Mettiamo dunque il nostro uomo sul trespolo della vita polit

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MESSERE

ARLOTTO MAINARDI

PIEVANO DI S. CRESCI A MACIUOLI

DI

F. D. GUERRAZZI

TERZA EDIZIONE

LIVORNO

GIO. BATTISTA ROSSI EDITORE

FIRENZE NAPOLI

LIBRERIA DEGLI SCOLARI FELICE PERRUCCHETTI

1868.

IL PIOVANO ARLOTTO

La presente Operetta è posta sotto la tutela della Legge sulla proprietà

letteraria, riserbandosi l'editore ogni diritto per agire contro

chiunque ne facesse contraffazione o ne smerciasse edizioni illecite e

contraffatte.

Prato, Tip. Giachetti, Figlio e C.

PREFAZIO

Occorrendomi venire per queste parti mi sembra spediente di chiarire chi

sia, e come e perchè io mi movessi da casa. Io sono il piovano Arlotto

Mainardi, e nacqui in Firenze il giovedì di Berlingaccio del 1396 dove

parimente senza il mio consenso mi toccò a morire il 27 febbraio 1484;

alcuni scrivono nel 1483; ma ciò non è vero, e me lo potete credere

perchè, ecco, io mi ci trovai presente. Mio padre si chiamò Giovanni, e

fu per tutto il tempo della sua vita scannato più di san Quintino, il

quale, come sapete, suonava a messa co' tegoli, onde al povero uomo

accadde di sdrucciolare nelle Stinche più spesso, che le palle di

biliardo non entrano nelle buche. Non pertanto io mi ebbi parente

l'Arcivescovo santo Antonino, che fu santo davvero, imperciocchè ci

hanno i veri santi nella medesima guisa, che ai giorni nostri troviamo

le verità vere, e le verità, che non sono vere.

Per le quali cose, io giudico che derivassero in me certe qualità che mi

accompagnarono durante la mia vita come sarebbe a dire la giocondità, la

malinconia, e il santo timore di Dio.

Per la carità della casa Neroni, ed anco un po' per lo aiuto del mio

parente Arcivescovo (che ai preti purchè il soverchio non rompa il

coperchio sovvenire i congiunti non disdice) ottenni la chiesa pievania

di san Cresci, ma intendiamoci bene quello a Maciuoli, non già l'altro

Cresci in val Cava, che è un santo nel calendario di quello sboccato,

che fu, Dio lo perdoni, Messere Giovanni Boccaccio. Questa chiesa tenni

sposa fedele a mo' di fedelissima sposa, nè per altra o più bella, o più

ricca io volli lasciarla mai; l'ampliai, la dotai di navate di colonne

di pietra, la imbiancai levando dalle pareti le immagini dei santi, che

non facevano frutto[1] ci misi la sepoltura famosa con la iscrizione,

che parlava così:

_Questa sepoltura il piovano Arlotto la fece fare

per sè e per chi ci vuole entrare._

¹ Disse allo imbiancatore che la figura di santo Antonino lasciare

vi si poteva, non già quella che pur ci avea di santo Ansano a cui

per devozione da niuno era mai stata accesa una candela. MANNI.

Voi avrete sentito dire, che io non sapeva leggere in altro libro,

eccettochè nel mio: ora questo è vero per metà, perchè sebbene io non

leggessi altro libro fuori del mio non per ciò io lo leggeva tutto;

figurava bensì svoltare le faccie, ma il mio cuore come i miei occhi non

andavano più oltre della prima, contenendosi in lei tutto quanto mi

abbisognava sapere, anzi mi pareva ce ne fosse d'avanzo. In fatti su

cotesta pagina ci si leggeva scritto:

«Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te.

«Fa' agli altri quello che vuoi sia fatto a te.» E per quanto me lo

consentisse la fragilità umana studiai, che questi due insegnamenti

fossero per così dire la sistola e la diastola del mio cuore: qualche

volta, io lo confesso, la voglia di rimbeccare mi vinse la mano, anzi

una volta l'Arcivescovo santo Antonino tuttochè parente mi mandò in

prigione, e fece bene; però desidero, che giudichiate voi stessi se io

meritava pietà non che perdono. Dovete dunque sapere che la mia nonna

buon'anima dette mio padre Giovanni all'avo Chinardo mentre egli

noverava appunto settanta anni, ond'è che trovandomi un dì in brigata

con certe femmine per avventura oltre al convenevole procaci, una di

costoro mescendomi da bere mi disse:--Sere, bevete di questo, che gli è

di Carmignano legittimo--e un'altra di rincalzo:--Bevete a chiusi occhi,

che gli è legittimo più di voi.--Allora scappatami la pazienza

risposi:--che credete, che a questo mondo non vi sieno femmine di

partito altre, che voi?--Questo è il peccato, che mi condusse nelle

carceri dell'Arcivescovo; avvertendo per la verità, che l'ultima parte

del discorso non fu proprio a quel modo, bensì in un altro, che non

importa dire. Da queste ed altre taccherelle in fuori mi mostrai sempre

piacevole, motteggiatore arguto ed anco onestamente maliziato: più che

potei giocondo conciossiachè provassi che un sorriso benigno vale a

sconficcare un chiodo dalla bara, e la tristezza va spesso attorno col

rimorso; di un tratto però io pareva pensoso, e ragionava con tanto

giudizio, e così gravemente sopra le faccende del mondo, che con

l'archipendolo alla mano non si sarebbe potuto andare più diritto.

Talora mi vedevano girmene aioni con le mani sul dosso, e il naso

all'aria pigliando diletto a vedere volare farfalle, e saltare grilli, e

tale altra correre come un ramarro per servire gli amici, soccorrere le

povere creature, e confortare gl'infermi. Nondimeno sia, che ridessi, o

mesto meditassi, favellassi o tacessi il buon senso avrebbe potuto

adoperare la mia immagine per autenticare i suoi decreti, come i

tabellioni costumano ai contratti col sigillo notariale. Insomma tanto

che vissi io fui, e morto durai ad essere il tipo vero dello ingegno del

popolo fiorentino, anzi carne della sua carne, e osso delle sue ossa,

una cosa stessa con lui, onde sepolto veramente tutto non apparvi mai, e

quando dopo trecento settantatre anni quel bello umore del sor Marco

Foresi venne a scotermi per le spalle nella mia sepoltura di santo

Jacopo in via dei Preti (imperciocchè com'ebbi per vivere due case una

in campagna, l'altra in città, così dopo morte desiderai possedere due

avelli uno in città, l'altro in campagna, che alle mie comodità o morto

o vivo io pensai sempre) mi rizzai in piedi, e mi posi a gironzolare per

le vie di Firenze, nessuno mirai che mi sfuggisse come il fantasma:

