, e sedette

sulla sponda del suo lettino; e dopo aver dato uno sguardo all’intorno,

per accertarsi che nessuno la spiava, tirò su di nuovo la manica della

camicia e guardò la ferita.

Sull’avambraccio era una macchia livida, rotonda, larga come uno scudo;

e in giro a quella macchia si vedevano le impronte lasciate dai denti

del muto. Gavina tenne gli occhi fissi su quei solchi bianchi, poi

diventò rossa rossa, e si mise a piangere — indignata contro sè stessa

per aver permesso una simile audacia.

Era molto indignata, ma si guardò bene dal raccontare alla mamma ed

alle sorelle il disgustoso fatto che le era accaduto!

L’ombra del biancospino l’aveva tradita!

*

Il muto non aveva seguito la fanciulla. Era rimasto immobile sotto il

ramo di biancospino, seguendo cogli occhi la ragazza finchè la vide

sparire alla svolta della siepe. Allora tornò indietro, passo passo;

giunse al sito dond’era partito, si lasciò cadere di peso sul macigno

che gli ricordava la sua imprudenza, e stette alcuni istanti col volto

fra le mani; indi, per sfogare il dispetto che lo rodeva, riprese

la zucca d’oro e con moto febbrile si pose a incidere certe foglie

sguaiate che facevano orrore. Finalmente, indignato, gettò a terra la

sua opera, e la ruppe coi piedi.

*

La più giovine delle figlie di Anton Stefano, il pastore, quella notte

tardò a prender sonno. Una delle sorelle, che dormiva a lei vicino, e

che la sentiva voltarsi, le disse:

— Che hai stanotte, Gavina? Non hai digerito la cena?

— Ho... che non mi sento bene.

— È forse il muto che ti dà a pensare? Scommetto che, con gli scherzi,

finirai per amarlo davvero!

— E se ciò fosse, che ve ne importa — rispose Gavina un po’ piccata per

la baia che le davano continuamente per quel benedetto muto che loro

per le prime avevano lusingato.

— Confessa almeno che gli vuoi bene!

— Ebbene, sì: gli voglio bene; lo amo perchè gli altri l’odiano. Quel

disgraziato ha bisogno d’essere amato da qualcuno. Amatelo voi — e

allora cesserò d’amarlo io: ve lo prometto!

Così diceva Gavina alla sorella; ma in cuor suo pensava:

— Peccato che sia muto! Questi disgraziati vogliono bene in un modo

singolare; non potendo sfogare con la lingua, si sfogano coi denti!

La figlia di Anton Stefano dormì quella notte colle labbra compresse

sull’avambraccio — dov’era stata punta dal biancospino, e dove ancora

si vedevano i segni lasciati dal muto. Capriccio da bambina!

Appena l’alba penetrò dalle fessure delle imposte, Gavina gettò

un’occhiata al suo braccio.

La ferita non c’era più, ma non poteva rallegrarsene: era passata nel

suo cuore.

V.

I regali del muto

Neppure il muto aveva chiuso occhio in tutta la notte. Dalle sue labbra

uscivano sospiri, gemiti, rantoli. Era inquieto, smanioso.

Si era aggirato per selve e burroni; aveva camminato tanto, finchè

si era trovato alle falde del monte della Crocetta, proprio sul far

dell’alba. Salì allora sul monte; pel sentiero a lui ben noto, si

trascinò a fatica fin sotto la Conca della Madonna, e sedette spossato

sul Gran tamburo.

Era stanchissimo, e dormì alquanto. Sogni strani lo svegliarono più

volte di soprassalto. Un’insolita gioia irradiava la sua anima.

Pensava sempre al braccio di Gavina. — Egli pareva di sentir sempre

il profumo di quella carne bianca, vellutata, che gli era salito al

cervello per inebriarlo.

Si volle illudere — e lasciò libero freno alla fantasia, che lo

trasportò in plaghe sconosciute. Vide Gavina ebbra d’amore seduta al

suo fianco; vide un sacerdote che li benediva; provò tutte le arcane

gioie del suo primo giorno di nozze.

