occhi fissi sull’oggetto misterioso: il quale non era che un piccolo
specchio rotondo con astuccio di metallo, recente acquisto fatto a
Tempio.
Bisogna dirlo, da qualche tempo il muto faceva un po’ di toeletta;
si pettinava con cura i capelli, si lavava assai spesso al fiume e
cambiava la camicia due volte la settimana. Aveva bisogno di farsi
bello — più bello che gli fosse possibile. — Curiosa invero l’insolita
toeletta d’un povero infelice, tiranneggiato dagli uomini e dalla
natura, nel deserto d’una campagna silenziosa! Il sordo-muto sognava
giorni lieti e sereni; riandava il suo triste passato per contrapporgli
il sogno d’un avvenire di rose; richiamava alla mente il giorno
memorando in cui aveva assistito all’abbraccio di suo cugino Vasa con
la figlia di Antonio Mamia; e guardandosi allo specchio augurava per sè
quella bella giornata, persuadendosi che non era brutto, e che non era
follia aspirare alla mano della figlia di Anton Stefano il pastore.
Che più? il fiero bandito era diventato anche galante. Quando si recava
allo stazzo di Anton Stefano, non mancava mai di portare alla Gavina il
mazzolino di violette, colte nei sughereti o ai piedi degli elci, nella
selva dell’_Inferno_, poco distante dall’Avru. Onde le donne solevano
dire per scherzo:
— Vengono dall’_Inferno_ — dunque sono i fiori del diavolo![22]
La madre e le sorelle di Gavina lusingavano sempre il muto con le
belle maniere e coi benevoli sorrisi, facendogli quasi sperare che
lo avrebbero ben volentieri accettato in seno alla loro famiglia.
Le loro premure, però, avevano ben altra mira. Non era il desiderio
d’imparentarsi con lui, nè la possibilità di concedergli in isposa
Gavina, che rendeva gentili ed affabili le tre donne; esse volevano
trar partito dall’abilità del muto che, con la lesina, coll’ago o
col temperino sapeva cucire scarpe e ventriere, trapuntare i cappotti
d’orbace, e incidere le zucchette da vino e il corno dei cervi. Esse
volevano fruire dell’ingegno del muto in quel luogo disabitato — ben
sicure che il muto avrebbe finito per persuadersi che le sue speranze
non erano che deliri, e che le lusinghe della famiglia non potevano
essere che uno scherzo innocente. Le imperfezioni fisiche del povero
disgraziato sarebbero bastate per farlo ricredere delle sue follie,
nel caso che esso le avesse manifestate audacemente — ciò che non
credevano. E come mai poteva un deforme, un bandito, uno sciagurato
aspirare alla mano d’una fanciulla sedicenne, che oltre all’avvenenza
vantava una discreta dote in terre e in armenti? Era mai presumibile
che il muto avesse pensato alla possibilità delle nozze? Dove avrebbe
potuto celebrarle? Dove avrebbe fabbricato il suo nido d’amore, sicuro
di non venir disturbato? Dove mai si sarebbero potuti cacciare i due
colombi innamorati per scongiurare le ricerche e gli assalti degli
avvoltoi, celati sotto la divisa del carabiniere? E se Dio avesse loro
concesso dei figli, dove li avrebbero nascosti per difenderli? Era loro
possibile trasportare di roccia in roccia i teneri nati, per non far
cadere su di essi l’odio che il padre s’era tirato addosso con le sue
colpe?
A tutto ciò pensavano la madre e le sorelle maggiori della Gavina,
mentre continuavano la loro opera di lusinghe con lo scopo di far
lavorare il muto e di burlarlo a suo tempo.
Ma il muto non era uomo da scoraggiarsi, nè da torturarsi con simili
ragionamenti. Egli si credeva amato; si credeva in pieno diritto di
pretendere l’affetto della Gavina, da lui guadagnato coll’amore,
colle premure, e colle prove del suo lavoro e della sua abilità,
a cui teneva, e che in lui compensavano la mancanza della lingua e
dell’udito.
Quantunque per natura diffidente, pure Bastiano non dubitò un solo
istante d’essere deriso o burlato. Col muto nessuno poteva scherzare —
ed egli ben lo sapeva!
