ENRICO COSTA
IL MUTO DI GALLURA
(RACCONTO STORICO — SARDO)
SECONDA EDIZIONE
TEMPIO
TIPOGRAFIA EDITRICE DITTA O. TORTU
PROPRIETÀ LETTERARIA
A Medardo Riccio
_Hai voluto gentilmente dedicarmi il tuo_ Testamento del Diavolo, _e
te ne ringrazio. Permetti dunque, che anche io ti dedichi il mio_ Muto
di Gallura, _in pegno di quella salda amicizia che da molti anni ci
unisce._
_Ed ora — prima di cominciare — lascia che io faccia una dichiarazione,
che credo necessaria per coloro che avranno la pazienza, o la bontà di
leggere le mie pagine._
_Non ho scritto un romanzo. I fatti che io narro sono veri; — veri
nei particolari, nei nomi dei personaggi, nei luoghi dell’azione, nei
tempi in cui accaddero, e fin nei dialoghi che riporto. I galluresi
potrebbero farne fede._
_Insomma in generale ho voluto narrare la storia delle inimicizie di
Aggius nei sette anni che corsero dal 1849 al 1856; e in particolare
quella di Bastiano il muto — uno dei personaggi che vi presero più
larga parte._
_L’esigenza storica dei fatti mi ha costretto a far menzione di scene
di sangue, che ben volentieri avrei taciuto, se lo scopo della mia
pubblicazione non fosse quello di far rilevare da quali cause leggere
ebbero ben spesso origine le sanguinose vendette che afflissero in ogni
tempo le generose e forti popolazioni della Gallura, e specialmente di
Aggius, le quali trascesero negli odî, anche per colpa dei Governi che
le trascurarono sempre._
_La politica d’allora corrotta e corruttrice, non faceva che avvilire
quegli uomini fieri, concedendo l’immunità ai più feroci banditi, a
solo patto che catturassero o uccidessero a tradimento i loro compagni;
onde accadde non di rado, che un assassino volgare riacquistasse
facilmente la libertà, uccidendo colui, che solamente si era fatto
omicida per vendicare l’onore della propria famiglia._
_Vincolato da una promessa ai cari amici di Gallura, oggi l’ho sciolta
come meglio ho potuto, suggellandola col tuo nome._
_Se a te ed a loro il mio_ Muto di Gallura _riuscirà a manifestare
l’affetto che vi porto, avrò motivo di compiacermene. Potrò dirvi con
orgoglio: — Son riuscito a far parlare un muto!_
_Sassari 15 Luglio 1884._
ENRICO COSTA
PARTE PRIMA
PRELUDIO
Nell’ombra
A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri, camminava per ore ed ore, alla
ventura.
Di colle in colle, di balza in balza, egli si agirava per quei
dintorni, ma finiva sempre per ritornare al punto donde era partito:
ad uno speco, chiuso fra tre blocchi di granito, intersecato da folte
macchie di rovere e di lentischio.
La notte era buia, quantunque il cielo fosse stellato; ma quell’uomo
era pratico dei sentieri e dei burroni che conosceva palmo a palmo.
Sotto il cappuccio tirato sul viso, i suoi occhi mandavano lampi;
dalle falde del corto cappotto di orbace usciva la tersa canna del suo
fucile, compagno indivisibile nella sua solitudine: unico amico a lui
rimasto fedele nei giorni della sventura.
Assorto in cupe meditazioni, egli teneva gli occhi fissi nel fiocco
lumicino, che appariva in una casetta posta sull’altura di S. Gavino di
pietra Màina.
Quel punto luminoso era la mèta de’ suoi pensieri — la causa delle sue
smanie.
Il cielo era stellato; ma che importava a lui del cielo? — nessun
astro in quella notte scintillava come il lumicino che rompeva l’ombre
addensatesi sulla terra.
Tratto tratto quell’uomo sussultava nascondendo il volto fra le mani;
e poi rialzava la testa per fissare di nuovo la finestra lontana, con
uno sguardo che tradiva l’interna battaglia di un’anima esacerbata.
Nell’espressione del suo volto leggevasi il contrasto di opposti
sentimenti: odio ed amore — vendetta e perdono.
Appariva smanioso, perplesso. La lunga notte non era bastata a dargli
consiglio. Forse attraversava uno di quei punti fatali che dividono la
generosità dal delitto: uno di quei momenti che possono fare dell’uomo
un eroe od un assassino, decidendolo cioè a sacrificare sè stesso per
il bene altrui o gli altri per il proprio bene.
Il filo di luce era sparito dall’imposta socchiusa; e non pertanto
quell’uomo continuava a guardare nell’ombra, come se vedesse ancora la
pallida fiammella che gli brucciava l’anima e il sangue.
Stava alcuni istanti immobile, poi si alzava d’improvviso, gesticolava
come un matto, riponeva sotto braccio il fucile, e ricominciava le sue
escursioni, per ritornare al suo covo di belva. Sparviero irrequieto,
parea volesse librare il volo intorno al gruppo di casette, per
uccidere, o per essere ucciso. — Quella notte gli sembrava eterna e
stanco e intirizzito guardava le vette del monte Spina, invocando la
luce del giorno.
Più volte, con moto febbrile, aveva strappato dal nudo petto una
medaglia di bronzo, che andava coprendo di baci e di lacrime; ed ogni
volta parea ne risentisse un refrigerio alle sue smanie. Quale arcana
virtù si celava dunque in quel pegno, compagno fedele de’ suoi dolori?
Era forse un sentimento religioso quello che si ridestava in lui? No:
perocchè a quell’uomo non avrebbero potuto insegnare una preghiera — nè
mai egli aveva pregato!
Quell’essere misterioso era Bastiano Tansu, un giovane bandito
soprannominato il _terribile_; — quel gruppo di case era l’Avru: uno
dei cento _stazzi_ seminati fra Bortigiadas ed Aggius; — quel giorno
era il sesto di luglio 1857.
Il giovine bandito manifestava le sue smanie col movimento convulso
delle braccia, col lampo delle nere pupille, e col grido inarticolato
che gli usciva dalle labbra, come ruggito di fiera innamorata e gelosa.
— Nè altrimenti avrebbe potuto manifestarle, perocchè era sordo-muto
fin dalla nascita.
La causa intima delle sue smanie era la bella figlia di Anton Stefano
il pastore. Più volte quel giovane era stato accolto nello stazzo
dell’Avru, dov’era stato presentato da un suo cugino — Pietro Vasa.
Al bandito che erra per la campagna, inseguito dalla giustizia, non
si nega un asilo; e l’ospitalità è sempre inviolabile su quei monti di
granito; essa è un culto, una religione, un bisogno dell’anima.
