e si può immaginare quale impressione produsse negli aggesi la notizia
ferale. Quella morte misteriosa e la sparizione del cadavere rendevano
più luttuoso l’avvenimento. Le ire, le bestemmie i giuramenti di
vendetta correvano di bocca in bocca. Gli uomini imprecavano i vivi,
impugnando i loro fucili; le donne piangevano i loro morti, mandando al
cielo grida strazianti.
Michele Tansu era fratello di Bastiano — il sordo-muto. Quando a
costui fu comunicata la disgrazia che lo aveva colpito, poco mancò non
diventasse pazzo. Colle narici dilatate, cogli occhi fuori dell’orbita
fissò stupito l’incauto messaggero, quasi credendo scherzo la ferale
notizia. Abituato ad esser deriso, tardò a prestar fede all’asserzione.
Quando però un secondo, un terzo, tutti gli confermarono l’assassinio,
mandò un cupo ruggito e prese la campagna.
Pareva un forsennato, quantunque tutti conoscessero Bastiano per un
giovane di spiriti bollenti e facile all’ira, pure si era ben lontani
dall’immaginazione che la morte del fratello potesse produrre in lui
una così terribile impressione.
Tutta quella sera e il giorno seguente il muto corse la campagna.
Andò di stazzo in stazzo, si spinse fino alla spiaggia, e visitò le
cussorgie della Trinità e di Vignola, chiedendo sempre di Michele.
Dopo aver cercato il suo fratello vivo, quell’infelice cominciò la
ricerca del fratello morto: — visitò tutti gli antri e le gole; osservò
attentamente ogni crepaccio di granito ed ogni macchia di lentischio, e
si diede persino a graffiare con le unghie la terra, quando gli pareva
smossa di recente.
Le sue indagini furono vane.
Spossato, stanco, fuori di senno, sedette su un’altura, e si diede a
contemplare tutta la grande distesa della campagna sottostante. Volgeva
intorno le pupille stralunate, chiedendo agli uomini il suo Michele,
dilatava le nari, quasi volesse fiutare il sangue dell’assassinato;
stringeva i pugni e li mostrava al cielo, quasi imprecando ad esso
perchè gli negava il conforto di abbracciare un cadavere.
Il sole era sceso dietro ai monti dell’Asinara — le tenebre erano
calate sulla natura; ma il muto non volle abbandonare il suo posto.
L’assassinio del fratello aveva destato nell’animo del muto tutti i
peggiori istinti e insieme con essi un prepotente bisogno di sfogare
il cruccio che covava nel cuore. La sua strada era stata tracciata
dal destino, nè titubò un istante ad ubbidire alla voce insistente e
misteriosa che dal fondo della sua coscienza lo eccitava al delitto.
Tornò a casa preoccupato, pensoso, ma calmo in apparenza. Non confortò
i più stretti parenti che si disperavano — non badò agli amici che lo
compiangevano, o fingevano compiangerlo per maggiormente irritarlo.
Pietro Vasa, sopra tutti prese a consolarlo in un modo singolare:
più che condoglianze per la sciagura accaduta, pareva desiderio di
fomentare l’odio in quell’uomo, facile ad accendersi.
Quel giorno il muto afferrò per la prima volta un fucile, e giurò
di mai più riporre il piede nel suo paese. Gli uomini non l’avevano
compreso — ed egli studiò il modo di farsi comprendere; la natura
gli aveva chiuso la bocca — ed egli pensò di far parlare la bocca del
suo fucile. Le sue smanie, le sue preghiere, la sua disperazione non
potevano ridonare la vita al suo Michele; ma che perciò? Se non era in
suo potere dar la vita ai morti, ben sapeva che avrebbe potuto dar la
morte ai vivi.
Il giovane sordo-muto fin’allora trastullo dei suoi compagni, si
innalzava terribile sopra gli uomini. Il sangue di suo fratello gli
gridava vendetta; ma egli giurò di spargerne tanto — fino a placare
l’ombra dell’estinto.