Se la madre e le sorelle della Gavina prendevano a gabbo il muto, il
vecchio Anton Stefano lo tollerava, anzi gli voleva bene. In quanto
alla simpatia di Bastiano per la sua figliuola, di cui più volte ebbe
a sentir parlare, l’aveva sempre ritenuta uno scherzo innocente, e non
se n’era preoccupato. Intento com’era alle faccende domestiche, od alla
preparazione dei formaggi, da cui sperava un buon lucro, Anton Stefano
lasciava che a tavola si chiaccherasse, e talvolta non ascoltava
neppure. Terminato il pranzo e le chiacchere, si rimetteva al lavoro,
o fumava la sua pipa sul limitare della porta, non pensando nè punto nè
poco al muto ed alle sue aspirazioni amorose.
Un diverso sentimento guidava invece Gavina. Essa capiva bensì lo
scherzo della madre e delle sorelle, e qualche volta lo secondava
per contentarle; pure quello scherzo le faceva male perocchè non le
dispiacevano le gentilezze di Bastiano, e le pareva perfidia e crudeltà
ridere delle smanie di quel disgraziato. Dirò di più; — la Gavina si
compiaceva in segreto delle premure del muto. Una donna che sa d’essere
amata, ben raramente ride delle smanie d’un amante. Nell’amore è sempre
un’intima soddisfazione; l’essere fatta oggetto di cure speciali è
sempre una lusinga che non dispiace ad una donna, anche quando non si
sente inclinata a corrispondere con pari amore.
A sedici anni, sola in quello stazzo silenzioso, vivente in aperta
campagna dove son rare le visite, posta a contatto con un uomo che
la colmava di gentilezze e di attenzioni, Gavina doveva finire per
lasciarsi trascinare ad un sentimento di gratitudine, che, ingrandito
più tardi, dalla pietà e dalla compassione, doveva per fermo
trasformarsi in amore. A sedici anni si sente l’assoluto bisogno di un
amante purchessia. Ma come si spiega la scelta di un sordo-muto? — Non
ce n’erano altri — ecco la vera ragione. Se invece del muto si fosse
presentato a Gavina un uomo con la parola, forse lo avrebbe preferito.
D’altra parte quella fanciulla ragionava a suo modo: — Bastiano era
muto: ebbene? — ella lo comprendeva. Era sordo; ebbene? ella si faceva
intendere da lui.
— Buon Dio — pensava nel segreto del cuore — per fare il marito
c’è proprio bisogno di aver la lingua che parli e le orecchie che
ascoltino? Credo di no! Ad ogni modo non ho detto di sposarlo, nè lui
me ne ha parlato; e se ciò accadesse, farei in modo di parlare e di
ascoltare per due!
III.
Le piccole attenzioni
Bisognava vedere, con quale affetto e con quanta premura il muto
offriva i suoi servigi alla Gavina, per sbrigare le faccende
domestiche! Egli l’aiutava spesso a fare il bucato; a trasportar
l’acqua dalla fontana dei _Frassiggioli_;[23] a sciorinar la
biancheria, e a raccogliere le patate o i fagioli dal piccolo orticello
ch’era stato posto sotto la sua diretta sorveglianza.
Talvolta il muto, quando da lontano vedeva la bella fanciulla venir
giù dalla collina col fascetto della legna, le andava incontro
premurosamente, le toglieva dal capo quell’impiccio, e se lo caricava
sulle spalle, facendo intendere a lei che quei rami secchi le
scomponevano i capelli sulla fronte. La Gavina batteva le mani con
vezzo infantile, e rideva come matta nel guardare quel fiero bandito,
terrore della Gallura, venir giù tutto umile, portando la legna sulle
spalle e il fucile sotto il braccio; e mentre rideva, gettava uno
sguardo alla campagna circostante, per vedere se l’arma _benemerita_
non tendesse un’insidia al suo fedelissimo servitore, il quale aveva le
mani occupate.
Certe sere se ne andavano tutti e due nelle vicine siepi per cogliere
quà e là il frutto del mirto, i corbezzoli, o le belle more selvatiche.
Il muto si cacciava nel fitto dei cespugli sfidando le spine: la
Gavina se ne stava tranquillamente in basso col mento all’aria e col
grembiale teso, ricevendo le more che il muto gettava, e ridendo a
scroscio quando il suo compagno si pungeva le dita coi lunghi rami
spinosi. In fondo al cuore, però sentiva un’affettuosa riconoscenza per
quell’infelice che le risparmiava tante fatiche, e che molte volte le
dava a tenere il fucile, quasi volesse dirle che poneva nelle sue mani
la propria libertà, la propria vita!