In quella casetta Bastiano aveva conosciuto Gavina — e con Gavina un
affetto fino allora ignorato.
Nè Gavina aveva raggiunto i diciott’anni — nè Bastiano i trenta. Erano
giovani entrambi.
Le smanie del bandito, in quella notte silenziosa, erano giustificate
da una speranza che vedeva ad un tratto svanire. L’idea di un amore
corrisposto lo aveva reso frenetico; delirante, pazzo. In mezzo ad
una vita di martirio, vissuta nella miseria e nell’abbiettezza, egli
per la prima volta aveva avuto orrore de’ suoi delitti. Da sette anni
che batteva la campagna, era sempre stato il terrore dei dintorni.
Quando si era vendicato del suo primo nemico, oltrepassava di poco
i vent’anni, ma aveva molto vissuto — perchè soffrire è vivere
lungamente.
E il suo era stato un crudele disinganno! — Da poco Bastiano si era
ritirato dalla via del delitto — e già stava per rimettervi il piede.
Da quattro giorni quell’infelice si aggirava intorno allo stazzo
dell’Avru per consumarvi un delitto — e per quattro giorni aveva
lottato incessantemente con una forza misteriosa che tratteneva il suo
braccio.
Ma l’alba tremenda stava per spuntare, ed egli l’aspettava con ansia
paurosa.
Fidente in un nuovo avvenire, immemore di un triste passato, aveva
per un istante sorriso alla donna. L’amore gli aveva fatto balenare la
speranza d’una riabilitazione; ma fu delirio di un’ora.
Ferito nel profondo del cuore aveva giurato di vendicarsi — e la sua
parola era sacra! — La vendetta gli aveva suggerito quattro vittime
da colpire — ma a Bastiano bastava una sola. Quale? Ecco la sua
tortura, il suo martirio! Fino a quella notte aveva esitato, lottando
disperatamente con la propria coscienza ma la coscienza dell’uomo aveva
sempre ceduto all’istinto della belva.
E la belva aveva designato la sua vittima.
Ma chi era costui, additato da tutti come il terrore della Gallura,
come il feroce tra i feroci? Qual fu la sua vita? Qual forza di eventi
lo trasse così giovane sulla via del delitto? Perchè la maledizione
degli uomini lo perseguitò nel suo cammino, con un odio che sopravisse
alla sua morte — ad una morte più misteriosa della sua vita?
I fili di quella esistenza erano collegati ad uno di quegli odii di
parte che in ogni tempo resero famosa la Gallura in generale, ed Aggius
in particolare.
In attesa dell’alba tanto invocata dal giovane bandito, accenneremo
ad una storia di sangue, che potrebbe definirsi il complesso di molte
storie.
II.
Aggius
Gli abitanti dell’estremo lembo della Sardegna settentrionale hanno
un tipo speciale, caratteristico. La loro immaginazione è fervida, il
loro carattere energico, la loro tempra d’acciaio. Hanno una naturale
tendenza alla poesia e i loro canti sono ispirati o da sentimenti
malinconici, o da un umorismo satirico. Tenaci nell’amore quanto
nell’odio, una sola parola basta per intenerirli — una sola parola per
eccitarli all’ira. Risentono molto del carattere dei côrsi, dei quali
hanno lo slancio, la temerità, il coraggio.
E côrsi diconsi i primi abitatori della Gallura. È detto nella
narrazione di Pausania, che essendosi accesa tra i côrsi una sedizione,
la parte più debole dovette cedere e rifugiarsi nella vicina Sardegna.
Sebbene il Fara voglia derivata questa popolazione dai Galli condottivi
coloni e il Landino da certi pisani che avevano un gallo per insegna,
e il Nurra dai _Galluri_, nome dato dai côrsi agli africani ed iberi
disertati dalle insegne puniche dopo la conquista dell’isola, pure è
certo che la versione di Pausania è sempre la più probabile, se non
la più vera; perocchè i galluresi hanno molta analogia cogli abitanti
dell’antica _Cirnus_, coi quali hanno comune la fisonomia, la lingua e
il carattere.
Fin dai tempi remoti la Gallura fu teatro di odii atroci e di tremende
vendette. Per cause tavolta assai frivole, gli abitanti si dividevano
in distinte fazioni, per dilaniarsi a vicenda.
Di generazione in generazione veniva trasmessa la vendetta; nè rare
erano le madri che mostravano ai teneri figli la camicia insanguinata
del padre per mantener vivo nei loro petti l’odio al nemico; perchè
potessero freddarlo, divenuti adulti. Ond’è che scene di sangue
funestarono assai spesso quella terra poetica, dove i canti dell’amore
venivano alternati, o confusi, coi canti dell’odio e della vendetta.
Nella Gallura, oltre la città di Tempio, sono cinque villaggi
principali: Aggius, Bortigiadas, Luras, Calangianus, S. Teresa[1]. La
maggior parte però della popolazione è sparsa per l’estesa campagna,
in gruppi di due, tre, o quattro case cui si da il nome di _stazzo_
— specie di ovile isolato, dove vive un’intera famiglia di pastori.
Gli stazzi sono aggruppati fra loro sotto il nome di _cussorgie_; le
cussorgie sono in gran parte riunite in _Cappellanie_, o parrocchie
rurali ausiliarie, istituite dal Conte Bogino sotto il regno di Carlo
Emanuele III, verso il 1759.
Secondo l’Angius, le Cussorgie della Gallura sono 188; le quali
comprendono 1568 stazzi, sotto sette parrocchie, cioè: S. Teodoro — S.
Maria Maggiore — S. Pasquale — S. Francesco d’Aglientu — La Trinità di
Agultu — S. Maria, appartenente a Castelsardo.
*
Aggius è uno dei più caratteristici villaggi della Gallura, tanto per
la sua curiosa giacitura, quanto per i suoi abitanti fieri, nervosi, e
un dì implacabili nei loro odi secolari.
Questo villaggio era già uno dei componenti il feudo di Gallura, e
apparteneva ad un barone spagnolo. Nell’ultimo censimento del 1881,
contava 2420 abitanti; di cui, soli 500 in paese, e 1920 sparsi nei
suoi 459 stazzi, non compresi i 95 oggi disabitati.
Aggius ha le abitazioni brune — come Tempio, come Bortigiadas,
come Luras, e come Calangianus; perocchè le sue case sono costrutte
con blocchi squadrati di granito, ben di raro intonacate di calce.
