Nessuno, ch'io sappia, avvertiva secondo che merita la ragione del

processo Guerrazzi. I curiali avevano dato ad intendere al Granduca come

di lieve ne sarebbe uscito provato che i liberali contro la sua autorità

ed anco contro la sua vita in ogni tempo cospirassero: se ciò tornasse

gradito a lui non è da dirsi, imperciocchè sperava che tal fatto gli

avrebbe somministrato argomento a giustificare l'abolito Statuto, i

tedeschi chiamati per difesa. Il Guerrazzi gli scrisse ci pensasse due

volte; perchè quanto gli davano ad intendere non era; avrebbe preso il

male per medicina. Di qui il diuturno tentennare per cui all'ultimo fu

forza procedere oltre. Io per me credo, che dieci cattedre di diritto

costituzionale non avrebbero insegnato ai Toscani quanto cotesto

processo; per quello vennero chiarite le colpe del Principe, e

gl'inganni, e le frodi, e la mostruosa ingratitudine sua; e dall'altra

parte la pazienza, la longanimità e la fede; imperciocchè ai nostri

costituzionali se qualche colpa potè apporsi fu quella di avere

proceduto al Principe oltre al debito devoti. Il Guerrazzi dichiarò al

Granduca: voi avete giudici che tolsero la mia condanna a cottimo, e

spendete i danari dello Stato; io ho per giudici quanti uomini

posseggono cuore e cervello; e spenderò l'ultimo mio scudo a dimostrare

che avete torto. Alle stampe dell'Accusa egli oppose l'Apologia, e

comecchè questa gli venisse pagata dallo editore, distribuì il compenso

tra i meno agiati compagni di carcere, e fra le persone, che per essersi

a lui mostrate devote, avevano perduto l'ufficio. Al mostruoso volume

dei documenti dell'Accusa, egli contrappose il suo che gli costò 7,000

lire di spesa; ogni calunnia fu rimbeccata; ogni astuzia resa vana;

tracollò lo edifizio bugiardo, e l'Accusa rimase sepolta sotto i suoi

calcinacci: per la quale cosa non parve audacia sfrontata, bensì senso

di giustizia offesa, quando il Guerrazzi disse in tribunale: «_bene qui

si agita di tradimento, ma il traditore non è qui!_» E il giudice si

guardò bene di domandare dove fosse, come colui, che conosceva purtroppo

il Guerrazzi petto da rispondergli secco: «_è in palazzo Pitti_.»

Bisogna dirlo: vive e palpita in questa creta umana una coscienza, che

buttata a terra dalle scale torna dalla finestra, conciossiachè amici o

nemici, cittadini come forestieri, e perfino tedeschi, anzi soprattutto

i tedeschi dicessero: «Andiamo un po' a sentire fare il processo a

Leopoldo!» Certo lo Statuto abolito, e la chiamata dei tedeschi

perderono questo mal consigliato principe nella opinione del popolo; ma

il popolo dimentica lievemente gioie, e dolori dove si riducano a

semplici sensazioni; quando poi tu gli dimostri la necessità dell'odio

come una operazione di abbaco, e gliela ficchi bene nella memoria,

allora non ci è caso che altri lo possano mai abbindolare. Io penso, che

tanto benefizio si deva al processo di perduellione del Guerrazzi, ed

alle strenue difese, che furono dal collegio amplissimo degli avvocati

esibite.

La sentenza venne di obbligo come il _gloria patri_ in fondo al Salmo;

gli Accusatori, e i Giudici furono ricompensati così alla trista, perchè

il lavoro era riuscito sciatto, nè se ne acquietava il Guerrazzi

risoluto di ricorrere in Cassazione e tenere legato Leopoldo alla

colonna più, che per lui si potesse; ma il paese ne aveva avuto

abbastanza; i difensori non avrebbero rimesso l'ufficio, ma una tal

quale lassezza la sentivano anch'essi, e al Granduca entravano i sudori

freddi al pensiero che si avesse a tornare da capo; però da prima

insinuarono al Guerrazzi chiedesse grazia, ed egli ricusò alla recisa;

