faccio di berretta al Guerrazzi quando domando: a quale dei suoi parenti
dette officio? quale degli amici suoi promosse? piuttosto quale dalle
cariche respinse per causa, che gli aveva proceduto avverso?--Al
contrario in quei tempi corse, e tuttavia dura la voce, che per ottenere
favore da lui bisognava essergli stato nemico.
Egli non fu ricco mai, chè quella po' di roba che si trova la mise a
parte co' suoi sudori, quantunque non avesse casa a Firenze, e gli
tornasse grave mantenersi costà, pure ai suoi colleghi e a lui parve,
che nelle angustie della patria il cittadino dovesse tenersi pago al
necessario; però ridussero lo stipendio ministeriale a 10.000 franchi
annui; e il generoso Mazzoni contrastò lungamente per rifiutare ogni
compenso, nè si tacque se nonchè quando gli mostrarono come ciò non
convenisse.--Io Piovano, che ho potuto vedere i libri di amministrazione
del Guerrazzi, so com'egli nel ministero rimettesse del suo più del
doppio dello stipendio: non dimanco la Commissione governativa, appena
lo ebbe ristretto in carcere, gli istituì addosso un sindacato composto
dei signori Tartini, Gargiolli e Galeotti perchè indagasse s'egli avesse
grancita qualche parte della pecunia pubblica. Il solo sospetto per cui
fu istituito il sindacato parve a taluno ingenerare offesa; e sia laude
al vero egli non cadde manco per ombra nella mente al Granduca il quale
fece dire al Guerrazzi essere lieto, che non gli mancasse pure una
spilla; cui questi fece rispondere: «e' s'inganna; gli manca un
asciugamano rotto che se nol contrasta, io terrò per memoria di quello,
che si guadagna co' principi» Non importa dire, che non richiese il suo
asciugamano il Granduca. Però il Guerrazzi non si arrecò punto del
sindacato della Commissione governativa, anzi lo ebbe a caro, e a quanti
si maravigliavano di questa sua placidezza, egli aperse il suo Valerio
Massimo e mostrò come al luogo dove cotesto scrittore racconta che
domandandosi a L. Scipione conto di 4 milioni di sesterzi mentr'egli
stava per porgere lo specchio al Tribunale, il suo fratello l'Affricano
arraffato lo specchio lo mise in pezzi dicendo, che la fama e la
condizione degli Scipioni gli assolveva da ogni rendimento di conti,
avesse posto una nota, che diceva così: «Scipione per questo meritò
l'esilio; imperciocchè un cittadino che tale sentiva, ed operava non
poteva più dimorare in Roma senza pericolo della repubblica:» e va bene.
Da ciò imparino _le anime infelici nate sotto la costellazione dello
staffiere_ come della libertà si pensi, e si ragioni; costoro ad ogni
parola che si muova per la libertà, urlano, «e' lo fa per ferire i
nostri riveriti padroni e signori». Grulli! Che stima volete, che si
faccia di loro se non si può parlare di libertà senza che gli entrino le
convulsioni? Mercè di questo sindacato si conobbe come egli quando co'
suoi colleghi venne al ministero trovasse lire fiorentine 300 in cassa,
e non so che soldi; e come vedete non ci era da stare lungo tempo a
tavola; si conobbe eziandio, che per più giorni il Governo pagò co'
denari imprestati da amici livornesi, e con quelli del signor Adami, e
suoi; si conobbe che i buoni del tesoro di cui si dissero sperpetue non
iscapitarono mai alle mani del ministero democratico dieci per cento;
mentre oggi creando imprestiti all'ottanta pare toccare il cielo col
dito; e per ultimo si conobbe s'elle fossero rettoriche, o verità prette
quelle parole ch'ei disse ai signori che tennero il ministero innanzi a
lui: _voi ci lasciate lo Stato come il morto in mano al prete: per
benedirlo, e per sotterrarlo!_ E molto in questo cittadino mi
talentarono la modestia, la pazienza, la parsimonia, e la occupazione
sue. Dissero, ch'egli ostentò fasto regio, e simili altre fandonie, e
tutti sanno com'ei dormisse sopra un letto da domestico, e nella stanza
tenesse una tavola di legno senza nè anco tingere. Lo appuntarono
altresì perchè essendo egli segaligno e freddoloso si riparasse con
pelli: lo accusarono di valersi di corsieri appariscenti, e al contrario
tolse un cavalluccio addestrato per femmine non potendo sopportare
movimenti troppo aspri; nè ciò mica in diarii giocosi, sboccati; bensì
in iscritture che si ebbe il coraggio di chiamare storie; che Dio a cui
ciò fece perdoni le sue peccata, come scolpirono sul sepolcro di Salvino
degli Armati primo inventore degli occhiali.