All’intorno ha una vegetazione piuttosto lussureggiante; ma la sua
natura è triste e fredda, come le sue case di granito. I boschi d’elci,
di querce e di sugheri gli danno un aspetto singolare. Sorride, è vero,
tra le terre sabbiose e i grigi macigni rigogliosa la vite — ma è un
sorriso melanconico che risente del broncio delle vecchie quercie,
cariche d’anni e di ghiande. Quà e là in mezzo a foreste vergini, o
a vigne deliziose, tu scorgi qualche masso imponente lanciato sulla
terra, non sai come, perchè, nè da chi; — lo diresti caduto per
atterrire i vecchi sughereti o i giovani pampini.
Nella Gallura tu vedi uomini alti, asciutti, nervosi, dal volto
arsiccio e dall’occhio fiammeggiante; — vedi dappertutto colossi di
granito che sfavillano al sole, come fossero tempestati di diamanti;
— vedi giganti vegetali dalle chiome folte, che van mostrando i loro
rami contorti e i loro tronchi anneriti dai secoli. La natura ha
colà un’intonazione perfetta: i suoi tre regni sono l’espressione
della forza. Quegli uomini robusti e pieni di vigore li diresti nati
dalle nozze misteriose della quercia e del granito, sotto l’ira delle
tempeste: essi risentono dell’una e dell’altro.
Però, se il loro dialetto è una musica, se dolce è la loro parola, ben
amaro talvolta è il loro sorriso: amaro come il loro miele, — curiosa
specialità di quell’alpestre regione.
E queste tre forze della natura han pur esse le feconde carezze della
grazia e della bellezza. Le fanciulle più seducenti, dalla carnagione
bianchissima, dagli occhi espressivi e dalle forme gentili, sorridono
innamorate a quegli uomini fieri e robusti; — l’edera più tenera
stringe nelle sue spire affettuose i tronchi delle quercie secolari;
— e la felce, piena di vita, si affaccia sorridente fra i neri graniti
delle case, per adornarle co’ colori della speranza.
Il paese di Aggius è addossato ad una strana catena di montagne che
sembrano create per difenderlo. Diresti che non siano gli uomini che
abbiano fabbricato il villaggio a piedi di quella catena; ma piuttosto
la natura che abbia costrutto quella barriera granitica alle spalle di
Aggius.
Quei monti hanno forme bizzarre, e ti fanno pensare al famoso Resegone
di Lecco, immortalato dal Manzoni. Essi ergono al cielo le creste
nude, frastagliate, capricciose; e gli abitanti guardano con un certo
orgoglio quelle punte — taglienti e aguzze come il loro ingegno, come
la loro lingua, come il loro coltello.
Veduto da lontano, circondato da quella catena di monti, il paese
d’Aggius sembra una vittima designata al martirio. Sono sette le punte
principali che emergono dalla corona di spine, che l’avverso destino
ha posto sulla fronte d’Aggius, quasi a presagio delle sventure che
dovevano colpire il maledetto dagli uomini e da Dio; sette punte che
potrebbero significare gli altrettanti dolori che tormentarono quella
povera madre di figli sventurati, più che colpevoli.
Fra il monte Tummèu-Soza, il Monte Tronu, il monte Fraite, e il monte
Pinna, s’erge maestoso, e più imponente di tutti, il monte della
Crocetta, le cui creste sovrastano quasi il villaggio. Sulla punta
più alta di granito, che minacciosa sembra guardare il paese, vedesi
una croce di legno, la quale attira l’attenzione e la curiosità del
viaggiatore. Quel simbolo ha dato il nome al monte; esso impressiona
la vecchierella, la quale non può guardarlo senza farsi il segno della
croce, e senza mormorare la preghiera dei morti.
III.
Il Monte della Crocetta
Una tradizione popolare (che corre tutt’ora sulla bocca dei vecchi)
narra, che il diavolo abitasse un tempo sulla vetta di questo monte.
Egli, di tanto in tanto, si compiaceva d’affacciarsi ai massi di
granito per guardare con occhio di fuoco il sottostante villaggio.
In quei giorni nefasti sentivasi soffiare un vento gagliardo, che,
pur venendo da levante, recava dal Limbara ricoperto di neve il suo
alito glaciale. E mentre gli abitanti d’Aggius si sentivano il corpo
intirizzito, il diavolo alla sua volta soffiava sulle anime loro,
suscitandovi pensieri d’odio, di vendetta, di sangue.
Si diceva che gli aggesi fossero in origine d’indole serena e
tranquilla e che lo spirito infernale, volendo dannare le loro anime,
avesse preso stanza nella reggia di granito, ch’era in cima del monte;
e si compiacesse, nelle notti insonni, di tribolare quei poveretti.
Le vecchie tremavano di paura nel loro letto, e recitavano il rosario
sotto le coltri, mentre il vento furioso urlava dalle fessure delle
imposte. Il figlio dell’inferno, non potendo chiuder occhio, si
divertiva a turbare il sonno dei figli della terra.
Ogni tanto il diavolo — a quanto asseriscono i vecchi — si affacciava
alla rupe; e dopo aver annunziata la sua presenza con un rullo sordo e
prolungato, gridava per tre volte rivolto al villaggio.
« — _Aggius meu, Aggius meu; e candu sarà la dì chi ti zz’aggia a pultà
in buleu?_[2]
La minaccia diabolica era il pronostico della distruzione del paese;
e il rullo prolungato che la precedeva significava che un uomo era
designato a morire di morte violenta. Così almeno diceva la tradizione.
Figuratevi lo sgomento della popolazione! Si ricorse al parroco; si
chiamarono a consulto i _ragionanti_ del paese; ma sempre invano. Il
diavolo non se ne dava per inteso, e continuava a tormentarli.
Verso la metà del secolo XVIII, ad un zelante missionario capitato ad
Aggius, venne l’ispirazione di piantare una croce di ferro sul monte,
per far fuggire il demonio.
Narra la leggenda popolare, che in quella notte spirò un vento così
gagliardo che sradicò molte quercie secolari e fece precipitare
dai monti più d’un masso di granito. Tutte le case tremarono dalle
fondamenta, ma la croce stette salda sulla punta del monte.
Udendo quel baccano infernale i popolani corsero al Rettore; il quale
li rimandò a casa tranquilli, dicendo loro:
— Non temete è il diavolo che prepara le valigie per tornarsene
all’inferno. Non verrà più a tormentarci.
Pare però che il diavolo non volesse rinunziare alle due mila e più
anime, di cui aveva giurata la perdizione. Aveva bensì abbandonato
il monte della Crocetta, ma forse per ricoverarsi sul monte Fralle,
o sul monte Pinna, donde, come per il passato, continuò a soffiare
il suo livore sulle anime dei buoni aggesi; i quali, alla loro volta
continuarono a dilaniarsi l’un l’altro, spargendo il terrore nella
Gallura.
