i due sposi. Essi fingevano ascoltare gli altrui motti, ma non li
udivano. La felicità li rendeva egoisti. In mezzo a quella moltitudine
si sentivano soli — in mezzo a quel frastuono si beavano del silenzio
che li circondava.
Il pranzo fu lauto e sontuoso — come suole essere in simili
circostanze. Trattavasi di ristorare oltre centocinquanta persone, e
si può immaginare quanti vitelli, montoni e capretti furono sacrificati
sull’altare dell’amore, in omaggio ai due sposi.
Gli scherzi, le risa, il chiacchierio si protrassero per oltre cinque
ore. Verso l’imbrunire una buona parte degli invitati augurarono la
buona notte alla famiglia e si accinsero a far ritorno ad Aggius,
o ai propri stazzi. Mentre nel piazzale si preparavano le bisacce e
s’insellavano i cavalli, i parenti più stretti e i più vecchi amici se
ne stavano ancora a tavola, risoluti di ritornare ai loro casolari a
notte inoltrata. Erano circostanze che non si ripetevano con frequenza,
epperò ognuno voleva divertirsi approfittando della generosità di
Antonio Mamia, il padrone di casa.
E i brindisi, gli auguri e i complimenti continuarono ad alternarsi
in mezzo a quella gioia schietta che facilmente si riscontra in
tali cerimonie, fra gente povera di censo, ma ricca di cuore e di
sentimento.
*
In un angolo di quella stessa stanza, vicino alla finestra, v’era
tuttavia un gruppo di persone che sembrava non prender parte alla
gioia che sfavillava da tutti i volti. Quel gruppo era composto di un
fanciullo, di un giovane e di una vecchia.
Il fanciullo era Michele Mamia, fratello di Mariangiola. Sdraiato sopra
un basso sgabello, appoggiava la testa sul grembo della vecchia, la
quale sedeva su d’un secolare cassone di abete.
A pochi passi da loro era il terzo personaggio. — Bastiano il muto.
Dando le spalle alla finestra, e colle braccia conserte al petto, egli
fissava la vecchia ed il fanciullo che gli stavano dinanzi.
La vecchia settantenne era la madre dello sposo — di Pietro Vasa. Il
suo volto, sereno e venerabile, spiccava dal bruno fazzoletto, dal
quale sfuggivano alcune ciocche di capelli con riflessi d’argento. Essa
guardava con aria pietosa il biondo fanciullo che aveva fatto guanciale
del suo grembo; e gli andava carezzando la capigliatura, quasi per
fargli conciliare il sonno. Ben sapeva che Michelino aveva bisogno di
riposo, dovendo egli alzarsi all’alba per recarsi al lavoro col babbo.
I tre volti avevano un’espressione melanconica che contrastava
col frastuono e con la gioia che regnavano nello stazzo. Occupati
unicamente dagli sposi, gli altri non badavano a loro; ed essi si
compiacevano di quella noncuranza che favoriva il loro raccoglimento.
Il sole era calato dietro i monti lontani dell’Asinara, lasciando
all’orizzonte lunghe striscie infuocate, le quali gettavano un’onda
luminosa dietro la stanza, dov’erano raccolti i festeggianti.
Nei commensali già cominciava a notarsi quella stanchezza che si prova
alla sera di un giorno di festa, dopo aver libato ad un pranzo più
lauto e più abbondante del solito.
Il chiaccherìo continuava ancora — ma era un chiaccherìo stanco,
compiacente, quasi convenzionale. I parenti e gli amici aspettavano
che Pietro si alzasse, per accompagnarlo al suo stazzo della Trinità
di Agultu; ma Pietro aveva poca voglia di lasciar la tavola, dove
stava tanto bene vicino alla sua fidanzata. Egli non considerava che
il tempo, il quale per lui fuggiva, scorreva assai lento per gli altri.
Solito egoismo di chi è felice.
Il muto sempre immobile, non faceva che osservare la vecchia ed il
fanciullo, che pareva riposasse.
Ma Michelino non dormiva. Quantunque sentisse le palpebre più pesanti
del solito, pure lottava col sonno; e mentre con abbandono appoggiava
la testa sul grembo della vecchia, teneva gli occhi sempre fissi
sul volto della sorella la quale era seduta vicino a Pietro Vasa,
dimenticando quanti li attorniavano.
Era pur strana la melanconia di quei tre personaggi in mezzo alla gioia
comune! Si sarebbe detto che un pensiero triste, un penoso sconforto e
un triste presagio dominasse quelle menti e che un misterioso vincolo
unisse fra di loro quelle tre creature.
