si adattava alle scapestrate fantasie del Gioberti cui pareva mosso
piuttosto da voglia ambiziosa di comparire nuovo, che da studio di
essere vero. Ad ogni modo quei suoi ragionari alla rinfusa gli facevano
l'effetto di ondate, che rompessero contro le severe e lunghe
meditazioni della scuola italiana. Gli è fiato perso; il regno di Cristo
non è di questo mondo. Gesù lo ha detto, e gira, e rigira, ci si
arrabattino attorno scribi, e farisei, argomentino furibondi e
contumeliosi, ovvero pacati ed urbani, la messa tornerà sempre a
mattutino; quanto più accosterai la Chiesa alla terra, tanto la
dipartirai dal paradiso.--Io l'ho da dire? il risorgimento italiano
promosso da Roma mi ebbe l'aria di flauto sonato da chi non sa pigliarne
la imboccatura.--Misericordia pei poveri orecchi! Però se il Guerrazzi
avesse in uggia le riforme non è a dirsi nemmeno. Le sono lustre per
parere, egli diceva; il pecorume se ne stizziva, ed egli lo gridava più
forte, che mai, e riducendola ad oro egli argomentava:--Con le riforme
torrete voi la potestà mondana al papato? Con le riforme torrete voi
dagli ugnoli dello Imperatore di Austria la Italia? Non le torrete. Se
durano Roma e Vienna, le riforme o mirano a cosa, che importi o a
bagattella; nel primo caso, non isperate che ve le lascino condurre non
che a fine, a mezzo. Credete voi, grulli! di gabbare Roma e Vienna
mettendo loro il diavolo in corpo, senza che se ne avvedano? Se le
approdano a bagattelle, o uomini moderati, pigliatevi i giocattoli di
Norimberga per divertirvi, non le vite, e non i cuori dei popoli. Il
popolo non è pargolo, che lo possiate tenere fasciato con le manine
dentro, e il cercine in capo; il popolo come un _forte inebriato, che si
desta dal sonno_, se lo toccate, assorgerà gridando: _armi!
libertà!_--Se questo presagite; se a questo voi vi apparecchiate; o se
questo confidate con ogni supremo sforzo conseguire, leviamoci col nome
santo di Dio, che perdere non potremo; imperciocchè morire in tale
impresa non hassi a reputare perdere.--Affermarono, che il signor Neri
Corsini domandasse _primo_ a Leopoldo lo Statuto, ed è vero; però primo
a domandarglielo in _Corte_, ma non per proprio moto, e dopo, che il
Guerrazzi aveva domandato, presente il signor Corsini, per parte del
popolo in _piazza_, e questo confessa il medesimo signor marchese a
parole da speziale nella lettera, che scrisse al conte Pietro Ferretti.
Accusarono allora i moderati, e più ardenti, che mai rinnovano l'accusa
adesso (perocchè sperino poterlo fare a mano salva) avere il Guerrazzi
sommosso il popolo ai disordini. Si potrebbe contrapporre, perchè noi lo
abbiamo letto, e per testimonianza universale si conferma, che primi a
chiamare il popolo a parte delle faccende politiche furono i moderati:
certo essi chiedevano coppe e venne loro risposto bastoni, ma tanto è
eglino e non altri implorarono primi aiutatore il popolo. Opera dei
moderati da principio la stampa clandestina, e lo incessante aizzare
contro il governo:--Voi agitate in _Città_, scriveva il sig. Ridolfi al
sig. Montanelli, io agiterò in _Corte_.--Io non riprendo per questo il
sig. Ridolfi; solo noto, che _in foro coscentiae_ questa parte a lui aio
del Principe non istesse a capello, ma _transeat_. Bensì mi tocca ad
appuntarlo di questo altro, che l'agitazione gli piacque, finchè non
ebbe spinto lui al ministero; allora poi volle licenziarla, come se
fosse la serenata, che costuma sotto le finestre delle case dove fu
battezzato il bimbo. Pareva al sig. Ridolfi, che, lui ministro, la
Italia avesse ad essere contenta, e ce ne fosse d'avanzo; la Italia non
se ne contentò ed ebbe il torto, secondo lui; però mettete in salvo
questo, che il marchese Ridolfi portato ministro non chiese lo Statuto,
e mi farei coscienza affermarlo, se non lo dicesse proprio _lui_ nel
decreto col quale egli, e i colleghi suoi dopo avere fatto per prima
cosa uomo grande il marchese di Laiatico, per la seconda lo mandano a
dormire in Santa Croce.
