E Bastiano — che non aveva veduto la fanciulla — continuava a tener gli

occhi fissi sull’oggetto misterioso: il quale non era che un piccolo

specchio rotondo con astuccio di metallo, recente acquisto fatto a

Tempio.

Bisogna dirlo, da qualche tempo il muto faceva un po’ di toeletta;

si pettinava con cura i capelli, si lavava assai spesso al fiume e

cambiava la camicia due volte la settimana. Aveva bisogno di farsi

bello — più bello che gli fosse possibile. — Curiosa invero l’insolita

toeletta d’un povero infelice, tiranneggiato dagli uomini e dalla

natura, nel deserto d’una campagna silenziosa! Il sordo-muto sognava

giorni lieti e sereni; riandava il suo triste passato per contrapporgli

il sogno d’un avvenire di rose; richiamava alla mente il giorno

memorando in cui aveva assistito all’abbraccio di suo cugino Vasa con

la figlia di Antonio Mamia; e guardandosi allo specchio augurava per sè

quella bella giornata, persuadendosi che non era brutto, e che non era

follia aspirare alla mano della figlia di Anton Stefano il pastore.

Che più? il fiero bandito era diventato anche galante. Quando si recava

allo stazzo di Anton Stefano, non mancava mai di portare alla Gavina il

mazzolino di violette, colte nei sughereti o ai piedi degli elci, nella

selva dell’_Inferno_, poco distante dall’Avru. Onde le donne solevano

dire per scherzo:

— Vengono dall’_Inferno_ — dunque sono i fiori del diavolo![22]

La madre e le sorelle di Gavina lusingavano sempre il muto con le

belle maniere e coi benevoli sorrisi, facendogli quasi sperare che

lo avrebbero ben volentieri accettato in seno alla loro famiglia.

Le loro premure, però, avevano ben altra mira. Non era il desiderio

d’imparentarsi con lui, nè la possibilità di concedergli in isposa

Gavina, che rendeva gentili ed affabili le tre donne; esse volevano

trar partito dall’abilità del muto che, con la lesina, coll’ago o

col temperino sapeva cucire scarpe e ventriere, trapuntare i cappotti

d’orbace, e incidere le zucchette da vino e il corno dei cervi. Esse

volevano fruire dell’ingegno del muto in quel luogo disabitato — ben

sicure che il muto avrebbe finito per persuadersi che le sue speranze

non erano che deliri, e che le lusinghe della famiglia non potevano

essere che uno scherzo innocente. Le imperfezioni fisiche del povero

disgraziato sarebbero bastate per farlo ricredere delle sue follie,

nel caso che esso le avesse manifestate audacemente — ciò che non

credevano. E come mai poteva un deforme, un bandito, uno sciagurato

aspirare alla mano d’una fanciulla sedicenne, che oltre all’avvenenza

vantava una discreta dote in terre e in armenti? Era mai presumibile

che il muto avesse pensato alla possibilità delle nozze? Dove avrebbe

potuto celebrarle? Dove avrebbe fabbricato il suo nido d’amore, sicuro

di non venir disturbato? Dove mai si sarebbero potuti cacciare i due

colombi innamorati per scongiurare le ricerche e gli assalti degli

avvoltoi, celati sotto la divisa del carabiniere? E se Dio avesse loro

concesso dei figli, dove li avrebbero nascosti per difenderli? Era loro

possibile trasportare di roccia in roccia i teneri nati, per non far

cadere su di essi l’odio che il padre s’era tirato addosso con le sue

colpe?

A tutto ciò pensavano la madre e le sorelle maggiori della Gavina,

mentre continuavano la loro opera di lusinghe con lo scopo di far

lavorare il muto e di burlarlo a suo tempo.

Ma il muto non era uomo da scoraggiarsi, nè da torturarsi con simili

ragionamenti. Egli si credeva amato; si credeva in pieno diritto di

pretendere l’affetto della Gavina, da lui guadagnato coll’amore,

colle premure, e colle prove del suo lavoro e della sua abilità,

a cui teneva, e che in lui compensavano la mancanza della lingua e

dell’udito.

Quantunque per natura diffidente, pure Bastiano non dubitò un solo

istante d’essere deriso o burlato. Col muto nessuno poteva scherzare —

ed egli ben lo sapeva!