Colte le more tornavano allo stazzo. Gavina andava innanzi
canterellando come una capinera — e lui le teneva dietro con gli occhi
a terra mesto, meditabondo: fiero leone del deserto, seguiva tutto
docile la sua snella cerviotta della collina.
La mamma e le sorelle, che lavoravano all’uscio di casa, ridevano a
crepapelle vedendo comparire quei due matti; e mentre la Gavina correva
dall’una all’altra tirando i due lembi del grembiule, per mostrare loro
l’abbondante raccolto, tutti le davan la baia:
— Te la fortunata ch’hai trovato il tuo cane!
— Non ti lascia proprio far nulla! A noi non tocca altrettanto!
— Quello scimunito ti sta abituando a far la signorina!
La Gavina sorrideva con un certo orgoglio, e si compiaceva dei
motteggi cui era fatta segno dalle sorelle. Il muto però non udiva, nè
immaginava il senso irrisorio dei discorsi; perocchè le furbe donnette
avevano l’avvertenza di parlare col capo chino, senza gesti e tutte
serie, per non lasciargli indovinare la loro opinione a suo riguardo.
Arrivato allo stazzo, Bastiano si rimetteva al lavoro; ora faceva il
falegname, il sarto, il calzolaio, ed ora l’incisore: molto spesso
si cacciava nell’orticello, sua cura prediletta, e zappava di buona
voglia, sicuro di guadagnarsi sempre più le simpatie e la benevolenza
della famiglia.
Anton Stefano soleva dire:
— Povero diavolo! dopo aver ucciso tanti uomini, Bastiano sente il
bisogno di uccidere il tempo. È proprio un’abitudine.
— Ma con diverso risultato — aggiungeva sollecita la Gavina, che voleva
sempre difenderlo; — prima faceva del male, adesso invece fa del bene.
— A te solamente! conchiudeva la sorella maggiore, con un tono in cui
si celava un leggero dispetto.
Una sera, attraversando la stanza di Gavina per recarsi al cortile,
Bastiano si era fermato dinanzi al lettino della fanciulla, e vi era
rimasto alcuni minuti fissando a lungo il ramoscello d’olivo e la palma
benedetta che adornavano il capezzale.
La vecchia scherzando, fece intendere al muto:
— E che? vorresti forse la _luna_?[24]
Il muto diede in uno scroscio di riso; e dondolando la testa rispose
co’ segni:
— Non saprei davvero dove appenderla. Non ho avuto mai letto io!
Quando Gavina — dopo molti anni — raccontava alle amiche gli
avvenimenti dell’Avru, soleva dir sempre:
— Fra i miei ricordi, questo della _luna_ mi riuscì sempre penoso. Fu
l’unica volta che il riso del muto mi fece piangere!
E diceva il vero; poichè dal giorno in cui seppe che al capezzale di
Bastiano non vi era alcun ramo benedetto, Gavina si mostrò molto più
inquieta. Essa aspettava con più ansietà il muto, e quando tardava più
di due giorni a presentarsi nello stazzo, fantasticava mille pericoli,
mille disgrazie. Dacchè aveva preso a volergli bene, un pensiero fisso,
incessante, la tormentava; temeva sempre ch’egli cadesse vittima di un
agguato.
Le sue notti erano angosciose. Sognava sempre di vedere il muto cinto
di funi, in mezzo ai carabinieri che lo trascinavano in un carcere
orribile. Più spesso lo sognava ferito, steso a terra, pallido in
volto, e col petto insanguinato; egli implorava da lei un soccorso che
ella non poteva dargli. Una notte sognò un patibolo attorniato da una
folla irrequieta e curiosa; e vide Bastiano con una corda al collo,
salirne le scale. Lui la fissava con uno sguardo lungo, supplichevole;
ed ella si svegliò di soprassalto, mandando un grido che fece balzar
dal letto le sorelle.
Eppure il muto non pensava più a commettere alcun delitto! Egli era
completamente trasformato.
Bastiano Tansu voleva rinnegare il passato; era troppo fiero del nuovo
battesimo ricevuto dalla più bella delle figlie dell’Avru.
