che per necessità avrei a procedere contrario a chi vi governa, e ai
modi, che praticano, od io non mi rimarrei di venire a combatterlo
costà; ma bisognerebbe che io avessi pegno in mano di condurre la Patria
a porto fidato; ora questo pegno mi manca; in simile caso la opposizione
piglia indole di astio privato con iscapito del credito di cui la fa, e
danno del paese che la sopporta. Ad altri l'opera infelice di convertire
lo Stato in arme per soddisfare il suo mal talento: quando un cittadino
vuole vendicarsi di private offese (e il meglio è che non se ne
vendichi) l'ha da fare con ispedienti privati; lasci stare lo Stato,
ch'egli è sacro quanto l'ara di Dio.»
Io pertanto Piovano fo caso del Guerrazzi perchè popolo nacque, viscere
di popolo sortì da natura, e confido, che benevolente del popolo ei
morirà. Guardate quali i suoi fregi? Le carceri, gli esilii, le angoscie
sofferte per la Patria; egli rappresenta la civile _uguaglianza_, altri
il _privilegio_; egli la _libertà_, altri _i modi tirannici_; egli
_semplice_, altri _arrogante e superbo_; egli si tira da _parte_ e
_aspetta_, altri si _sbraccia_ e _procaccia_, e _arruffa_, e _annaspa_.
Egli non _cerca_, nè _domanda_ voti, altri _smania_ a impedire, che i
suoi concittadini gli diano dimostrazioni di amore, ed ardiscono
pigliare un nome sacro alla sventura e gittarglielo come un bastone in
mezzo alle gambe perchè caschi. I suoi difetti gli ha di sicuro, e
molti, chè Dio pesci senza lische, e uomini senza peccati io non saprei
dirvi il perchè ma è certo, non li volle creare; ed io per questi lo
raccomanderò nelle mie orazioni al Signore, e pregandolo altresì che si
degni infondere pazienza, e conforto in cotesta anima esacerbata.
Figliuoli miei, ma come volete, che si compiaccia il Guerrazzi
dell'odio, e non sapete che quando si fabbrica un ingegno l'Amore ci
mette più che mezza la sostanza di suo?
E qui io Piovano, confiderei di essermi giustificato dall'accusa
d'idolatria per l'uomo, che in sostanza era ciò, che premeva; ed ora
nonostante questi stridori potrei vivere sicuro che all'Alvernia non mi
ci avessero a mandare; mi appuntano eziandio d'idolatrare i suoi
scritti; ma questo non monterebbe, però, che alla più trista
significherebbe, che io sono un ciuco; ora pel bene delle anime come dei
corpi la Chiesa non inscomunica, e il Codice criminale non condanna gli
Asini. E poichè ciuchi si può essere quanto ci pare e ci piace senza
ingiuria del prossimo, purchè non si scalci, massime alla traditora,
così giudicherei questa come partita saldata, però non per me bensì per
l'onore del paese stimo dicevole spenderci attorno alquante parole. Non
penso già che taluno possa oppormi: «e chi te l'ha conferito il mandato
di difendere il paese?» perchè risponderei: Dio, e la mia coscienza
correndo obbligo a tutti, grandi e piccini, di mostrarci teneri della
Patria più della pupilla degli occhi. Nego risoluto che in Toscana ci
vivano così, i quali sfregino i doni di Dio; di tale generazione
salvatichi cerchinsi altrove; qui si amano, qui si onorano i sacri
ingegni, imperciocchè si considerino meno una proprietà dell'uomo, che
un presto fatto dal Signore per consolazione della Patria; onde nelle
opere create dai proprii concittadini pare ad ogni toscano averci la sua
parte; e tale senso così penetra nel linguaggio ordinario, che anche su
la bocca dei meno colti tu odi tuttodì: il _nostro_ Dante, il _nostro_
Michelangiolo, sicchè tu non puoi credere quanto quel pronome
possessivo, commuova l'animo a tenerezza. La è troppo peggio che
fandonia dare ad intendere che il Giusti avesse tristo concetto del
Guerrazzi; o questi di quello. Niccolini, Giusti, e Guerrazzi, e quanti
altri hanno pregio di gentili cultori delle lettere, e dello idioma
paterno amaronsi, si amano, e vivi o morti si ameranno sempre; anzi il
Giusti spesso consultava il Guerrazzi sopra i suoi gioielli, e ai
consigli di lui si adattava quasi sempre; una volta non gli dette retta,
e fu nella satira intitolata la _Scritta_, dove il Guerrazzi voleva
levasse la descrizione delle pitture, ed ei ce la volle lasciare stare.