Se la madre e le sorelle della Gavina prendevano a gabbo il muto, il

vecchio Anton Stefano lo tollerava, anzi gli voleva bene. In quanto

alla simpatia di Bastiano per la sua figliuola, di cui più volte ebbe

a sentir parlare, l’aveva sempre ritenuta uno scherzo innocente, e non

se n’era preoccupato. Intento com’era alle faccende domestiche, od alla

preparazione dei formaggi, da cui sperava un buon lucro, Anton Stefano

lasciava che a tavola si chiaccherasse, e talvolta non ascoltava

neppure. Terminato il pranzo e le chiacchere, si rimetteva al lavoro,

o fumava la sua pipa sul limitare della porta, non pensando nè punto nè

poco al muto ed alle sue aspirazioni amorose.

Un diverso sentimento guidava invece Gavina. Essa capiva bensì lo

scherzo della madre e delle sorelle, e qualche volta lo secondava

per contentarle; pure quello scherzo le faceva male perocchè non le

dispiacevano le gentilezze di Bastiano, e le pareva perfidia e crudeltà

ridere delle smanie di quel disgraziato. Dirò di più; — la Gavina si

compiaceva in segreto delle premure del muto. Una donna che sa d’essere

amata, ben raramente ride delle smanie d’un amante. Nell’amore è sempre

un’intima soddisfazione; l’essere fatta oggetto di cure speciali è

sempre una lusinga che non dispiace ad una donna, anche quando non si

sente inclinata a corrispondere con pari amore.

A sedici anni, sola in quello stazzo silenzioso, vivente in aperta

campagna dove son rare le visite, posta a contatto con un uomo che

la colmava di gentilezze e di attenzioni, Gavina doveva finire per

lasciarsi trascinare ad un sentimento di gratitudine, che, ingrandito

più tardi, dalla pietà e dalla compassione, doveva per fermo

trasformarsi in amore. A sedici anni si sente l’assoluto bisogno di un

amante purchessia. Ma come si spiega la scelta di un sordo-muto? — Non

ce n’erano altri — ecco la vera ragione. Se invece del muto si fosse

presentato a Gavina un uomo con la parola, forse lo avrebbe preferito.

D’altra parte quella fanciulla ragionava a suo modo: — Bastiano era

muto: ebbene? — ella lo comprendeva. Era sordo; ebbene? ella si faceva

intendere da lui.

— Buon Dio — pensava nel segreto del cuore — per fare il marito

c’è proprio bisogno di aver la lingua che parli e le orecchie che

ascoltino? Credo di no! Ad ogni modo non ho detto di sposarlo, nè lui

me ne ha parlato; e se ciò accadesse, farei in modo di parlare e di

ascoltare per due!

III.

Le piccole attenzioni

Bisognava vedere, con quale affetto e con quanta premura il muto

offriva i suoi servigi alla Gavina, per sbrigare le faccende

domestiche! Egli l’aiutava spesso a fare il bucato; a trasportar

l’acqua dalla fontana dei _Frassiggioli_;[23] a sciorinar la

biancheria, e a raccogliere le patate o i fagioli dal piccolo orticello

ch’era stato posto sotto la sua diretta sorveglianza.

Talvolta il muto, quando da lontano vedeva la bella fanciulla venir

giù dalla collina col fascetto della legna, le andava incontro

premurosamente, le toglieva dal capo quell’impiccio, e se lo caricava

sulle spalle, facendo intendere a lei che quei rami secchi le

scomponevano i capelli sulla fronte. La Gavina batteva le mani con

vezzo infantile, e rideva come matta nel guardare quel fiero bandito,

terrore della Gallura, venir giù tutto umile, portando la legna sulle

spalle e il fucile sotto il braccio; e mentre rideva, gettava uno

sguardo alla campagna circostante, per vedere se l’arma _benemerita_

non tendesse un’insidia al suo fedelissimo servitore, il quale aveva le

mani occupate.

Certe sere se ne andavano tutti e due nelle vicine siepi per cogliere

quà e là il frutto del mirto, i corbezzoli, o le belle more selvatiche.

Il muto si cacciava nel fitto dei cespugli sfidando le spine: la

Gavina se ne stava tranquillamente in basso col mento all’aria e col

grembiale teso, ricevendo le more che il muto gettava, e ridendo a

scroscio quando il suo compagno si pungeva le dita coi lunghi rami

spinosi. In fondo al cuore, però sentiva un’affettuosa riconoscenza per

quell’infelice che le risparmiava tante fatiche, e che molte volte le

dava a tenere il fucile, quasi volesse dirle che poneva nelle sue mani

la propria libertà, la propria vita!