questo solo promise, che dove il Governo l'avesse fatta egli l'avrebbe

accettata, imperciocchè fosse stato sempre suo disegno esulare dalla

Patria restituito il Granduca; uscì il decreto condizionato al pagamento

delle spese, e alla dimora fuori d'Italia (e si doveva intendere

Piemonte, perchè nè a Roma, nè a Napoli, nè nelle terre dominate

dall'Austria, e dai satelliti suoi avrebbe potuto ridursi il Guerrazzi)

e fu rifiutato; allora per lo meno reo consiglio si dette promessa, che

nè si sarebbero mai chieste le spese, e si sarebbe lasciato libero il

Guerrazzi di recarsi dove meglio gli piacesse.

Così il nostro compatriotta partiva da casa sua, e poichè ebbe atteso in

Corsica a rifarsi un po' nella salute sconquassata non istette già sulla

fossa a piangere il morto, e scrisse la Beatrice Cènci, l'Asino, il

Paoli, il Marchese di Santa Prassede, la Torre di Nonza, la Storia del

Moscone, Fides, Pasquale Sottocorno, la Orazione pei morti di Curtatone

e Montanara, lo Scrittore italiano di cui parte comparve nella Rivista

Contemporanea, i Ricordi al popolo toscano, Amelia, l'Albo, ed una

infinità di scritti minuti che innominati andarono su pei giornali; nè

basta; che io so avere egli condotto a termine un libro politico, e un

altro racconto intitolato il Buco nel muro; apparecchiato materia per

libri che narreranno di Francesco Burlamacchi, di monsignore Piero

Carnesecchi, e di Andrea D'Oria; anco abbozzato certa sua fantasia per

fare riscontro alla _Fides_ intorno alla origine delle Comete.--Questo

di certo non si chiamerà starsi colle mani in mano; se ma' mai

il Guerrazzi avesse vizii, bisogna dire che gli sieno entrati in casa

dalla finestra però che l'ozio, il quale è padre loro, non si attentò

mai di picchiargli alla porta.

E confesso il mio debole; a me piace fuor di misura il Guerrazzi quando

non si sa per che fisima il Governo francese (certo zelo di bassi

ufficiali dacchè se taluno non volesse credere incapace il governo

superiore dal commettere soperchierie, tutti poi vorranno reputarlo

alieno dalle imbecillità) volle ritenerlo prigioniero nell'isola; egli

sentendosi ribollire nelle vene il sangue libero dichiarò _se ne sarebbe

andato_; ammonito con minaccie a non farlo rispose se ne sarebbe andato;

dettogli, che gli avrebbero messo dietro le guardie di polizia replicò

_se ne sarebbe andato_; e _se ne andò_, traversando notte tempo tetti

arrampicandosi per iscale di legno mobili male assicurate su i tetti,

scavalcando muri e riuscendo in altri quartieri, dove travestito da

marinaro si cacciò tra la folla; si mise pel buio fra calli dirotti in

mezzo a selve di olivi, e scese presso Pietra nera; caduto in mare, così

fradicio entrò in barca, e tutta notte ballottato dalle onde grosse

appena alla metà del giorno seguente arriva alla Capraia. I barcaioli,

che toscani erano e della isola del Giglio, paurosi delle leggi

sanitarie, sgomenti non sapevano che pesci pigliare, ed egli risoluto li

persuade a buttarlo sopra uno scoglio, e ad allontanarsi; all'altro

provvederebbe Dio. Non se lo lasciarono dire due volte; ed egli solo su

di uno scoglio dopo avere passato un tratto di mare ebbe ad arrampicarsi

per la rottura che ha nome Zurletto dove sembra, che non possa salire

chi va senz'ali; e poichè dopo infiniti travagli, e pericoli, in più

parti offeso, arrivò in cima all'isola.... lo scambiarono per un bandito

côrso; palesato il nome non gli vollero credere, perchè dalle Gazzette

avevano appreso ch'egli era già arrivato a Genova; poi dubitarono quando

mostrò la cifra ricamata su la camicia, e una carta da visita per caso

rimastagli addosso; per ultimo lavato, rimondato dalla finta barba, e

rivestito delle vesti che gli prestarono, taluno, che aveva usanza a

Livorno, lo riconobbe, e allora fecergli festa; le quali amorose

accoglienze durarono, finchè non giunse il legno per levarlo dalla isola

e trasportarlo a Genova.