Eppure, essi non avrebbero dovuto rimanere indifferenti alla cerimonia
che si compiva nello stazzo per convalidare il sacro patto che univa
Mariangiola a Pietro! Quella vecchia era la madre dello sposo: — la
sposa era sorella di quel fanciullo. Pietro sulla terra, non aveva
amato alcun essere più di sua madre; e Mariangiola nutriva una speciale
tenerezza per il suo fratellino Michele, oggetto continuo d’ogni sua
cura e d’ogni suo pensiero.
Pietro e Mariangiola erano però sposi — e il loro amore doveva
assorbire ogni altro amore.
Ed era questo il pensiero fisso che occupava la mente della vecchia
e del fanciullo in quel giorno solenne: un pensiero geloso che, l’uno
all’insaputa dell’altro, celavano nel profondo del cuore.
La madre di Pietro guardava con occhio diffidente la Mariangiola,
destinata a toglierle l’affetto di suo figlio. Nel matrimonio la
sposa viene sempre a togliere il posto alla madre; la quale tarda a
persuadersi che il suo ufficio finisce là dove comincia quello della
moglie. La gioia segreta di far ballare sui ginocchi i figli dei
figli non basta soffocare la crucciosa invidia che prova una madre nel
veder sottentrare alle sue cure un’altra donna. E da ciò i dissapori e
l’incompatibilità di carattere fra suocera e nuora.
Il fratello di Mariangiola, dal canto suo fissava con dispetto Pietro,
che doveva portargli via la cara sorella. Il fanciullo non poteva
comprendere come per uno straniero, per uno sconosciuto, Mariangiola
potesse dimenticare chi l’aveva amata per tanti anni d’un profondo
affetto. Nella sua piccola mente accusava quasi d’ingratitudine la
sorella; ma non sapeva ancora che il potente affetto che provava per
lui la fanciulla, non era altro che l’istinto della famiglia, che nella
donna comincia a rivelarsi con la tenerezza per le bambole.
Tali erano i pensieri che attraversavano la mente di quella vecchia
e di quel giovinetto nel giorno dell’abbraccio di Pietro e di
Mariangiola.
E il muto?
Con le braccia serrate sul petto, Bastiano guardava la vecchia e
il fanciullo, che gli stavano da presso. Egli ammirava quella testa
bionda, vicino a quella testa bianca — il riposo della giovinezza in
grembo alla vecchiaia — il tramonto che sorrideva all’alba, il debole
che sorreggeva il forte.
Anche lui provava un sentimento d’invidia per tutti. Per lui non vi
erano state mai feste — per lui non vi era stato mai amore.
Il muto era là per far numero. Dai sorrisi, dall’espressione dei volti,
dai gesti delle persone, da tutto l’insieme delle cose che andava
osservando, si accorgeva che in quella casa tutti erano felici. Avrebbe
voluto esprimere anch’esso i suoi sentimenti, ma non poteva parlare.
La natura maligna gli aveva inchiodato la lingua al palato; aveva posto
una barriera di granito tra gli uomini e lui.
E assisteva alla festa col cruccio nel cuore, ripensando alla sua
giovinezza e ai compagni che lo avevano deriso, percosso, ma egli
era l’uomo di pietra; doveva assistere all’altrui gioia senza poter
manifestare un suo pensiero, senza percepire il pensiero degli
altri. Ecco perchè il sordo-muto era triste come la vecchia e come il
fanciullo!
La fatalità aveva riunito quei tre personaggi, che pur dovevano aver
tanta parte negli odii destinati al dilaniare le due fazioni dei Vasa
e Mamia. Fila misteriose vincolavano quei tre esseri innocenti. Il
destino aveva loro tracciato la strada che dovevano percorrere. Due di
essi erano designati come vittime — il terzo come carnefice.
*
Arrivò finalmente l’ora del commiato e della partenza. Pietro Vasa si
alzò; e dopo aver dato una stretta di mano ed un bacio alla sposa ed al
futuro suocero, si accostò alla vecchia.
— Madre mia, andiamo. Vi ho fatto troppo aspettare, non è vero? Dovete
perdonarmi, perchè son cose che non capitano due volte nella vita!
La vecchia sorrise amaramente; e si accostò alla sposa che baciò sulla
fronte.
Mariangiola le restituì il bacio con trasporto mentre due lacrime di
gioia le irrigavano le guancie.