VI.
Una partita sleale
Era una splendida mattina — la mattina del 15 agosto 1850, giorno sacro
dell’Assunzione, una delle feste più solenni della cristianità.
I pastori della Gallura si erano recati alle chiesuole delle diverse
cussorgie per assistere alla messa. Era un giorno di divertimento, si
errava qui e là per santificare coll’ozio la solennità della festa. Il
solo paese d’Aggius ha nel suo territorio tredici chiese rurali; e le
feste popolari più frequentate dai pastori sono appunto quelle della
Vergine Assunta e del Rosario.
Dal campo del Coghinas, tutto solo, veniva un giovinotto biondo,
guidando a tiro un cavallino, sul quale erano due sacchi di grano. Era
Michele, il figlio di Antonio Mamia — il fratello di Mariangiola.
Egli veniva dall’aia, ed era diretto ad Aggius incaricato di
trasportare il frumento che doveva servire per la provvista di casa.
Poco importava a quel fanciullo del giorno solenne, per lui era sempre
festa; libero come gli uccelli, egli non viveva che d’aria, di luce e
di canti.
Veniva passo passo, canticchiando una canzone tempiese una di quelle
canzoni che sono la vita di quel popolo entusiasta, che nasce colla
poesia nel cuore e sulle labbra.
Il fanciullo era allegro, ma strano invero! la sua canzone era mesta.
La sua voce squillante ed argentina echeggiava per i campi silenziosi;
e ad essa rispondevano in coro le capinere e i cardellini, che
gorgheggiavano tra le frondi degli elci e dei lentischi.
Erano alcune strofe di Don Gavino Pes, il poeta più popolare della
Gallura — il Metastasio sardo, come lo chiamò Valery.
. . . . . . . . . . . . . . .
Lu campu no si ’esti
Di gala più, nè d’allegri culori:
In abiti funesti
Mi si mustra la rosa e l’alti fiori;
L’albureddi frunduti
Tutti pal me di luttu so’ vistuti.
Il paziente cavallo, colla testa bassa e con passo stanco seguiva
lentamente il giovine conduttore, il quale interrompeva tratto tratto
la sua canzone per sollecitarlo a camminare.
Il fanciullo era già arrivato a mezza strada, e misurava coll’occhio la
distanza che lo divideva dal suo paese.
Giunto ad una svolta, mentre cantava i versi:
E di la primaera
È vinuta pal me l’ultima sera.
si udì uno sparo di fucile.
La canzone spirò sulle labbra di Michele, il quale si fece pallido. Non
ebbe neppure il tempo di guardare donde venisse il colpo: cadde prima
sulle ginocchia, poi stramazzò supino, e chiuse gli occhi per sempre.
Il cavallo, con la testa bassa, continuò la sua strada inciampando ad
ogni passo nella lunga corda che si tirava dietro.
*
Verso le due dopo mezzogiorno, la moglie e la figlia di Mamia erano
sedute al telaio, nella loro casetta d’Aggius. La vecchia consolava la
Mariangiola che non poteva darsi pace dell’abbandono di Pietro.
Ad un tratto s’intese come un mormorio confuso che man mano andava
crescendo; come il tumulto di una folla che irrompesse nelle vie del
paese.
Madre e figlia si fecero paurosamente alla porta; e un orribile
spettacolo si offerse ai loro occhi.
Una folla piangente attorniava e seguiva due pastori, i quali portavano
una specie di barella improvvisata con frasche d’elci e di lentischi.
Su quella barella avevano adagiato il cadavere di Michele.
Furon grida, spasimi, lamenti che straziavano l’anima, e che la penna
rifiuta di descrivere. I parenti, gli amici, le comari, le donne del
vicinato, tutti aggiungevano i loro pianti al pianto d’una madre e
d’una sorella che si strappavano i capelli, pazze dal dolore.