Ora dirò cose affatto ignote, o poco manifeste, donde si chiarirà se

onorando il Guerrazzi per cittadino dabbene io faccia il debito, o se

piuttosto io sacerdote meriti l'accusa d'idolatria. Nè rechi maraviglia

se io mi mostrerò ragguagliato di casi che parranno segretissimi,

imperciocchè alla età mia non si fa a fidanza, e prima di dire vuolsi

pegno in mano: anzi questo si tenga per sicuro che delle quattro parti

appena ne racconto una, sempre disposto a dare tre pani per coppia se

taluno si lagnasse di non avere avuto il suo avere.

Sul cominciare dell'anno decorso trovandosi il Guerrazzi con parecchi

suoi antichi amici gli occorse Massimo Mautino reduce di Toscana dove

andò compagno a Massimo d'Azeglio, il quale gli disse:--sicchè i tuoi

Toscani sono innamorati del Granduca, e a quanto sembra senza di lui nè

vogliono fare nè possono--Il Guerrazzi gli domandò donde avesse ricavato

cotesti ragguagli, e _quegli gli disse i nomi_, i quali per buoni

rispetti si tacciono, chè seminare scandali, e favellare per ripicco io

non voglio. Lorenzo Valerio tratto in disparte il Guerrazzi lo

interrogò: e fia vero? Non è vero, questi rispose, ma qui sotto gatta ci

cova, piglierò lingua, e t'informerò. Allora scrisse in Toscana, e seppe

con sua maraviglia come _cotesta opinione portata in Toscana bella e

fatta da Torino volesse imporsi da taluni della setta dei moderati al

popolo, che ne abborriva_; di ciò tenne ragguagliato Valerio; e

considerando poi come la materia meritasse grave investigazione

riscrisse ordinando le ricerche alle varie contingenze, che o si facesse

forza ai Toscani, o fossero questi lasciati in arbitrio della scelta, o

un po' si lasciassero liberi e un po' si costringessero: ottenuta la

risposta statuì scriverne direttamente al conte di Cavour, e lo fece a

un bel circa in questi termini: «avere deliberato starsi alieno da ogni

faccenda pubblica, ma accorgersi che lo intelletto nei suoi propositi

non aveva tenuto conto del cuore. Forse con tre braccia di terra sul

capo potrebbe quietarsi quando si agita la causa della Patria;

confessare alla ricisa che la sua mente andava ingombra di paura; sicchè

vedeva apparecchiarsi tali prove, non vincendo le quali sarebbe grazia

di Dio rimanere morti: paura perchè gli pareva che il muro si tirasse su

fuori di squadra. Il Piemonte, mercè sua, rappresentava adesso le sorti

italiane; fin qui gl'Italiani non avergli conferito il mandato con la

bocca, bensì col cuore: ora premere glielo dessero con la bocca, con le

braccia e con qualche altra cosa ancora. I Toscani uniti in un solo

volere non desiderare altro, che questo, ma non comprendere come lo

potrebbero fare: unitevi con noi, si dice loro da un lato, e dall'altro:

non fate rivoluzioni. Ora conoscendo i Toscani la materia, che hanno tra

mano, sentono che cotesti concetti si contrastano irrimediabilmente fra

loro. Per chiarirsi domandarono lume, ed ebbero per norma il consiglio

di agitare per ottenere la renunzia del Granduca in pro del Principe

ereditario il quale, restituito lo Statuto, farebbe causa comune col

Piemonte.--Questo partito per avventura arridere al signor Conte non

tanto pel soccorso materiale, quanto pel credito, che darebbe alla

impresa la vista di un arciduca in contrasto con la sua casa per le

faccende d'Italia; e forse garbava eziandio allo Imperatore dei Francesi

o perchè memore della parzialità professata da Ferdinando III allo zio,

o perchè riconoscente egli stesso alle urbane accoglienze ricevute dalla

sua famiglia in Toscana: e questo partito non incontrerebbe difficoltà

dagli uomini politici, perchè altra volta proposto, e non contrastato.