*
Negli ultimi giorni di luglio dello scorso anno (1883) volli fare la
salita del monte della Crocetta per esaminare i luoghi ch’io voleva
descrivere. È impossibile immaginare i disagi ed i pericoli cui si
va incontro, arrampicandosi lassù, per quei massi giganteschi che ad
ogni istante minacciano precipitarvi addosso. È impresa veramente
temeraria tentar l’ascensione del monte a parte di levante, com’io
l’ho tentata per consiglio di una guida inesperta. Dovetti saltar di
blocco in blocco, strisciar carponi come biscia, aggrapparmi colle
unghie ai graniti, abbrancare arbusti e lentischi per poi lasciarmi
cadere nel vuoto chiudendo gli occhi; — insomma sforzi inauditi ed
esercizi ginnastici che solo potrebbe tentare un disgraziato inseguito
dall’umana giustizia. Ma vi ha di più: una volta incominciata la
salita, bisogna continuarla perocchè il tornare indietro è lo stesso
che sfidare il pericolo di uno sfracellamento.
Era la prima volta che io visitava il monte della Crocetta — e posso
assicurarvi che fu anche l’ultima. Arrivato lassù dopo due ore di
stenti, respirai a pieni polmoni, ed esclamai dal profondo dell’anima:
— Sono veramente in casa del diavolo!
Su quel monte vidi tre cose: la croce del missionario — la conca della
Madonna — e il tamburo del demonio.
La croce del missionario è infissa sopra un masso gigantesco, quasi
isolato, che misura da venti a trenta metri di altezza, e che forma il
cucuzzolo del monte, bersagliato dai fulmini e dai venti. In origine
quella croce era di ferro; e vi durò oltre mezzo secolo — finchè un
giorno, schiantata dalla folgore, fu sostituita con altra di legno, che
viene rinnovata ogni due o tre anni.
La conca della Madonna è una specie di nicchia naturale scavata nel
granito. Dicesi che la Madonna vi abitasse qualche volta, per tener
lontano lo spinto delle tenebre.
Il gran tamburo (_lu tamburu mannu_) è una gran lastra di granito, a
base convessa, la quale posa sopra un blocco spianato. Basta salire
sull’orlo, e far forza col corpo, perchè la pietra oscilli, dondoli,
e produca un rullìo cupo, sordo, continuo, come il mugolìo d’un tuono
in lontananza. Il gran tamburo d’Aggius ha molta analogia colla famosa
_Pietra ballerina_ di Nuoro; la differenza è una sola: quest’ultima, da
parecchi anni non balla più — quello invece continua a suonare.
A memoria dei più vecchi, questo tamburo è sempre esistito, e gli si
annettono non so quali malefici influssi. Dicono, per esempio, che
allorquando si ode il suo rullo, è indizio certo che una persona è
morta o deve morire di morte violenta.
Il parroco d’Aggius ebbe un bel mostrare la croce ai superstiziosi,
per persuaderli che il diavolo se n’era andato! — Essi continuarono
ad affermare che il demonio passeggiava sempre sulle sette punte, che
sovrastano il loro infelice paese.
E la loro credenza era purtroppo convalidata dai fatti; perocchè la
Gallura continuava ad essere funestata da moltissimi delitti, consumati
sotto il patrocinio del diavolo. E ben poteva affermarlo l’estesa
campagna che da Sedini si stende fino a Bortigiadas, da Bortigiadas
alla Trinità di Agultu, e dalla Trinità all’estremo litorale che corre
tra Castelsardo e l’Isola Rossa.
Fu il diavolo, difatti, che sul monte Fraile protesse i falsi monetari
che vi ebbero la fucina nel 1639; — fu il diavolo che inspirò il
terribile bandito Giovanni _il Gallurese_, ucciso nel 1657, mentre
usciva dalla casa della sua ganza d’Osilo; — fu il diavolo che sul
monte Cùccaro rese invulnerabili alle armi regie tutti i malandrini
che vi si annidavano dal principio alla fine del secolo XVIII; — fu lui
che protesse il terribile Antonio Pompita: — fu lui che nel 1800 gettò
lo sgomento nelle terre d’Aggius, fomentando le fazioni dei Mamia,
degli Addis, dei Malu e dei Biancu; — fu lui che nel 1808 eccitò gli
aggesi a ribellarsi con mano armata contro la legge della coscrizione;
— fu lui che entrò nel corpo dei traditori Stefano Buchicara, Don
Giacomo Alivesi, e Giovanni Mazzoneddu, quando il primo nel 1557, il
secondo nel 1671, ed il terzo nel 1802, fingendosi amici consegnarono
al carnefice le teste di Lorenzo Judas, del Marchese di Cea, e di
Francesco Cilocco!
Ma nessuno era riuscito a domare quegli spiriti turbati dal demonio.
Lo stesso fra Gavino Achena d’Ozieri — il celebre missionario e
poeta — non potè con la sua voce e i suoi strattagemmi comporre le
inimicizie di Aggius. Ond’è che nell’Agosto del 1766 il vicerè Balio
della Trinità faceva conoscere, con un pregone che S. M. Carlo Emanuele
aveva in animo di schiantare il villaggio e gli abitanti di Aggius[3]
— ond’è che il Conte di Moriana, governatore di Sassari, nel luglio
del 1802, proponeva a suo fratello Carlo Felice di ridurre in cenere
il villaggio, dividendo gli abitanti fra diverse popolazioni fuori
della Gallura[4] — ond’è finalmente che, per i tanti delitti commessi,
il paese d’Aggius (come nota lo Spano) veniva designato in un pregone
vicereggio quale il più feroce dei villaggi sardi!
— Finchè non si metteranno croci su tutte le punte dei nostri monti, i
figli d’Aggius saranno sempre tormentati dallo spirito infernale.
Così dicevano i vecchi del paese, sempre quando un nuovo fatto di
sangue veniva a turbare quelle povere popolazioni.
IV.
L’Infanzia del Muto
Bastiano Tansu era figlio di modesti pastori di Aggius. Aveva parecchi
fratelli — alcuni maggiori d’età, altri minori di lui.
La sua infanzia era stata tempestosa; perocchè fin dai primi anni ebbe
a soffrire molte umiliazioni per la sua imperfezione fisica. I suoi
compagni lo maltrattavano, o lo deridevano; nè tardò ad accorgersi
ch’era un uomo incompleto.