Fu subito chiamato Antonio Mamia, che trovavasi in campagna....
Il vecchio arrivò in paese l’indomani all’alba. Aveva la faccia del
color della morte, e le mani in preda ad un tremito convulso; ma i suoi
occhi non mandarono una lacrima. Tutto il suo dolore si era concentrato
nel cuore, e la sua mente non si preoccupava che di un solo pensiero —
quello della vendetta.
Colle braccia conserte sul petto, egli fissò più volte il suo
figliuolo, che pareva dormisse; indi si mise a passeggiare da un capo
all’altro della stanza, in preda ad una smania febbrile. Invano gli
astanti cercavano di consolarlo: egli non ascoltava nessuno. Dava un
rapido sguardo a quel volto color di cera e a quelle membra irrigidite
dalla morte, e continuava a passeggiare in mezzo ai pianti ed alle
grida dei parenti e delle comari che ingombravano la sua casa.
A un certo punto, una giovinetta diciottenne, ch’era stata taciturna
in un angolo della stanza, uscì nelle seguenti lamentazioni con un
linguaggio orientale, biblico. Era una specie di nenia (_attititu_)
che molto spesso si pronuncia nei funerali, da persone anche della
famiglia.[13]
«La tua vita era un raggio di sole, una melodia d’amore, un olezzo di
gelsomino; — e per tanto sei sceso nel sepolcro, dove non v’ha conforto
di luce, di suoni, o di profumi. E fu sventura!
«I compagni ti dicevano forte, le fanciulle bello, le madri buono; —
e pertanto la morte ti ha colto all’impensata, non rispettando il tuo
vigore, la tua bellezza, e la tua bontà. E fu perfidia!
«Eri verde ramoscello pieno di fronde e di vita; e crescevi rigoglioso,
carezzato dai venti ma gli uomini t’han reciso dal vecchio ceppo, forse
paurosi del tenero virgulto, destinato a diventar robusta quercia. E fu
vigliaccheria!
«Com’eri bello, o Michele, quando scendevi dalle colline di
Giunchiccia, cantando i versi della capinera! Le giovinette si
nascondevano dietro alle siepi per vederti passare e si mormoravano
all’orecchio la parola d’amore. Ed ora giaci in mezzo alla stanza; nè
più dal labbro ti escono le canzoni della primavera!
«Eri bello! e te lo dissero le fanciulle d’Aggius, quando piene
di grazia e di lusinghe ti danzavano intorno. I tuoi occhi, tanto
affascinanti, erano azzurri come il nostro mare di Vignola e
scintillavano come il granito delle nostre montagne; — avevi i capelli
biondi come le spighe che ondeggiano sui campi di Coghinas — e le
guancie rosate, come l’aurora che saluta gli aggesi dai colli di
Calangiunus. Le donne di Vignola t’han chiamato bello — ed è perciò che
gli uomini della Trinità t’hanno ucciso!
«Ed ora riposi, pallido fanciullo, sopra il gelido letto, dove non sei
spirato, e dove la madre non ha potuto chiuderti gli occhi. Il sangue
che ti scorreva nelle vene era ardente come l’acqua solforica che bolle
ai piedi di Castel Doria; ed ora è aggrumato sulla tua ferita, freddo
come l’acqua dell’Ampolla che sgorga sulle vette del Giugantino![14]
«Tu dormi — ma il tuo sonno è di morte. Nè raggio di sole, nè profumo
d’aprile, nè bacio d’amore potranno ridestarti alle gioie del mondo.
«A te dunque la tomba, o Michele, a tua madre le smanie della
disperazione; ed ai parenti il grido della vendetta. A noi soltanto,
sconsolate figlie della Gallura, le tristi note del dolore!