Ma poichè le condizioni politiche mutano spesso nel volgere di mesi non

che di anni avere egli voluto interrogare i suoi concittadini, non mica

gli accesi, bensì i più rimessi, insomma taluni dei promotori della

Biblioteca civile, dai quali ottenuta risposta gliela aveva partecipata

per via di Lorenzo Valerio, ed ora inviargliene un'altra anco più

specificata della prima; pregarlo a ponderarlo come meritava. _Sperare

che a cuore come il suo non farebbe specie s'ei procurasse accordarsi

con tali che gli avevano nociuto pur tanto! Non meriterebbe nome di uomo

se non sapesse sbandire ogni risentimento d'ingiuria privata per la

comune utilità._--Desiderare i Toscani sovvenire con ogni loro facoltà

le fortune pericolanti della Patria; non domandare qual parte verrebbe

poi loro assegnata; confidare per questo in Dio prima, poi nel senno

degli uomini: _solo intendere non muoversi senza concetto per tema di

guastare_; chiedere si pretendessero da loro cose possibili, e proficue

alla patria italiana. Ora quanta fu loro ultimamente richiesto non

presentava questi due termini. _Se il Piemonte, svincolati che fossero i

Toscani dal giogo austriaco, gli accettasse, molto volentieri essi a lui

si unirebbero_; se invece fosse spediente un governo provvisorio di cui

avrebbonsi a determinare la indole e le attribuzioni durante la guerra

potrebbe farsi, se altro propongasi.--Per ultimo siccome la confidenza è

cosa di simpatia, s'ella, mio Signore, preferisse negoziare con un uomo

piuttostochè con un altro, anco questo si ripone in suo arbitrio--».

Il sig. Conte invitava il Guerrazzi di recarsi immediatamente a Torino

per conferire con lui; ed ei lo faceva quando il sig. Corsi lo avvisò di

Toscana con lettere dei 24, 25, 26 febbraio, che chiamato dal sig.

Cavour era su le mosse di partire col sig. Ridolfi eccellentissimo uomo,

ma non per anco Eccellenza; allora egli si rimase perchè fece a dire: se

reputeranno la mia presenza utile mi leveranno passando da Genova, se no

mi lasceranno stare. E così operò, di tanto ch'egli era

procacciante!--Ed infatti cotesti signori passarono, ma lo lasciarono

stare, però il sig. Corsi gli scrisse da Torino il 1.º marzo: in Genova

non avere avuto tempo informarsi s'ei ci fosse o no; trattenersi fino a

venerdì: non disprezzasse lo invito del sig. Cavour _anco per mostrargli

che non vi sono partiti_, E CHE TUTTI SIAMO CONCORDI, IL CHE EGLI A

RAGIONE RACCOMANDA.--Questa lettera non fu mandata direttamente al

Guerrazzi, bensì al nipote del sig. Corsi, che si trovava a Livorno,

onde poco dopo che gli fu consegnata si vide comparire dinanzi il sig.

Corsi, il quale informatolo dei concerti presi a Torino entrò in seguito

sul tasto della concordia. Rispose il Guerrazzi: lieve cosa conseguirla,

oblierebbe le offese; in Toscana sopprimessero la turpe sentenza, e ciò

più per onore del paese, che suo; se dovesse essere adoperato in Toscana

gli proponessero ufficio, che a lui convenisse, se no rimarrebbe fuori

sovvenendo al governo, finchè si fosse mostrato veramente sollecito del

bene del paese.--Non parvero, e veramente non erano esorbitanti

pretensioni coteste, e il signor Corsi promise gli avrebbe scritto in

breve;--e si lasciarono.