Colte le more tornavano allo stazzo. Gavina andava innanzi

canterellando come una capinera — e lui le teneva dietro con gli occhi

a terra mesto, meditabondo: fiero leone del deserto, seguiva tutto

docile la sua snella cerviotta della collina.

La mamma e le sorelle, che lavoravano all’uscio di casa, ridevano a

crepapelle vedendo comparire quei due matti; e mentre la Gavina correva

dall’una all’altra tirando i due lembi del grembiule, per mostrare loro

l’abbondante raccolto, tutti le davan la baia:

— Te la fortunata ch’hai trovato il tuo cane!

— Non ti lascia proprio far nulla! A noi non tocca altrettanto!

— Quello scimunito ti sta abituando a far la signorina!

La Gavina sorrideva con un certo orgoglio, e si compiaceva dei

motteggi cui era fatta segno dalle sorelle. Il muto però non udiva, nè

immaginava il senso irrisorio dei discorsi; perocchè le furbe donnette

avevano l’avvertenza di parlare col capo chino, senza gesti e tutte

serie, per non lasciargli indovinare la loro opinione a suo riguardo.

Arrivato allo stazzo, Bastiano si rimetteva al lavoro; ora faceva il

falegname, il sarto, il calzolaio, ed ora l’incisore: molto spesso

si cacciava nell’orticello, sua cura prediletta, e zappava di buona

voglia, sicuro di guadagnarsi sempre più le simpatie e la benevolenza

della famiglia.

Anton Stefano soleva dire:

— Povero diavolo! dopo aver ucciso tanti uomini, Bastiano sente il

bisogno di uccidere il tempo. È proprio un’abitudine.

— Ma con diverso risultato — aggiungeva sollecita la Gavina, che voleva

sempre difenderlo; — prima faceva del male, adesso invece fa del bene.

— A te solamente! conchiudeva la sorella maggiore, con un tono in cui

si celava un leggero dispetto.

Una sera, attraversando la stanza di Gavina per recarsi al cortile,

Bastiano si era fermato dinanzi al lettino della fanciulla, e vi era

rimasto alcuni minuti fissando a lungo il ramoscello d’olivo e la palma

benedetta che adornavano il capezzale.

La vecchia scherzando, fece intendere al muto:

— E che? vorresti forse la _luna_?[24]

Il muto diede in uno scroscio di riso; e dondolando la testa rispose

co’ segni:

— Non saprei davvero dove appenderla. Non ho avuto mai letto io!

Quando Gavina — dopo molti anni — raccontava alle amiche gli

avvenimenti dell’Avru, soleva dir sempre:

— Fra i miei ricordi, questo della _luna_ mi riuscì sempre penoso. Fu

l’unica volta che il riso del muto mi fece piangere!

E diceva il vero; poichè dal giorno in cui seppe che al capezzale di

Bastiano non vi era alcun ramo benedetto, Gavina si mostrò molto più

inquieta. Essa aspettava con più ansietà il muto, e quando tardava più

di due giorni a presentarsi nello stazzo, fantasticava mille pericoli,

mille disgrazie. Dacchè aveva preso a volergli bene, un pensiero fisso,

incessante, la tormentava; temeva sempre ch’egli cadesse vittima di un

agguato.

Le sue notti erano angosciose. Sognava sempre di vedere il muto cinto

di funi, in mezzo ai carabinieri che lo trascinavano in un carcere

orribile. Più spesso lo sognava ferito, steso a terra, pallido in

volto, e col petto insanguinato; egli implorava da lei un soccorso che

ella non poteva dargli. Una notte sognò un patibolo attorniato da una

folla irrequieta e curiosa; e vide Bastiano con una corda al collo,

salirne le scale. Lui la fissava con uno sguardo lungo, supplichevole;

ed ella si svegliò di soprassalto, mandando un grido che fece balzar

dal letto le sorelle.

Eppure il muto non pensava più a commettere alcun delitto! Egli era

completamente trasformato.

Bastiano Tansu voleva rinnegare il passato; era troppo fiero del nuovo

battesimo ricevuto dalla più bella delle figlie dell’Avru.