Aveva la febbre.

Sentiva una matta voglia di correre, di arrampicarsi su per i monti

del suo paese; pensava a sua madre e a quei pochissimi che lo avevano

amato; e, comparando il passato col presente, credette probabile quella

felicità alla quale non aveva mai aspirato.

Le scene del giorno precedente tornarono alla sua memoria; riandò tutti

gli atti di Gavina — il suo cieco abbandono, il suo pallore, il suo

tremito, e persino la sua collera — e in tutto gli parve scorgere i

segni manifesti di un amore nascente.

Quel giorno non fece che correre da un punto all’altro; fermo non

poteva stare, perchè glie lo impedivano i pensieri che a frotte

attraversavano il suo cervello. Prese la via degli stazzi di

Giunchiccia e della Trinità, e si recò a visitare i parenti che

da qualche mese non aveva riveduti. Volle lasciar passare alquanti

giorni, prima di riprendere le visite allo stazzo dell’Avru; perocchè

comprendeva che non era prudente recarsi subito, dopo l’accaduto.

Voleva farsi desiderare; ed impose a sè stesso il sacrificio della

privazione.

Dopo quattro giorni d’assenza, Bastiano presentavasi d’improvviso sul

piazzale dello stazzo di Anton Stefano. Le donne, che lavoravano fuori

dell’uscio, lo salutarono e gli fecero feste, chiedendogli conto della

sua lunga assenza.

La Gavina, che stava in piedi sciorinando i panni sopra una corda tesa

fra il muro della casa ed un mandorlo, si fece tutta rossa nel vederlo,

ma continuò il suo lavoro dopo aver salutato il nuovo venuto con un

cenno del capo. Ella volle fare la risentita; ben sapeva che non era

conveniente mostrar buon viso a Bastiano, dopo il bacio temerario che

aveva ricevuto sul braccio.

Il muto si mostrava impacciato; non aveva la solita disinvoltura, nè il

solito buonumore — e la ragione si può comprendere.

La vecchia madre e le due figlie maggiori fecero a Bastiano

un’accoglienza più cordiale e più espansiva del solito, mostrandosi

dispiacenti di non averlo veduto per quattro giorni. Il muto, però,

sembrava sulle spine; per certo era venuto allo stazzo con un disegno

prestabilito, che non aveva coraggio di tradurre in atto. Aveva una

mano in tasca, come se celasse un oggetto che voleva, ma non osava

mostrare.

Finalmente ruppe ogni indugio, e mostrò alle donne due piccoli

orecchini di corallo montati in oro.

— Oh belli! — esclamarono in coro le tre donne; e i loro occhi

scintillarono per compiacenza.

Gli orecchini passarono dall’una all’altra mano, e vennero rivoltati,

pesati, ed esaminati attentamente. Nessuna delle donne, chiese a chi

fossero destinati... forse perchè lo avevano indovinato.

La sola Gavina aveva continuato a stendere i panni di bucato sulla

corda tesa, ma senza levar gli occhi e senza voltarsi. Le sue orecchie

però erano più tese della corda, e non perdevano una sillaba di quanto

si diceva.

— Guarda! guarda, Gavina! che graziosi orecchini — esclamò la vecchia,

rivolgendosi alla figliuola che faceva la distratta e l’indifferente.

A quella chiamata Gavina volse la testa verso le sorelle; ma poi

continuò l’opera sua, dicendo con freddezza e senza alcuna curiosità:

— Molto belli!

— E... di chi sono? aveva osato chiedere la vecchia al muto, per

non mostrarsi troppo sfacciata confessando che sapeva a chi erano

destinati.

— Sono i miei — fece il muto, puntandosi sul petto l’indice della mano

destra.

— Vuoi forse metterli tu?

— No: voglio regalarli — fece intendere il muto coi gesti.

— Regalarli! e a chi?

Il muto arrossì un pochino, e accennò cogli occhi la Gavina, che

in quel momento gli dava le spalle affaccendata più che mai nella

biancheria, per la quale in quella sera mostrava un’insolita cura.