Però, vedete, l'agitazione popolare non uscì da questo, nè da
quell'altro uomo; tanto è vero, che Pio IX l'attribuì addirittura alla
Provvidenza; nè fino da quel tempo doveva parere lieve, dacchè egli la
paragonasse niente meno che alla voce di Dio, la quale _schianta la
quercia_! Poveri noi se gli venisse in capo di fare un po' di
conversazione col genere umano!--Per me giudico tale insania appuntare
il tale, o tal altro dei moti del 47 e degli anni successivi, che
dichiaro alla ricisa non potere capire in cervello umano, bensì la
reputo una delle tante stramberie di partito con le quali i moderati,
giovandosi della temperie che corre, s'industriano abbindolare il popolo
dandogli ad intendere, secondo l'usanza vecchia, lucciole per lanterne.
Andavano in volta grandi reami, e antiche signorie, come foglie di
castagno a mezzo decembre, per tutta la Europa, e voleva tenere ferma la
Toscana?--Cause di rivoluzione queste: i popoli smaniosi, da un lato, di
mutare gli ordini odiati; i principi non meno smaniosi, dall'altro, di
conservarli intatti; e non potendo in cotesto punto con la forza si
schermivano con le arti; se i ministri condotti al governo dal voto
popolare reggevano il sacco si dava loro l'_osculum pacis_, se non lo
reggevano si baciavano sempre, ma col bacio di Giuda.
Di qui un tira tira, uno strappa strappa, per cui taluno ebbe a
paragonare festosamente il governo toscano alla gallina pelata viva; a
questo modo gli ordini vecchi disfatti, non costituiti i nuovi, il
governo caduto in abbiezione, senza un concetto su cui fare fondamento,
senza un aiuto al quale potersi appoggiare; chi possiede grano di sale
non pure non ha a maravigliare se disordini avvenissero, bensì se non ne
accaddero maggiori. E poi ci era la faccenda delle armi, imperciocchè il
Governo non credesse possibile la guerra, e caso mai scoppiasse non la
voleva fare. I tumulti di Livorno nel principio del 48 derivarono
appunto dalle armi; chiedeva il popolo schioppi, e il governo li
prometteva a tutti, poi si atterriva, e armeggiava.--Ora il governo si
riprometteva non darne punti; pure se avesse avuto intenzione di darne
parte avrebbe dovuto dire: «che il popolo si armi sta benone; ma alla
rinfusa no»--poi ordinato con largo istituto la milizia cittadina questa
armare nei modi convenienti.--Il popolo scarrucolato dette di fuori;
irruppe in violenze, e peggio, e fu allora, che il Guerrazzi _chiamato
dal Governo_ si adoperò a sedare gl'infelloniti e ci riuscì. Se rimase
nella commissione per lo armamento ci stette per _preghiera del
Governo_, e come il signor Ridolfi mostrava il viso dell'uomo di arme
Celso Mazzucchi, che in ogni sua fortuna si mantenne onesto, si partì da
Livorno per farlo capace. Ond'è, pertanto, che il signor Ridolfi non
pose fede nel signore Mazzucchi magistrato, e persona dabbene? A me
Piovano non importa indagarlo. Fatto sta, che il signor Ridolfi
proconsole con pieni poteri accompagnato da molte armi venne in Livorno,
dal balcone sparse fogliolini stampati al popolo;--_confetti parlanti
ferocia e menzogna secondo il solito contro il Guerrazzi_; sorsero su
predicatori per tutti i canti predicando come codesta belva volesse
saccheggiare ed ardere la Patria.... e il popolo se la bebbe. O
popolo!... O popolo!..., O popolo!....