Ci furono scapestrati di altra ragione, che incolparono Guerrazzi di non
avere condotto alla ruina il Granduca; e per non dire peggio parvero
parole ebre: egli amministrò fedelmente in pro della patria, e del
Principe, finchè sperò stessero insieme, e quando si separarono la
Patria come doveva antepose al Principe. In questo concetto dava opera a
comporgli il regno della Italia centrale e lo faceva se Leopoldo si
fosse rammentato più di essere nato a Pisa, e meno del sangue suo
austriaco, e meglio compiacendo a Dio avesse posta minor fede in colui,
che se ne dice Vicario.--Il popolo a parlare chiaro non si mostrò grato
a questo figliuolo uscito proprio dalle sue viscere, ed io so, che il
Guerrazzi dopo averci meditato su un pezzo, esclamava:--Il popolo ha
ragione! io non feci nulla per lui: bene è vero che non lo concesse il
tempo tempestoso e breve; pure rimane certo, che non feci niente per
lui. E sì che delle terre maremmane, ed altre dello Stato disegnava
formare giusti poderi, e quelli concedere gravati di tenue livello,
crescente a stregua dello aumentato valore, ai reduci dalle guerre,
premio del sangue, non solo gratuitamente ma con danaro, che bastasse
alla casa, alle bestie, agli arnesi; e così restituita la gente quanto
più si poteva alla terra, il popolo rimasto nelle città educare nelle
arti, e nei mestieri; provvedere che ai padri il momentaneo mancamento
dei figli non nuocesse; instituire piccole banche dove l'onestà trovasse
il poco capitale necessario a i suoi lavori; e con tutti i modi
promovere le voglie, e gli esercizi militari, rimedio agli scioperi
viziosi, salute dei corpi. Sopramodo mi stavano a cuore le cose
marinaresche, e feci studiare certo mio concetto di ampliare il porto di
Livorno isolando la Porta Murata, e parve buono; ma più che altrove
pensava a dare forma alla Colonia Toscana, la quale per presentimento
dirò così provvidenziale da parecchio tempo sciama in Alessandria di
Egitto...; ma nulla feci di questo; e la fortuna per umiliare la mente
superba ha voluto, che mentre io mi sono durante la mia vita affaticato
ad ampliare la Patria l'abbia lasciata in peggiori termini di prima, e
per arroto perduta; delle leggi lodabili a cui desiderava dare il nome,
sola dura quella che ha fatto, me involontario, il triste dono al paese
del carcere solitario!--Furono le mie intenzioni piene di benevolenza
pel popolo, però che popolo nacqui, e popolo intenda morire; ma poichè
questo non può conoscerle che per via degli effetti i quali mancarono,
non ne serba e non può serbarne gratitudine, Dio, che le conobbe, vorrà
ricompensarle un giorno nella sua misericordia; confidiamo in lui.
Stringendo i tempi in cui era forza, che il Granduca scegliesse tra la
Patria, e l'Austria, egli preferì l'Austria, e fuggì insidioso allegando
per pretesto fatto non vero; però che stesse a lui differire, ed anco
rifiutare la legge della Costituente la quale accettava, il suo
ministero non l'offendeva, dacchè avendo offerto risegnare l'ufficio
egli non consentiva, al contrario a rimanersi lo supplicava.