Nei trastulli infantili era sempre scartato — nelle dispute sempre
percosso.
Talvolta coi gesti e gli urli cercava persuadere i compagni della
loro ingiustizia: ma chi comprendeva gli urli e le smorfie di
quel disgraziato? Nessuno. Egli piangeva e si disperava — e quelli
credevano che facesse uno scherzo; egli supplicava invocando un po’ di
compassione — e quelli credevano insultasse. Infelice! — altro mezzo
non gli era dato per manifestare i suoi pensieri, all’infuori di quegli
urli e di quei guaìti i quali non facevano che provocare l’ilarità, o
la celia.
Bastiano si raccoglieva in sè stesso. Tra lui e il mondo esteriore non
c’era alcun rapporto. Egli non poteva manifestare agli altri i suoi
pensieri — nè gli altri a lui. Era dunque centro d’un mondo tutto suo,
e discorreva soltanto con la propria coscienza.
Tuttavia, non poteva intieramente rinunziare a quei trastulli che
formano il passatempo dell’età infantile. Era sempre co’ i suoi
compagni; e andava con essi a sorprendere il nido degli acquilotti
sulle vette del monte Pinna o del monte Fraile; oppure si dava a
correre in mezzo ai cespugli per far raccolta di corbezzoli d’oro o di
ginestre fiorite, che tanto abbondano in quei dintorni. La sua parte di
divertimento era la più modesta — ma gli bastava, ormai si era abituato
agli altrui motteggi, o all’altrui indifferenza, e fingeva non badarvi.
Col crescere degli anni però, il suo carattere e le sue abitudini si
erano modificati. Alle felici accondiscenze era subentrato un orgoglio
insolente. Bastiano entrava nel periodo della reazione; La sordità lo
aveva reso diffidente — la mancanza di lingua lo aveva reso irascibile.
Veduto che i suoi urli movevano al riso; veduto che la sua umiliazione
gli provocava insulti; veduto che i suoi gesti non venivano compresi e
che egli non riusciva a comprendere il gesto degli altri aveva adottato
un mezzo che rispose all’intento prefisso. Non riuscendo a farsi amare,
tentò di farsi temere; alla sua lingua, che non sapeva spiegarsi,
oppose i suoi pugni d’acciaio che venivano compresi. Usando della
forza e dell’audacia di cui madre natura lo aveva fornito, riuscì a
farsi rispettare. Non ebbe mai altra coscienza che quella della propria
forza; non sentì altra voce che quella dell’istinto.
I saggi del paese dicevano che Bastiano aveva sortito dalla nascita
istinti feroci. Tutti avevano riconosciuto in lui una natura perversa;
e il parroco aveva presagito e predicato in piazza, che quel muto
doveva finire nell’ergastolo o sul patibolo.
Bastiano era per tutti un cattivo, tranne per i suoi fratelli e per
sua madre la quale aveva una predilezione per il povero disgraziato:
forse perchè sapeva che i disgraziati hanno, più degli altri, bisogno
d’affetto e di premure.
E il muto, dal suo canto, non amava che sua madre e i suoi fratelli;
perocchè essi soli al mondo comprendevano i suoi gesti e i suoi urli.
Nato senza lingua e senza udito, quell’infelice crebbe coll’odio nel
cuore. Nutriva una profonda invidia per tutti gli uomini che potevano
liberamente esprimere i loro sentimenti. Egli era un derelitto, un
reietto, un miserabile. Quantunque fanciullo, pur comprendeva che la
natura lo aveva gettato in mezzo ad una gente più sorda e più muta di
lui. Mentre all’intorno ferveva la vita e il frastuono, nella sua anima
era sempre un silenzio sepolcrale ed una squallida solitudine.
Non passava giorno senza che Bastiano percuotesse un suo compagno.
Provava una ferocia indicibile a far del male ad altri. Non udendo i
lamenti della vittima, gli era meno penoso l’ufficio di carnefice che
si era assunto.
Divenuto grandicello, si era vendicato ad uno ad uno di tutti
quei compagni che bambino lo avevano maltrattato, deridendo la sua
infermità, ma accadeva ben spesso che il percosso era lui; perocchè,
acciecato dall’ira, diventava temerario, e non misurava le proprie
forze con quelle dell’avversario. Chiunque fosse che gli facesse uno
sfregio, non transigeva, gli si avventava addosso come una tigre,
senza preoccuparsi di una sconfitta. Sugli altri aveva una superiorità:
percosso a sangue non si lamentava mai; anche vinto aveva l’orgoglio
dei vincitori. Gli sarebbe parsa vigliaccherìa piangere o lamentarsi in
faccia al nemico che egli aveva sfidato. Anzi, Bastiano non sfidava mai
— assaliva all’improvviso, senza dar campo al nemico di riaversi dalla
sorpresa. Ed era questa la sua forza — il segreto delle sue vittorie.
Il muto d’Aggius non conosceva paura. Più volte insieme coi compagni,
era salito sul monte della Crocetta per dar la caccia al nido degli
avvoltoi. Giunti lassù, i compagni si mettevano d’accordo, e lo
piantavano solo sul monte misterioso. Il muto dava una scrollatina di
spalle, sogghignava, e faceva ritorno al villaggio, col massimo sangue
freddo. Eppure non vi era fanciullo in Aggius, capace di salir solo
sulla roccia maledetta!
Non v’ha dubbio! — dicevano in paese — il muto è figlio del diavolo — e
il diavolo lo protegge.
La imperfezione del muto, che negli uomini destava ilarità, nelle
donne destava anche avversione. Quando Bastiano, più galante del
solito, parlava a modo suo colle ragazze, cercando di mettere nei suoi
movimenti tutta la grazia possibile, le ragazze ridevano a scrosci,
per le smorfie ch’egli faceva con la bocca e per i suoni striduli che
gli uscivano dalla strozza. E si allontanavano da lui mostrandogli la
lingua e facendogli le corna con le dita, per dirgli ch’era figlio del
demonio.
E se i motteggi dei compagni inasprivano il muto, quelli delle
fanciulle lo ferivano a sangue. Dagli uomini sapeva difendersi coi
pugni d’acciaio; ma colle donne non poteva che contorcere le braccia,
mandando un ruggito ch’era imprecazione. Il contegno delle donne gli
diceva chiaramente che era una creatura deforme e imperfetta, messa
al mondo per dar pasto agli scherni ed agli insulti dei suoi.... non
simili! E difatti era la natura che rinnegava sè stessa, facendo tacere
nel cuore della donna il supremo degli istinti — l’amore.