Veramente in politica non occorrono termini di paragone fra loro, però
che studii politici il Giusti non ebbe, e per natura fu pusillanime, di
corpo caloscio, onde certa volta riprendendolo urbanamente il Guerrazzi
dei suoi terrori gli ebbe a dire: «vedi, tu mi pai Sansone, che volendo
schiacciare i Filistei scrolla le colonne, e poi ha paura dei primi
calcinacci che gli cascano sul naso.» Ed io poichè mi viene permesso, e
poichè stimo che abbia a ridondare a onore di tutti vo' porre qui un
carteggio che chiarirà come in Toscana si pensi e si scriva tra uomini,
che per disgrazia o non si amano, o cessarono amarsi, affinchè altri
impari, e per suo conto vituperi, e si vituperi, ma non affibbii a noi
sensi e linguaggio onninamente plebei. Nel 1849 l'Accademia della Crusca
scelse il Guerrazzi socio; tornato il Granduca (che tra le altre cose
era Arciconsolo dell'Accademia) cassò di posta il Guerrazzi ed in suo
luogo pose, io credo, un principe tedesco. Dopo la rivoluzione
dell'Aprile il signor Gino Capponi subentrò al Granduca nella carica di
Arciconsolo; e quali casi rompessero l'amicizia tra il signor Capponi e
il Guerrazzi non importa rammentare, deh! così non fossero accaduti mai;
e tuttavolta questo non tolse, che egli proponente, fosse reintegrato il
Guerrazzi dell'ufficio, e il signor Ridolfi, a cui se qualche rimprovero
si potrà fare, non sarà certo quello di mostrarsi benevolo al Guerrazzi,
con parole oneste confermò: ma lasciamo parlare a loro, che lo sanno
fare meglio di me:
--«Illustre signore. Ho l'onore di significare a V. S. C. che
l'Accademia della Crusca a cui da gran tempo doleva non registrare il
nome di lei nel ruolo accademico per essere mancata all'atto suo del 27
marzo 1849 la sanzione del governo, e tale stata la condizione delle
cose in questo intervallo da non potersi mai avventurare a domandarla,
desiderosa, che avesse finalmente il pieno effetto una elezione, che
altamente la onorava, ha esposto il caso al Governo della Toscana: e ne
ha ottenuto il decreto, che qui le trascrivo:--Costando al Governo della
Toscana della legittima elezione in accademico corrispondente della
Crusca dell'A. F. D. Guerrazzi avvenuta fino del 27 marzo 1849
secondando in ciò i desiderii ultimamente esternati dalla Accademia
medesima approva, che il nome dell'illustre letterato sia iscritto nel
ruolo accademico. Dal ministero della pubblica istruzione 4 settembre
1859.--C. Ridolfi.--R. Nocchi.
«Mentre io vedo con piacere in questo fatto la riparazione di un torto,
che più offendeva l'Accademia, che la sua persona ho fiducia, che V. S.