tutt'altro, tutti mi venivano incontro facendomi di berretta, e

salutandomi:--_Ben levato sor Piovano: ha ella dormito bene sor

Piovano?_--Ed io rispondeva: _Benone, e tutta una tirata senza voltarmi

mai._

Essendo stato sempre di mia natura curioso, subito cominciai a pigliare

lingua del come in Firenze ci si vivesse, e mi fu detta, che senza

scavezzarmi il cervello io andassi a leggere i giornali, e avrei avuto

il fatto mio, ed io andai pei giornali. Io l'ho da dire, cotesto

fradicio, onde mi parve, che la carta sudasse per la vergogna, cotesto

inchiostro fresco, che t'insudicia le dita, e l'odore nauseante di

grassume stantìo mi dettero sospetto di colta, e fu ragione,

conciossiachè indi a breve di leggieri comprendessi come la più parte

dei giornalisti si rassomiglino alle baldracche di carnovale, le quali

finchè portano la maschera sul viso ti paiono le mille lire, ma palesate

ch'elle sieno, tu te ne scappi lontano turandoti il naso. Tu hai a

figurarti le più volte uno sciagurato, che non fu buono a cavarci un

manovale ovvero un mozzo di stalla, che nè dalla natura sortì tanto

d'ingegno, nè dalla educazione acquistò tanto di dottrina da servire di

pedagogo ai ragazzi di Brozzi e di Peretola, ecco saltare su in _bautta_

a giudicare uomini e popoli, e accusatore, giudice, e boia condannare,

scoiare, e _squatrare_ qualunque gli pigli vaghezza. Anima di buona

voglia dannata compiacendo all'astio ch'è la febbre quartana della

ignoranza presuntuosa, Giuda condotto a nolo a tanto l'ora come i

_fiaccheri_ il miserabile attende rimpiattato dietro una lettera dello

alfabeto, ovvero anonimo a vibrare dall'arco fornito di corda filata col

pelo della volpe tutta l'armeria delle frodi, delle menzogne, delle

calunnie, e degli assassinamenti raccolta da Gano fino a Truffaldino.

Come sacerdote discreto io attesi rimediarci senza scandalo, provando un

po' se ci fosse verso di applicare ai tristi scribacchiatori certo mio

trovato, che fece la mano di Dio per liberarmi la canonica dai topi

l'altra volta ch'io ci fui nel mondo: e il trovato fu questo; chiappai

quanto più potei topi, e pel cocchiume gli misi dentro ad una botte,

dove gli lasciai tanto, che si divorassero fra loro; uno solo

sopravvisse, immane per mole, e per ferocia; e questo presi, e dopo

avergli appiccato un sonaglio al collo lasciai andare per casa, dove

così ferocemente continuò ad esercitare le parti di carnefice contro i

tipi, che San Domenico non fece di peggio contro agli Albigesi. Il tiro

era bello, ma non potè mandarsi a compimento perchè i giornalisti non si

lasciarono agguantare, allora raccolsi i giornali e ne feci un falò

pentendomi di tutto cuore della tentazione di leggere per questa volta

che io sono al mondo più di quello, che costumassi durante la prima, e

cercato, e ritrovato il vecchio libro deliberai risolutamente di starmi

come per lo innanzi all'unica pagina.

Voi sapete, che l'arte si può quasi dire, che ci culla pargoletti noi

altri italiani, massime fiorentini, però io Piovano misi subito, appena

risuscitai, un bene matto addosso al Rossini, al Niccolini e al

Guerrazzi, e siccome ad ora ad ora udiva taluno, che tagliava il

giubbone addosso a questi cari miei, io presi a studiarli bene per di

dentro e per di fuori, li macinai, li crivellai, o poi lì, come Aiace,

che difende le navi dei Greci, calata giù buffa me ne dichiarai campione

contro chiunque marrano a cui bastasse il cuore in corpo da venire

avanti; le difese mie naturalmente ebbero a parere più strenue per

l'ultimo imperciocchè contro di lui per essere balioso sempre, e non

anco vecchio, ed oltre a fare professione di lettere si versò nei

garbugli politici (gusti fradici!) vedessi più gagliarde e più spesse

rinnovarsi le offese.

A me pare averne ad acquistare merito però che quando non avessi avuto

come ho ragione da vendere, dovevano tenermi conto dello spirito buono:

ma no signore; ecco di un tratto sbucare fuori un fungo il quale non

avendo a contrappormi cosa che valesse, od onesta fosse mi trafora di

scancìo apponendomi l'accusa d'_idolatria_ per il Guerrazzi, e dopo lui

gli altri della cricca. Figuratevi quanto mi trafiggesse questa

calunnia, ed oltrechè veniva a ferire il mio carattere di sacerdote

ossequente a Dio, ed ai precetti suoi, mi metteva a rischio di trovarmi

sospeso _a divinis_ e mandato diritto come un fuso a fare gli esercizi a

San Vivaldo: conciossiachè se quel mio parente Sant'Antonino avesse

acconsentito a tornare meco nel mondo andava sicuro, che di soprusi non

ci era da temerne, e le ragioni le sentiva, ma coll'Arcivescovo di oggi

non ci è da gingillare e il meglio per noi altri poveri preti sarà non

capitargli sotto le sue benedette mani.