— Non senti Gavina? Il muto dice che gli orecchini sono per te. È un

regalo che egli vuol farti!

Le due sorelle maggiori si fecero un po’ serie, punte forse

dall’invidia per il bel regalo toccato alla Gavina; e cercarono sfogare

l’interno cruccio con un po’ di sarcasmo e di burletta.

— Già! la Gavina ci guadagna sempre in questa ridicola commedia! —

disse l’una.

— Pare che questo stupido imbecille prenda la cosa sul serio! — esclama

l’altra.

— Fa già dei regali, l’amico!

— E non sarà certo l’ultimo!

— Tacete, maldicenti! — aveva esclamato la madre. — Bisogna sempre

accettare ciò che Dio ci manda! Badate piuttosto, che egli non si

accorga delle vostre celie!

— Se è sordo più del granito!

— La nostra Gavina è ben fortunata se sposa un sordo muto. Dev’essere

una bella felicità per una moglie, vivere con un marito che non parla e

non ode!

Il muto, poveretto, non poteva udire i discorsi che gli facevano sul

muso; ed era ben lontano dall’immaginare di qual natura fossero. Quelle

scaltre parlavano di lui chine sugli orecchini, come se tessessero le

lodi del dono e del donatore.

Dopo esser stati esaminati per ogni verso, gli orecchini vennero

restituiti al muto, il quale li prese, si accostò a Gavina, e con

un’occhiata supplichevole che voleva significare tante cose, la pregò

di accettarli per ricordo di un amico affettuoso.

La fanciulla — già indispettita e addolorata per gli sconvenienti

discorsi fatti dalla madre e dalle sorelle — dimenticò il suo

risentimento, e sorrise al muto, ringraziandolo con uno sguardo che

partiva da due occhi pieni di lacrime. Ella non poteva tollerare che si

deridesse o s’insultasse il suo povero muto, che non poteva difendersi.

L’odio altrui, e l’altrui disprezzo, erano state le cause prime del

suo affetto per Bastiano: lo aveva già dichiarato alle sorelle — e non

aveva mentito!

Con una grazia tutta infantile, quasi per compensare il muto delle

maligne parole scambiate fra le sorelle, la Gavina prese gli orecchini

dalle mani di Bastiano e se li appese alle orecchie.

Gli scherzi, e le celie e le mormorazioni che seguirono a questa scena,

si possono bene immaginare; ogni donna disse la sua e non si cessava

mai dal ringraziare il donatore della prova di gentilezza data in

quella sera.

Quando sul tardi Anton Stefano rientrò nello stazzo gli fecero il

racconto dell’accaduto, e si cominciò da capo con le matte risa. Il

vecchio pastore non rispose, e sedette a cena molto serio. Egli si

lasciò scappare:

— Temo le cose siano troppo spinte. Dio voglia che non abbiamo a

pentircene!

— Uh! che scrupoli — esclamò la moglie.

— Ti par possibile, concedere nostra figlia ad un sordo-muto, ad un

bandito?

— Per l’appunto, e neppur lui lo crederà.

— E se lo credesse sul serio?

— Allora la colpa sarà sua.

— No: sarà la nostra; anzi la tua.... tutta tua!

— Ti pare?

— Proprio così... E a te Gavina, che pare?

La Gavina, all’interrogazione del padre, abbassò gli occhi e la faccia

sul petto; arrossì, ma non rispose.

Il vecchio la guardò un istante; scambiò un’occhiata con la moglie, e

si accinse a mangiare la zuppa, dando una scrollatina di spalle.

— Temo molto che...

E inghiottì in una volta il cucchiaio di zuppa, e la metà della frase!

VI.

Battaglia dello spirito

Non erano ancora trascorsi due mesi dagli avvenimenti da noi narrati.

Una gran parte del genere umano pretende conoscere la sera dalle

promesse del mattino — ed è pretensione fallace!