C. vorrà accogliere questa benchè tarda ammenda con quella generosità
d'animo, che in lei ben si accoppia al valore dello ingegno. Intanto
ec.--Firenze 15 settembre 1859.»[1]
¹ Nel carteggio di Giuseppe Giusti di recente pubblicato
da Felice Lemonnier occorre la smentita a quanto un plebeo
giornalista andava sbottonando circa lo spregio nel quale il
Giusti teneva il Guerrazzi, e le cose sue. Il Giusti fu quegli
che propose, ed ottenne si accettasse il Guerrazzi Accademico
della Crusca. Caduto questi dal potere la marmaglia dei
giornalisti, vile quanto maligna, prese a stracciarlo; nè solo
lui, ma il Giusti altresì per la sua proposta accennata di
sopra; il quale fiore di onestà e di gentilezza così rispose
ad uno _di codesti infelici_: «Aprile 1849.
«Il 22 marzo ricorrendo un'adunanza dell'Accademia della
Crusca, e tra le altre cose dovendo nominare un socio
corrispondente in luogo del Giordani morto di fresco, fui io
quegli che proposi il Guerrazzi dichiarando, che intendeva
onorare lo scrittore, e non punto adulare l'uomo potente. I
miei colleghi assentirono di buona voglia e vinto il partito,
incaricammo il segretario Valeriani di scrivere al Guerrazzi,
ch'eravamo mossi a ciò dai suoi libri, e non dal posto che
occupava.
«Fino a tantochè il Guerrazzi rimase in alto nessuno fiatò;
ora che è sceso taluni hanno mosso rimprovero all'Accademia,
quasichè chiamandolo tra noi avessimo voluto piaggiare il
triumviro piuttostochè onorare l'ingegno dell'uomo.
«Ma siccome il Guerrazzi alto o basso ch'e' sia rimarrà sempre
lo scrittore ch'è, io come lo proposi allora, tornerei a
proporlo di nuovo, e non credo, che vi sia anima retta, che
abbia il diritto d'imputarmelo a servilità.»
(Epistolario di Giuseppe Giusti, vol. 2. p. 420).
Questa lettera onora il Guerrazzi e di molto; ma la bell'anima
del Giusti due cotanti più.--Se la marmaglia dei giornalisti
avesse per inavvertenza smarrito la via della onestà e della
verecondia, le si potrebbe dire: ««Mettiti, sciagurata! questa
lettera a mo' di falsariga sotto al foglio dove tu scrivi, e
ti ricondurrà su la diritta strada;» ma il cammino della
rettitudine ella abbandonò a caso pensato; così lasciamola là
come gli spinaci a bollire dentro la sua acqua; e non pensiamo
più a lei.--
--Piaggierie, dirà taluno; sta bene, rispondo io; ma piaggierie agli
esuli, e agli invisi in veruna altra parte del mondo si fanno;
piaggierie, se volete, ma considerati i tempi, gli uomini, e le
condizioni loro non si sanno distinguere dalle generosità. Il Guerrazzi
scrisse al signor Capponi, poichè lo statuto vuole si mandino le lettere
all'Arciconsolo.--«Mio signore. La lettera umanissima scritta dal
segretario di cotesta illustre Accademia mi ha consolato, e ve ne rendo
grazie col cuore perchè aveva proprio bisogno di conforto.--Però dopo
avere meco stesso meditato il negozio con la maturità, che ho potuto
maggiore, mi è parso non dovere accettare l'onore, che degnaste
compartirmi. Io reputo, mio signore, che nè voi, nè gl'illustri vostri
colleghi aprendomi il vostro collegio abbiate posto mente abbastanza
alla mia condizione.--Una sentenza della Corte Regia mi condanna
all'_ergastolo_!--Il governo provvisorio toscano con certo suo atto, che
chiamò _amnistia_, venne a confermare cotesta condanna, imperciocchè il
perdono presupponga la colpa. Ora avendo stimato onesto rigettare
cotesto atto duro sotto la pena, la quale, a quanto sembra, non reputa
ingiusta nè manco il presente governo, dacchè ei sopportò che i giudici
i quali la profferirono tengano lo ufficio.