Il sig. Corsi prima così diligente, di botto diventa trascurato per

modo, che solo dopo mezzo mese scrive: _certi eventi difficili a

spiegarsi per lettera avere trattenuta la nota pratica_. Da capo

silenzio, e per questa volta di lungo lunghissimo. Dopo 40 _giorni_, il

28 aprile egli annunzia la rivoluzione fatta, la necessità di _procedere

con principii retrogradi_, la trepidanza che sinistrasse ogni cosa se

presto non si rompeva la guerra.

Dopo pochi giorni comparve l'_amnistia_ con la quale un governo

provvisorio eletto dal Municipio di Firenze perdonava ad un governo

provvisorio votato dal Parlamento, confermato dal Senato, acclamato dal

popolo quei medesimi atti ch'egli stesso operava; e parve all'universale

una cosa matta.--Questa amnistia bandivasi in grazia della _concordia_,

e pure taluno opinava _non doversi mettere in pratica se non a guerra

finita_! E tale altro trepidava, che l'accettassero gli esuli! Un

vecchio amico del Guerrazzi, commosso del soprassello d'ingiuria che si

recava al nostro compatriotta, ne scrisse al sig. Boncompagni suo

conoscente, perchè trovasse modo onesto di ripararvi, e n'ebbe questa

risposta in data 6 maggio 1859. «Il decreto del governo provvisorio apre

le porte della Toscana a tutti gli esuli: ma se il Guerrazzi _vorrà dare

prova di amore patrio non rientrerà per ora_. La sua presenza sarebbe

facilmente occasione di discordia fra quelli, che furono suoi

avversarii. In tempi regolari queste discussioni non sarebbero

pericolose come sarebbero ora, che tutti _gli animi debbono unirsi in un

pensiero solo_. Gradite, ecc.»

Questa lettera dettata espressamente perchè al Guerrazzi si

partecipasse, ei la conobbe.--Ahimè! Anche questo doveva toccare al

Guerrazzi, che un Boncompagni gli avesse ad insegnare come si ami la

Patria! Adesso per debito di carità mi astengo da parole gravi e

tuttavolta non mi posso tenere da bandire alla ricisa, che il sig.

Boncompagni non operò giusto, nè logico, nè politico. A mente sua la

_concordia_ si procura col mantenere l'offeso nel danno e nella

ingiuria, l'offensore nella tracotanza del mal talento, e della opera

perversa! Quieto vivere, e lieta cittadinanza pel sig. Boncompagni,

quella che non vergogna prolungare lo esilio al cittadino, che meritò

bene del suo paese per confessione dei suoi medesimi nemici! Bella

concordia invero quella che ottiene un partito col bando di un altro

partito! Veda il signor Boncompagni lo evangelo, (s'egli avesse ben

letto in Dio questa carta) gli avrebbe insegnato il modo di

condursi.--Se offerisci la tua offerta sopra l'altare e quivi ti ricordi

che il tuo fratello ha qualche cosa contr'a te; lascia quivi la tua

offerta dinanzi all'altare, va', riconciliati prima col tuo fratello, ed

allora vieni ed offerisci la tua offerta.--Di fatti ufficio di

cristiano, e di politico sarebbe stato questo: «Voi domandate la

protezione del Re Vittorio Emanuele, ed ei la concede; però a me è noto

come tra voi un dì sorgessero contese donde poi nacquero lutti di

prigione, e di esilii: io non conosco da quale parte fosse il torto, nè

mi giova conoscere; bene questo so che i lutti durano, e chi li soffre è

cittadino reputato onesto, ora io vi dico, che l'autorità del Re deve

diffondersi su tutti come la luce, che letifica, e riscalda; e repugna

convertirsi in mano di un partito in arme per onestare le ingiurie

vecchie, e commetterne delle nuove; andate, ridivenite tra voi fratelli

affinchè di tutti possa dirsi padre il Re.»