Una sera Gavina conversava a suo modo col muto, a poca distanza dallo

stazzo. Erano soli; e la fanciulla mostravasi impacciata più del

solito. Pareva che volesse dire qualche cosa al suo compagno — ma non

l’osava. Finalmente dopo essersi assicurata che nessuno li osservava,

trasse di tasca una piccola medaglia di rame, legata ad un cordoncino

di seta nera, e la porse al muto, il quale la guardava negli occhi, non

comprendendo la ragione di quel dono. Nella medaglia era incisa da un

lato l’effige della Madonna, dall’altro un Gesù Nazzareno.

La fanciulla, tutta tremante e colle guancie soffuse di rossore, fece

capire a Bastiano che il suo dono era un talismano che aveva virtù

miracolose; gli raccomandò di tenerlo sempre sul petto, perchè lo

avrebbe preservato dalle palle e dalle insidie de’ suoi nemici.

Gavina nel dir ciò, aveva recato le mani alle guancie, perchè sentiva

che scottavano; e Bastiano la guardava con le lagrime agli occhi —

lagrime di riconoscenza per la pietosa protettrice, che aveva deposto

l’abituale timidezza, dinanzi al pericolo che correva il suo infelice

protetto.

Il muto prese la medaglia, la baciò tre volte con religioso trasporto,

e se la pose al collo, sotto la camicia. Quella pietà gentile lo aveva

commosso; egli era ormai sicuro che un angiolo avrebbe vegliato per

lui. Nessuno fin’allora si era preoccupato de’ suoi pericoli — ed aveva

la salda convinzione che non doveva più morire. La fede di Gavina si

era trasfusa nella sua anima; Bastiano credette d’essere invulnerabile

— e forse a questa fede dovette il maggior coraggio e la temerità che

mostrò in seguito, in diverse occasioni. Mi basta citare il seguente

fatto, che mi venne riferito da persona molto informata.

Mentre un giorno il muto, col fucile sotto il braccio e col cappuccio

sugli occhi, saliva un monte, nel voltarsi vide quattro carabinieri

sotto di lui, i quali attraversavano una gola per ritornare ad Aggius.

A quella vista — narra il testimonio oculare — il muto si trasfigurò;

si fece tigre. I suoi occhi mandarono lampi; e pareva volessero uscire

dall’orbita. Invece di fuggire fece due passi verso i carabinieri,

pose un ginocchio a terra, puntò il fucile, e gettato dinanzi a sè il

berretto con tutta la forza del braccio, lo additò ai carabinieri come

un limite; quasi volesse dire: — se avete coraggio oltrepassate quel

segno! — La posizione era tale, che i carabinieri credettero prudenza

ritirarsi dinanzi a quella fiera che, se avesse voluto, avrebbe potuto

divorarli tutti. L’amore aveva fatto forza al muto: egli sentiva

centuplicato l’istinto della conservazione — il bisogno della vita che

aveva consacrata alla sua cara fanciulla.

Quando Bastiano ricevette dalle mani di Gavina la medaglia di rame,

rispose con un gemito nel quale aveva trasfuso tutta l’anima. Era il

suo modo di ringraziare. Per mezzo dei segni egli aveva detto a Gavina:

— Quando sarò stanco della vita, mi strapperò dal petto la tua medaglia

— e sarò sicuro di morire!

La pietosa fanciulla si era però ben guardata di dire al muto che

quella medaglia l’aveva sempre portata addosso fin da bambina, e che

se n’era separata per donarla a lui. Guai se il muto avesse potuto

immaginare che quel talismano era stato tanti anni sul vergine seno di

Gavina testimonio occulto dei palpiti di quel cuore generoso!

La vigile madre si era un giorno accorta che dal seno della figliuola

mancava la medaglia della Madonna; e gliene domandò il perchè. Gavina

rispose arrossendo, che l’aveva smarrita.

La fanciulla però era ben lieta che il talismano fosse passato sul

petto di Bastiano. Egli ne aveva bisogno, perchè tutti l’odiavano: essa

poteva farne senza — forse perchè sapeva di essere molto amata!

IV.

All’ombra delle spine

Era la seconda metà di giugno, e il sole co’ suoi raggi ardenti

sferzava inesorabilmente uomini e cose. Di poco era oltrepassato il

meriggio, e in quella giornata si era sofferto un caldo eccessivo,

eccezionale. I graniti infuocati rimandavano un calore insopportabile,

e le cicale, col canto importuno, parevano lamentarsi dei soverchi

rigori del sole.