«Tanto mi parve debito annunziarvi, affinchè poi fatta più sottile
considerazione non vi aveste a pentire del vostro benefizio.
«So che altri non attese a condanne, nè ad amnistie; molto meno ai patti
ond'erano accompagnate: io non mi arrogo il diritto di giudicare altrui;
solo prego vogliansi rispettare le mie convinzioni; le quali sono: che
le leggi ingiuste non si devano disprezzare bensì rovesciare. Se bene mi
appongo commendatemi, se male compatitemi, chè alla mia età non si muta
natura.
«Se un giorno mi fie concesso tornare in casa in modo più degno di me, e
forse (non mi si ascriva a presunzione affermarlo) ancora della Patria,
che non è l'amnistia, allora non che rifiutare l'onore, che mi fate, lo
solleciterò io stesso non come uomo, che abbia dato esempii lodevoli di
scrivere, bensì come cittadino che amò con tutta l'anima la lingua,
glorioso e tenace vincolo sopravvissuto ad ogni maniera di tirannide,
per riunire quando che fosse in un corpo solo le membra sparse della
comune nostra madre l'Italia.--Con questi sentimenti, ecc. Genova 22
settembre 1859.»
Il signore Capponi rispondeva:
«Mio riverito signore. L'Accademia della Crusca, che vi elesse suo
corrispondente negli ultimi giorni del marzo 1849, reputò sempre legale,
e definitiva la elezione, che allora essa fece con pieni suffragi, nè
mai cessava di onorarsene; sebbene i tempi togliessero all'Accademia la
facoltà di pubblicare il vostro degno nome tra quelli degli accademici
corrispondenti non potevano però mai togliere il diritto, anzi l'obbligo
di contarvi come uno dei socii perchè la fatta nominazione era per essa
irrevocabile. Nè veniva questa ricusata allora da Voi, nè vi era dato
oggi negare all'Accademia la soddisfazione di porre in luce quello che
in fatto, e in diritto già esisteva da dieci anni. L'Accademia vi
ritiene per suo corrispondente, e tutti noi collega nostro; il
gradimento che voi ne avete espresso a noi tutti con parole onorevoli ci
conforta della sicurezza che vogliate sedere una volta in compagnia dei
colleghi vostri, solo atto che manchi a empire il voto, e il desiderio
di essi tutti e in particolare modo di chi ha il piacere di confermarsi,
ecc.--Firenze 28 settembre 1859.»
A bene intendere la parte finale di questa lettera vuolsi sapere, che al
nuovo eletto corre l'obbligo recarsi di persona all'Accademia per
recitarvi l'elogio dell'accademico a cui succede. Il Guerrazzi replicava
a questa con due lettere entrambi al signore Capponi, una come
Arciconsolo, altra privata.
«Mio signore. La infinita benevolenza vostra, e dei colleghi vostri vi
persuadono a mettere le cose in siffatta luce che paiono avermi a fare
forza: tuttavolta mi sia concesso dirvi con la debita reverenza, che non
le stanno per lo appunto come l'esponete voi.
«Vera la nomina, certa l'accettazione del 1849, ma dopo il Granduca, col
decreto di cui non rammento la data, _annullò_ la nomina; e il decreto
come mi fu notificato alle Murate così vidi io anco impresso nel
_Monitore toscano_.
«E quando ciò non fosse, la pena dello _ergastolo_ colpisce il
condannato di morte civile, epperò cessano in lui prerogative,
onorificenze, e diritti.
«Dopo il decreto regio contro del quale veruno levò querela come quello
che emanava da cui aveva potestà di farlo, ci fu mestieri nuova nomina,
e voi signori per deferenza al mio nome la rinnovaste, ne procuraste la
conferma, e me la partecipaste con lettera quanto umana altrettanto
gentile. Io però persisto, e devo persistere a credermene indegno e lo
sono.