Il giorno che nasce non dà l’immagine del giorno che muore: perocchè

un’alba serena e limpida non garantisce la limpidezza e la serenità

d’un tramonto.

Il tempo passa, e l’uomo invecchia. Chi non sa che l’esperienza può

dare un nuovo impulso alle nostre idee, ai nostri desideri, ai nostri

propositi? Le passioni turbano sempre il mare della vita, così quando

si destano, come quando si assopiscono.

Insensato chi si crede padrone del domani. L’uomo non falla quando

manca alle promesse — falla quando promette. Più a lungo accarezziamo

una speranza, e più saremo sicuri del tedio quando l’avremo realizzata.

Chi giura dichiara già di mancare al proprio giuramento. Giurare non

è indizio di fermezza di carattere, nè di onestà d’intenzione, è un

confessare la debolezza del nostro carattere e l’instabilità dei nostri

propositi. L’animo forte ed energico non ha bisogno di vincolare la sua

volontà col giuramento.

Il tempo passa. Coi giorni che corrono l’uomo diventa vecchio — e la

fanciulla può diventar donna. Si sa che il tempo può fortificare,

o infiacchire una fibra. Col tempo l’uomo ha diritto di cambiar le

proprie opinioni, e la donna di cambiar le mode — il primo può diventar

deputato e ministro, e la seconda potrebbe diventar fidanzata e madre.

Come possiamo noi contar sul domani, quando non ci è dato strappare il

velo che circonda l’ignoto? Perchè tacciare d’incostante e di volubile

la natura umana se essa non è responsabile del vento che spirerà

il domani? Il vento increspa la superficie del mare, come il tempo

increspa la superficie dell’uomo... che non è sempre la pelle!

*

Se, dopo due mesi dagli avvenimenti da noi narrati, il lettore avesse

fatto una visita alla famiglia di Anton Stefano il pastore, si sarebbe

subito accorto che un mutamento era venuto nello stazzo dell’Avru.

Era un mutamento sensibile, ma che ancora non si era manifestato

palesemente. Gli animi tutti erano preoccupati, ma si aveva paura di

una confessione reciproca. Ciascuno teneva chiuso in cuore il proprio

pensiero, e aspettava rassegnato il responso degli eventi.

Come la sarebbe finita? — era questa la domanda che ciascuno si faceva

nel segreto della propria coscienza; ma la risposta era nella mente

di Dio, e si aspettava la soluzione degli avvenimenti con impaziente

trepidanza.

Che cosa dunque era avvenuto nello stazzo di Anton Stefano? Passiamo

in rassegna ed esaminiamo i diversi personaggi del nostro racconto

— giacchè tra gli uffici del romanziere è pur quello di giudice

istruttore!

La Gavina era smaniosa, irrequieta. Mostravasi stanca, svogliata, e

soffriva di frequenti distrazioni. Sentimenti diversi si alternavano

nel suo cuore. Quella strana alternativa di contrari sentimenti non era

frutto dell’assidua e occulta cura che da tempo la travagliava; qualche

cosa di nuovo era penetrato nella sua anima. Due opposti sentimenti si

combattevano in lei: era una lotta disperata, accanita, tra due forze

uguali; un desiderio indefinito di una felicità insperata, contro il

rimorso di una colpa che sapeva di non aver commesso.

Si sentiva perplessa, incerta dinanzi a un sogno che la lusingava, e ad

un ricordo che l’accusava di ingratitudine.

Erano torture inesprimibili e inesplicabili!

Ella diventava sempre più pallida, più sofferente; soffriva di

capogiro, mangiava poco, e poco dormiva. Provava un senso di peso alle

palpebre e una stanchezza insolita nelle membra. Erano strani per lei

quei patimenti angosciosi — ma più strano l’accorgersi che nessuno de’

suoi cari le chiedeva ragione del suo malessere. Perchè ciò? Era forse

perchè coll’astuzia sapeva celare il suo malore, deludendo la vigilanza

materna? O forse tutti la lasciavano in pace per non tormentarla

maggiormente?