In quale condizione si trovasse lo Stato, donde alla vigilia della
guerra, disertava il capo, ogni uomo può immaginare; i vecchi ordini
distrutti, i nuovi non fermi; partiti diversi ed estremi; i liberali
divisi per cause, che parevano personali, ma che la esperienza chiarì
accennare a principii perchè la superbia aristocratica ribolle, ed è per
avventura la classe sociale che più tarda dimentica, e più pronta stende
le mani a ricuperare il perduto; governo senza causa giuridica; autorità
nessuna; opinione poca; credito contrastato; di fuori non potestà in
Italia a cui appoggiarci, la quale stesse in condizioni migliori delle
nostre; ad ogni modo niente affatto disposta a sovvenire il paese, bensì
piuttosto balenante a farsi aiutatrice del principe fuggitivo. In simile
condizione di cose popolo, deputati, e senato elessero il triumvirato di
cui fu parte il Guerrazzi. Comunque io faccia professione di teologia
non già di politica poco mi ci volle a conoscere, che nello eleggere il
governo provvisorio non furono mossi tutti da un medesimo concetto; ma
quali e quanti essi fossero qui non preme cercare; basti, che tra i
promotori del governo provvisorio ci furono i signori Capponi, Ricasoli,
e Corsini. Dissero che ci si trovarono costretti, ma non è vero; perchè
i due ultimi con giuramento affermarono averlo fatto liberissimi; il
primo fu l'unico in Senato che con amplissime parole favorì il governo
provvisorio.
Intanto il Granduca che scappava dallo Stato da mezzogiorno ci voleva
rientrare da tramontana; ma intendiamoci, da cotesto lato ei si partiva
inerme, dall'altro si affacciava armato; di quì per sottrarsi alla
legge, di là per calpestarla; però, ordinava alle milizie lasciassero
indifesi i confini al nemico, contro le città si avventassero;
compissero insomma l'uffizio per cui Leopoldo austriaco instituì mai
sempre le sue milizie, combattere cioè il popolo non già i tedeschi. Il
generale Laugier per poco discorso, più che per malizia obbediva ai
comandi del Granduca, non avvertendo egli che per necessità di cose da
codesti partiti tirannici non poteva fare a meno, che uscisse la morte
della libertà;--ma se grande fu l'amarezza della mossa del Laugier,
infiniti percossero la amarezza e lo stupore quando si ebbe conoscenza
che il signor Neri Corsini consigliere o capitano era accorso a
sostenere cotesta impresa. O non aveva votato egli pel governo
provvisorio? Non aveva parlato per lui? Chi lo obbligava a farlo? La
fuga del principe non aveva anch'egli ripreso? In cotesti tempi si lesse
stampata una lettera del signore Corsini responsiva ad altra del
generale Laugier che gli faceva ressa di porsi a capo dello esercito
ribellato, nella quale il degno uomo favellava così: «non reputare
opportuno di mettersi avanti allo esercito, mentr'egli non faceva altro
che mandarlo addietro.» E questa considerazione come capace a chiarirci
del prodigioso buon senso del signore marchese di Laiatico, così mi
sembra atto a testimoniarne la fermezza nei propositi. Di ciò non
tennero ricordo nel Decreto, che lo manda in Santa Croce; l'ho tenuto
io; basta che qualcheduno se lo rammenti; e queste non sono calunnie,
che di simili tiri non sa farne il Piovano.
A me piace il Guerrazzi (e come non lo potrebbe a me umile, ma schietto
sacerdote di Cristo?) quando con fiere minaccie difende la madre del
Generale dallo insultare della plebe infellonita; e piacemi altresì
quando muove contro al Laugier, e lui cercato a morte secretamente
avvisa si salvi; come mi piacque il signor Laugier e di molto allorchè
venuto testimone nel processo Guerrazzi, mentre questi per iscolparsi
dell'accusa di avere messo la taglia sul capo di lui stava per narrare
il fatto, egli troncategli le parole di bocca disse: lascia parlare a
me, chè a me tocca scolparti dalla iniqua taccia; e qui espose per filo,
e per segno i modi tenuti dal Guerrazzi affinchè egli si riducesse
incolume sul territorio piemontese. Io Piovano credo che il popolo
nostro per questi fatti salisse in fama di civile, e non pei vanti
continui, e sazievoli i quali scemano il pregio se vero, e se falso
eccitano lo scherno della gente.