«Non crediate, vi prego signore, che questa rinunzia sia atto unico o
primo, o subitaneo del mio convincimento, imperciocchè a cagione
dell'obbrobrio dell'_ergastolo_, e della più vituperosa _amnistia_ io
rifiutassi essere ascritto al ruolo degli elettori di Livorno, e per
bene due volte io ricusassi allo amico mio signore Romanelli la
deputazione di Arezzo, sempre allegando per causa, che nè sarei tornato
in patria, nè avrei accettato cosa alcuna, che mi venisse dalla Patria
dove prima non si togliessero via _coteste due infamie_: però voi
discretissimo comprenderete come le precedenti deliberazioni mi leghino.
«Dovrei poi reputarmi sfortunato davvero se da questo ufficio di
benevolenza me ne dovesse venire soprassoma di fastidii quale sarebbe
certamente quello di scapitare nel concetto onorevole di cui vi degnaste
darmi pegno sì egregio. Per parte mia fermo di rinunziarlo non ne
serberò meno l'animo grato, e vi professerei profondissima la
riconoscenza se in attestato della sincerità delle mie parole voleste
gradire due copie di due traduzioni non ha guari fatte di un mio libro
in Inghilterra ed in America.--Però persuaso, che vi piacerà accettare
la mia renunzia e non arrecarvene, mi confermo ecc.»
Ecco la privata:
--«Signore. Una volta ci fu dolce salutarci amici: almeno a me di certo;
fortuna poi volle, che cessassimo esserlo, pure io stimo che tanto anco
possa su voi, signore, la memoria dello antico affetto da non rivolgervi
invano una preghiera, la quale è questa: non insistete, di grazia, a
farmi accettare cosa, che mi contrista, e m'inacerbisce le piaghe, che
qualche volta mi danno tregua. Voi conoscendo la mia natura sapete
com'essa penda al pertinace; e quando ti si aggiunga l'argomento della
mente non penso, che di leggeri uomo possa svolgermi.--
«Condannato, esule, amnistiato, offeso nella salute come nelle sostanze,
percosso da vecchie ingiurie, e da nuove, a me piace, a me giova durare
così, finchè la Patria non reputi onesto riparare; e se non riparerà, io
finirò lontano sempre contento, quando io la sappia felice, di quella
parca felicità, che solo a noi è concesso di godere quaggiù. Vi auguro
ogni bene; addio.»
Allora il signore Capponi da capo.
--«Amico pregiatissimo. Sentite dunque; l'Arciconsolo non vi risponde, e
quello che io possa fare di più a modo vostro è proporre all'Accademia,
che lasci stare le cose come stanno; che vi vogliano _disaccademicare_,
adesso non lo sperate, nè pare a me dobbiate voi desiderarlo. Agli
uffici di corrispondente voi non sarete chiamato mai, chè propriamente
non ve ne sono; rimarrà anco in atti la vostra ultima lettera,
testimonio, che volete (e me ne duole) quanto a voi non essere
accademico, ma non però vi cancelleremo dall'elenco dei corrispondenti;
dico addirittura che non lo faranno perchè conosco le intenzioni dei
colleghi miei, e se volessi io dare un voto a modo vostro sarebbe
perduto. A buon conto questa vostra repugnanza dipendendo da cause
mutabili, deve cessare com'io confido cessando i motivi, e che si venga
a questo fine io faccio voti. Quel che io vi ho scritto è quanto arriva
la podestà mia di Arciconsolo indegno, e tratto a forza sul seggiolone
per lo scampolo di pochi mesi..., e voi credetemi cordialmente vostro
affezionatissimo amico ec.--Firenze 28 ottobre 1859.»