Però stesi un po' di scrittura dove alla meglio m'ingegnai a scolparmi

mostrando così in iscorcio le ragioni per le quali io non idolatrai no,

bensì mi venne in grado il Guerrazzi, e la portai allo stampatore perchè

me la stampasse. Io sono prete e aborro gli scandali, però vi dico una

cosa sola, e voi altri intendete più di quello, che io non vi voglio

dire. E' non ci fu verso di poterla stampare. Ora io dissi:--queste le

sono porcherie, e non possono piacere a Dio, nè agli uomini: innanzi

tratto ci sarebbe la grande benedizione, che noi non corressimo mai a

contendere fra noi; e poichè questo sembra, che non si possa fare,

almeno disputando ci astenessimo dagli improperii e dalle calunnie; e

caso mai per disgrazia sdrucciolassimo anco a questo si lasciasse libero

il campo alle difese come lo fu alla offesa. Quel voler dire, e volere

poi, che non ti sia risposto è roba da poltroni; le prepotenze ebbero

mai sempre virtù di farmi uscire dai gangheri, ed una volta questo mio

genio mi costò due fiorini d'oro, e tre lire di bolognini, ed ecco come:

essendomi recato un dì dopo vespro a visitare messere Antonio Picchini,

piovano di Cercina, mi venne fatto di vedere certa tela dipinta da

maestro Squarci, che fu garzone nella bottega del Ghirlandaio ove era

ritratto Gesù Cristo legato alla colonna con dietro un figuro lungo,

magro, colore di cece cotto, la faccia di avvoltoio che muta le penne,

il quale tirava giù come se pestasse il pepe:--ah! ghiottone, ah!

poltronaccio, presi a urlare, tu picchi perchè è legato, tu meni perchè

prima ti se' voluto assicurare, che ei non te le baratti.... to' piglia

questo--e menatogli un pugno lo sfondai, perchè in vista parea il

Capitano Cardone, ma poi, a fin di conto gli era dipinto su la tela....

per la qual cosa pagai a maestro Squarci i due fiorini, e le tre lire

perchè lo rabberciasse.

Questa volta non isfondai niente, ma risoluto a non patire violenza mi

ricordai di certo salvadanaio murato in un canto della vecchia canonica

dove riposi non so che danari, che mi furono pagati pel mortorio di

Messere Francesco di Neri Diotisalvi Neroni trecento cinquanta anni fa a

fine di servirmene in qualche repentino bisogno; lo trovai, lo ruppi, e

messimi i denari allato m'incamminai verso Livorno disposto venirmene a

Genova, dacchè il mare non mi fa paura, che fui un tempo cappellano di

Galera, e nove volte navigai in Fiandra.

A Livorno sperava incontrare il mio amico capitano Raimondo Mannelli, ma

lì seppi, che non aveva avuto voglia di resuscitare nè manco egli, e ora

quasi quasi mi sembra, che abbia avuto ragione. Cercai delle galere, e

mi risposero che non usavano più; allora mi mostrarono un macchinone,

che fumava, e presomi per un braccio mi avvertirono, ch'entrassi lì

dentro:--o che sono diventato un pane, che mi vogliate mettere in

forno?--Gridai io pure, tentando di liberarmi, ma la gente mi fece

capace come in grazia del signore Fulton (anche il Messere non usava

più) adesso si andava sull'acqua col fuoco. E fuoco sia, onde

m'imbarcai, e venni a Genova.

Quì sto, prima per istampare la mia difesa circa l'accusa appostami

d'idolatria; e poi se i quattrini mi ci arrivano, vo' dare una capata a

Torino per dire al Cocchiere che si è messo a cassetta:--fratello, con

queste bestiaccie che hai attaccato al carro fa di adoperare frusta, e

briglie perchè altrimenti, io dubito forte, che te, e noi non

iscaraventino in qualche precipizio; di' loro: voi siete al verde,

imperciocchè convoca l'assemblea se le cose hanno da procedere in regola

bisogna, che deponiate il vostro potere nel seno di quella che è il

principe: ad ogni modo voi avete a cessare dopo il voto dell'annessione,

vogliamo dire unione col Piemonte: smettete via la voglia di volere

morire a uso Argante.

Superbi, formidabili, feroci

Gli ultimi moti fur, le ultime voci.

Argante, pagano fu, e andò all'inferno, e voi altri cristiani, e dovete

volare tutti in paradiso se prima non sarete obbligati a fare una

fermatina al limbo per riverire il vostro amico Messer Pietro[1].

¹ La notte che morì Pier Soderini--l'anima andò dello inferno

alla bocca,--ma Pluto gli gridò: anima sciocca--che inferno?

Va' nel limbo dei bambini. MACCHIAVELLI.

Acconciate pertanto le cose dell'anima confessate le peccata vostre a

modo, e a verso, proponete di non peccare mai più e poichè siete in

fondo non vi tornerà difficile mantenere la promessa, e Dio

misericordioso, che ha le braccia tanto lunghe potrà pigliare anche voi.

Eccovi dunque chiariti del perchè io mi sia recato a Genova, e intenda

andarmene fino a Torino, siatemi cortesi di ospitalità come a quello,

che più degli altri sono fermo a formare con voi una casa, e mettere in

combutta ogni cosa; e poi perchè io per natura inchino al cortese, e

agli amici apersi in ogni tempo la casa e il cuore, sicchè se voi

verrete a San Cresci di Maciuoli fate ricerca di me e in casa, o nella

sepoltura mi ci troverete di certo dove vi renderò due cotanti più

festose e liete accoglienze. I calunniatori al solito vi avranno detto,

che io benedico i miei ospiti coll'olio: non date retta alle lingue

bugiarde, questo feci una volta sola a certi tristi, che mi chiusero

fuori di casa e mangiatomi il desinare ebbero il cuore di lasciarmi

digiuno; allora io per barattare lo scudo di loro con sette lire di mio,

quando vennero in chiesa li benedissi coll'olio. Io, da questa tattera

in fuori, vissi sempre da galantuomo, e voi lo potete credere perchè ve

lo affermo proprio io. Vivete buoni se desiderate vivere felici.

=Arlotto Mainardi=

_Piovano di San Cresci di Maciuoli

nella Diocesi di Fiesole_

IDOLATRIA DEL PIOVANO ARLOTTO

PER F. D. GUERRAZZI

In certa bella città di questa Italia bellissima havvi un _Diario_ il

nome del quale è vietato rammentare per la stessa ragione per cui

Monsignor della Casa proibisce, che tra le urbane brigate ricordinsi le

cose oscene; vero è però, che il costume ha introdotto certe clausole

preservative, come sarebbe quella, con _rispetto parlando_, mercè le

quali, forse le si potrebbono dire, ma io penso, che quanto può essere

tollerato in un secolare disdica a un prete; però io me ne astengo

addirittura, conoscendo come per quanto ci si usi cautela da colui, che

parla di oscenità, egli non può impedire, che lo abbiano per

isboccato.--E poi se io l'ho da confessare mi trattiene una mia

devozione, che in altrui potrebbe parere soverchia, ma in un prete pari

mio non si ha da estimare mai troppa, e questa è la croce. Sì,

dilettissimi miei (scusate, che mi pareva di essere in pulpito), cotesto

diario va coperto da una croce. Lo so, lo so, che voi mi risponderete,

che come sul Calvario di Gerusalemme delle tre croci due spettavano a

ladri, ed una a Cristo, così in ogni altra parte di mondo si è

continuato e sbraciare croci alla medesima stregua; lo so, che voi

potrete eziandio avvertirmi come Gesù quando ammonì: _Non date il santo

ai cani_, forse profetando aveva in mente questi acquazzoni di croci; ma

siccome così su due piedi non si può distinguere se la croce sia proprio

del ladrone, ovvero di Cristo; e poichè cotesta indagine ad ogni modo

sconviene a sacerdote io mi taccio. Quando incontro un cantone con la

croce dipintavi su, sebbene io veda chiaro che la croce non valga a

salvarlo da tutto quello che si fa dietro ai cantoni, pure dico fra

me:--Colui (Dio lo perdoni) che mise la croce su quel canto certo avrà

avuto i suoi bravi motivi per farlo, e tanto a me per indole, ed

instituto discreto ha da bastare per non pisciarvi su.