Entrambe piansero, senza darsene ragione. Erano vivamente commosse.
La sposa si accostò al fratello, e dopo averlo accarezzato gli disse:
— Sei stanco, povero Michele? Va dunque a letto, e riposa.
Il fanciullo rispose mestamente.
— Lo so: Mariangiola. D’ora innanzi non avrò più le tue carezze. Il
babbo caccia di casa la nostra colomba per darla ad uno sconosciuto!
Al muto non si accostò alcuno. La comitiva cominciava già a sfilare, ed
egli era sempre là, vicino alla finestra, cogli occhi a terra e colle
braccia sul petto.
Il vecchio Mamia gli battè infine sulla spalla, per dirgli coi cenni
che rimaneva solo.
Il muto lo ringraziò; e accennando col dito alle sue orecchie sorde,
gli fece capire che non si era mosso perchè non aveva sentito le
pedate della gente. Mandò quindi un rantolo cupo per esprimere un
ringraziamento ed un saluto; ed uscì dallo stazzo per accompagnare suo
cugino Pietro Vasa.
I pastori degli stazzi di Vignola si presentarono alla soglia dei loro
abituri per salutare lo sposo e il suo seguito che si dirigeva alla
Trinità d’Agultu.
E così terminò la bella giornata di maggio, e la cerimonia
dell’abbraccio che doveva lasciare un indelebile ricordo nell’animo dei
Vasa e dei Mamia.
IV.
Odio vince amore
Tra la famiglia dei Vasa e quella dei Pileri — lo abbiamo detto — era
un’antica ruggine che, invece di diminuire, andava sempre crescendo.
Alcune questioni d’interessi tennero accese per lungo tempo le
contestazioni, quantunque le due famiglie fossero imparentate, avendo
un Pileri sposato la sorella di Pietro Vasa.
Nell’agosto del 1849 — due mesi dopo l’_abbraccio_ — nacquero dei
puntigli fra i membri delle diverse famiglie, e la cosa parve prendere
serie proporzioni. L’orìgine del malumore risaliva ad alcune capre di
Salvatore Pileri trovate uccise entro un chiuso ad orzo di Pietro Vasa.
Il Pileri pretendeva che quest’ultimo si dichiarasse autore di un tal
dispetto — ma il Vasa respinse sdegnosamente l’accusa, e rifiutò ogni
dichiarazione.
I Pileri, per evitare un forte attrito, decisero di rivolgersi al
Mamia, col quale erano legati con vincolo di più stretta parentela.
Essi dissero:
— Sappiamo che Pietro Vasa, fra non molto farà parte della tua
famiglia. A te spetta sistemare le nostre vertenze; chè altrimenti
potrebbe venirne danno allo sposo ed alla tua figliuola. Bada dunque di
risparmiar dispiaceri a te ed a noi!
Il vecchio Mamia, uomo saggio e prudente, s’incaricò di appianare le
questioni; e si mise all’opera, fidando nella propria influenza ed
autorità.
E diffatti, due sere dopo, rientrando in casa trovò il Vasa, che era
venuto a far visita alla fidanzata, e gli disse:
— Senti, Pietro, ti ho accordato con piacere la mano della mia
figliuola, perchè ti conosco per un uomo dabbene. Vorrei però che tu
ti mettessi in pace co’ tuoi avversari. Capirai bene che io non vorrei
disturbi in famiglia. Essendo stato per diciassett’anni latitante per
un delitto che mi si voleva apporre, ben so per prova quanto costi il
prendere la campagna per mettersi al sicuro dai nemici.
Il Vasa che in quel momento parlava con Mariangiola, troncò a metà
il discorso incominciato, si fece serio e volgendosi al vecchio gli
rispose freddamente:
— Che importa a voi delle nostre questioni private? Coi Pileri ha
solo da vedere il mio fucile; in esso sono due canne con tre palle
per ciascuna: sarò abbastanza generoso dando loro la scelta. Altro non
posso fare.
La risposta superba del giovane non andò troppo a sangue al Mamia, il
quale pertanto volle contenersi.
— Pietro; tu sei un galantuomo; e sono persuaso che ti abboccherai coi
Pileri per....
— Mi recherò da loro, sì; ma col berretto sotto l’ascella! — interruppe
il Vasa con alterigia.[8]
— Bada, Pietro! — riprese il vecchio corrugando la fronte e cambiando
tono — sii ragionevole. Se vuoi far parte della mia famiglia, è d’uopo
che tu rinunzi ad ogni idea di vendetta. Sarei costretto a negarti
Mariangiola, se tu persistessi nel tuo proposito!