Per certo ella si avvedeva che qualche cosa di nuovo accadeva nello

stazzo: perocchè più volte aveva sorpreso in segreto colloquio le

sorelle e la madre, e si era ben accorta che al suo appressarsi i

discorsi venivano interrotti, o cambiati all’improvviso. Il cuore le

diceva che si tramava qualche cosa per il muto.

Anton Stefano era diventato serio e meditabondo; pareva che fosse

imbronciato con tutti, specialmente con la moglie. Spesso cenava

senza dire una sola parola; o si allontanava bruscamente, senza che

la moglie gli chiedesse ragione del suo broncio: — segno evidente che

quei malumori erano frutto di precedenti diverbi fra marito e moglie.

Talvolta Anton Stefano rispondeva di mala grazia a chi gli moveva

qualche domanda; e si adirava senza motivo, cercando futili pretesti

per dare in escandescenze. E questa sua condotta tanto più faceva

meraviglia, inquantochè il pastore era piuttosto di carattere dolce e

di una pazienza ammirabile.

Bastiano, dal suo canto era diventato ringhioso come un cinghiale.

Girava intorno i suoi grandi occhi spalancati, quasi con essi volesse

udire; e li piantava in faccia a tutti con una diffidenza, che da

qualche mese non gli era più abituale. Giammai, come in quel tempo,

gli era sembrata tanto penosa la mancanza dell’udito e della parola.

Diventato dispettoso all’eccesso, era capace di sedersi in un canto

del piazzale, e di rimanere colà due ore di seguito coi gomiti sulle

ginocchia e col capo fra le mani.

Un nuovo personaggio era venuto nello stazzo dell’Avru:

— Giuseppe, uno dei nipoti di Anton Stefano. Costui parlava assai

spesso colla Gavina; ma la Gavina si tratteneva con lui con una certa

titubanza — massime quando il muto era presente. E tanto il muto,

quanto la fanciulla, si erano accorti di una singolare dimestichezza

fra Giuseppe e i due vecchi di casa. Anzi si era notato che parlavano

sempre insieme, a bassa voce, in modo che gli altri della famiglia non

udissero i loro discorsi.

Tutti dunque — nell’Avru — parevano sotto il peso d’una cura segreta

che li tormentava. Le diverse cure parevano divise in tre distinti

gruppi. L’uno si componeva dei due vecchi e del nuovo venuto; il

secondo delle due sorelle di Gavina; e il terzo finalmente, di Gavina

e di Bastiano il muto — i quali però non facevano causa comune, ma

meditavano ciascuno per proprio conto, celandosi a vicenda i sospetti e

l’inquietitudine da cui parevano turbati.

E perchè il lettore conosca le cause intime del turbamento che regnava

nella famiglia di Anton Stefano, racconteremo i nuovi fatti avvenuti

nello stazzo dell’Avru nel breve giro di due mesi.

VII.

Il cugino Giuseppe

Giuseppe, parente di Anton Stefano, possidente di terre e di bestiami,

da qualche tempo visitava con frequenza lo stazzo dell’Avru; e più

volte s’era trovato col muto, ch’egli già conosceva per la trista fama

che aveva acquistato nelle inimicizie dei Vasa coi Mamia.

Le visite di Giuseppe, prima rarissime, e ormai troppo frequenti,

dovevano per certo avere una causa — e la causa c’era e si può di

leggeri indovinare quando si consideri che Giuseppe era un bel giovine

di vent’otto anni, e che nell’Avru abitava una bella cugina di sedici.

Una sera, Giuseppe, mentre trovavasi nello stazzo dello zio, si era

messo a meditare sui propri casi, e si era persuaso ch’era ormai tempo

di mettere su testa e casa; che la vita di scapolo a lungo andare viene

a noia; e che era cosa saggia formare una famiglia per dividere coi

propri figli quel po’ di fortuna che il buon Dio gli aveva concesso.

Pensò che ancora era giovine; che con gli anni le forze mancano, e che

è una grave sventura non aver molte braccia per lavorare le proprie

terre.