Che se il sig. Boncompagni non voleva leggere il Vangelo, ti dia la

peste! avesse almeno letto il proemio al lib. 3. delle storie del

Macchiavello, che ci avrebbe appreso come le contese tra popolo, e

nobili augumentassero Roma però che vi definissero con una legge, mentre

all'opposto nabissarono Firenze dove si terminavano con la morte, e

l'esilio dei cittadini.--Ora se il sig Boncompagni non legge il Vangelo,

nè il Macchiavello, oh! che sia benedetto, che cosa legge egli per

governare i popoli? Forse il giornale agrario toscano? Buon libro, sa

ella? Anzi ottimo, il quale tra le altre belle cose insegna come i

cavoli possiedano due coni un aereo, e l'altro sotterraneo, i quali noi

altri ignorantacci prima di lui chiamavamo foglie, e torsolo... tandem

anche col giornale agrario non si va a governare, e a rigovernare i

popoli (il degno gentiluomo ci è stato due volte) come il sig.

Boncompagni ha fatto.

Così il Sig. Boncompagni non adoperava: e se bene o male facesse sarà

giudicato.--Adesso di concordia non si parla più; il sig. Corsi

sollecita d'inviare il Guerrazzi a porgere testimonianza al Cavour, che

i _partiti cessavano e in santa concordia vivevano tutti_; il signor

Corsi che nel 7 febbraio 1859 scriveva al Guerrazzi: «nella precedente

mia appellava a dichiarazioni fatte da tutti i partiti, gli emuli

compresi, di tenerti per capo in ogni occorrenza,» il sig. Corsi lo

conforta ora a starsi lontano, e ad _aspettare il suo tempo_; e lo

accusa di non essere andato a Torino, e gli dice avere nemici non solo

tra i moderati, ma bensì _anco il popolo_; il tempo, e la pazienza lo

rimetteranno a galla; il paese mostrarsi diviso da lui; egli non avere

potuto fare nulla; ed altre più cose, che a ridirle mettono addosso

tristezza.--Fatto, sta, che al popolo si era dato ad intendere che

andavasi d'accordo col Guerrazzi finchè se n'ebbe bisogno; ora che il

popolo si era rimesso alla catena, il Guerrazzi si calunniava, si

confermava nello esilio, e se fosse stato in potestà dei moderati

avrieno concesso indulgenza plenaria a cui ne levava i pezzi più grossi.

La causa vincitrice piacque al sig. Corsi; la vinta al Piovano; certo nè

egli Dio, nè io Catone[1], ma chi di noi due facesse opera migliore

anche questo sarà giudicato.

¹ _Victrix causa placuit Diis, sed victa Catoni._

Nè questi soli i conforti, gl'inviti, e le preghiere al Guerrazzi di

starsi lontano, che a dirsi tutto verrebbe meno il foglio; minaccie non

si adoperarono perchè sapevano che queste l'avrebbero fatto correre

addirittura a Firenze. Egli piegò il capo, e disse: «Sia; io non verrò,

se il popolo non mi chiama; desidero alla patria cittadini migliori di

me; s'ella li possiede, prosperi, e duri felice: questo mi basta!»

Però le continue irose e disoneste contumelie da un lato, e le scarse

parole di sdegno dall'altro misero in sospetto il popolo che domandava

la causa per la quale stesse assente il Guerrazzi; allora cangiato

tenore si andò spargendo ch'egli _intorato nei suoi rancori preferiva

tribolarsi nel tedio dello esilio al vivere in pace con gli emuli suoi_;

nè solo si disse, ma si fece scrivere, e per renderlo più credibile da

persona fin lì mostratasi parzialissima al Guerrazzi. Questi fu il conte

Mario Carletti nella sua storia di quattro mesi in Toscana; e pure

questo stesso Conte Mario scriveva al Guerrazzi il 4 maggio

1859:--«Prima che mi pervenisse la grata sua conosceva la risoluzione da

lei fatta di non rientrare per adesso in Toscana. _Ammirai la generosità

di questo proposito; lo ammirarono molti con me, ma l'animo è sconsolato

della mancanza ec. Sia persuaso che questo è partecipato dai più_, ed

esso valga a temperarle l'ambascia che deve costarle il prolungare

volontario del già lungo esilio!»