Non potendo vendicarsi di quelle deboli quanto belle creature, il
muto soffriva crudamente. Guai allora se gli capitava fra i piedi un
compagno che gli desse la baia! Tutto il suo cruccio si riversava sul
malcapitato, il quale doveva scontare a caro prezzo la sua imprudenza.
Se oggi voi domandate a tutta la Gallura, vi si risponderà che il
muto era un tristo, una belva dagli istinti feroci; e che in lui già
si presentiva l’implacabile bandito che doveva ricevere il battesimo
di _terribile_, e che dal 1850 al 1858 doveva gettare il terrore e la
morte nelle campagne d’Aggius e di Bortigiadas.
Ma chi si arrogava il diritto di giudicarle?
Dio aveva dato al muto un’anima espansiva; ma l’aveva rinchiusa in
un corpo privo d’organi, perchè non potesse manifestarsi. Dentro
quell’involucro di bronzo l’anima doveva corrodere il cervello ed il
cuore. — Il sordo-muto non poteva comunicare col mondo esteriore —
nello stesso modo che gli uomini non potevano aver comunicazione con
la sua coscienza. L’Orfeo della favola, che placava la tigre col suono
della lira, non avrebbe potuto placare il muto di Aggius.
Dunque il muto era al disotto della belva.
*
E cogli istinti della belva, temuto da tutti per la sua forza e la sua
temerità, Bastiano aveva raggiunto vent’anni.
Era legato a molti parenti, fra i quali alla famiglia Vasa, una delle
più notevoli di Aggius.
Nel maggio 1849 Pietro Vasa aveva invitato tutti i parenti alla
cerimonia dell’_abbraccio_ che doveva aver luogo nel suo stazzo della
Trinità di Agultu. Fra gli invitati erano pure i fratelli Tansu, suoi
cugini, e con loro il muto, per il quale aveva una speciale affezione.
Il Vasa si faceva sposo ad una bella e ricca fanciulla di sedici
anni, della quale era innamorato da oltre sei mesi. Come prescrive
l’usanza di Gallura, lo sposo voleva che tutti i parenti assistessero
alla cerimonia dell’abbraccio, la quale non è altro che una promessa
formale, o meglio la convalidazione del contratto nuziale.
Essendo la storia del muto collegata alla storia di questo matrimonio,
che fu causa di molte sventure, lasceremo per poco il nostro
protagonista per occuparci dei fatti che hanno dato origine agli
avvenimenti sanguinosi che funestarono il territorio d’Aggius, dal 1850
al 1856.
PARTE SECONDA
I VASA E I MAMIA
I.
Mariangiola
Fra le più notevoli persone d’Aggius, per censo, intelligenza ed
onestà, primeggiava Antonio Mamia che, a buon diritto, godeva la stima
generale. I consigli di quest’uomo probo erano ascoltati religiosamente
e, difatti, era ritenuto come il più autorevole dei _ragionanti_
e il più efficace dei _paceri_. Perocchè il giudizio del Mamia era
inappellabile; ed anche il più caparbio dei litiganti avrebbe chinato
con rassegnazione la fronte, ove il buon vecchio gli avesse detto: hai
torto.
Il Mamia, che non toccava la sessantina, aveva due figli: Mariangiola
e Michele — la prima sui diciassette, il secondo sui quattordici anni.
Egli era un benestante: possedeva casa in Aggius, e parecchi stazzi
nella regione di Vignola, dove passava una buona parte dell’anno, com’è
costume di quasi tutti gli abitanti della Gallura.
Pietro Vasa apparteneva anch’esso ad una famiglia di benestanti, e
godeva in paese fama d’uomo di spirito e di energia. Piuttosto basso di
statura, e col volto adorno di una barba ispida e incolta, Pietro era
tutt’altro che un bell’uomo; però sapeva cattivarsi la simpatia delle
fanciulle, per la sua dolce parola, per la sua grazia, e per quella
fierezza di carattere che piace tanto alle donne di quella regione,
che, a buon dritto potrebbe chiamarsi la _Svizzera sarda_.
Era per raggiungere, o di poco oltrepassava i trent’anni e nutriva
una particolare affezione per la sua vecchia madre, che teneva sempre
con sè. La sua indole irascibile e le sue maniere alquanto ruvide gli
avevano creato qualche inimicizia; ma chi poteva vantarsi di non avere
nemici in Gallura? Le contestazioni erano colà sempre vive, ed il Vasa
non era andato immune dai rancori, che possono dirsi indispensabili su
quei monti di granito, dove il vivere fra le lotte diventa quasi una
necessità.
Fra le altre, il Vasa era da qualche tempo in contestazione d’interessi
colla famiglia Pileri; nè mai era riuscito a stabilire con essa un
amichevole accordo. E la fierezza dei galluresi giunge a tanto, che,
talvolta, essi rinunziano risolvere una questione, solo per non subire
l’umiliazione d’essere i primi a proporre la soluzione.
Pietro Vasa si era invaghito di Mariangiola, la figlia di Antonio Mamia
— una bella fanciulla, con la quale si era incontrato più volte in
chiesa all’ora della messa, e al ballo che soleva farsi ogni domenica
nella piazzetta del Rosario, o in quella poco distante dalla casa dello
stesso Mamia.
La bella Mariangiola si era subito accorta delle occhiate languide e
significanti colle quali andava perseguitandola Pietro; e, non solo se
ne compiacque, ma non tardò a corrispondere alla corte di quel fiero ed
energico innamorato.
Gli aggesi dell’uno e dell’altro sesso, che assistevano ai balli, in
piedi, o seduti sulle soglie delle porte, seguivano attentamente la
graziosa coppia che ballava la _dansa_ con raccoglimento che tradiva le
smanie amorose invano celate all’occhio dei circostanti.
Pietro e Mariangiola, con le strette di mano, e con le parole brevi e
concitate, alimentavano quell’affetto, che ben presto divenne gigante.
E per vero, Mariangiola, formava l’ammirazione dei giovani e delle
fanciulle d’Aggius; i primi invidiavano sospirando il conquistatore
di una tanta bellezza, le seconde constatavano la superiorità della
loro rivale — cosa non troppo comune, specialmente nelle fanciulle da
marito.
Bisognava vederla la Mariangiola, tutta rossa in viso e cogli occhi
dimessi, fare i passi cadenzati al fianco del suo Pietro! e come ci
teneva a ballar con precisione e compostezza, tanto nel _ballo tondo_,
quanto nella _dansa_ e nel _baddittu_. — Il suo rossore e il suo
turbamento ben rivelavano agli astanti curiosi di qual natura fossero
le parole che Pietro le andava sussurrando all’orecchio: parole che
la turbavano ma di cui si compiaceva; quantunque di tanto in tanto le
facessero perdere il tempo e le rigorose battute della _dansa_ — nella
quale i ballerini hanno le mani intrecciate in modo, che le due destre
si stringono sul petto dell’uomo e le due sinistre a tergo.