E così ragionando, volse lo sguardo in giro, e i suoi occhi si

fermarono per caso sulla cuginetta che faceva la calza sul limitare

dell’uscio.

Guardate combinazione! per la prima volta soltanto si accorgeva, che la

cuginetta, che per tanti anni egli aveva considerata come una bambina,

si era fatta grande, belloccia, e buona padrona di casa.

Da quel giorno Giuseppe frequentò con più assiduità lo stazzo dello

zio, e trascurò alquanto le sue faccende. Seduto in mezzo alla

famiglia di Anton Stefano, egli raccontava qualche storiella, inventava

burlette, e cercava tutti i modi possibili per entrare poco per volta

nelle grazie della Gavina, la quale lo ascoltava con piacere, e faceva

le grosse risate ai motti di spirito del galante cugino.

Dico _entrare nelle grazie_, poichè nei matrimoni sardi il volere dei

genitori è sacro, e la volontà della donna è quasi sempre sottomessa

all’autorità paterna. L’ottenere però le grazie di una fanciulla è già

la metà dell’opera — e Giuseppe queste cose le sapeva.

La Gavina, in su le prime, prese gli scherzi di Giuseppe come si

prendono i complimenti dei congiunti: con un po’ di riso, un po’

di celia, e molta compiacenza. I cugini innamorati hanno però un

sopravvento sopra gli altri mortali: avendo vissuto insieme alle

cugine, ne conoscono meglio i capricci e le debolezze, i pregi e

i difetti; quindi, volendo spiegarsi vanno per la via più breve, e

arrivano più presto all’intento. Aggiungete a questo la maggior fiducia

e libertà che loro si concede dai parenti, e vi convincerete che ho

tutte le ragioni del mondo per farmi forte di questa asserzione.

Quando però la Gavina si avvide che il cugino andava troppo oltre

nelle celie, e che le sue occhiate erano troppo significanti, pensò

bene di ritirarsi un po’ indietro e di opporre un po’ di ritegno alle

scappatelle dell’innamorato. Il cugino, che diventava amante cessa per

diritto d’essere parente; e non è più ammesso nei segreti di gabinetto,

finchè il prete non gli conceda la benedizione nuziale.

Il primo pensiero di Gavina, non appena si accorse delle intenzioni

del cugino, fu il muto; il suo primo sentimento fu una ripulsa netta,

decisa, inesorabile. Che avrebbe pensato Bastiano della sua perfidia?

Come avrebbe potuto vivere senza di lei? Chi si sarebbe più curato

di quel reietto dagli uomini e da Dio, di quell’infelice deriso dalla

natura e bersagliato dalla umana giustizia?

Queste considerazioni bastarono per farla star in guardia contro

gli assalti del cugino, consigliandola a ridere con più schiettezza

alle celie, ed alle dichiarazioni del nuovo innamorato, come se li

considerasse un semplice scherzo permesso dalla stretta parentela.

Il riso è per le donne un’arma potente per tener a bada un uomo,

senza esporsi al pericolo delle rampogne o di uno spiacevole sgarbo.

Una donna che facilmente ride ad ogni complimento, si capisce assai

poco; ma se Giuseppe capiva pochissimo la Gavina, capiva abbastanza

per persuadersi che non gli era antipatico; ciò che bastava per non

scoraggiarlo. Il resto sarebbe venuto in seguito. Pel momento gli era

sufficiente quell’affezione, la quale, unita alla autorità paterna,

poteva procurargli la moglie ch’egli aveva sognata, e in seguito le

braccia necessarie alla coltivazione delle sue terre.

Giuseppe, intanto, si diede a valersi di tutto il suo ascendente sopra

i vecchi genitori di Gavina, per strappar loro un consenso, che non

poteva mancargli.

E da quindici giorni aveva incominciata la sua opera, con una pazienza

e con una tenacità che provavano il suo amore per la giovinetta e il

suo fermo proposito di piantar su casa, ed una famigliuola ammodo.

Il muto di Gallura · 第 6 / 11 段