Però se _honestatis causa_ non nomino cotesto diario, bisogna che mi

difenda da un accusa, ch'ei mi ha messo addosso d'_idolatria_. Se fossi

un uomo come un altro me la passerei con una scrollatina di spalle

secondochè le più volte costumo, esclamando: _Grullerie!_ ma come prete

io non vo' impacci con Monsignore Arcivescovo, nè correre il rischio di

essere mandato a fare per tre mesi gli esercizi all'Alvergna; gli è vero

che potrei ricorrere a Sua Eccellenza il ministro dei culti, ma mi par

meglio non ci ricorrere, se non fosse altro per non dare disturbi a quel

buon signore, che ama tanto la calma pensosa, ed ha ragione. Come prete

cattolico apostolico romano (veramente sono fiorentino, ma non importa,

lascio stare il romano per usanza) professo tre adorazioni: la _Dulia_,

l'_Iperdulia_, e la _Latrîa_, o per dirla in termini, che i cristiani

intendano, e non abbaino i cani, adorazione di Dio, della Madonna, e dei

Santi; quanto agli uomini, io piovano Arlotto, non ho provato, nè provo

idolatria, bensì reverenza ed affetto per coloro che con opere d'ingegno

crebbero il retaggio del sapere umano, o innamorano le menti rudi del

bello, le persuasero allo aborrimento del brutto; avvertendo che per me

Piovano il bello e il buono formano tutta una cosa, come del pari tutta

una cosa sono per me il brutto ed il cattivo. Due cotanti più

degl'ingegnosi poi piaccionmi i generosi; vero è però che per favore

insigne della Provvidenza di rado l'ingegno si scompagna dalla

generosità: ad ogni modo, per me Piovano, la mia mente s'inchina in

Santa Croce dove stanno sepolti Galileo, Michelangiolo, il Machiavello,

l'Alfieri, e.... il Marchese di Laiatico, ma il mio cuore vola sotto le

grondaie della chiesa di Cavinana dove rasente al muro giacciono le ossa

di Francesco Ferruccio.

Io Piovano, dichiaro pertanto non conoscere di persona Francesco

Domenico Guerrazzi; non gli ho mai parlato; seco non mi lega benefizio

ricevuto, nè pratica di vivere, e nè comodo che speri riceverne; perchè

io grazie al Signore non ebbi mai nella passata come in questa odierna

rinnovata vita altra ambizione eccetto quella di servire degnamente Dio,

e la Patria (e metto avanti Dio per riverenza, quantunque creda, che nè

Dio preceda la Patria, nè la Patria Dio, ma sì compongano insieme una

medesima spiritalità dove non ci è prima nè poi), inoltre poco è il

desiderio, e poco il nostro bisogno, onde la vita si mantenga; e per

ultimo il _fatto_ mio lo redai, e l'ho conservato, e non mi dà il cuore

nè mi stringe il bisogno di saltare su al risucchio della cassa dello

Stato come le mignatte si attaccano alle mammelle delle vacche quando

vanno a pascere nel pantano. Io dunque come uomo per fama si innamora,

presi a stimare il mio compatriotta perchè studiandolo bene nelle opere

senza amore nè odio, lo rinvenni per ingegno lodabile, e per generosità

anco più. Della vita privata taccio, perchè già i panegirici non si

recitano ad altri che ai santi, e a confidarvela in _camera charitatis_,

talvolta mi sono dovuto pentire di averli fatti anco per loro, come per

esempio quello a san Luigi Gonzaga, che si vergognava di levare gli

occhi in faccia perfino a sua madre per non cadere in tentazione[1]. Per

Bacco! Il diavolo della libidine doveva essersi impossessato davvero di

codesto ragazzaccio. Inoltre si ha da notare che i preti per bene

compongono i panegirici a quelli che morti operano miracoli, e la santa

madre Chiesa _romana_ (ci s'intende, e valga una volta per sempre)

registrò su l'albo dei santi. Ora il Guerrazzi vive; nè per quanto legga

le Gazzette io ho trovato fin qui, che egli operasse miracoli; circa

all'essere messo fra i santi della santa madre chiesa non so.... non

vorrei pregiudicare.... ma dubito che un po' di osso da rodere ci ha da

trovare anco lui. Questo solo sa il Piovano della sua vita privata, che

padre per elezione non per natura le parti di padre ei fece e fa con

amore, solerzia, e generosità certo non unica, ma rara e di molto; i

suoi famigliari invecchiarono con lui, e lo amano come fratello

carissimo; compagno delle sue fortune egli li condusse dovunque lo

balestrarono la sorte rea, e la più rea perversità degli uomini; nè soli

i famigliari, ma gli animali irragionevoli ei trasse seco, e degli

oggetti inanimati tutti quelli, che gli ricordano qualche fatto

domestico, a fine di mantenersi vivo nell'animo il culto dei congiunti.

Ora tutto questo, a parte ogni altro argomento, ci è prova, che grande e

tenace ha da vivere in lui la virtù d'amore.

¹ Il Piovano ha commesso un anacronismo.