Un esercito, proprio un esercito (si conta fossero 4,000 uomini) andò ad
arrestare il Guerrazzi, che avvisato in tempo ordinò le porte del
palazzo si tenessero aperte; fu preso, gittato sul vapore, e
_incatenato_...--Queste catene gli tolse dalle mani un
carabiniere--facendo prova da non dimenticarsi giammai come un
carabiniere possedesse il pudore, la carità, e la giustizia che
mancavano a un moderato[1].
¹ Bisogna avvertire che quando il carabiniere venne per mettere
i ceppi alle mani al Guerrazzi (cosa, si ripete, che mai osò
veruno sbirro in Toscana) egli disse prima: «Caporale è zelo
vostro od ordine ricevuto:» e quegli: «ma che le pare! è proprio
del signor Ministro.» Intanto sopraggiunto il Comandante del
Porto, signor Bargagli, visto il turpe atto, si mise a piangere
di rabbia ed ordinò si levassero le catene; non l'obbedirono
paurosi di trasgredire agli ordini del Ministro.--Avvertasi,
inoltre, che su i bastimenti da guerra, mentre si naviga,
tolgonsi i ferri ai prigionieri, perchè in caso di sinistro si
possano salvare. Il signor Ridolfi ordinava si facesse alla
rovescia.
Chiuso in carcere, e calafatata ogni fessura donde non che la voce, ma
il fumo non uscisse, la canatterìa dei moderati incominciò la sozza, e
rea persecuzione delle calunnie che o non mai fu vista più oscena al
mondo, o che se mai venne superata la superarono i moderati
adesso.--_Patria, Corriere, Italia_, tutti addosso; e questo due volte
per opera, e virtù del signor Giorgino; che a lacerare un meschino
_sotto giudice_, pendente il giudizio, non _isveniva_; a corrompere la
mente del giudice, a pervertire la opinione pubblica e gittarla come
calce viva sul misero col frenello alla bocca non _isveniva_ il
Giorgino; bensì sveniva sponendo il voto dell'Assemblea toscana di
unirsi al Piemonte dove non parve ci fosse materia di svenimento
davvero; non è egli tenerone di fibra il signor Giorgino? Sapete voi
come queste diavolerie si conchiudessero? Non volendo il Guerrazzi
uscire di prigione se non erano solennemente smentite dal Governo le
calunnie, il Granduca nel 22 marzo 1848 emanò un rescritto col quale,
dopo avere detto, che gli _atti obiettati al Guerrazzi si riducevano ad
una preordinazione per ispingere possibilmente verso una meta cui le
sopravvenute mutazioni in Italia hanno a noi permesso di prevenire senza
pericolo del nostro popolo_--sopprimeva il processo.--Certo non ci era
pericolo che per simili misfatti si mettesse a repentaglio di andare
prigione un moderato! Intanto ciò conferma la verità della nostra
proposizione, che non il signor Corsini bensì il Guerrazzi fosse primo a
puntare per la Costituzione.
Quando il Guerrazzi tornò a Livorno i suoi avversari paurosi avevano
preso il largo; ed egli diceva: «dopo la calunnia i miei emuli non
possono farmi ingiuria maggiore di quella di credermi vendicativo.» Nè
fu contento di mostrare la carità patria a parole, bensì avvicinandosi
il tempo delle elezioni, timoroso accadessero disordini in casa sua,
rinunziata con pubblico bando la candidatura a deputato, se ne
allontanava riducendosi presso Niccolò Puccini a Pistoia, che fu suo
amico svisceratissimo; quel Puccini il quale morendo, di ogni suo avere
fece erede il popolo per guarirlo delle due grandi piaghe che lo
affliggono _miseria_ ed _ignoranza_. I moderati lo chiamavano matto.