Soddisfece il Guerrazzi in compagnia dei colleghi o solo al mandato a
loro commesso dal Parlamento toscano? Sì certo lo soddisfece, e così
giudico non per opinione mia, bensì per testimonianza giurata di
parecchie centinaia di cittadini uditi nel processo, cominciando
dall'Arcivescovo, fino all'usciere; anzi non mancarono nè anco quelle
degli stessi Ricasoli e Corsini; e i Ministri d'Inghilterra e di Francia
gli resero giustizia; di fatti il tribunale condannando il Guerrazzi
disse così: «che dai resultati del dibattimento orale veramente non
compariva colpevole, ma che i giudici potevano formare in altro modo la
loro convinzione; e come erano convinti ch'ei fosse reo, così lo
condannavano...!» Eh! non fa nè anco una grinza. Se non avessi letto io
con questi occhi la sentenza, ed altri me la avesse riferita, gli avrei
detto: chetati campana del bargello! Ma l'andò proprio come la conto.
Che queste cose si facciano lo capisco anch'io, ma che le si abbiano a
mettere in iscritto io non me ne so capacitare, molto più dopo che fu
smessa la corda. Per me farei Pasqua se mi riescisse attribuire cotesta
razza di sentenza alla sperticata ingenuità dei Giudici; ma chi li
conosce veda se la interpretazione può stare, e se essi meritino come la
inclita Nice del Prete Parini i titoli:
D'ingenui e di pudichi.
Sua Eccellenza (sempre Eccellenza) il ministro Poggi elogiando la
magistratura toscana affermò che era stato perpetuo vanto di lei
adattarsi ai tempi. Se così Sua Eccellenza loda, che diavolo dirà mai
quando biasima? Intanto io Piovano propongo per uso dei magistrati
toscani di emendare il _pater noster_ così: _et ne nos inducas in
tentationem sed libera nos a laude excellentissimi domini nostri Poggi.
Amen._
Abbiamo letto stampato che il Guerrazzi non sovvenisse al Piemonte nella
guerra contro lo austriaco; e posto ciò lo vedemmo scomunicato in cera
gialla. Quando la storia si detterà col giudizio non già con le infelici
passioni di partito, e quando alle bugie surrogheranno i documenti degli
Archivii così in quelli di Firenze come negli altri di Torino,
appariranno le larghe profferte che ei fece di porre in arbitrio del Re
le armi, e l'erario toscano; le quali profferte scritte al generale
Colli vennero confermate a voce a Pasquale Berghini, ed a Lorenzo
Valerio, entrambi uomini egregi, e vivi, della monarchia sarda
tenerissimi, e di credito grande presso di lei. Se le offerte non furono
accolte, anzi se, mentre da Torino si domandava la lega e a Firenze si
consentiva, il generale Lamarmora entrava sul contado nostro come su
terra nemica, e il generale D'Apice ordinava ai nostri dessero indietro
per non incominciare la guerra contro gli austriaci collo azzuffarci tra
noi italiani, la è cosa che vuolsi deplorare, non accusarne il
Guerrazzi, il quale pensò ed ha pensato sempre, che se il generale
Lamarmora avesse avvisato il Governo toscano avrebbe trovato
allestimenti e somieri, e procedendo spedito ed ingrossato dai Toscani,
sarebbe forse giunto a tempo per offendere il nemico di fianco, o almeno
tenerlo in rispetto.