Una sera Gavina conversava a suo modo col muto, a poca distanza dallo
stazzo. Erano soli; e la fanciulla mostravasi impacciata più del
solito. Pareva che volesse dire qualche cosa al suo compagno — ma non
l’osava. Finalmente dopo essersi assicurata che nessuno li osservava,
trasse di tasca una piccola medaglia di rame, legata ad un cordoncino
di seta nera, e la porse al muto, il quale la guardava negli occhi, non
comprendendo la ragione di quel dono. Nella medaglia era incisa da un
lato l’effige della Madonna, dall’altro un Gesù Nazzareno.
La fanciulla, tutta tremante e colle guancie soffuse di rossore, fece
capire a Bastiano che il suo dono era un talismano che aveva virtù
miracolose; gli raccomandò di tenerlo sempre sul petto, perchè lo
avrebbe preservato dalle palle e dalle insidie de’ suoi nemici.
Gavina nel dir ciò, aveva recato le mani alle guancie, perchè sentiva
che scottavano; e Bastiano la guardava con le lagrime agli occhi —
lagrime di riconoscenza per la pietosa protettrice, che aveva deposto
l’abituale timidezza, dinanzi al pericolo che correva il suo infelice
protetto.
Il muto prese la medaglia, la baciò tre volte con religioso trasporto,
e se la pose al collo, sotto la camicia. Quella pietà gentile lo aveva
commosso; egli era ormai sicuro che un angiolo avrebbe vegliato per
lui. Nessuno fin’allora si era preoccupato de’ suoi pericoli — ed aveva
la salda convinzione che non doveva più morire. La fede di Gavina si
era trasfusa nella sua anima; Bastiano credette d’essere invulnerabile
— e forse a questa fede dovette il maggior coraggio e la temerità che
mostrò in seguito, in diverse occasioni. Mi basta citare il seguente
fatto, che mi venne riferito da persona molto informata.
Mentre un giorno il muto, col fucile sotto il braccio e col cappuccio
sugli occhi, saliva un monte, nel voltarsi vide quattro carabinieri
sotto di lui, i quali attraversavano una gola per ritornare ad Aggius.
A quella vista — narra il testimonio oculare — il muto si trasfigurò;
si fece tigre. I suoi occhi mandarono lampi; e pareva volessero uscire
dall’orbita. Invece di fuggire fece due passi verso i carabinieri,
pose un ginocchio a terra, puntò il fucile, e gettato dinanzi a sè il
berretto con tutta la forza del braccio, lo additò ai carabinieri come
un limite; quasi volesse dire: — se avete coraggio oltrepassate quel
segno! — La posizione era tale, che i carabinieri credettero prudenza
ritirarsi dinanzi a quella fiera che, se avesse voluto, avrebbe potuto
divorarli tutti. L’amore aveva fatto forza al muto: egli sentiva
centuplicato l’istinto della conservazione — il bisogno della vita che
aveva consacrata alla sua cara fanciulla.
Quando Bastiano ricevette dalle mani di Gavina la medaglia di rame,
rispose con un gemito nel quale aveva trasfuso tutta l’anima. Era il
suo modo di ringraziare. Per mezzo dei segni egli aveva detto a Gavina:
— Quando sarò stanco della vita, mi strapperò dal petto la tua medaglia
— e sarò sicuro di morire!
La pietosa fanciulla si era però ben guardata di dire al muto che
quella medaglia l’aveva sempre portata addosso fin da bambina, e che
se n’era separata per donarla a lui. Guai se il muto avesse potuto
immaginare che quel talismano era stato tanti anni sul vergine seno di
Gavina testimonio occulto dei palpiti di quel cuore generoso!
La vigile madre si era un giorno accorta che dal seno della figliuola
mancava la medaglia della Madonna; e gliene domandò il perchè. Gavina
rispose arrossendo, che l’aveva smarrita.
La fanciulla però era ben lieta che il talismano fosse passato sul
petto di Bastiano. Egli ne aveva bisogno, perchè tutti l’odiavano: essa
poteva farne senza — forse perchè sapeva di essere molto amata!
IV.
All’ombra delle spine
Era la seconda metà di giugno, e il sole co’ suoi raggi ardenti
sferzava inesorabilmente uomini e cose. Di poco era oltrepassato il
meriggio, e in quella giornata si era sofferto un caldo eccessivo,
eccezionale. I graniti infuocati rimandavano un calore insopportabile,
e le cicale, col canto importuno, parevano lamentarsi dei soverchi
rigori del sole.