Mettiamo dunque il nostro uomo sul trespolo della vita politica e

consideriamolo per di dietro, e per davanti. Il Piovano si compiace

trovare il Guerrazzi giovanetto di 15 anni alla Università di Pisa

salire invitato su i tavolini del Caffè dell'_Ussero_ e leggere ai

compagni i giornali della rivoluzione di Napoli; gli garba quando venuto

a Firenze dal Puccini il quale per cotesta lettura lo esiliava

dall'Università dirgli a viso aperto avere operato ingiustizia perchè se

colpa fu leggere cotesti fogli, egli non doveva commettere la insidia di

lasciarli esposti alla lettura: e come costui rispondeva non poterci

rimediare perchè la potestà sua era di punire, non di rimettere la pena,

il giovinetto soggiunse: _io vi compiango signore di tenere ufficio in

cui non potete fare altro, che male_. Il Piovano lo seguita nello studio

delle scienze, delle lettere, e della libertà; lo vede entrare in

corrispondenza con Giuseppe Mazzini indomato promotore di spiriti

patrii; ne raccoglie la eredità dell'Indicatore Genovese, e fonda in

Livorno l'Indicatore Livornese. Livorno, che a quei tempi spregiavasi

come la Beozia della Toscana, Livorno dove come sono desti gl'ingegni

così ci si trovano scarsi, o piuttosto affatto manchevoli i modi, e

gl'istituti per apprendere; quivi egli giovane educa i giovani nel culto

delle lettere, e della libertà avendo a compagno in questo quel Carlo

Bini, il quale dura meritamente cara memoria del popolo livornese, che

con pietoso ufficio andò a pigliarne le reliquie fino a Carrara dove

d'immatura morte periva, e dette loro in Patria onoratissima sepoltura.

E avvertite bene, che questo il popolo livornese volle fare non mica

perchè i parenti del Bini si trovassero con gli averi male in arnese;

tutt'altro, bensì perchè gli parve spettasse a lui dare a cotesto suo

figliuolo siffatto testimonio di riconoscenza, e di amore. Tale il

popolo a Livorno; non mica che anco là qualche cattivo soggetto non ci

si trovi, come si trova a Genova, e come da per tutto; che pesci senza

lisca non volle fabbricarne Dio con quelle sue sante mani, ma colà, io

che sono _Plebano_, cioè tengo usanza con la plebe, ho da confessare,

che il palpito dei cuori batte largo e veemente come l'onda del mare

sopra le aperte costiere.

Al piovano, va a sangue, che il Guerrazzi per tempissimo credesse sì

nella efficacia delle lettere ad acquistarci libertà, ma più ponesse

fede nelle armi, onde egli desiderato giovanissimo nell'accademia del

suo paese non ci leggeva mica versi di amore, od altre siffatte

buaggini, bensì lode ai forti popolani livornesi giunti a grado supremo

negli eserciti di Napoleone, e morti gloriosamente in battaglia.--Se

cotesta paresse voce capace di rompere l'alto sonno nella testa ai più

addormentati, voi lo avete a giudicare da questo, che il Governo senza

cerimonie confinò l'oratore a Montepulciano immaginando in grazia di

queste fitte persecuzioni sgomentarlo; per fortuna sua e nostra egli non

era facile a lasciarsi sgomentare. Il Piovano, che ha parecchi amici

anche in cotesta bella e felice città è informato che il Guerrazzi non

istesse lassù con le mani alla cintola, ma quello che allora operasse

qui non è spediente dire: giovi piuttosto raccontare come consumato

costà il semestrale confino egli venisse a Firenze dove molto prese a

frequentare la casa del Generale Colletta, che lo amò come figlio; in

cotesta casa riducevasi il fiore di quanto nostrano o ascitizio onorava

la nostra città, Giordani, Leopardi, Ciampolini, Ranieri, Capponi,

Niccolini, ed altri parecchi: e come le lettere varrebbero poco più

della livrea di uno staffiere, dove non insegnassero l'amore del vivere

libero, e lo studio di conseguirlo con ogni via generosa, così si

attendeva tra cotesta gente dabbene divisare i modi di venirne a capo.

Il Piovano sa, che cosa ci si statuisse; naturalmente il Generale

sarebbe stato preposto alla direzione del moto, ed è da credersi che non

avrebbe a sentirselo dire; ma il poveretto per colpa di certa infermità,

dono austriaco mentre viveva confinato in Moravia, esangue, e giallo

come una lucerna di ottone giaceva sopra un lettuccio; dunque si pensò a

qualche giovane feroce, di lingua prode, ma più di mano; e il pensiero

dei convenuti si volse al signore Avvocato Vincenzo Salvagnoli.--Sì

signori, oh! che ci è egli da ridere? Fu pensato al signore Avvocato, e

poi delegarono per lo appunto il Guerrazzi a fargliene la proposta: il

Guerrazzi andò, e nello studio del signore Avvocato Salvagnoli rinvenne

non lui, bensì il conte Terenzio Mamiani, che veniva dagli stati

pontificii nunzio della rivoluzione operata, a sollecitatore di aiuti.

Pur alla fine il signore Salvagnoli comparve, e udita la proposta ebbe a

trasecolare; non si capacitava si parlasse davvero di lui; capacitato,

dette in furore, ed imprecava alla malizia de suoi nemici, che gli

tendeva insidie per farlo capitare male, e levarlo di mezzo. Non essere

uomo egli da cotesti garbugli: mite avere sortito da natura l'indole,

mansueto essere stato educato dalla madre sua; mettergli ribrezzo la

vista del sangue; lo scoppio di una pistola farlo sbasire. Il Guerrazzi,

tra stupito e ridente, lo confortava a ripigliare animo; non parergli

dicevole bandire da sè la propria poltroniera; avrebbe dato per lui

scusa onesta. Bisogna dire, che il coraggio sia come la fede la quale ti

casca addosso quando te l'aspetti meno: conciossiachè questo non tolse

che il signore Avvocato non diventasse a suo tempo uno dei più feroci

bociatori: _fuori barbari_, che intronassero le orecchie di Italia.

Mancato Achille, i convenuti per la meno trista confidarono il carico

della impresa al Guerrazzi, ed egli lo accettò perchè ci si correva

pericolo; egli pertanto nottetempo corse a Pistoia, Prato, Pescia,

Lucca, Pisa e Livorno; quivi per interposta persona acquistò fucili, e

provvide spedirli a Firenze, ingannate le guardie; al punto stesso

inviava il suo fratello Temistocle a Empoli a pigliare la moneta fornita

dai Fiorentini.--Come la trama rimanesse sconcertata per colpa del

Libri, e di altri parecchi, mi astengo raccontare; questo vo' che si

sappia, che alla notizia del caso, il Guerrazzi accorse a Firenze

tentando pertinacemente rannodare i fili tronchi. Se sguinzagliati

dietro a lui lo cercassero gli sbirri lascio immaginarlo a voi, ma non

giungevano a mettergli le mani addosso; mutando egli ad ogni ora di

vesti, e di luogo, e dormendo sul nudo terreno; anzi una notte fino per

le scale del Liceo Candeli. Mirabile a dirsi! Un mercante livornese G.