Signore! se nella tua misericordia ti degnassi ascoltare la voce del tuo
Piovano, vorrei tu ci mandassi quaggiù una serqua di cervelli che non
fossero niente più savii di quello di Niccolò Puccini.
Però la Toscana indi a poco ricompensava il Guerrazzi eleggendolo a un
punto deputato a _Dicomano_, a _Rosignano_, ed al collegio di _San
Friano a Firenze_. Veramente contraddittore del marchese Ridolfi egli
fu; ma s'ingannerebbe a partito chi pensasse, che per opera sua cotesto
nobile signore risegnasse il ministero. Tre erano allora fazioni, nel
partito aristocratico in Firenze, non mica distinte per principii
diversi, bensì per cupidità di imperio, le quali si unirono poi tutte
nell'11 aprile 1849 a' danni della democrazia, e due soltanto nel 27
aprile 1859. Di queste principale la setta Ridolfi come uomo di corte,
aio del principe, e presidente dell'accademia dei Georgofili; seconda
quella del Capponi, cui le altre irridendo chiamavano _la scuola storica
di via San Sebastiano_, perchè in cotesta contrada ha il marchese Gino
le sue case, ed egli fa professione di studio delle storie così patrie
come forestiere; e a lui mettevano capo il Capei Pietro, e il Giusti, e
non so quale altro di nome. La terza del Ricasoli, cui si accostavano il
prete Lambruschini, che il popolo prese a chiamare _Luterino_ per via
delle _riformine_ che egli abbacava imporsi non pure ai Principi bensì
anco al Papato, e il signor Salvagnoli; credo fosse con loro un Odaldi
pistoiese, uomo che sbalestrava a parole, e peggio a fatti, il quale poi
si accomodò col Governo restaurato pigliando lo ingoffo di spedalingo di
Santa Maria Nuova, e poi morì facendo dire che la era stata cotesta la
meglio azione, che avesse mai fatta in tempo di vita sua. Cattive lingue
ve'! Per me _requiescat in pace amen_. Sono Piovano e basta. Ora io non
so a quali di queste alludesse, ma ricordiamo tutti che il signor
Ridolfi, quando ci fece sapere che se ne andava via a cagione dei fischi
del paese, aggiunse ancora, che lo avevano i suoi cari amici pettinato
col mattone. Che nella opposizione del Guerrazzi contro al Ridolfi ci
entrasse ruggine, e quanta io non so dire, ma non meriterei di essere
stato confessore se io non lo credessi: uomini siamo non angioli, e se
non andassimo soggetti a tentazione voi vedreste il sacramento della
penitenza mandarsi al Presto come nella estate il coltrone: il che non
è, e voi persuadetevi, dilettissimi, che dopo la morte, la cosa che più
fie nel mondo, sarà sempre la penitenza. Chiedo perdono della
distrazione; anco qui pensava di trovarmi sul pulpito; e invece di
predicare, mi tocca a scolparmi della idolatria. Anche questo si aveva a
vedere! Adesso mi rimetto in carreggiata.
Della opposizione del Guerrazzi mi piacque la parte con la quale
eccitava perpetuamente alle armi; cosa in cui questi benedetti moderati
patiscono sempre del restìo. Egli propose la condotta del Generale
Garibaldi al signor Neri Corsini, ma questo buon signore con un
letterone lungo lungo com'egli sapeva farne affogò la proposta sotto
un'acquazzone di parole.--Tale merito non misero con gli altri nel
decreto, che mandò il Corsini in Santa Croce, ma ce lo metto io.--Vi
giuro da galantuomo, che se io non ero già bello e morto sarei cascato
in terra senza vita, quando lessi il signor Ridolfi scolparsi dalla
bigoncia dall'accusa dei mali provvedimenti militari così:--egli
detestare la guerra: questa accennare a barbarie; civile anzi
civilissimo il popolo toscano, però aborrente da' tafferugli maneschi;
non egli volerlo ributtare nella barbarie; e quanto a sè applaudirsi
averlo tenuto lontano dalle armi _eccetera, eccetera_.--To'! to'!
