I.

Anzi tutto l'opera letteraria di Silvio Pellico non solo non rispose

alle speranze, ma riuscì di gran lunga minore di esse.

L'Italia aveva ragione d'aspettarsi moltissimo da chi, non uscito ancora

dalla prima giovinezza, aveva già composto la _Francesca_, l'_Eufemio_,

la _Laodomia_. Quest'ultima, come è noto, venne soppressa dall'autore

malgrado le lodi del Foscolo; ma le lodi vengono da tale giudice che

spunta naturale il rammarico per quella soppressione, e spunta insieme

il dubbio che Silvio Pellico, mandandola ad effetto, non abbia commesso

un grave torto verso l'opera propria. Chi sa! Allora la sua mente era

tutta volta all'ideale romantico che sorgeva e accennava a trionfare in

Italia; e forse gli piacque di offrire alla nuova scuola la ecatombe di

questa tragedia di classico argomento, al quale è probabile che gli

amici non avessero fatto troppo buon viso. Chiunque bazzichi nel mondo

letterario sa quanto peso abbia per ogni chiesuola, massime se giovane e

fervente, la scelta dei soggetti. Meglio per loro, a occhi chiusi,

meglio cento volte la _Francesca_! E il sacrifizio della greca

_Laodomia_ fu consumato. Pel Foscolo intanto, che subito alle prime

scene dice di aver pianto di commozione, essa dimostrava nel Pellico

«un'anima alta, un cuore ardente, un'immaginazione abbondante ed un

ingegno insomma che fa sperare moltissimo, appunto perchè sbaglia per

troppo ingegno e per ardita imprudenza». E soggiunge nella lettera: «Ti

dirò che tu ti mostri poeta anche a chi non vedesse fuor che soli certi

bei versi di questa tragedia».

Ma qualunque fosse il valore oggettivo di questo giudizio dell'autore

dell'_Aiace_, certo è che la figura di Silvio Pellico in quel primo

periodo della sua vita letteraria si presenta piena di fulgidissime

promesse. Tutti lo riconoscono e lo sentono predestinato a cose

veramente grandi; e grande e libero è l'orizzonte che si schiude dinanzi

a lui.

Un bisogno vago, inquieto e potente di novità intellettuali e letterarie

cominciava a fermentare anche in Italia; e Milano era, anche in questo,

a capo d'Italia. La Stendhal scriveva allora, con una delle sue solite

iperboli da innamorato, che spesso dentro a palchetto del teatro della

Scala si riuniva più forza di pensiero e movimento d'idee che in una

grande capitale d'Europa.

Casa Porro era il centro della cultura milanese; e qui Silvio Pellico

conversava con madama di Stäel, con l'Hobhouse, con uno degli Schlegel,

dissertando, infiammandosi per le idee nuove. Giorgio Byron lo

accarezzava e gli voltava in inglese la _Francesca da Rimini_. — Poi

viene l'impresa del _Conciliatore_; e Pellico, malgrado la giovinezza e

l'animo remissivo e modesto, vi campeggia dentro e quasi vi comanda

d'autorità. Lo stesso Lodovico di Breme l'«inspirato» di quel cenacolo,

è pieno di rispetto per il giovine saluzzese; e Borsieri, Camillo Ugoni,

Giovanni Berchet, Giovita Scalvini, Giuseppe Pecchio, perfino il

Romagnosi, perfino Alessandro Manzoni paiono delle figure secondarie

vicino a lui....

Una lettera del Maroncelli annunziante il prossimo ingresso di Silvio

nella Carboneria e intercettata dall'Austria, ruppe a un tratto e

tragicamente questo bellissimo periodo di preparazione e di promesse.

Silvio Pellico si vide piombato in uno di quei lunghi e duri cimenti

dove le anime umane sono messe a prova difficilissima e decisiva.