La famiglia del pastore era tutta raccolta fuori della porta a fare la

siesta, in cerca dell’arietta che veniva dal mare. Anton Stefano aveva

fatto capezzale del suo cappotto ripiegato, e appoggiata la nuca sulla

palma delle due mani.

Dopo aver finito la sua fumatina faceva l’indispensabile sonnetto,

prima di rimettersi al lavoro. Le donne, sul piazzale dello stazzo,

filavano, e chiaccheravano.

La campagna, sotto ai raggi ardentissimi era calma e silenziosa. Il

cielo — di un limpido azzurro carico — moriva lontano lontano nella

linea purissima del mare, che andava lambendo la costa settentrionale

dell’isola, la quale somigliava ad un lunghissimo nastro bianco,

frastagliato.

La Gavina e Bastiano si erano seduti a un mezzo tiro di fucile dallo

stazzo, e stavano quasi addossati ad una folta siepe di more e di

biancospini, la quale li riparava dai raggi cocenti del sole.

La fanciulla mondava tranquillamente le ultime fave fresche,

raccolte all’alba nell’orticello — fave già quasi appassite dentro i

baccelli che cominciavano ad annerire. Erano destinate per la cena, e

d’ordinario spettava alla Gavina quell’occupazione domestica.

Vicino a lei sedeva il muto, tutto intento a rabescare col coltellino

una grossa zucca color d’oro, già preparata per servire da fiasco di

vino. Era sua intenzione d’incidere su quella superficie levigata un

rozzo pastore che carezzava una bianca agnelletta; ma bastava gettare

uno sguardo su quella zucca per convincersi che il disegno era assai

più rozzo del pastore che si voleva incidere. Quantunque il muto non

fosse troppo esperto nel disegnare la figura, pure, chi conosceva

la sua abilità, avrebbe di leggeri giudicato che quel giorno il muto

disegnava macchinalmente — senza proprio sapere quel che si facesse. E

infatti, bastava guardarlo per persuadersene; gli tremavano le mani, e

grosse goccie di sudore gli imperlavano la fronte.

E anche alle mani di Gavina si era comunicato una specie di tremito

nervoso. Si sarebbe detto che quella sera non sapesse mondare le fave.

E se la madre e le sorelle fossero là capitate per esaminare l’opera

sua, avrebbero veduto con meraviglia molti baccelli neri nel cestino

delle fave bianche, e molte fave bianche nel mucchietto dei baccelli

neri — segno evidente che la mente della ragazza era ben lontana

dall’innocente legume che doveva servire per la cena!

Il caldo era soffocante, la terra infuocata mandava vampe sul volti

di Bastiano e di Gavina, le cui fronti grondavano sudore. L’ombra del

benefico rovaio non riusciva a mitigare gli ardori anticipati del

giugno. E le cicale continuavano il loro canto stridulo, monotono,

incessante, il quale rendeva più profonda la solitudine che regnava

all’intorno.

La Gavina andava man mano rallentando la sua operazione — finchè la

sospese affatto. Le sue dita raggiravano distrattamente un baccello,

senza aprirlo.

E anche la mano di Bastiano pareva stanca; non sapeva più reggere il

coltellino cui quale andava incidendo delle figure rozze, senza garbo

nè simmetria.

La zucchetta color d’oro, quasi sapendo d’essere importuna o

indiscreta, scivolò pian piano dalle ginocchia del muto, e cadde

a terra, senza che la mano del distratto incisore si desse cura di

andarla a raccogliere.

Qualche cosa di misterioso e di singolare accadeva per fermo nelle

anime di quei due esseri, che sapevano d’esser soli sotto i raggi

di un sole cocente, che bruciava loro il sangue ed il cervello. Essi

provavano una strana agitazione nello spirito, mentre il loro corpo era

assalito da una vaga sonnolenza; da un languore insolito, spossante.

Era un desiderio indefinito; una leggera febbre dei sensi che sfumava

in un sentimento tutto arcadico; o meglio, un sentimento ineffabile che

andava morendo in una febbriciattola dei sensi.

Ed i raggi del sole diventavano sempre più infuocati, mentre quelle

cicale importune, col canto noioso, non facevano che accrescere quel

languore, quella sonnolenza, quella febbre.

Rimasero in quell’attitudine un po’ di tempo; al vederli pareva che

l’uno non si curasse dell’altra — mentre invece si vedevano entrambi

senza guardarsi. Era un gruppo grazioso: la tenera edera che desiderava

avviticchiarsi alla robusta quercia.

