A chi legge il _Guglielmo Meister_ pare d'accorgersi che il Goethe
declina un poco. Già intorno alla sua grande figura incomincia a farsi
una solitudine triste. Federico Schiller è morto fin dal 1805; lo Herder
lo precedè di due anni nel sepolcro; il Wieland, il vecchio Wieland
nella cui anima serena il Goethe lietamente specchiava un aspetto
dell'anima sua, è morto egli pure. Anche la madre, anche la buona
Marianna da un pezzo lo hanno abbandonato. Ed egli ha ragione d'intonare
quel mestissimo canto posto innanzi alla seconda parte del _Faust_:
L'anime a cui volgea di amor parole
Udir più non mi ponno!...
Gli avvenimenti pubblici volgono pure infausti al poeta. Ha sentito
tuonare il cannone di Iena; ha visti dalla sua finestra a Weimar i
reggimenti prussiani in fuga; indi a poco i soldati francesi gli entrano
in casa, un po' ammiratori, un po' insolenti, e lo costringono a bere e
far brindisi.
È vero che ha poi la consolazione, durante il congresso di Erfurt, di
sentirsi dire da Napoleone: _Vous, monsieur Goethe, vous êtes un homme!_
Ma è probabile che questo egli lo sapesse anche avanti. Nella parte più
intima della vita gli cominciano pure i guai. L'amore al poeta
sessagenario non è più un facile e glorioso trastullo; e le belle
cominciano a non risparmiargli «l'ingrata verità» che ripetevano ad
Anacreonte e al Parini; mentr'egli non è sempre disposto ad accoglierla,
questa verità, colla gaiezza bacchica del primo e colla filosofia
rassegnata del secondo. (Vedi a questo proposito la storiella della sua
passione con Minna Herzlieb).
Insomma, anche per l'olimpico Goethe la vecchiaia è alle porte.
*
* *
Nel _Wilhelm Meister_, un romanzo che sulle prime ha il fare del _Gil
Blas_, ma poi prende un po' troppo le forme dei racconti sentimentali
allora in voga, le avventure e gli accidenti inaspettati si accumulano e
si succedono di soverchio. Le divagazioni e le disertazioni critiche sul
teatro sono sempre belle ed elevate (basterebbe per tutte l'analisi
dell'_Amleto_), ma raffreddano l'azione.
Si va innanzi un poco tastando e sonnecchiando. Quando ecco un soffio di
vera poesia giovanile passa a un tratto per l'anima del Goethe ed egli
ritorna a scrivere, direbbe il Leopardi, «con quel suo cuore d'una
volta.» Esce la figura di Mignon.
Mignon è sorella minore di Dorotea, di Clara e di Margherita; ha l'aria
di famiglia; riconoscibile, non tanto per la intima ricerca delle cause,
che sono sempre molto oscure, quanto per gli effetti che vi lascia
nell'animo. Appena il poeta vi ha delineata a pochi tratti la sua
«giovane e mesta figura,» essa vi domina: non la dimenticate più,
l'aspettate, la cercate ansiosamente per i meandri del racconto, e
quando compare, vi fa sempre l'effetto di un bel raggio di sole che al
tramonto di una piovosa giornata di primavera entri di improvviso nella
vostra stanza.
*
* *
Una mattina Guglielmo ode nella via una strana e bella voce infantile
che canta, accompagnata da una chitarra:
«Conosci tu la regione dove i cedri fioriscono?
«Fra il cupo fogliame brillano i frutti dorati; un vento dolce spira dal
cielo azzurro; il mirto modesto sorge vicino al lauro superbo... La
conosci tu?
«Là, là, o amor mio, io vorrei andar con te!
«Conosci tu la casa? Il suo tetto è sostenuto da colonne, la sala
luccica, le stanze splendono e le figure di marmo si alzano e mi
guardano: «Che vi hanno fatto, povera figliuola?»
«La conosci tu?
. . . . . . . . . . . . . .
«Conosci tu la montagna e il suo sentiero tra le nubi? La mula cerca la
strada fra la nebbia; nelle caverne dimora l'antica stirpe dei draghi;
il masso precipita e dietro ad esso il torrente.
«La conosci tu?
«Quella, quella è la nostra via: o padre mio, partiamo!»