Per altra parte accusano il Guerrazzi di non essersi unito con la
repubblica di Roma, e di avere promosso la restaurazione. Quanto alla
prima accusa basta una osservazione; la quale è questa: Chi prepose il
Guerrazzi al governo? Il popolo. Che gli commise il popolo? Provvedere
alla guerra; tenere salvo il paese dagl'impeti dei partiti estremi; e
convocata l'Assemblea per via del suffragio universale consultarla con
chi, e con quale forma di governo avesse a reggersi lo Stato. Tutto
questo ei non fece? Lo fece. Dunque perchè lo accusate? Si voleva, che
senza consultare l'Assemblea imponesse la repubblica; e questo non lo
volle, e non lo volle perchè non lo poteva. Chiunque ama la libertà
procuri astenersi dai modi tirannici, imperciocchè presto o tardi vada
sicuro gli torneranno sul capo; questo spettava all'Assemblea, e
l'Assemblea dovea aspettarsi, e rispettarsi.--Aggiungi, che studiati gli
umori del popolo non parve disposto allora alla repubblica; e Dio mi
liberi dalla tentazione di dire quello che Sua Eccellenza (sempre
Eccellenza) il signor marchese Ridolfi scrisse del popolo toscano al
signor Ghivezzani, cioè, _ch'egli è marcio fino alle barbe, tandem_
giudico, che alla repubblica nè anco adesso ci correrebbe di buone
gambe.--Ora per istituire la tirannide di un solo, un brutto tiro si può
fare, ed anco può riuscire, perchè poi tu conficchi il popolo in croce,
e finchè i chiodi agguantano la ti va d'incanto; ma in fè di Dio come
possa farsi repubblicano un popolo per forza, ecco io mi ci
sbattezzerei; ancora metti, che da Roma venivano informazioni da
sgomentare ogni fedele cristiano non per la parte del signor Vannucci
repubblicano largo di cintura, bensì dal signor Menichetti, che quando
ci si mette con le mani e co' piedi è capace di ragionare quanto
qualunque altro neo-moderato che piglia il fresco nella state sotto il
cupolone del Duomo; sicchè cotesta unione delle due repubbliche aveva
l'aria di un matrimonio in _articulo mortis_; per ultimo mentre il re
stava in procinto di mostrare la faccia al tedesco, accendergli la
repubblica dietro le spalle, mettiamo da parte, che potesse parere
proditorio, egli era imprudente perchè il re avrebbe vissuto in sospetto
grande e forse per guardarsi dietro distratte parte delle forze, che non
erano troppe davanti.
Veniamo alla restaurazione: fino alla battaglia di Novara ben altro
sonarono atti, e parole: il Guerrazzi difendendosi da capitale accusa
disse averci pensato anco prima; ma da quando in qua si pretende, che un
uomo in simile stato somministri argomento ai suoi giudici di
condannarlo? Certo, io lo confesso alla scoperta, un uomo della
sperienza del Guerrazzi, dovea sapere che ciò non gli sarebbe stato
creduto, e non lo avrebbe salvato, però era non pure animoso ma savio
dire addirittura come la faccenda stava. Però se consideriamo la quasi
quinquennale prigione, il tedio, l'epilessia che lo assalse, egli è più
onesto desiderare, che lo facesse, che giusto accusarlo di non averlo
fatto. Dopo la battaglia di Novara sì ci pensò, e fece bene: questo era
il suo disegno, che parte compì, e parte rimase interrotto. _Parlo cose
a tutti note, da centinaia di testimoni attestate, da copia infinita di
documenti fatte sicure._ Solo la calunnia finge ignorarle, e la slealtà
le tace. Riconvocata l'Assemblea di cui parecchi membri erano stati
spediti nelle provincie appunto per sincerarsi se i Toscani
parteggiassero per la repubblica, egli avrebbe proposto: richiamisi il
principe, egli si dimostri come non fosse cacciato, bensì spontaneo
disertasse dallo Stato; veruna colpa in voi; alla più trista la colpa
essere di noi altri rettori, e noi già siamo disposti ad andarci in
esilio; torni alle sue case, torni al paese a patto però che lo Statuto
si conservi, e rimanga intatta la patria da ogni tedesca
contaminazione.--Intanto siccome a fare a sicurtà con cotesta gente se
n'esce sempre a capo rotto il Guerrazzi procurava entrassero mediatori,
e mallevadori del patto i ministri d'Inghilterra e di Francia; e dal
primo se n'ebbe la promessa, dal secondo no perchè assente, ma al suo
arrivare, non si dubitava darebbela. Nè si rimaneva a tanto il nostro
compatriotta, e i _documenti_, ripeto, _stanno lì a fare testimonianza_,
con quanta fede, con quanta agonia egli si tribolasse ad armare il
paese; non già, ch'egli sperasse, venuto alla prova delle armi coi
tedeschi, uscirne vincitore; ma pensando da una parte, che la fama
ingrandisce sempre le cose, e dall'altra che duravano Venezia, e Roma,
combatteva di forza Ungheria, e nè gli umori interni dell'Austria
quietavano, stimò che questa sarebbe proceduta più rispettiva contro cui
ad un bisogno faceva le viste mostrarle i denti. Alla più trista senza
sangue i tedeschi non entravano in Firenze; e questa è sicura.--Però
questo notisi, e ben si riponga in mente _nè un atto, nè uno scritto, nè
un detto corse direttamente o indirettamente tra il Guerrazzi e il
Granduca, e gli aderenti di lui intorno ai disegni esposti per la
condizionata restaurazione_.