A. Prinoth e nè manco dei più benevoli al Guerrazzi, saputo il pericolo

del giovane si recò a Firenze dove tenuta una carrozza di posta pronta a

partire fuori di porta romana riuscì a parlargli, gli fece toccare con

mano, che per allora egli era come un dare le capate nel muro, e lui

reluttante invano menò seco a Livorno. Il Governo cui per la paura

battevano ancora i denti si contentò di confinare il Guerrazzi dentro le

cerchia delle mura, e sottoporlo al precetto di ridursi alle

ventiquattro ore a casa. D'allora in poi il Guerrazzi prese l'abitudine

di ritornarci a mezzanotte sonata. Intanto esulava il Mazzini, e a

Marsiglia instituiva la setta famosa col nome di _Giovane Italia_; in

oltre egli stampava un giornale a cui dovevano comparire sottoscritti

tutti i componenti la setta. E si giocava di teste! Al Guerrazzi egli

rese questo bel servizio, che nel primo fascicolo della Giovane Italia

stampò senza licenza, anzi senza neppure consultarlo (ed egli stesso

nella prefazione lo dice) il suo scritto sopra Cosimo Del Fante generale

livornese, che gli avea fruttato sei mesi di confino. Non per questo il

Guerrazzi ricusò sovvenire al Mazzini, come a qualunque altro operasse

virtuosamente in pro della Patria, ma non a modo di settario, bensì

libero di fare, o di astenersi secondochè giudicasse spediente. Per

quanto io sappia dalla penna del Mazzini non uscirono mai parole in

detrimento della fama del Guerrazzi; non così i suoi partigiani che a

Londra e a Genova ne levarono i pezzi; ma il Guerrazzi longanimo così

allora sentiva, ed oggi sente del Mazzini:--quante volte ricordo il

giovane genovese, che nei giorni di angoscia, e di lutto non sapeva

darsi pace, che il fuoco della libertà fosse spento in Italia, e lo miro

con la fede degli apostoli, e la religione dei martiri cercarlo per le

tombe dei morti, ed in cotesti tempi più difficile assai nel cuore dei

vivi, e avvivarlo, mantenerlo, poi metterlo a sventolare sul candelabro,

io lo riverisco come Dio, e mi ami o no io non rinnego mai Dio. Perchè

non durò egli sempre nell'aere puro dei principii? Finché l'amore di

Patria fu religione soltanto egli ne apparve degno sacerdote; un giorno

però la libertà diventò impresa da combattersi in guerra, e partito da

discutersi nei parlamenti, o nei consigli dei principi, allora il

pertinace ligure, pare a me, si mostrasse impari a se stesso, o pagando

il tributo alla umana nostra debolezza tanto più presumesse comparire

capace quanto più si sentiva ignaro delle arti di milizia, e di governo.

Gli Americani dettero sepoltura onorata alla gamba, che il generale

Arnold perdeva pugnando per la Patria, il rimanente di lui (poichè si

fece traditore) consacrarono alla infamia; ora qui non si tratta di

traditore, Dio grazia, nè di tradimento, bensì di gesti operati bene,

altri meno bene, ed anche taluno per avventura male per la Patria, però

sempre con generoso intendimento. Perchè dunque e come i disonesti

vituperii? Perchè nel paese ove nacque più rabbiosamente che altrove si

lacera? Perchè i generosi suoi conterranei lo soffrono? Certo la lingua

turpe fa prova della turpitudine di chi parla; ma per isventura

testimonia ancora della vulgarità di cui ascolta. Perocchè come nelle

città bene ordinate gli ufficiali preposti alla salute pubblica

ricercano i cibi malsani, e quelli trovati buttano in mare, perchè gli

uomini, cibandosene, non intristiscano i corpi, così la urbanità ha da

pigliarsi il carico di raccogliere gli scritti disonorevoli, e buttarli

via affinchè non intristiscano gli spiriti. Studino soprattutto gli

Italiani a mondarsi del vizio della ingratitudine, conciossiachè la

esperienza abbia fatto toccare con mano, che i popoli ingrati se liberi,

sono alla vigilia di diventare schiavi, e se schiavi bisogna, che

depongano la speranza di mai più rivendicarsi in libertà.--E a me

Piovano questo sembra un favellare da uomini di cuore e di cervello

sani.

Andati anco per questa volta a male i casi delle Romagne, nello intento

di tornare da capo gli operatori di quelli rifuggivano in Toscana; i

più, popolo, non avevano a temere altro, che andare in prigione, d'onde,

dopo avere patito di ogni ragione disagi, erano cavati fuori per essere

sbalestrati in altre terre con la intenzione del villano che sterpa la

cicuta dal suo campo e la scaraventa sul campo del vicino.--Al Piovano

piace sapere, che se non unico, certo operosissimo ed animoso

soccorritore di questi mal capitati fosse il Guerrazzi; nè Livorno solo

potendo sopperire a tanta spesa, vi sopperirono Pisa, Lucca, Firenze,

Pistoia, Siena e Montepulciano insieme con Arezzo. Andava a cotesti

giorni famoso per infelice celebrità un commissario di polizia Manetti

di concetti bestiale, ma di modi anco più; costui recandosi nelle

carceri a tormentare dove il Guerrazzi recavasi a consolare lo

incontrava spesso con suo infinito disgusto, onde un giorno si attentò

fargli una bravata da mandar giù porta San Friano; il Guerrazzi stette a

udirlo fino in fondo, e poi gli disse:--Non ci bisticciamo, commissario;