Poco dopo Mignon entra nella stanza di Wilhelm, gli ripete la sua
canzone, resta un poco silenziosa e guardandolo fissamente gli dice:
«Conosci tu quella regione?
— Dovrebbe essere l'Italia, risponde Wilhelm. Dov'hai imparato questo
canto?
— L'Italia! — ripete Mignon con aria pensosa. — Se tu vai in Italia mi
prenderai con te. Qui ho freddo!
— Sei tu stata mai in quel paese!»
La fanciulla a questa domanda rimane muta e fantastica.
*
* *
Se il signor Thomas, che pure ha scritto su questo argomento un
melodramma pieno di finezze poetiche, avesse penetrata davvero la
profonda significazione psicologica che ha quel canto in bocca a Mignon,
non si sarebbe mai arrischiato ad innestarlo in un duetto come risposta
della fanciulla alle domande che il cavaliere le fa sulla sua origine
misteriosa.
Egli ne ha cavato un bellissimo partito per il pezzo musicale; ma la
vera poesia del cauto di Mignon per due terzi almeno va in fumo. La
lirica si converte in dialogo, il rapimento solitario e fantastico
dell'anima della fanciulla scende a far l'ufficio di _botta e
risposta_....
Ah! se i nostri maestri, non eccettuati i migliori, prima d'affrontare i
grandi soggetti della poesia e imprigionarli nelle scene deformanti di
un _libretto_, pensassero un poco di più, ci sarebbe, a dir vero, un
tanto di guadagnato per la poesia e per la musica.
Ignoro se la canzone della piccola _boema_, così com'è nella sua purezza
lirica, abbia tentato qualche grande compositore di musica in Germania,
oltre il Beethoven. Certo lo Schubert l'avrebbe rivestita d'una melodia
soave e lo Schumann d'una melopea profonda.
Il Goethe intanto ha fornito ai maestri passati e futuri delle
«didascaliche» preziose:
«Mignon cominciava ogni strofa pomposamente, solennemente, come per
preparare l'attenzione a qualcosa di straordinario. Al terzo verso il
canto diveniva più sordo e più grave. Quelle parole: _La conosci tu?_
erano espresse con riserva, con mistero.
«Il «là, là» era pieno di desiderio irresistibile. Ogni volta ella
sapeva mutare così il tono delle ultime parole: «Vorrei andarci con te!»
che esse erano via via supplichevoli, insistenti, piene di trasporto e
di ricche promesse.»
*
* *
I pittori hanno tentato più volte di rendere in fattezze visibili questa
strana figura, che il poeta ci mostra sempre in una penombra vaga. Il
quadro di Ary-Scheffer, se non è il migliore, è certo il più celebre e
il più noto per la bella incisione. Ma della Mignon, come della
Margherita del pittore francese, giudicava, parmi, colla sua solita
arguzia profonda Enrico Heine: _C'est bien la figure de Wolfang Goethe;
mais elle a lu tout Frédéric Schiller; elle est beaucoup plus
sentimentale que naïve, elle a plus d'idéalité pesante que de grâce
facile._
La _grazia facile_, ecco la suprema difficoltà di questi concepimenti
artistici. Un punto, un segno, un nonnulla in più o in meno, sconvolge
il loro leggerissimo organismo; e il capolavoro discende dalla sua
guglia altissima nel piano nobile dei lavori ben fatti. Lo provò anche
il Walter Scott, che volle ripresentare in pubblico questo tipo
goethiano, alquanto ritoccato dalle sue mani, e lo guastò, e meritò che
il Goethe si burlasse un poco di lui nelle sue conversazioni
coll'Eckermann.
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* *
Chi ha insegnato a Mignon la sua canzone? Chi ha insegnato il suo
gorgheggio al passero del bosco? In fondo all'anima la fanciulla ha
serbato un ricordo della sua terra natale; meglio che un ricordo è un
senso tenue, confuso, evanescente nei primi crepuscoli della memoria.
Eppure, di là da quel fondo oscuro, di tanto in tanto le sale al
cervello come un vapore caldo e profumato, mentre che il corpo gracile e
flessuoso trema di freddo e i suoi occhi si fauno sempre più profondi e
mesti, sotto il cielo straniero. In quel fantasma di caldo e di profumo
essa sente la sua prima patria; e allora una tristezza nostalgica invade
tutto quanto il suo essere e si sfoga nel canto. Le cose che essa
ricorda nel canto esistono davvero, o sono il ricordo di un sogno che
accarezzò il suo sonno infantile? Essa ignora.