— Ed io sarei costretto a rinunziare alla tua figliuola, se mi si
chiedesse la conciliazione co’ miei nemici! — rispose fieramente il
Vasa.
Mariangiola afferrò con affetto le mani di Pietro e divenne pallida. Ma
Pietro non sentiva più le carezze nè vedeva il pallore della fidanzata.
Il vecchio Mamia continuò colla stessa flemma:
— Le parole che tu pronunci in questo momento non sono quelle di un
uomo sano. Tu non ami Mariangiola!
— È grande l’amore che io porto alla tua figliuola — esclamò vivamente
Pietro — ma è assai più grande l’odio ch’io nutro per i Pileri!
In quella camera si trovavano la vecchia madre del Vasa e il giovane
fratello di Mariangiola.
Michele corse a carezzare la sorella che si era lasciata cadere sopra
una sedia: e la vecchia afferrò Pietro per un braccio, cercando di
frenar l’ira che trapelava dai lineamenti alterati del figliuolo.
— Lasciatemi! non ascolto ragioni! — gridò Pietro fuori di sè; ed uscì
dalla stanza seguito dalla madre, senza curarsi degli spasimi della
fidanzata e dello sdegno del futuro suocero.
Il vecchio Mamia si accostò lentamente alla porta per seguire cogli
occhi i due che si allontanavano; quindi tornò e si fermò dinanzi
ai suoi due figli che si tenevano abbracciati, Michele diceva alla
sorella:
— Via Mariangiola, lascialo andare quel cattivo! Ti farò io da sposo...
Sei contenta?
— Finitela! — esclamò il vecchio rivolto all’uno e all’altra. — Non
fate ragazzate! Egli ritornerà; ritornerà, perchè non si abbandona così
una fanciulla quando si è _abbracciata_. L’_abbraccio_ non può essere
sciolto che dalla sola sposa: e tu non hai intenzione — non è vero
Mariangiola?
— Io no padre mio!
*
Il Vasa però, non tornò in casa del Mamia; ed invano Mariangiola
lo aspettò per due, quattro e dieci giorni. Era evidente che si era
piccato e voleva tenere il broncio.
Con tutto ciò, il vecchio non volle più oltre inasprire il fidanzato
della sua figliuola; temendo di essersi lasciato trasportare da un
accesso di collera, aspettò pazientemente che il tempo avesse apportato
un po di giudizio nel cervello di Pietro.
Passarono altri quindici giorni, ma Pietro non varcò la soglia della
casa Mamia; forse nella speranza che il suocero finisse per smettere i
suoi rigori.
Sugli ultimi di agosto accadde un fatto, che per quanto in apparenza
insignificante, bastò per complicare gli avvenimenti.
Alla terza domenica del mese, in cui ricorre la festa di Santa Maria
di Vignola, sogliono i devoti portare una bandiera alla rispettiva
chiesuola per scioglier un voto o _promessa_. In tal circostanza fu
domandato in prestito a Pietro Vasa un suo cavallo, il quale, per
la bellezza delle forme e per la robustezza dei muscoli, formava
l’ammirazione di quanti lo vedevano. Questo cavallo, già da qualche
tempo, era tenuto nella scuderia di Antonio Mamia, nè Pietro aveva
pensato a ritirarlo — segno evidente che egli accarezzava la speranza
di far ritorno alla casa della fidanzata.
Terminata la funzione, fu ricondotto il cavallo allo stazzo del Mamia;
— ma quel giorno il vecchio, o perchè fosse più di cattivo umore del
solito, o perchè inasprito da recenti dicerie, rimandò indietro il
giovane che portava il cavallo dicendogli che la sua scuderia non
serviva per le bestie altrui.
Quest’azione ferì a sangue Pietro; e dice la cronaca, che l’innocente
cavallo fu la prima e vera causa delle inimicizie che si accesero più
tardi fra le fazioni dei Mamia e dei Vasa; nel modo stesso che alcune
capre dei Pileri, entrate a pascolare nei terreni del Vasa, avevano
gettate le prime basi di un altro odio implacabile.
Si cominciò a comprendere da entrambe le parti che te cose prendevano
una cattiva piega; e un altro mese trascorse fra puntigli, messaggi,
dicerie. I buoni amici cercarono di conciliare gli animi, in
considerazione dell’amore dei due fidanzati e dei riguardi che meritava
il vecchio Mamia; nè mancarono allo stesso tempo i cattivi amici,
i quali fomentavano gli odi dei dissidenti col riferire, inventare,
od esagerare le parole e i discorsi che venivano proferiti dalle due
famiglie.