voi fate la vostra parte, io la mia, e mi sembra che fra noi non avesse

a entrarci invidia, perchè tanto io la parte vostra non saprei fare, nè

voi, vedete, la mia.--E poichè da una carcere, che ha la porta su le

scale della fortezza vecchia uscivano voci di minaccia, e preghiere, e

gemiti, il Guerrazzi tanto disse, così con le persuasioni raumiliò

cotesta bestia, che si arrese a farla aprire. La carcere non aveva altra

apertura, eccetto la finestrina sopra la porta, sicchè n'eruppe una

frotta piuttosto di larve, che di persone, per fame, per febbre, per

vigilie e per difetto di vivido aere estenuate: fra queste il Guerrazzi

riconobbe l'Anfossi di Taggia allevato a Roma, anima leonina, ingegno

sovrumano, spirito irrequieto a cui se fossero stati più benigni od anco

meno rei gli uomini e i tempi, oggi la corona della gloria italica

andrebbe splendida di una gemma di più.--Non ad altro scopo, che per

avere un testimonio credibile, io Piovano ricordo il signore Eugenio

Alberi il quale albergato, giusta il costume del Governo toscano, nelle

carceri di fortezza vecchia, chiamò e non invano il Guerrazzi per le

occorrenze necessarie alla condizione a cui si trovava ridotto.--Altri

poi minacciava più fiera burrasca; chè si perseguitavano, cercavansi, e

ponevasi sul capo loro la taglia; di questi il comandante delle guardie

nazionali di Bologna; un tempo lo custodirono fra le montagne di

Pistoia; disperati poi di poterlo più oltre tenere con sicurezza i

Pistoiesi si volsero a Livorno, ed appuntarono lo avrebbero in certa

notte condotto travestito da donna in carrozza presso alla barriera

fiorentina dove è la forca di cui un braccio mette alla barriera,

l'altro fa capo alla porta San Marco. In cotesta sera il mio amico

vestito a gala si recò al teatro, e fece vedersi in più palchi; ad un

tratto se la svigna e arriva alla posta dove non mirando nessuno si

accoccola dentro la fossa di un campo, e quivi sta lunga ora, finchè non

arriva la carrozza: scambiatisi i segni, fa scendere il travestito, ed

ordina la carrozza continui il cammino per la barriera, egli si mette

per la via erbosa, ed introduce il proscritto in città. Fin qui la

faccenda procedeva a pennello; adesso era mestieri nasconderlo e

salvarlo. Il Guerrazzi lo mena a casa di certo amico, che abitava in

parte remota della città, questo amico chiamavasi Alessandro Nardi, e

credo sia anche vivo, almeno io Piovano finchè stetti di là non lo vidi

fra i morti... è vero, che io Piovano pigliava il fresco passeggiando

per le fornaci del purgatorio, ed egli potrebbe essere andato in

paradiso; ma non mi pareva uomo da andarci così di punto in bianco.

Basta tutto è possibile alla misericordia di Dio! L'amico non era mica

avvertito di niente; ma per cuore livornese non ci ha mestieri avviso a

fine di indurlo ad operare da uomo; lo nascose, lo albergò, gli fu

cortese di amorosa accoglienza. Il giorno appresso il Guerrazzi provvide

alla partenza di lui per la Francia, agevole incarico mercè gli aiuti di

Aristide Ollivier raccomandatario dei piroscafi francesi amico suo; e

verso sera il proscritto travestito da capo da acquaiolo col suo

cerchio, e le sue brave brocche pendenti dalle spalle seguitando da

lontano una scorta se ne andò fino alla fonte della darsena dove posati

il cerchio e le brocche, come è uso di cui arriva tardi per aspettare la

volta, si accostò alla barca, dove entrato di acquaiolo tramutavasi in

barchettaiolo, e preso come gli altri un remo si condusse a bordo del

_Sully_ mandando un diluvio di benedizioni a Livorno.--Se io le avessi a

contare tutte, farei una Bibbia; pure anche per una io vo' che me lo

consentiate, perchè ecco in questo la vo' spuntare, che intendo chiarire

come gli anni molti che passai la prima volta nel mondo, e i _tre_ che

ci vissi la seconda che ci ritornai non me li sono giocati a carte, e i

buffali sopra la neve li so distinguere anch'io--La contessa Barbara

Peretti è madre di quella bella ed onorata famiglia Fabbrizi, che

congiurò tutta contra il Duca di Modena assieme a Ciro Menotti, e si

trovò tutta a combattere in casa sua la notte ch'ei fu preso; andava

composta allora di quattro fratelli; due adolescenti; ma l'amore di

patria, e i feroci propositi non germogliano nei petti italiani con la

ragione del calendario. La madre dopo la catastrofe si dava a cercare i

corpi dei figli, chè, poveretta! li credeva morti; a caso rinvenne Luigi

vivo, e a mo' di colomba spaventata venne con ale tese a porlo in salvo;

lo istinto materno la persuase a commetterlo in braccio al Guerrazzi. O

Francesco Domenico ben puoi essere contento di questo; la fede che senza

conoscerti pose in te la madre derelitta ti fa più chiaro assai di

qualunque panegirico, fosse anco del Bossuet, che noi preti salutiamo

per aquila. Il Guerrazzi lo tutelò dagli sbirri; ci si pose con le mani

e coi denti; promise non sarebbe andato in prigione, e non ci andò; in

questo gli valse la benevolenza del Marchese Garzoni Venturi governatore

di Livorno, il quale:

_Fu un fior di galantuomo pei suoi tempi_

come disse il Caporali di Mecenate. Però la sera fu forza mettersi in

mare, e il tempo volgeva alla burrasca, il sole si tuffava infocato,

l'aria incupiva ogni momento più; il giovinetto bellissimo portava un

berretto vermiglio alla greca, e i capelli proprio d'oro schietto gli

fremevano ventilati dietro le spalle. Un marinaro livornese nel vederlo

non potè frenarsi dal dire: «Dio salute! a considerare che questo bel

sangue se ne ha da ire fuori di casa mi crepa dentro il cuore!» Nè sole

le persone, ma carte private e pubblici documenti di suprema importanza

si confidarono nelle mani del Guerrazzi affinchè li serbasse, e gli

spedisse; tra gli altri conservò parecchio tempo i fogli spettanti

all'avvocato Vicini che fu presidente di Bologna; io so, ch'essendo

aperti, ei li lesse, e vi trovò cose di cui egli intende ragionare a suo

tempo a modo, e a verso per ammaestramento dei suoi compatriotti.