Mariangiola era di una rara bellezza e di una grazia affascinante.[5]
Il capriccioso costume d’Aggius si attagliava leggiadramente a quella
figura gentile. Le sue guancie color di rosa, il labbro sottile e gli
occhi celesti risaltavano dal fazzoletto a frangie, color vinaccia,
che le aggesi sanno avvolgere intorno al viso con una grazia tutta
speciale. Vestiva una gonnella nera col lembo orlato in rosso: — aveva
un busto di velluto granato che le serrava completamente il seno;
un fazzolettino di seta al collo, ed un rosso corsetto a rivolte di
broccato, con maniche aperte dalle quali uscivano gli sbuffi della
camicia. Era questa la tenuta d’inverno. In estate le aggesi non
portano il corsetto, ma lasciano vedere le ampie maniche della camicia
stretta ai polsi. Una particolarità delle donne aggesi, che impressiona
molto il forestiero, è quella di chiudere il piedino nudo in eleganti
scarpette. Non saprei dirvi la ragione per cui quelle care fanciulle
sdegnano le calze; forse perchè le sante non le usano.
Pietro era l’ombra di quella creatura svelta e gentile. La seguiva
dappertutto, e specialmente nei giorni festivi.
Com’era lunga per lui la settimana! Egli aspettava con ansia la
domenica, perchè potesse inebriarsi nella vista di Mariangiola.
La fanciulla usciva di casa con la mamma, ed entrava in chiesa, dove
Pietro ascoltava la stessa messa. Alla sera poi, egli non mancava
all’indispensabile ballo, che gli dava il diritto di avvicinarsi a lei,
di stringerle la mano e di dirle tante belle cose. E Mariangiola aveva
pochi passi da fare per recarsi in chiesa, poichè la parrocchia di S.
Vittoria è distante una trentina di metri dalla casa Mamia, dalla quale
è separata dalla casetta del parroco, e dalla viottola che conduce alla
piccola valle Rischeddu.
La casa di Mamia è a un piano; vi si accede per una porta che ha due
scalini verso la via, che trovasi fra due finestre basse. Nel piano
superiore è un balcone con rozza ringhiera di legno, dalla quale
partono quattro listoni che reggono una tettoia sporgente, le cui
tegole si congiungono con quelle del tetto principale.
Quantunque l’uomo contasse quasi tredici anni più della donna, pure
Pietro e Mariangiola erano una _giusta coppia_, come tutti dicevano;
perocchè nei villaggi è appunto questa l’età prescritta per il
matrimonio, essendo ben rara la fanciulla che si sposi ad un giovane
ventenne. Pietro e Mariangiola, essendo simpatici a tutti, erano
guardati con compiacenza e senza alcuna invidia dagli uomini e dalle
donne; e tutti desideravano ardentemente di vederli accoppiati.
I due cuori si erano rapidamente accesi di una stessa fiamma — ed ormai
non mancava che convalidare l’amore con un formale matrimonio.
Il Vasa cercò indagare l’animo del padre di Mariangiola, e lo trovò ben
disposto a suo favore. E difatti, Antonio Mamia non poteva affacciare
alcuna difficoltà, inquantochè Pietro Vasa era un buon partito; e se
tale non lo avesse reputato, non avrebbe certo permesso alla figliuola
la troppa dimestichezza col giovane: — dimestichezza ch’era venuta a
conoscenza del vecchio, ma che il vecchio aveva finto ignorare, come
costume dei padri e delle madri quando si avvedono che le loro creature
sono innamorate di chi a lor piace e conviene.
Questi fatti erano avvenuti nei mesi di marzo e di aprile del 1849. La
primavera, che destava l’amore nella natura, aveva pur parlato alle
anime di Pietro e di Mariangiola col suo arcano linguaggio. Senza
andarsene, i due giovani avevano presentito il mistero della creazione.
Le due famiglie Vasa e Mamia, presi i dovuti concerti, stabilirono di
comune accordo di solennizzare la così detta cerimonia dell’_abbraccio_
in una bella giornata del prossimo mese di maggio.
II.
L’Abbraccio
Dalla catena granitica dominata dalle punte dei monti Tumeu-Soza,
Crocetta e Fralle, andando giù giù, fino alla spiaggia del mare, è un
esteso territorio sparso di centinaia di stazzi, tutti appartenenti al
paese di Aggius.
Gli stazzi di Mamia erano nella cussorgia di S. Maria di Vignola, poco
distante dalla spiaggia del mare. Quelli del Vasa erano invece nella
cussorgia della Trinità d’Agultu, parrocchia figliale istituita da
monsignor Stanislao Paradiso nel 1813, per riguardo ai molti pastori
stanziati intorno ad essa, distante circa tre ore dal paese.
L’_abbraccio_ ebbe luogo in Vignola, nello stazzo Giunchiccia del Mamia.
Lo stazzo Giunchiccia si componeva di più stanze. Oltre quella da
letto, ben fornita di mobili, vi erano: la stanza del focolare (dove la
famiglia soleva raccogliersi per le faccende domestiche) e la stanza
che serviva di magazzino per la provvista dei frutti e del grano, il
quale si conserva nella luscia, specie di stoja di canne, ridotta a
forma cilindrica. Eravi poi l’indispensabile stanza della manipolazione
dei formaggi, con la macina, gli utensili per la salamoia, i secchioni
o mastelle, delle _pinte_, le pelli, la lana, e le forme fresche di
caccio, deposte sul graticcio del focolare per essere condensate.
Gli Stazzi più modesti non hanno che una sola stanza, dove sono
raccolti tutti gli utensili qui sopra menzionati, nonchè la macina per
il grano. Venuta la sera, i membri della famiglia, compresi i servi,
si sdraiano sopra stuoie, pelli, sugheretti o sacchi, e dormono avvolti
nel loro gabbano, o altro panno, intorno al tronco di quercia che arde
sul focolare, il quale è scavato in mezzo alla stanza, ed è di forma
quadrata.
*
Era una bellissima giornata di maggio dell’anno 1849; e fin dall’alba
si notava per il territorio d’Aggius un insolito movimento. Erano
i parenti e gli amici degli sposi, che, a piedi o a cavallo,
si disponevano a lasciare i loro stazzi per recarsi a quello di
Giunchiccia per la cerimonia dell’_abbraccio_.