«Piangi anche tu Mariangiola! — piangi con noi, o giovinetta tradita
ai piedi dell’ara! Strappa dalla pura fronte la corona di sposa, e
spargine i fiori sull’altare insanguinato, dove t’hanno ucciso il
fratello! Va, ti rinserra nella stanza nuziale, non consacrata dal
bacio d’amore; cingi la fronte con un serto di spine, e impreca ai Vasa
ch’han deluso i tuoi voti!
«Oggi è un giorno di lutto. Venite, venite o vergini della campagna,
ad intonar meco la canzone del pianto! Non vedete voi che il vento
della sera reca in giro i pètali del fiore! Piangete dunque, o vergini
sconsolate, poichè quest’anno i nostri mandorli non porteranno frutti!
«O fiorita ginestra dei campi d’Aggius, noi ti mandiamo l’ultimo
saluto, giacchè forza umana non potrà ravvivare il tuo stelo reciso.
Chi non darebbe la metà del suo sangue per rivederti in mezzo a noi?
Nessuna vergine di Vignola negherebbe di posare le sue labbra ardenti
sulla tua bocca di gelo, se un bacio d’amore potesse ridonarti alla
vita! Ma il bacio di fanciulla innamorata non può destare alcun fremito
vitale sulle membra irrigidite dalla morte!
«Piangiamo insieme, vergine di Gallura: — il nostro fiore è caduto! — »
Antonio Mamia sempre cupo e meditabondo, senza preoccuparsi delle nenie
della fanciulla, si era piantato dinanzi al tavolo funebre, dove era
disteso il cadavere, coi piedi rivolti alla porta d’uscita.[15]
Stette alcuni minuti con gli occhi fissi sul figlio; poi con voce
calma, ma improntata di amaro sarcasmo, pronunciò lentamente le
seguenti parole:
— Povero fanciullo! Han fatto una bella prova, togliendoti dal mondo!
Per fermo al tuo assassino sarà tremata la mano nel prenderti di
mira! Guai se non ti avesse colpito, mio povero figliuolo! — Può andar
superbo il mio nemico del colpo fatto; e avrà ragione di vantarsene coi
valorosi campioni della famiglia Vasa.
La madre dell’ucciso, intontita dal dolore, era sorda ad ogni parola
di conforto. Accoccolata in un angolo della stanza, non pronunciava che
queste parole:
_Lu mè còri_[16]
La morte di Michele aveva commosso e indignato tutta la Gallura. Era
un fatto nuovo a memoria d’uomo; perocchè nelle secolari inimicizie
si erano sempre riguardati come sacri i fanciulli e le donne; anzi
il macchiarsi del loro sangue costituiva nelle vecchie tradizioni tal
viltà, che non veniva mai perdonata.
Non solo si erano fin’allora rispettate le deboli creature, ma in ogni
tempo era stata scrupolosa consuetudine differire la vendetta, sempre
quando un nemico avesse incontrato l’avversario (a piedi o a cavallo)
in compagnia di una donna o di un fanciullo. — A questo proposito mi
piace far menzione di un’inimicizia sorta appunto in Gallura, per aver
violato la generosa consuetudine. Nel 1775, non solo non si rispettò il
nemico che trovavasi in compagnia di una donna — ma insieme a lui si
uccise la nuora incinta (la pastorella Teodora) che sedeva in groppa
dello stesso cavallo. E bastò questa viltà perchè fra due fazioni si
accendesse una guerra sanguinosa.
La sera del 16 agosto la salma di Michele fu portata a seppellire nel
piccolo cimitero di Aggius. Una folla di congiunti e di amici andò
dietro al feretro facendo gran piagnisteo, come vuole l’usanza di quasi
tutti i paesi della Gallura.
Il vecchio Mamia seguì cogli occhi il funebre corteo; soffrì torture
atroci, ma ebbe la forza d’animo di non mandare un lamento, nè di
versare una lacrima.