E poichè il Guerrazzi si trovò ad essere messo nella Crusca come lo
misero alle Murate, e ci ebbe a stare; ma non è questo che io voleva
dire, bensì palesare altrui quali i modi, e il linguaggio degli uomini
di cui Toscana si onora, comecchè poco amici, e per avventura stati
avversi fra loro. Certo ei parrà strano sentire, che qui tra noi non
pregino il Guerrazzi, mentre da trent'anni a questa parte non passa
anno, che una o due edizioni dei suoi libri si stampino; nè comparisce
opera di lui che tre ristampe almeno non ne corrano fra il popolo, una
regolare e due per opera e virtù dei pirati; e vi ha tal libro del
Guerrazzi, che conta perfino 40 edizioni. La sua parola scorre per la
Italia come lava di libertà; e l'_Assedio di Firenze_, io non dubito,
che acquistasse più anime alla causa della patria che due dozzine di
Apostoli non avrebbono saputo o potuto fare. La Europa sembra tenerlo in
conto, poichè l'anno scorso comparvero a un tratto tre traduzioni dei
suoi libri, una a Londra dello Scott, una ad Amburgo del Valentiner,
l'altra a Brusselle del Potestà; ed ora sentiamo, che l'Hachette a
Parigi sta per pubblicarne un altra; nè la Europa sola, ma l'America nel
cinquantotto mise fuori due traduzioni delle opere del Guerrazzi, una
della Schramm a Boston, e l'altra del Monti esule napolitano a Nuova
Jorca; però se sarà peccato riputare valoroso scrittore il Guerrazzi ci
consola che saremo molti peccatori; e se ci toccherà andare all'inferno
per questo, noi ci andremo, secondo che sembra, in molta, e buona
compagnia; onde la piglieremo in santa pace confortandoci col proverbio,
che mal comune è mezzo gaudio.
Chiuderemo ripetendo, che la Chiesa madre di carità non iscomunica la
ciucaggine, nè verun codice penale la condanna, nè manco il Chinese;
padrone pertanto il Giornalista a rimanersi ciuco quanto gli piace, e
(se possibile fia) a crescere quanto gli pare; solo i Toscani hanno
diritto di pretendere ch'ei si faccia scorgere per conto suo, e smetta
il vezzo di porre su le labbra di noi altri Toscani sensi, idioma e
svarioni che non solo per noi, ma per gli Ottentotti, pei Caffri, anzi
pure per gli Esquimesi parrebbero salvatichi.--Se egli è ebbro pigli
l'elleboro, e se ha il diavolo dell'astio, e della malignità in corpo
venga da me in Canonica, dopo vespro, che come prete gli farò la carità
di esorcizzarlo _gratis_.
Queste le cause per le quali non idolatriamo nessuno, che la idolatria
dell'uomo offende Dio, e reca danno inestimabile alla libertà: bensì
amiamo, e rispettiamo il Guerrazzi per le doti dell'ingegno, e più per
quelle del cuore, ornamento della Patria nostra.
=Io Arlotto Mainardi=
_Piovano di san Cresci a Maciuoli.
Mano propria._
FINE
Nota del trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. È stato
omesso il testo della pagina di frontespizio, uguale a quello della
copertina tranne per le seguenti righe, relative alla casa editrice:
GIO. BATTISTA ROSSI LIBRAJO-EDITORE
PALERMO MILANO
DECIO SANDRON GAETANO BRIGOLA
Sono stati corretti i seguenti refusi [tra parentesi il testo
originale]:
Pag. 3 - non abbaino [abbiano] i cani
8 - la proposta [propasta]
10 - e avvivarlo, mantenerlo [mantenarlo]
17 - ricordare tutti [tuti] i prigioni
18 - generazione, massime storici [storirici]
24 - e caso mai scoppiasse [scoppaisse]
27 - Ridolfi [Ridofi] come uomo di corte
38 - e simili altre fandonie [fandomie]
44 - la loro convinzione [convenzione]
59 - non disprezzasse [disprazzasse]
78 - se [sè] sarà peccato riputare
Grafie alternative mantenute:
qui / quì
qua / quà