L’abbraccio è una specie di convalidazione del matrimonio, quasi un
contratto nuziale, ed è messo in pratica anche oggidì nella maggior
parte dei villaggi della Gallura.
Oltre sessanta persone, fra parenti ed amici, erano convenuti nello
stazzo di Giunchiccia.
Dopo alcun tempo che questi erano raccolti nella casa del padre di
Mariangiola, fu visto arrivare Pietro Vasa, attorniato e seguito da
ugual numero di amici e parenti. Essi si fermarono fuori dello stazzo —
e si diè principio alla cerimonia.
Un cugino dello sposo si avanzò fino all’ingresso dello stazzo, sulla
cui soglia comparve un parente della fanciulla. Fra i rappresentanti
delle due famiglie si scambiarono, presso a poco, le seguenti domande e
risposte.
— Che vuoi tu, qui? — chiese il parente della donna al cugino dello
sposo.
— Scusa, se io sono importuno. Da un mio amico venne oggi smarrita una
bianca colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole nascente,
pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara. Il
mio amico i inconsolabile; ed io vengo qui per cercare il tesoro che ha
perduto.
— Mi duole della sventura toccata al tuo amico — ma devo dirti che qui
non vi ha colomba.
— Fratello, non adontarti, se son costretto a non credere alla tua
parola. Fu vista da taluni una colomba spiegare il volo verso questo
stazzo. Essa dev’essere qui; ed io non mi allontano, se tu non me la
rendi. Senza di lei il mio amico morrebbe di dolore.
— Aspetta alcuni istanti, finchè io possa consultare il capo della
famiglia; egli forse potrebbe essere meglio informato di me.
E, così dicendo, il parente della sposa rientrò nella stanza e si
rivolse ad Antonio Mamia.
— Hai tu veduto una bianca colomba, smarrita su questi monti? Essa è
bella come le nuvolette baciate dal sole nascente — è pura come le nevi
che depone l’inverno sulle creste del Limbara.
— Sì, l’ho veduta, ma essa è mia nè fu smarrita da alcuno.
— E non vorresti cederla?
— Sì: la cederei ad un uomo che sapesse renderla felice.
— Ebbene quest’uomo che tu cerchi è qui; ed io domando per lui la tua
bianca colomba.
— E saprà rendermela felice?
— Ne impegna la sua fede.
— La fede di un uomo onesto è già per me un’arra sufficiente. Che
l’ospite amico sia il benvenuto sotto il mio tetto. Digli che gli
affido la mia colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole
nascente — pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del
Limbara.
Il parente del Mamia riferì la risposta al cugino dello sposo; e allora
Pietro entrò in casa seguito dai suoi congiunti ed amici, i quali
presero posto tutt’intorno nella stanza.
Il vecchio rivolse la parola allo sposo:
— Sii il benvenuto! Ti affido volentieri la mia colomba: essa è tua.
Amala sempre, come l’amò il padre suo; e veglia su lei, come suo padre
ha sempre vegliato![6]
E la cerimonia continuò nel modo seguente.
I parenti, ad uno ad uno, si alzarono e avvicinandosi alla sposa la
baciarono sulla fronte e le gettarono nel seno uno o due scudi di
argento. Era una specie di dote che i congiunti e gli amici facevano
alla fanciulla.
La sposa ricevette i baci tutta tremante, cogli occhi a terra e col
volto comparso di un pudico rossore.
Dispensati i doni e dato il saluto colle labbra, gli invitati tornarono
al loro posto. E allora toccò alla sposa fare il giro della stanza
per rendere ai parenti ed agli amici il bacio ricevuto, regalando a
ciascuno un piccolo fazzoletto, quasi in ringraziamento della dote
ricevuta.
D’ordinario, in queste cerimonie, il fazzoletto viene regalato dalla
sposa a chi dà più d’uno scudo: e qui il lettore potrebbe osservare
che l’usanza manca di delicatezza; essa, però, è convalidata
da un’antichissima consuetudine, e nessuno ha quindi diritto di
offendersene, nè di mormorarne.
Spetta finalmente ai due sposi, che sono gli ultimi a chiuder la
cerimonia dell’_abbraccio_. Pietro e Mariangiola si avvicinarono, alla
loro volta, e si scoccarono sulle guance un sonorissimo bacio. E questo
bacio fu il più sincero e il più caldo di tutti!
A questo punto vennero scambiati i doni fra i due sposi.
Pietro regalò a Mariangiola un fazzoletto di seta e il solito
_manafidi_, che è un anello d’argento, di poco valore, rappresentante
un cuore: esso costituisce il sacro pegno della fede, ed è vincolo
indissolubile fra due fidanzati.
Mariangiola, dopo averlo ringraziato con un ineffabile sorriso,
presentò allo sposo un fazzoletto ed un piccolo coltello col manico
d’osso: pegni anche questi di fedeltà e affetto. Qualunque sia la
condizione degli sposi, sono questi i due pegni che si regalano nel
giorno dell’_abbraccio_.
Ricambiati i doni, un giovane pastore si alzò in piedi ed improvvisò
una bella poesia, dove si descrivevano le rare doti dei due sposi e
la solennità del rito. Era una vera poesia ricca di immagini, e di
similitudini, come sanno improvvisarla quei popoli entusiasti e di
fervida immaginazione.[7]
Gli astanti complimentarono Pietro e Mariangiola, facendo auguri di
felicità per il suo avvenire, e siccome in simili cerimonie essi hanno
la minor parte della gioia, così si pensò — secondo la consuetudine —
a preparare il lauto pranzo di nozze, a cui assistono i due sposi e le
rispettive famiglie.
Tutta la giornata passò in baldorie e in allegrie, ma i più contenti
della comitiva erano Pietro e Mariangiola, i quali nell’_abbraccio_
avevano convalidata un’unione, che per due mesi era stata la meta dei
loro ardenti desideri.
L’_abbraccio_ è sacro in Gallura, e non può essere sciolto che
dalla sola fidanzata. Nè sposo nè genitori potrebbero violare, anche
volendolo, quel rito solenne e tradizionale.
III.
Mestizia nella festa
La festa fu spontanea, schietta, vivace. Tutti i convenuti non facevano
che dar la baia agli sposi con motteggi, allusioni e scherzi innocenti.
Lo abbiamo detto: in mezzo a quell’adunata i più felici erano Pietro e
Mariangiola. Essi vedevano alfine realizzarsi i più cari sogni d’amore;
e i lunghi sguardi, i sorrisi e le furtive strette di mano che si
scambiavano di tanto in tanto, ben dicevano agli astanti quanto gli
sposi volevan loro tacere.