I due nemici però furono inconciliabili; poichè se il Vasa stava sul
tirato, il Mamia non era tal uomo da cedere facilmente agli altrui
capricci.
— Io sono il più vecchio — egli diceva. — Spetta dunque a Pietro
sottomettersi.
Non è a dire quanto ne piangesse e ne soffrisse Mariangiola, e
quali scene accadessero ogni giorno in casa. Il vecchio si sentiva
intenerirsi alla presenza della sua creatura; ma per quanto l’amasse,
avrebbe meglio desiderato vederla morta, anzichè umiliarsi al superbo
che lo aveva offeso.
Molti _ragionanti_ e alcuni sacerdoti si presentarono al Mamia per
fargli presente il dolore della Mariangiola, la quale doveva rinunziare
ad un uomo che amava e che le aveva giurato eterna fede. E a tanto
giunsero le preghiere e le esortazioni del Rettore e dei probi uomini
di Aggius, che il vecchio padre propose di far accompagnare la sua
figliuola allo stazzo della Trinità da due stretti parenti, i quali
l’avrebbero consegnata allo sposo. Egli però — lo dichiarava — non si
sarebbe mai indotto ad accompagnare sua figlia, nè a metter piede in
casa del superbo genero.[9]
Non rimaneva dunque più altro, che far la restituzione dei doni;
ma anche questa pratica, in apparenza così semplice, provocò
molte contestazioni. Noti il lettore la fierezza dei galluresi,
la loro tenacità negli odi e la scrupolosa raffinatezza della loro
suscettibilità.
Affacciata agli amici del Vasa e del Mamia la convenienza della
reciproca restituzione dei doni, scambiati fra gli sposi nella
cerimonia dell’abbraccio, nessuno dei due volle esser il primo a
metterla in pratica.
— Io non voglio chiedere i doni alla sposa — diceva il Vasa — perchè
sarebbe un confessare che il torto è dalla mia parte. Tale umiliazione
non voglio subirla!
— Io non debbo restituire i doni allo sposo — diceva il Mamia — questo
atto potrebbe significare che riconosco il mio torto. Non intendo
intaccare la mia dignità per nessuna cosa al mondo!
E per due mesi l’uno e l’altro furono irremovibili in questa
decisione: tanto che si dovette ricorrere ad un consiglio di arbitri,
o di _ragionanti_ — ciò che nell’espressione gallurese suol dirsi
_sottomettersi alla ragione_.
Dopo lunga e seria discussione, i cinque arbitri, scelti di comune
accordo dalle due parti, pronunciarono il loro giudizio, dando
unanimemente il torto a Pietro Vasa ed assolvendo il Mamia.
Il Vasa, rassegnato, piegò la fronte all’inappellabile verdetto, e
inviò un suo incaricato in casa di Antonio Mamia per riprendere i doni
fatti a Mariangiola, e per restituire quelli che aveva ricevuto da lei.
Tralascio di descrivere il dolore e la disperazione della povera
fanciulla, quando dovette togliersi dal dito l’anello d’argento per
consegnarlo al messo spedito dal suo Pietro. In un attimo ella vide
svanire tutte le speranze d’amore; coll’anima straziata ella diede
un ultimo sguardo al _manafidi_ — a quel pegno bugiardo a cui aveva
confidato i più bei sogni della vita — a quel talismano che le aveva
parlato d’una casa, d’uno sposo, e d’una famiglia — a quel dono infine,
che per l’ultima volta ella bagnava di lacrime e di baci.
Pietro non pianse, nè si commosse. Egli lo aveva ben detto: in lui
l’odio era più forte dell’amore!
Indignato oltremodo, e volendo esprimere la sua noncuranza e il suo
disprezzo per la fanciulla, si recò alla parrocchia d’Aggius e si fece
rilasciare dal rettore la dichiarazione di _stato libero_, per la quale
sborsò tre lire sarde.[10]
Fu l’ultimo colpo che annunziava la rottura d’ogni promessa. Il vecchio
fremette — Mariangiola non sapeva che piangere e pianse.