Mi si disse in Aggius, che due giorni dopo la morte del fanciullo, fu
veduto il Mamia seduto sulla soglia della propria casa, fumare la sua
pipa tranquillo in viso. Quella calma fece paura a molti! Era indizio
certo, che quel vecchio meditava un sinistro pensiero.
*
Dall’altura del monte della Crocetta un uomo incappucciato guardava il
corico funebre che s’incamminava al cimitero.
Quell’uomo era Bastiano Tansu — il sordo-muto. Era mestissimo, e
commosso; poichè mentre reggeva con una mano la testa, coll’altra
tergeva le lacrime che scorrevano abbondanti sulle sue guancie.
Era pietà vera? — era rimorso? Non so dirlo.
La voce pubblica aveva accusato Pietro Vasa come autore della morte
di Michele; ma chi poteva asserirlo? Il vero feritore s’ignora quasi
sempre in queste guerre fratricide; tutti i membri di una famiglia sono
solidali nell’esecuzione della vendetta; poco monta conoscere la mano
che ferisce; si sa che la mente è una sola, — e basta! — La morte di un
nemico è sempre ascrìtta ad una fazione, non mai ad un individuo.
Il muto scese dal monte della Crocetta quando le ombre scesero sopra il
villaggio. Egli s’internò nella campagna, poichè si era volontariamente
proscrìtto dal paese natio, per sfuggire alla giustizia degli uomini:
Quella di Dio non la temeva.
VII.
La rivincita
Non eran trascorsi che cinque giorni dalla morte del povero Michele.
Nel cuore della notte quattro individui appartenenti alla fazione del
Mamia erano raccolti in uno stazzo escogitando una pronta ed adeguata
vendetta. Anche nel consumare un delitto si vuol mettere lo scrupolo e
la delicatezza!
Si sceglieva la vittima sulla quale doveva pesare il loro cieco furore;
e la questione era un po’ complicata, trattandosi d’un fatto singolare.
Per una legge barbara, convalidata in Gallura da un’antica
consuetudine, alla morte violenta d’un fanciullo non potevasi opporre
che la morte d’altro fanciullo, o di una donna. In altro modo non si
potevano equilibrare le partite. Dente per dente, infamia per infamia,
vigliaccheria per vigliaccheria: così era scritto nel codice gallurese,
sanzionato da un odio implacabile.
Uno degli astanti pronunciò un nome, e tutti applaudirono alla felice
idea, lodando chi l’aveva manifestata. I Vasa avevano ferito il
Mamia nel più santo de’ suoi affetti — nell’amor di padre; orbene, i
Mamia dovevano ferire il Vasa nel suo affetto più santo — nell’amore
di figlio. Fra i due capi fazione doveva essere uguale lo strazio
dell’anima; Antonio Mamia si era strappata la barba dinanzi al cadavere
del suo giovane figlio — e Pietro Vasa doveva trascinarsi cieco d’ira
dinanzi al cadavere della vecchia madre. Un rimorso doveva rodergli il
cuore — quello di aver dato la morte a colei cui doveva la vita!
Il giorno dopo, verso sera, con passo tardo e vacillante, la madre di
Vasa usciva al solito dal suo stazio della Trinità per recarsi alla
vicina fonte. Portava sulla testa il tinello con l’_uppu_,[17] e nella
mano destra il rosario. La vecchierella pregava; pregava sempre per il
suo figliuolo, esposto agli agguati del nemico, — pregava per i suoi
parenti e per i tanti padri di famiglia che minacciavano divorarsi l’un
l’altro.
A mezza strada una palla di piombo la colpì nel petto, e cadde.
Fu trovata colà, agonizzante, con una mano sul cuore, e col rosario
nell’altra. Pareva sorridesse alla morte.
Come tigre ferita Pietro Vasa accorse all’annunzio ferale; si chinò
disperato sul corpo della madre; la scosse, la strinse al petto, la
chiamò, la baciò, ma inutilmente. La vecchia aveva gli occhi socchiusi
e le mani irrigidite dalla morte; respirava ancora, ma non riconobbe
suo figlio.