Adesso torno al Mazzini, che incocciato nella impresa della Savoia

chiedeva da tutte parti denari; e non importa dire se ne cercasse a

Livorno: il Guerrazzi opinò non si mandassero, perchè un moto predicato

da per tutto, conosciuto da quante erano polizie nella Europa, per

sorpresa non si poteva operare; alla scoperta, capire egli benissimo che

delle cose umane una parte e grande doveva commettersi alla fortuna,

massime nelle manesche; pure chiarire follìa questo buttarsi allo

sbaraglio con forze tanto dispari, anzi senza forze contro un nemico

armato di tutto punto, e che ti aspetta. Gli contradisse il Signor

Pietro Bastogi, che poi mutata fede fu banchiere della Restaurazione, e

cavaliere di san Giuseppe, e per ultimo dai nostri Caporali del _giorno

di oggi_ promosso a consigliere, quando essi mescolando insieme le

lesine con le mannaie crearono quella famosa consulta sigillo piccolo,

come l'Assemblea parve poi sigillo più grande dei partiti presi dai

prelodati signori Caporali. Tuttavolta i denari furono spediti, ed ecco

come. Il Governo in aspettazione di qualche sobbollimento mise le mani

innanzi, e fece una giacchiata alla cieca di quelli che avevano nome di

liberali in Toscana; chi veniva veniva, che quando si tratta di

agguantare non si bada tanto al minuto secondo la pratica di ogni

Governo, che ricevutala dal precedente tale e quale la consegna al

successore. Ora menerebbe troppo per le lunghe ricordare tutti i

prigioni; ci fu un Venturi, un Contrucci, un Boddi, un Vaselli, un

Agostini, Angiolini, Bini; del Guerrazzi non se ne parla nè manco, e con

altri un tale, che immemore di ogni dignità teneva perpetuamente in

mostra la sua faccia di plenilunio malato di febbre maremmana alla

finestra della prigione, e con le manacce coperte di guanti gialli

reggendo l'occhialetto sbirciava le donne recantesi a passeggiare al

molo di Livorno. Le donne in passando guardavano i mascheroni di bronzo

murati a fior di acqua della Fortezza vecchia e poi lui; e i mascheroni

di bronzo parevano loro più belli, e soprattutto più utili, però che

essi con la campanella in bocca agguantavano le navi, ed egli non

agguantava nulla, nemmeno le mosche. I quattro ultimi rammentati furono

spediti a Portoferraio. Il Guerrazzi sapendo come Napoleone I ci avesse

lasciato parte della sua biblioteca, chiese, ed ottenne che gliene

facessero copia come a Montepulciano il vescovo Nicolai gli aveva aperto

la sua, e a Portoferraio come a Montepulciano si mise a studiare libri

di ogni generazione, massime storici, e politici con tale un ardore, o

piuttosto furore, che a taluno parve poterlo battezzare col nome di

_fame canina_. Lì pure compose l'_Assedio di Firenze_; e il forte della

Stella può vantarsi di avere fra le sue mura visto sorgere il poema

sacro alla rigenerazione italiana.--Pei vani conati del Mazzini

perpetuamente conducenti al patibolo i più generosi, stavano gli uomini

sbigottiti, e la lucerna, se non appariva spenta, aveva affiochita la

luce, e di molto: a infonderci nuovo olio il Guerrazzi e gli amici suoi

divisarono stampare l'_Assedio di Firenze_, ma dove? In Italia non

bisognava pensarci nè anche: mandarono a Parigi, lo stamparono a proprie

spese, e questo libro, che arricchì molti stampatori, costò agli amici

del Guerrazzi e a lui 14,000 lire. Di coloro, che contribuirono alla

spesa, giovi al Piovano ricordarne due, uno il signor Pietro Bastogi,

allora amico del Guerrazzi, ed il signor Aristide Ollivier fratello di

Demostene, esule illustre a Firenze, e zio di quell'Emilio, che a Parigi

nel Parlamento è tanta speranza dei confessori della libertà di Francia.

Famiglia inclita nelle lotte della libertà è questa degli Ollivier, la

quale sempre sacrificandosi, e sempre moltiplicandosi non ha nella

storia chi la rassomigli, se forse non è quella dei Fabii di

Roma.--Gatti affamati non dettero mai così ardente caccia ai topi, come

le polizie di tutti i paesi si arrabattavano dietro all'_Assedio di

Firenze_, ed egli a modo della verbena si distese per tutta Italia da

Ciamberì fino a Trapani. Contro il Guerrazzi processi, perquisizioni e

molestie, che rinnovaronsi poi quando scopersero il manoscritto sepolto

nello studio del suo fratello Temistocle.

Molti, anzi infiniti, il Guerrazzi ebbe a patire disagi corporali, nè lo

domarono; i perpetui travagli dell'animo alla perfine lo vinsero, ed ei

giacque infermo tre anni, quando più quando meno, della trucissima fra

tutte le malattie, il tic doloroso del capo. Qui fu che, visitato dal

professore Matteucci, a lui che lo confortava a ridursi a più tranquilla

vita accettando una cattedra nel pisano Ateneo, egli rispondeva: un

giorno avergli sorriso questo concetto; adesso troppe ingiurie essere

corse fra il Governo, e lui perchè potesse compiersi senza scapito della

reputazione di ambedue: del Governo come quello, che male si sarebbe

creduto averlo comprato, suo, come quello, che peggio lo avrebbero

reputato venduto.--E pure da ciò trasse argomento un gentiluomo

cristiano per maculare la fama del Guerrazzi apponendogli per lo appunto

il contrario di quanto egli aveva operato; e quando? Quando egli

tradito, e oppresso, logorava la sua vita in quinquennale carcere

contendente il capo a suprema accusa, circondato da milizie, o piuttosto

da belve tedesche! E il sor Filippo Gualterio si vanta, ed è caporale

dei moderati. Dio ci scampi da questa razza moderati! Se tali opere

persuade loro la temperanza, che cosa possa insegnar loro la scapigliata

ferocia io non so davvero. Il signor Matteucci, non curata la tristizia

dei tempi, richiesto attestò vero il dire del Guerrazzi, calunnioso il

Gualterio. Certo il signor Matteucci va chiaro per la sua molta sagacità

nelle scienze fisiche, un po' meno per le politiche; ma il Piovano va

errato, o giudica, che un dì presso i Toscani _svegliati_, più delle

legazioni, delle commessarie, delle senatorie, delle cavallerie, delle

sue stesse sperienze su la torpedine gli meriterà affetto questa lettera

dettata generosamente in difesa di uomo generoso che i nemici suoi non

contenti di condurlo a morte, s'industriavano coprirlo d'infamia, ch'è

la morte dell'anima. Queste cose si sono viste nella civile Toscana! E

non pure viste ma tollerate; e non pure tollerate, ma sì per vergogna

immortale, celebrate e difese.

A me piace il Guerrazzi quando pertinace nel 47 negò fede al

risorgimento italiano per virtù del Papato: prete sono, sicchè come

Catone so in quale parte mi stringa la scarpa.

Messere Arlotto Mainardi, Pievano di S. Cresci a Maciuoli · 第 1 / 5 段