La famiglia del pastore era tutta raccolta fuori della porta a fare la
siesta, in cerca dell’arietta che veniva dal mare. Anton Stefano aveva
fatto capezzale del suo cappotto ripiegato, e appoggiata la nuca sulla
palma delle due mani.
Dopo aver finito la sua fumatina faceva l’indispensabile sonnetto,
prima di rimettersi al lavoro. Le donne, sul piazzale dello stazzo,
filavano, e chiaccheravano.
La campagna, sotto ai raggi ardentissimi era calma e silenziosa. Il
cielo — di un limpido azzurro carico — moriva lontano lontano nella
linea purissima del mare, che andava lambendo la costa settentrionale
dell’isola, la quale somigliava ad un lunghissimo nastro bianco,
frastagliato.
La Gavina e Bastiano si erano seduti a un mezzo tiro di fucile dallo
stazzo, e stavano quasi addossati ad una folta siepe di more e di
biancospini, la quale li riparava dai raggi cocenti del sole.
La fanciulla mondava tranquillamente le ultime fave fresche,
raccolte all’alba nell’orticello — fave già quasi appassite dentro i
baccelli che cominciavano ad annerire. Erano destinate per la cena, e
d’ordinario spettava alla Gavina quell’occupazione domestica.
Vicino a lei sedeva il muto, tutto intento a rabescare col coltellino
una grossa zucca color d’oro, già preparata per servire da fiasco di
vino. Era sua intenzione d’incidere su quella superficie levigata un
rozzo pastore che carezzava una bianca agnelletta; ma bastava gettare
uno sguardo su quella zucca per convincersi che il disegno era assai
più rozzo del pastore che si voleva incidere. Quantunque il muto non
fosse troppo esperto nel disegnare la figura, pure, chi conosceva
la sua abilità, avrebbe di leggeri giudicato che quel giorno il muto
disegnava macchinalmente — senza proprio sapere quel che si facesse. E
infatti, bastava guardarlo per persuadersene; gli tremavano le mani, e
grosse goccie di sudore gli imperlavano la fronte.
E anche alle mani di Gavina si era comunicato una specie di tremito
nervoso. Si sarebbe detto che quella sera non sapesse mondare le fave.
E se la madre e le sorelle fossero là capitate per esaminare l’opera
sua, avrebbero veduto con meraviglia molti baccelli neri nel cestino
delle fave bianche, e molte fave bianche nel mucchietto dei baccelli
neri — segno evidente che la mente della ragazza era ben lontana
dall’innocente legume che doveva servire per la cena!
Il caldo era soffocante, la terra infuocata mandava vampe sul volti
di Bastiano e di Gavina, le cui fronti grondavano sudore. L’ombra del
benefico rovaio non riusciva a mitigare gli ardori anticipati del
giugno. E le cicale continuavano il loro canto stridulo, monotono,
incessante, il quale rendeva più profonda la solitudine che regnava
all’intorno.
La Gavina andava man mano rallentando la sua operazione — finchè la
sospese affatto. Le sue dita raggiravano distrattamente un baccello,
senza aprirlo.
E anche la mano di Bastiano pareva stanca; non sapeva più reggere il
coltellino cui quale andava incidendo delle figure rozze, senza garbo
nè simmetria.
La zucchetta color d’oro, quasi sapendo d’essere importuna o
indiscreta, scivolò pian piano dalle ginocchia del muto, e cadde
a terra, senza che la mano del distratto incisore si desse cura di
andarla a raccogliere.
Qualche cosa di misterioso e di singolare accadeva per fermo nelle
anime di quei due esseri, che sapevano d’esser soli sotto i raggi
di un sole cocente, che bruciava loro il sangue ed il cervello. Essi
provavano una strana agitazione nello spirito, mentre il loro corpo era
assalito da una vaga sonnolenza; da un languore insolito, spossante.
Era un desiderio indefinito; una leggera febbre dei sensi che sfumava
in un sentimento tutto arcadico; o meglio, un sentimento ineffabile che
andava morendo in una febbriciattola dei sensi.
Ed i raggi del sole diventavano sempre più infuocati, mentre quelle
cicale importune, col canto noioso, non facevano che accrescere quel
languore, quella sonnolenza, quella febbre.
Rimasero in quell’attitudine un po’ di tempo; al vederli pareva che
l’uno non si curasse dell’altra — mentre invece si vedevano entrambi
senza guardarsi. Era un gruppo grazioso: la tenera edera che desiderava
avviticchiarsi alla robusta quercia.