L’amore che portava Pietro alla vecchia madre era un culto, una
religione, un delirio. Anche oggidì si parla in Gallura della singolare
impressione che ricevette il Vasa quando apprese l’orribile notizia.
Non seppe mai darsene pace, e, finchè visse, bastò il semplice ricordo
di quella barbara fine per renderlo crudele ed inumano con chicchessia.
— Vigliaccherie! gridò il Vasa. — Uccidere una donna, una vecchia
cadente! A che dunque è ridotta la nostra Gallura? Miserabile razza dei
Mamia! Il tuo valore non consiste che in simili imprese; ma ben altro
è il nostro! Voi non siete buoni che a far posare cannocchie — noi però
faremo posare fucili.[18] Vigliacchi, vigliacchi, vigliacchi!
Così esclamava Pietro, acciecato dal furore: e gli facevano coro
i componenti la sua fazione; ma tutti dimenticavano che la prima
vigliaccheria l’avevano commessa i loro, assassinando un povero
fanciullo quattordicenne. L’uomo però non è che un egoista e nel
misurare l’oltraggio ricevuto, dimentica facilmente quello che egli ha
recato ad altri.
Inginocchiato vicino al cadavere della madre di Vasa, e assorto in
profondi pensieri, stava Bastiano il muto. Egli ripensava fremendo alla
cerimonia dell’_abbraccio_, compiutasi un anno prima nello stazzo di
Giunchiccia. Colà egli aveva veduto il giovine Michele posar la testa
sulle ginocchia di quella vecchia. L’uno e l’altro erano scesi nella
tomba, vittime innocenti di un odio infernale. Il muto si asciugò una
lacrima — e fu la seconda che gli sgorgò dagli occhi dinanzi ad un
cadavere!
Il giorno seguente la salma della madre di Pietro fu portata nel
piccolo camposanto della Trinità di Agultu. Tutti gli amici e i
parenti alzavano al cielo i loro lamenti, nè mancarono le comari
che improvvisarono le solite nenie, dove si encomiavano le rare doti
dell’estinta, deplorando il tristo avvenimento.
L’assassinio della vecchia fu imputato dalla voce pubblica ad uno
dei Pileri che aveva in moglie la sorella di Pietro Vasa. Il supposto
feritore fu arrestato e la sorella di Pietro proclamò l’innocenza di
suo marito, giurando a tutti che in quel giorno egli trovavasi presso
di lei. I fratelli le tennero il broncio e non le parlarono più; ma
la povera donna sfidò l’odio ingiusto del Vasa, e protestò sempre
energicamente contro l’arresto del suo innocente marito.
VIII.
La posta al cinghiale
Dal giorno dell’assassinio della madre di Pietro Vasa, non vi fu più
tregua. Era un continuo succedersi di combattimenti sanguinosi e di
uccisioni: una caccia di fiere che si davano uomini contro uomini.
Era un lutto generale; il terrore regnava sovrano in quelle contrade.
Sul far del giorno, prima di recarsi in campagna, i figli abbracciavano
i padri — le sorelle abbracciavano i fratelli, come se mai più si
dovessero rivedere. Non erano sicuri di ritornare la sera in seno
alla famiglia. E lungo la giornata erano ansie, spasimi, trepidazioni;
preghiere a Dio ed ai santi. Un ritardo li spaventava; una fucilata li
faceva trasalire.
Nè avevano torto di temere a tal segno. Si correva rischio di esser
uccisi in campagna, in paese, e persino sulla soglia della propria
casa. Zii, nipoti, cugini, congiunti di terzo e quarto grado, tutti
cadevano da una parte e dall’altra, senza tregua.