esclamai io, che novelle sono queste di faccia a un nemico, che minaccia
mangiarti vivo senza neppure sputare gli ossi? Oh! non aveva bociato
egli nel caffè Ferruccio che avrebbe dato addosso ai tedeschi egli, e i
figliuoli suoi co' sassi, e co' bastoni? Basta tiriamoci un frego sopra,
e andiamo innanzi. A me garba il Guerrazzi quando per mal governo
ridotta a pessimo partito la sua città, piena di morti, fatta campo di
guerra scellerata, dal governo divisa, caduta in mano a gente forestiera
audacissima, e nequissima con la quale già avevano capitolato non che le
fanterie gli stessi artiglieri con le fortezze, e drappellava all'aere
la bandiera rossa con fiere minaccie contro gli abbienti, egli, mentre
sbigottito il governo a quale santo votarsi più non sapeva, inerme, e
solo penetra traverso il laberinto delle barricate nella città, la
strappa dalle zanne dei facinorosi in mezzo agli estremi pericoli ogni
momento rinascenti, allo scoppio della polveriera, alla orribile strage
della gente là accorsa, al sospetto che nella moltitudine armata si fece
correre più volte, ch'ei fosse venuto a tradirla. Può darsi che io come
Piovano non me ne intenda; ma mi era parso, che questo fosse amore di
Patria, e di quello buono; se ho sbagliato, chiedo scusa. Il Guerrazzi
riagguantata la città, e abbonitala, tenendola da un lato pel morso, e
dall'altra reggendo la staffa disse:--Risaliteci su!--E il governo non
ci volle risalire, nè, astioso, consentì ci salisse il Guerrazzi; una
cosa di mezzo egli concesse, un partito capace di partorire stroppi
maggiori, vuoto di ogni utilità; tutta volta anco così fuori di squadra
il Guerrazzi rimette su la guardia nazionale, crea quella di sicurezza,
confida la polizia a spettabili cittadini, chiama il popolo a guardia
del popolo, accatta danari, che o gli danno, o gl'imprestano gli amici;
vigila giorno e notte; e la città come per incanto ritorna in florido e
tranquillo stato; anzi per un mese intero ci accaddero solo tre furti di
lieve importanza; sicchè se continuava a quel modo il diavolo falliva,
nell'altro mondo, e in questo il bagno si poteva appigionare; e tutto
questo fra gli ostacoli, che apponeva il governo pur troppo cruccioso
che il Guerrazzi riavviasse una città arruffata, mentr'egli l'aveva
nabissata tranquilla. Di ciò non si sapendo dar pace il governo si
attacca al Montanelli glorioso per ferita mortale rilevata combattendo
le guerre patrie; e si consiglia sguinzagliarlo alle gambe del
Guerrazzi; ma questi diritto si scansa; lo raccomanda con lodi meritate
ai suoi, e senza pure vederlo gli lascia libero il governo di Livorno, e
ciò per alcuni rispetti, non volendo, se fosse rincresciuto, che si
dicesse com'ei per mal talento lo avesse osteggiato, e, se riuscito,
come sperava, aborrendo si dicesse ch'ei si reggeva per consiglio
altrui, non già per virtù proprie.--Affermarono che il popolo fu aizzato
in Toscana per domandare ministro il Guerrazzi; il tempo ha chiarito
false coteste voci; spontaneo l'acclamò il popolo, spontaneo ne lo
richiese il Montanelli, spontaneo ne lo desiderò il principe pei
conforti del signor Capponi, e del ministro inglese; egli ricusò
recisamente, e più volte, ed accettò solo quando il principe gli si
disse disposto a renunziare perfino la corona se ciò fosse tornato a
benefizio dei popolo, però che egli si rammentasse _essere nato in Pisa,
e quindi come ogni altro pregiarsi di amare con cuore di figliuolo la
Patria_. O infelice, se tale tu avessi sentito davvero ora te non
accorrebbe esule Monaco di Baviera, ma il sole ti scalderebbe le membra
sopra le care sponde dell'Arno!
