SILVIO PELLICO

Quando si ricominciò in Italia a parlare di Silvio Pellico, a proposito

del centenario della sua nascita che la città di Saluzzo si

apparecchiava a celebrare degnamente, quanta parte di lui era ancora ben

viva nella coscienza civile e nella cultura letteraria del popolo

italiano? Sono scabrose le indagini e mal sicuri i calcoli su questa

materia, tanto soggetta al giuoco ingannevole delle apparenze! V'hanno

autori dei quali si continua a parlare e a scrivere con frequenza mentre

si potrebbe scommettere che i loro volumi non escono più che assai di

rado, se pure escono, dagli scaffali delle biblioteche: d'altri autori

invece si tace quasi affatto, mentre i loro libri, continuano ad avere

lettori numerosi per ogni dove; e potrebbero assomigliarsi ad acque

scorrenti per una pianura in silenzio.

Quando nel 1827, o in quel torno, si divulgò la voce per tutta Italia

che il povero Pellico aveva dovuto soccombere agli affanni e ai disagi

del carcere austriaco, un poeta pietosamente cantò:

Pace, o morente! Agl'itali

La tua memoria è pianto.

Caggia quel dì dai secoli,

Quel dì che Italia al santo

Cenere teco non plori,

Nè la memoria onori

Di chi per lei morì.

Com'era falsa allora la nuova della morte, vero invece e universalmente

sentito dovette essere l'accento di quella apostrofe vaticinante la

gloria futura del poeta saluzzese, che adesso suonerebbe alquanto

stonata e iperbolica.

Quanti cambiamenti, d'allora in poi, nelle opinioni e nel gusto del

pubblico italiano! Ma non credo che s'abbia esempio, rimanendo nei

limiti del secolo XIX, di una fortuna letteraria più rapidamente

declinata di quella di Silvio Pellico. Perchè? Non solamente il fatto si

spiega, ma parmi ancora che molte ragioni congeneri si uniscano a prova

a renderlo abbastanza chiaro.

Donne e poeti · 第 15 / 21 题