Vi fu un punto in cui i loro occhi si cercarono, senza volerlo; quelli

di Gavina si riabbassarono subito — quelli del muto si fissarono

audacemente sulle guance della bella fanciulla, che avevano arrossito:

— parevano inchiodati sull’ingenua giovinetta, che aveva conosciuta

bambina. Quel seno di vergine, chiuso e compresso sotto il vermiglio

corsetto, gli dava la vertigine: — era un’insidia pudica — un pudore

insidioso. Ed ella su quel seno chinava vergognosa gli occhi, mentre

una voce carezzevole le andava rivelando la suprema delle sue missioni.

La natura maliarda, tradisce assai spesso i suoi misteri, coll’intento

di prevalersene: finge una ripulsa per provocare un assalto.

Bastiano lasciò sfuggire dalle labbra un gemito — a cui rispose Gavina

con un lungo sospiro.

Strano caso! — La fanciulla aveva udito la parola del muto: il muto

aveva presentito il sospiro della fanciulla. A lei era parso che

un’onda di suoni uscisse dalle labbra di Bastiano: e a lui pareva di

udire una musica celeste sulle labbra di Gavina.

Oh! l’amore ha pur esso i suoi linguaggi arcani che possono rivelarsi

senza bisogno degli organi della parola e dell’udito. La natura ha una

voce eloquente che è intesa anche dai sordi, essa dà al muto una parola

— dà all’amante un suono che penetra nell’anima senza passare per

l’orecchio!

Gavina e Bastiano stettero alcun tempo immobili, pallidi, pensierosi.

La mano del muto, quasi macchinalmente andò a cercare le mani della

timida giovinetta, alle quali tolse quel baccello innocente che veniva

tormentato senza colpa. Gavina si lasciò prendere il baccello senza

opporre resistenza — credeva sognare. Senza sapere che si facesse,

ella raccolse da terra la zucchetta color d’oro, e si mise a guardare

le figure che Bastiano vi aveva inciso. Solo allora parve destarsi il

muto; e con l’amor proprio dell’artista che non vuol mostrare il primo

abbozzo del suo disegno, strappò dolcemente la zucchetta dalle mani

della fanciulla, e mandò un gemito lungo....

Il caldo era soffocante — la stanchezza diventava più penosa. Il muto

afferrò vivamente la mano di Gavina e la strinse fra le sue con una

stretta che sapeva troppo d’umano.

Il pudore della fanciulla reagì con tutta la sua forza. Solo allora

ella parve destarsi dalla fatale sonnolenza che l’aveva circondata

di carezze arcane e di tentazioni indefinite. Balzò in piedi di

soprassalto, passò una mano sugli occhi, e si diede a correre verso lo

stazzo, percorrendo la tortuosa linea d’ombra che accompagnava tutta la

siepe spinosa.

Il muto si alzò pur esso, come scosso da una molla, e corse dietro

alla fanciulla. La sua fisonomia era alterata, e i suoi lineamenti

stravolti. Sentiva un fremito per tutta la persona, e come una

strana debolezza alle ginocchia. Col petto ansante, col respiro

affannoso, cogli occhi spalancati teneva dietro alla cara visione

che gli sfuggiva. Dalle sue labbra uscivano gemiti lamentosi, suoni

inarticolati, quasi guaiti di fiera.

Gavina affrettava sempre il passo cogli occhi chiusi, senza mai

voltarsi. Il muto la seguiva a cinque passi di distanza. Il rumore del

suo passo cadenzato faceva battere con violenza il cuore di Gavina, a

cui pareva immensa la distanza che la separava dallo stazzo.

Giunta allo svolto della siepe, sentì ad un tratto afferrarsi

per i capelli; volle continuare la corsa, ma sentì uno strappo al

fazzoletto. Le parve che una mano invisibile la trattenesse per forza.

Per liberarsi da quella stretta, recò allora la mano alla testa, ma

subito la ritrasse mandando un grido: aveva sentito un’acuta puntura

all’avambraccio.

Un lungo ramo spinoso, che usciva dalla siepe, e ch’ella non aveva

visto s’era impigliato ne’ suoi capelli e nel fazzoletto, e l’aveva

ferita al braccio.

Gavina si fermò, guardò la parte ferita, e si passò più volte la mano

con un’espressione di dolore.

Il muto di Gallura · 第 5 / 11 段