Diamo una giravolta al trespolo e miriamo un po' il Guerrazzi ministro.
Io piovano innanzi tratto, lo lodo chè amico della libertà della stampa
privato, non la rinnegò ministro, però che reputasse indegno di
governare chi teme il giudizio pubblico, e colui che comincia col
chiudere la bocca termina sempre collo incatenare le mani ai cittadini,
se questi a tempo non incatenano lui; la stampa medica le ferite della
stampa; sia lecito ad ognuno poter dire la sua; niente approda tanto
contro le ragionacce quanto le buone ragioni, e se il governo compia
davvero il debito, non dubiti che gli improperii dei malevoli saranno
uno abbaiare di cani da pagliaio. Rammentate la infesta _Patria_, allora
arsa a vergogna dal popolo? Il Guerrazzi e i suoi colleghi ordinano si
rispetti, e si pubblichi. _Libertà di parola ad ognuno_; il giornale lo
biasima? Che rileva questo? Nè anche Giove piace a tutti, dice il
proverbio antico, ed egli non si estima Giove davvero[1]. Ricordate la
_Vespa_? Questa non meno della _Patria_ lacerava a morsi il Guerrazzi, e
i colleghi; e noi leggemmo con quanta premura egli volle che fosse
difesa, e vendicata. Queste cose si sanno; non si sanno, queste altre,
che il più mordace degli scrittori di cotesto giornale visitando il
Guerrazzi nello esilio, e da lui accolto cortesemente, deplorò la
dicacità a cui piuttosto per intemperanza di sangue giovanile che per
mal talento si abbandonava cotesto giornale.--Fu egli infocato nei
rancori, o piuttosto porse le labbra santamente alla tazza della
Concordia come bevanda ministrata a sanare le infermità del corpo
sociale?--Giù la ipocrisia; udite come a tale che s'interponeva per
rimettere la pace tra lui e G. P. Bartolomei scrivesse: «Sarei un
_infame_ se per privati disgusti ricusassi anco un bacio per la difesa
della patria. Favorisci, ed eccita G. P. B.; per ridonargli la mia
amicizia anzi cotesta è l'unica via. Componga il battaglione subito.
Appena fatto lo manderò in Garfagnana e allo Abetone[1]». L'emulazioni
allora soltanto nocciono quando sono _codarde_, dice il Guerrazzi, ed io
Piovano confermo.
¹ Dispacci Elettrici.
Adoperò il magistrato come arme insidiosa a perseguitare i suoi nemici,
o piuttosto come scudo a proteggerli? Eh! ogni uomo se ne può chiarire
quando si buttò giù in piazza a strappare dalla furia del popolo il
figliuolo di Baldasseroni. Il cavaliere Giovanni per non essergli grato
disse, ch'ei fece il suo dovere: certo fu dovere; solo può domandarsi al
sor Giovanni: _ed ella lo avrebbe fatto?_ Ancora, non fu un brutto
momento quello in cui egli salvò il Lenzoni ed il Fornetti dalle branche
del popolo? Credo di sì, perchè ci fu persino chi gli sparò dietro una
pistola che portò via un orecchio al portinaio del ministro
d'Inghilterra.--Di questi due grato ne rimase il secondo, il primo no;
ma quegli nacque popolano, questi patrizio, e nobil sangue non può
fallire: il Fornetti ebbe per patria Livorno; l'altro...? Gl'ingrati non
hanno patria.--Le proprietà del Bartolomei e del Ridolfi con affannosa
cura furono da lui vigilate; e quando i livornesi insultarono di
passaggio a Empoli il Ridolfi, il Salvagnoli e il Samminiatelli, scrisse
il Guerrazzi al governatore di Livorno così: «Questi fatti non si
possono tollerare: ella richiami i livornesi che vennero a Firenze, li
mortifichi, e se la legge dà luogo a pubblica accusa, faccia accusare, e
provochi le pene che saranno di giustizia. Se hanno creduto mostrarmi
affezione con queste grida forsennate, dica loro che hanno sbagliato
grandemente; mi hanno offeso. Devo come magistrato difendere tutti; _e
se in questa mia condizione mi fosse permessa qualche parzialità, dovrei
usarla appunto in proteggere coloro, che più mi nocquero. Così vuole la
magnanimità del popolo che io rappresento, e sento potere
rappresentare_». Di questa lettera si trova la minuta tutta di pugno del
Guerrazzi negli archivii dello Stato; non era composta a comparire su i
giornali per accennare coppe e poi buttare denari, come ne corre adesso
il vezzo. Ora io Piovano credo, che questo sia parlare da cristiano, e
da uomo degno; ma caso mai sbagliassi, son qua per recitare il
_confiteor_. Credeva che la morale eterna, eternamente stesse ad un
modo, ma può darsi che ora non sia così, e muti foggia secondo il
modello che ci viene di Parigi; che volete ch'io povero prete ne sappia?