Potrei ma non voglio più oltre far nomi; la penna si rifiuta ad
enunciare il numero delle vittime cadute in quell’eccidio. Perchè il
lettore possa farsi un’idea delle stragi che funestarono la campagna
d’Aggius dal 1850 al 1856, mi basterà accennare, che il numero dei
morti fra le due fazioni superò la cifra di _settanta_, e che nella
statistica dei cinque anni furono registrate oltre quaranta vedove.[19]
I due capi fazione, senza mai stancarsi, continuarono ad eccitare
i congiunti e gli amici alla vendetta e alla strage. Ed erano ben
singolari quei capi! L’uno vecchio, freddo stratega, che dirigeva
l’esercito dalla sua tenda; — l’altro giovane ardente, che era generale
e soldato ad un tempo.
Pietro Vasa, fin dal primo attacco, aveva preso la campagna per
sfuggire alle insidie dei nemici e dei carabinieri. Egli contava, sopra
un braccio forte — sul braccio di suo cugino Bastiano il muto.
Costui, non solo aspettava che Pietro gli designasse la vittima da
colpire ma non risparmiava il nemico se gli capitava fra i piedi. Il
suo occhio come il suo fucile non fallivano mai! Quando stabiliva di
disfarsi di qualcuno, i suoi occhi mandavano lampi, i suoi muscoli
si contraevano e persino la sua lingua paralizzata sapeva trovare
una parola; _lu tumbu!_ — parola che nel suo linguaggio di fiera
significava: lo uccido!
Il muto era strumento del Vasa — e questi sapeva valersene perchè
possedeva il segreto d’insinuarsi nell’animo di quel disgraziato che
somigliava più ad una belva che ad un uomo.
Eppure — strano invero! mentre tutta la Gallura designava il muto
come il più inesorabile dei sicari, nessuno avrebbe saputo nominare le
vittime da lui immolate. Vi ha chi afferma, che Bastiano non odiasse
e non perseguitasse che i soli uccisori del fratello. Quanti omicidi
imputati ai Vasa, ai Pileri e ai Mamia furono invece commessi dal muto!
E quanti delitti, al muto imputati, furono forse consumati da assassini
che seppero nascondersi nell’ombra e nel silenzio!
*
Il vecchio Mamia era rimasto fin’allora incolume. Esperto generale,
aveva saputo deludere gli agguati del nemico, e si guardava bene
dall’esporre la sua vita. Dalla sua casetta d’Aggius, o dai suoi
stazzi, sapeva dirigere i feroci scontri; che a lui dava il nome di
giusta vendetta. Nessuno sapeva come e quando il Mamia uscisse di
casa per visitare le sue campagne e i suoi stazzi; nè quando e come
rientrasse nel suo covo.
Nel giorno di S. Giovanni il vecchio voleva recarsi alla campagna
di Pietro Carlotto, situata a poca distanza da Tempio. Diversi amici
lo avevano più volte avvertito di non fidarsi, perchè gli avversari
potevano preparargli un brutto tiro. Il Mamia disprezzò i saggi
consigli; continuò a fidare nella sua sagacia, e rispose agli amici
ch’era troppo sicuro di sè.
La mattina del 24 giugno 1855 — giorno di San Giovanni — Antonio
Mamia non mancò di recarsi alla solita campagna. Invano i suoi amici
tentarono di dissuaderlo; egli fu irremovibile, e vi andò. Pareva che
il destino lo trascinasse per i capelli sul luogo del supplizio.
Mentre in compagnia di un amico guardava il rio Veldidonna, si udì
una scarica di fucili, e Antonio Mamia cadde colpito a morte da una
palla. Venti e più uomini fin dal mattino si erano appiattati dietro
ai graniti ed ai lentischi, aspettando al varco il formidabile nemico —
come si aspetta un cinghiale. — La sua morte era inevitabile; perocchè
tutti in quel giorno, erano decisi di fargli fuoco addosso, fino
a freddarlo. Il compagno del Mamia prese la fuga; e gli fu sparato
contro, più per fargli paura che per intenzione di ferirlo.