Così non piacque ad altri i quali presumendo diventare padroni del
baccellaio, e tenere il Granduca dentro una botte andavano sobillando il
popolo sbigottito: «Il Guerrazzi ti mena diritto a buttarti nel pozzo;
con queste sue mostre di armare ti chiama i tedeschi in casa come lodole
al fischio; e quali tedeschi! I croati, che dove passano non lasciano
più crescere erba. Oh! quanto gran dolore vedere gli alberi delle
cascine abbattuti per farne cocere la pignatta degli ulani, e bere
l'onda pura dell'Arno i cavalli dei mantelli rossi. Mirate questa
_geldra di sicarii livornesi_; egli li chiamò a posta, e quì li tiene,
il Nerone, per menare strage cittadina, (_mostravano le barelle della
Misericordia, che facevano andare attorno vuote_); intanto si pone mano
alla roba altrui (_era un oste cui truffarono alcuni militi il vino_);
la pudicizia delle nostre matrone si offende (_erano due colombe di via
Gora_). Gettate giù le vergognose some; non fate idolo un nome vano
senza soggetto. Che patti, e che non patti! Precipitatevi,
precipitiamoci fiduciosi senza sospetto, come senza condizioni nelle
braccia del nostro più che Principe Padre, il quale amoroso ce le stende
lunghe lunghe fino da Gaeta. Noi _vi garantiamo che non verranno
tedeschi_. Scegliete: da un lato servitù, e tedeschi in casa; dall'altro
libertà e tedeschi lontani.--Santa fede! e non ci era da nicchiare: giù
il Guerrazzi. L'Assemblea veramente la elesse il popolo universo; non
importa; chi chiamò tutto il popolo? Il Guerrazzi: dunque l'Assemblea è
del Guerrazzi, giù l'Assemblea.
I moderati per vincere la democrazia dettero mano ai _reazionarii_, con
loro si unirono; essi, unicamente essi il principe assoluto donarono
alla Toscana, e prima di lui i tedeschi. E chi lo nega mente e mente
invano.--Badava il Guerrazzi ad ammonire: _quo ruitis?_ Ma egli era
predicare la castità in chiasso.--Dubito, egli diceva, che non tutti in
Toscana si accomoderanno a questi modi violenti, massime Livorno: per me
non credo che da tale partito sia per uscirne bene:--tuttavolta se può
non sinistrare, egli è ad un patto, che la Toscana accordi tutta; se una
parte sola contrasta somministrerà il pretesto alla chiamata dei
tedeschi; passando per Livorno m'ingegnerò renderne capaci i cittadini.
Allora lodaronlo; pregaronlo a intromettersi; proffersero dargli
autorità per mettere capo a partito a qualche scapestrato; lo indussero
a rimanersi fino a sera promettendo farlo trainare a Livorno con
vaporiera a posta; più, e più volte a ciò si obbligarono; poi .... diamo
di frego a quello che accadde dopo. Carità di patria mi persuade
tacerlo; ma per amore di Dio adoperino anco gli altri un po' di questa
carità. Date retta al Sacerdote di Cristo, che sarà bene per tutti: e se
mi riuscisse a mettere nei cuori un po' di quella concordia, che sento
abbondare tanto sopra le labbra a me Piovano non parrà essere
resuscitato indarno.