È inutile sottilizzare; la prova fu più forte dell'animo. Il triste

fatto bisogna accettarlo e riconoscerlo: ma quale esso fu, includendovi

tutti i suoi coefficienti, senza restrizioni sofistiche, senza

spiegazioni arbitrarie. Alcuni, per esempio, hanno voluto di questo

relativo smarrimento o infiacchimento dello spirito di Silvio Pellico

dare colpa alla sua pietà religiosa, come se non bastasse l'esempio del

Manzoni a provare quanto vi sia di avventato in questo giudizio. No, la

causa fu generica insieme e complessa. I Piombi di Venezia e le

casematte dello Spielberg non furono che il teatro doloroso in cui tutto

un fascio di energie morali e fisiche s'andò logorando e disfacendo. La

natura umana ha questo veramente di nobile e di resistente, che, in

qualunque più misera condizione cada, essa può sempre mettere in salvo

la propria dignità morale presidiata dalla rettitudine degli

intendimenti. E il povero Silvio n'è una prova e noi in quella sua

paziente mansuetudine siamo obbligati a vedere un carattere di

grandezza, che sta da sè, che non abbisogna di altri aiuti, che non teme

di nessun altro confronto, che infine trova in sè stessa un compenso e

quasi un guadagno di fronte a tutte le altre sue grandissime perdite. Ma

dopo che questo abbiamo ben volentieri riconosciuto, rimane anche da

riconoscere un fatto evidente; e questo è che la personalità letteraria

del Pellico restò colpita nel momento felice della propria formazione; e

tanto mortalmente rimase colpita che riuscirono poi vani tutti gli

sforzi per farla riavere.

_Silvio non è più!_.... Con questo grido finisce la lirica per la

creduta morte da me citata più sopra; e diceva, in un senso, il triste

vero. Quel Silvio, che la gioventù lombarda e romagnola avevano salutato

come il giovine principe di una letteratura nuova; l'Euforione fortunato

che, un momento, parve destinato a rappresentare nelle lettere italiche

le armonie dell'antica e della moderna bellezza, ecco che, appena tocco

il suolo, veniva rapito dalle inimiche potenze e andava a spegnersi in

un tetro emisfero di sconforto di fiacchezza e di umile abbandono.

Ma chi voglia, andando un pò terra terra, studiare le vere cause del

fatto credo che molto debba soffermarsi a considerare la educazione

letteraria di Silvio Pellico, la quale fu incoerente, debole,

incompiuta. Qui forse è il punto vitale della dimostrazione. Terenzio

Mamiani scrivendo di Alessandro Manzoni dopo la sua morte, disse già che

il vero stato civile della sua lingua e del suo stile italiano bisognava

andare a cercarlo, piuttosto che alle anagrafi di Firenze, a quelle di

Parigi. Vero anche questo; ma io, guardando agli effetti che ne

seguirono, non mi sento il coraggio di sentenziare che quello fu proprio

un male o solamente un male. Certo è che il Manzoni, andato giovinetto a

Parigi, si trovò subito in compagnia di uomini d'alto ingegno e di un

gusto nelle lettere più castigato e severo che i tempi non

comportassero. Con la guida specialmente del Fauriel, egli bevve alle

fonti più pure della prosa e della lirica francese e neolatina; poi

aggiunse di proprio uno studio così serio e così perseverante della

italianità che nello scrittore le ragioni dello stile nazionale rimasero

sostanzialmente incolumi, mentre il suo contatto coi più grandi modelli

della letteratura francese non era senza grandi vantaggi. I puristi

strepitarono allora e non tacciono anche adesso; ma io seguito a credere

che al Manzoni, e per conseguenza a tutta la letteratura italiana, quel

contatto e quella fusione furono assai più di giovamento che di danno.

Il buon Pellico invece, stabilitosi anch'egli giovanissimo a Marsiglia,

nella città mercantile, in un ambiente di mediocrità, si volse tutto

alla letteratura francese, deliberato a farne la professione della sua

vita; e per sua maggior disgrazia trovò i maestri e i modelli in quella

compassata e gonfia e vuota poesia del primo Impero, che meritò i severi

giudizi di Sainte-Beuve.

Troppo francese adunque, e francese della peggior fatta, fu la

educazione letteraria di Silvio. Arrivò è vero il carme foscoliano _I

Sepolcri_ a scuoterlo, a infiammarlo, a dargli una specie di febbre

nostalgica della letteratura della sua patria, alla quale ritornò quindi

con tutte le forze dell'animo; ma una evoluzione letteraria, e di tanto

peso, non era facile a compiere, come, ahimè, una evoluzione politica! A

Milano Silvio Pellico insegnò francese e giova credere che studiasse

l'italiano. Ma gli uomini e i fatti lo traevano come in un vortice; e

non credo che egli trovasse mai il tempo tranquillo che gli abbisognava

per compiere il «salutare lavacro» e uscirne veramente «rinnovellato».

In sostanza, agitandosi con ardor giovanile tra il Monti e il Foscolo,

tra classici e romantici, tra letteratura e politica, egli scavizzolò

alla meglio una forma letteraria che non era più francese ma che certo

non poteva dirsi vigorosamente italiana; e spinto dalla necessità di

fare, mise fuori i suoi primi componimenti, tra i quali la _Francesca_,

che «non ebbe dai giornali milanesi fuorchè vituperii». Per fortuna il

pubblico non badò che alla geniale e giovanile anima di poeta che

traboccava da ogni scena e quasi da ogni verso della nova tragedia

d'amore, rendendo scusabili e amabili persino i difetti suoi.

Donne e poeti · 第 16 / 21 题