A un tratto sopraggiunge l'amore, un amore strano come tutto l'essere
suo, la sua origine, il suo nome; un amore che anche prima d'avere
coscienza di sè diviene gelosia spasimante e terribile...
La fanciulla innocente pensa: che gioia vivere una notte accanto a Lui,
giacere nel suo stesso letto, stringerselo tacitamente sul cuore, essere
stretta da lui fino a perderne il respiro!... Detto fatto: essa decide
che entrerà non vista nella stanza di Guglielmo prima di lui e
l'aspetterà nel suo letto... Ma mentre sta per portare ad effetto il suo
disegno essa vede un'altra donna entrare di traforo prima di lei in
quella camera...
Insuperato, divino scultore d'anime Volfango Goethe! Egli nel ritrarre
le passioni e i caratteri possiede il segreto di quella perfezione
semplice e monumentale che ammiriamo nei bassorilievi di Fidia. Per
questo i suoi tipi non invecchiano mai e ci restano nella mente come
altrettante figure da pantheon.
In questa semplice limpidezza della linea sovrana, oso affermare che
egli passa talvolta innanzi a tutti i moderni. È davvero il poeta «dal
nero occhio lucente» come ce lo scolpisce lo Heine; un occhio nero e
lucente che penetra nelle più gelose intimità degli spiriti e ne trae
fuori l'immagine pura e compiuta.
*
* *
Ricordate la morte di Goetz di Berlichingen?
Ricordate, nell'_Egmont_, l'ultima scena di Clara col giovane
Brackenburg? E la passeggiata notturna d'Arminio con Dorotea, la
ricordate?
..... Tra foglia e foglia
La luna con la sua tremola luce
I giovani adocchiava, infin che tutta
Si celò nelle nubi ed allo scuro
Lasciò la coppia. Sostenea con cura
Il robusto garzon la giovinetta
Tutta china su lui; ma della scesa
E dei gradini mal esperta, il piede
Dorotea pose in fallo e sdrucciolò.
Pronto il giovin si volse e, steso il braccio,
Con vigor la sorresse; e dolcemente
La giovinetta sul petto gli cadde.
Seno a sen, guancia a guancia allor s'uniro...
Ma pari a marmo effigiato, Arminio
Nel suo ferreo voler rimase immoto.
..... La bella persona
Fra le braccia sentia, sentia vicino
Il tepor di quel cuore; egli respira
Il respiro di lei..... Ma della donna
La dignità magnanimo rispetta.
E sempre la stessa semplicità scultoria e sempre il medesimo sentimento
sano e profondo della vita; e trova parole che sa pensare più che non
dicano.
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* *
E questo è il grande magistero. Emilio Zola, nel pianterreno del
_Voltaire_, confessò che gli manca il senso _ad hoc_ per capire tante
bellezze fantastiche in Shakespeare. Ed io ci credo; e penso che se gli
si presentasse occasione di giudicare sul teatro il Goethe, colla sua
lodevole schiettezza, farebbe la medesima confessione. Gli è che oggi
nei romanzi si fa di molta fisiologia e patologia a braccia; e invece si
studia poco ciò che più importerebbe; lo spirito umano nella sua ingenua
e profonda verità. Si spendono venti pagine a fotografare un mercato, a
descrivere una stamberga, a _vivisezionare_ il carattere di un portiere,
a dipingere le mosse, il vestito e le abitudini di una _cocotte_; ma
quando si è al dramma vivo e profondo dello spirito, spesso si tira via
di maniera.
Però vedete quel che accade. Dei romanzi oggi più in voga quello che più
resta in mente, dopo la lettura, sono i luoghi dove i fatti si svolgono;
i personaggi poco si staccano dal fondo e presto si confondono e sfumano
nella memoria.
Invece Mignon, parcamente tratteggiata dal Goethe, rimane un tipo
indimenticabile. Anche molti anni dopo letto il romanzo, alla più
piccola occasione che ve la richiami, la ripensate con amore, vorreste
fare con lei una conoscenza più intima e per poco non vi vengono alle
labbra le parole di Guglielmo: — Dove sei stata sinora? Raccontami
tutto.... Tentiamo, se è possibile, di farci illusione e riguadagniamo
il tempo perduto dall'amore! —