Vi fu un punto in cui i loro occhi si cercarono, senza volerlo; quelli
di Gavina si riabbassarono subito — quelli del muto si fissarono
audacemente sulle guance della bella fanciulla, che avevano arrossito:
— parevano inchiodati sull’ingenua giovinetta, che aveva conosciuta
bambina. Quel seno di vergine, chiuso e compresso sotto il vermiglio
corsetto, gli dava la vertigine: — era un’insidia pudica — un pudore
insidioso. Ed ella su quel seno chinava vergognosa gli occhi, mentre
una voce carezzevole le andava rivelando la suprema delle sue missioni.
La natura maliarda, tradisce assai spesso i suoi misteri, coll’intento
di prevalersene: finge una ripulsa per provocare un assalto.
Bastiano lasciò sfuggire dalle labbra un gemito — a cui rispose Gavina
con un lungo sospiro.
Strano caso! — La fanciulla aveva udito la parola del muto: il muto
aveva presentito il sospiro della fanciulla. A lei era parso che
un’onda di suoni uscisse dalle labbra di Bastiano: e a lui pareva di
udire una musica celeste sulle labbra di Gavina.
Oh! l’amore ha pur esso i suoi linguaggi arcani che possono rivelarsi
senza bisogno degli organi della parola e dell’udito. La natura ha una
voce eloquente che è intesa anche dai sordi, essa dà al muto una parola
— dà all’amante un suono che penetra nell’anima senza passare per
l’orecchio!
Gavina e Bastiano stettero alcun tempo immobili, pallidi, pensierosi.
La mano del muto, quasi macchinalmente andò a cercare le mani della
timida giovinetta, alle quali tolse quel baccello innocente che veniva
tormentato senza colpa. Gavina si lasciò prendere il baccello senza
opporre resistenza — credeva sognare. Senza sapere che si facesse,
ella raccolse da terra la zucchetta color d’oro, e si mise a guardare
le figure che Bastiano vi aveva inciso. Solo allora parve destarsi il
muto; e con l’amor proprio dell’artista che non vuol mostrare il primo
abbozzo del suo disegno, strappò dolcemente la zucchetta dalle mani
della fanciulla, e mandò un gemito lungo....
Il caldo era soffocante — la stanchezza diventava più penosa. Il muto
afferrò vivamente la mano di Gavina e la strinse fra le sue con una
stretta che sapeva troppo d’umano.
Il pudore della fanciulla reagì con tutta la sua forza. Solo allora
ella parve destarsi dalla fatale sonnolenza che l’aveva circondata
di carezze arcane e di tentazioni indefinite. Balzò in piedi di
soprassalto, passò una mano sugli occhi, e si diede a correre verso lo
stazzo, percorrendo la tortuosa linea d’ombra che accompagnava tutta la
siepe spinosa.
Il muto si alzò pur esso, come scosso da una molla, e corse dietro
alla fanciulla. La sua fisonomia era alterata, e i suoi lineamenti
stravolti. Sentiva un fremito per tutta la persona, e come una
strana debolezza alle ginocchia. Col petto ansante, col respiro
affannoso, cogli occhi spalancati teneva dietro alla cara visione
che gli sfuggiva. Dalle sue labbra uscivano gemiti lamentosi, suoni
inarticolati, quasi guaiti di fiera.
Gavina affrettava sempre il passo cogli occhi chiusi, senza mai
voltarsi. Il muto la seguiva a cinque passi di distanza. Il rumore del
suo passo cadenzato faceva battere con violenza il cuore di Gavina, a
cui pareva immensa la distanza che la separava dallo stazzo.
Giunta allo svolto della siepe, sentì ad un tratto afferrarsi
per i capelli; volle continuare la corsa, ma sentì uno strappo al
fazzoletto. Le parve che una mano invisibile la trattenesse per forza.
Per liberarsi da quella stretta, recò allora la mano alla testa, ma
subito la ritrasse mandando un grido: aveva sentito un’acuta puntura
all’avambraccio.
Un lungo ramo spinoso, che usciva dalla siepe, e ch’ella non aveva
visto s’era impigliato ne’ suoi capelli e nel fazzoletto, e l’aveva
ferita al braccio.
Gavina si fermò, guardò la parte ferita, e si passò più volte la mano
con un’espressione di dolore.