Antonio Mamia, rientrando in casa, trovò la figliuola che si struggeva
in lacrime. La rampognò severamente, e le disse:
— Mariangiola; gli uomini come Pietro non si piangono mai. Quando
commettono azioni simili, essi sono indegni di far parte di un’onesta
famiglia. Il giorno in cui vedrò una lacrima nei tuoi occhi — ricordalo
bene! — quel giorno cesserai d’essere mia figlia; sarà indizio che non
senti l’onta gettata da quell’infame sulla mia casa.
Così dicendo, il vecchio uscì. Michele si accostò alla sorella e la
baciò sulla guancia.
— Sorridi, via, al tuo fratellino! — le disse: — Ora posso dirtelo:
odiavo quell’uomo che voleva toglierti alla nostra casa. Egli non
poteva che apportarci sventura!
Mariangiola esclamò sommessamente:
— E chi ti dice che non l’apporti?!
V.
Il battesimo del Muto
Quattro mesi erano trascorsi dagli avvenimenti da noi narrati. Tra
le fazioni del Vasa e dei Mamia regnava quella calma glaciale che
d’ordinario è foriera di tempesta. La folgore era per iscoppiare;
pareva che gli animi esacerbati aspettassero il più lieve appiglio per
provocarla. Perchè quella sosta? era facile immaginarlo: perchè ogni
fazione voleva un valido pretesto per dar sfogo all’ira, e per avere
il diritto d’inferocire sull’avversario. Soliti riguardi di scrupolosa
cavalleria!
Quattro mesi, però parvero troppo lunghi; e fu deciso di finirla.
D’altra parte non poteva nascere alcun dubbio: vi era un oltraggio
da vendicare — dunque il primo pensiero doveva rivolgersi
all’oltraggiatore!
Era il 19 marzo 1850.
Pietro Vasa, fin dalla mattina, si era recato alla chiesuola di S.
Giuseppe di Cucurenza per assistere alla messa. Era un giorno di festa
per i galluresi, e Pietro aveva voluto santificarlo.
Terminata la funzione religiosa, verso mezzo giorno, Pietro si era
messo in cammino per far ritorno allo stazzo, dove l’aspettava la
vecchia madre.
Giunto a metà strada, in un punto ingombro di macchie di lentischio,
sostò alquanto per accendere la sua pipa. In quel momento si udirono
due spari di fucile. E Pietro cadde a terra gravemente ferito da tre
palle.
Alcuni pastori, che per fortuna passavano colà accorsero a lui, gli
fasciarono le ferite e lo trasportarono al suo stazzo, dove ricevette
le prime cure.
Sapendolo in pericolo di morte, il parroco della Trinità di Agultu
si recò subito da lui per confessarlo e lo esortò a perdonare ai suoi
nemici.
— Sì....! — rispose il Vasa con voce spenta — che tanti angeli li
accompagnino in vita e in morte!
Ma mentre il prete si avvicinava alla porta per andarsene il Vasa
si rivolse a un suo parente che gli stava al capezzale, e gli disse
solennemente e con significato:
— Ricordati che mi hanno ucciso!!!
Il prete tornò indietro indignato:
— Pietro!.... che vai dicendo? Io non posso più ascoltarti; cerca
un’altro confessore![11]
Si aspettava che da un giorno all’altro Pietro Vasa spirasse; eppure
— vero miracolo — egli migliorò, e dopo una settimana era fuori di
pericolo. Fu trasportato dallo stazzo ad Aggius, e più tardi da Aggius
a Tempio per sottoporlo a più rigorosa cura, e dopo un mese potè
ripigliare le sue forze e le sue faccende.
Chi era stato l’autore di quell’agguato? Due versioni corsero in
proposito: gli uni ne accusarono Mamia per l’oltraggio fatto alla
figliuola — gli altri i Pileri, per gli antichi dissensi e per i
continui dispetti che ricevevano dal Vasa.
Ad ogni modo il tiro veniva dai Mamia imparentati coi Pileri. Il dado
era gettato, e cominciò da quel giorno la strage sanguinosa che doveva
durare per sei anni.
Ferito il Vasa, i suoi parenti pensarono di farne le vendette e fu
Michele Tansu che si incaricò del colpo.
Poche settimane dopo il ferimento di Pietro Vasa, trovandosi il Tansu
in compagnia di un suo cugino s’imbatterono in due parenti del Mamia, e
scaricarono su di essi i loro fucili. Uno di loro cadde ferito.
Ma i parenti del Vasa non menarono vanto di questa vendetta per lungo
tempo.
Verso gli ultimi di aprile, il vecchio padre del ferito vendicò suo
figlio uccidendo Michele Tansu, e nascondendone il cadavere nella
campagna di Aggius.[12]