Compatite la ignoranza.
Mi piacque, e di molto il Guerrazzi quando alla guardia di polizia, che
solo per fuggire nome odioso, si appellò municipale volle cresciuta la
paga, e al principe, che diceva: è troppo! oppose: non è troppo, perchè
a cui agguanta i ladri bisogna torre ogni causa per divenirlo egli
stesso; che se per necessità ruba, allora non ci è coscienza a punirlo.
Se per tanto oggi i giandarmi tirano soldo da potercisi schermire ne
devono obbligo al Guerrazzi. Se non avessi saputo da quanti vennero nel
mondo di là quello, che il Guerrazzi operasse alacre, indefesso e tenace
per la retta amministrazione dello stato io non lo avrei mai creduto; ma
ai morti bisogna credere, conciossiachè non so come vada questa
faccenda, ma è sicuro, che le anime tutte appena spogliate del corpo
diventano sincere; e poi tornato di quà lo lessi pei libri, e pei diarii
stranieri, e nei dispacci, che i ministri esteri residenti in Toscana
mandavano ai proprii governi; e per ultimo la dichiarazione di Niccolò
Tommaseo vale per mille, però che lui meritamente la Italia onori come
uomo nel quale la bontà è vinta soltanto dalla sua immensa dottrina:
egli pertanto schietto e leale così gli scrisse: «N. Tommaseo desidera
attestare al M. Guerrazzi (le grullerie dei titoli erano state abolite)
la sua gratitudine non solo per quanto fece, e bramò in pro di Venezia,
ma per quanto egli parla ed opera in difesa di quell'ordine dignitoso e
leale fuori del quale la Italia non troverà, che ignominie.» Lo
appuntarono della bandita legge stataria; e non egli lo mise;
all'opposto fu egli, che la levò: appuntaronlo eziandio di elezioni
violentate, ed anco gliene mossero accusa formale; ma l'accusa cadde
senzachè ei pur si degnasse difendersi; difatti il ministro inglese
informava il 30 dicembre 1848 il suo governo: «le elezioni interrotte
per violenza degli agitatori vennero compite sotto la più energica
protezione del governo». Il popolo però aveva ragione di pigliarsela con
cotesta legge elettorale; ma aveva torto di procedere a tumulto: difatti
cotesta legge dettata dalle repugnanze, o dalle paure del potere
assoluto che con infinita amarezza era costretto a trasformarsi creava
un paese _legale_ diverso, anzi pure in contrasto col paese _reale_. In
questo modo si ottengono simulacri di opinione mentita, non già la
testimonianza della opinione vera; e i partiti allora diventano manette,
che i meno mettono al polso dei più; donde poi le gozzaie, i pessimi
umori, e i perpetui sconvolgimenti; conti aperti con la rivoluzione, che
i Caporali cortesi, dove potessero sarebbero capaci di saldare più tardi
facendo sangue.