Donde queste subitanee trasformazioni? Ciò è quanto vuolsi domandare al

Conte non al Piovano. Il Piovano può accertare che il Guerrazzi ne

rimase afflitto, ma non per lui; maravigliato non già, che ormai di

nulla ei più si maraviglia in questo mondo.

Il Guerrazzi ne scrisse al signor Corsi, affinchè egli, che lo doveva

sapere, dicesse al signor Carletti s'egli durasse in esilio per rancore,

per quale altra cagione ei vi durasse, e il signor Corsi rispose: «ho

scritto al signor Carletti pregandolo a rettificare i suoi giudizii, «e

spero che lo farà. Non so _come amico tuo sia sceso a ciò_. Invero è _un

bel predicare la concordia, ma sarebbe meglio praticarla!_» E sopra

questi sensi del signor Corsi avverto, come un amico vecchio, ai giorni

che corrono, di colta ti lasci in asso per amici nuovi, non doveva

parere a lui cosa strana nè forte; egli, che, scrivendo al Guerrazzi

altra volta, diceva _non accorgersi di trovarsi in campo a lui avverso_,

mentre uomini sinceri e di salda fede, i quali per causa di ufficio si

trovano a frequentare i Governanti lo ammonivano per lo contrario così:

«_non avremmo mai creduto che gli odii politici fossero tanto

implacabili contro di te_» e altrove: «_vedo bene che tra i presenti

rettori della Toscana e te corre la medesima simpatia che fra gli

austriaci e i toscani_.» E poichè il Guerrazzi mandava: «_or via di me

poco importa, ma perchè durano con tanta jattura a perseguitare gli

altri?_» L'amico rispondeva: «e non comprendi, _che riconciliarsi teco

non vogliono_ nè _possono_, e che mostrarsi generosi con gli altri, e

teco ingiusti sarebbe tal vitupero, che _i meglio arrabbiati non

oserebbero_» con altre più parole assai, che per amore di non

inciprignire la piaga si lasciano.--Quanto all'epifonema del signor

Corsi è oro rotto; ma che vuol'egli? Non fu sola no a lasciare la terra

per tornarsi in cielo la giustizia, ma seco lei volò tutta una nidiata

di virtù; ci era la fede, ci era la sincerità, e siccome per far più

presto buttarono via le vesti, di quelle della giustizia s'impossessò la

violenza, quelle della fede si tolse il tradimento, con le vesti della

sincerità s'incamuffò la ipocrisia. Dura la speranza, arrangolata ormai,

continua a consolare piuttosto per non mangiarsi il pane a tradimento,

che perchè speri abbia a succedere quello che dice.

Sarebbe storia tediosa quanto rea raccontare le _frodine_, le

_insidiucce_, le _furbizie_, le _mancinate_, i tiri _mascagni_, affinchè

il Guerrazzi non fosse eletto deputato. A Livorno gli ufficiali del

Governo andavano dicendo agli elettori: «e' buttano via i voti, tanto

deputato ei non può escire, non comparendo su la lista degli elettori»;

nè facendo frutto dissero e stamparono, che il Guerrazzi aveva scelta la

rappresentanza di Rosignano, suo antico collegio. A Firenze poi si

assicurava eleggerlo Livorno; a Rosignano facevasi diligenza perchè i

deputati del Governo uscissero eletti.

Però quanto al Guerrazzi e' fu tempo perso, perchè a Livorno egli ordinò

che _non rimettessero_ i suoi pochi stabili al catasto in proprio nome,

avendocegli cavati da parecchio tempo per sospetto di confisca; _nè lo

scrivessero_ a titolo di _capacità_ sopra le liste elettorali, ed

all'ottimo signor Romanelli, vice presidente dell'Assemblea, che a lui

inconsapevole fece il censo di suo, per bene _due volte ricusò la

deputazione_ di Arezzo, schifando mostrare anco per ombra premura di

tornare alla vita politica.

Messere Arlotto Mainardi, Pievano di S. Cresci a Maciuoli · 第 4 / 5 段