ATTALA

Non spicca nella purezza del marmo antico come Antigone, Niobe,

Andromaca e Polissena; non possiede, a grande intervallo, l'idealità

umana di Francesca, di Cordelia, di Mignon, di Tecla; è una figura

indecisa e ondeggiante nei contorni; romantica, in una parola, ancorchè

ricca di vaghezza mistica, di passione e di novità.

Ma il libro porta nell'arte un coefficiente nuovo e importantissimo; e

Sainte-Beuve potè scrivere senza iperbole che con l'_Atala_ (1804) il

visconte di Chateaubriand «inaugurava» la nuova epoca letteraria

francese, che durò poi fiorente e feconda fino al 1850.

Quella figura voi non potete in alcun modo distaccarla dal suo contorno

esotico e bizzarro, perchè l'_ambiente_ comincia ad essere una parte

integrante e non separabile dell'opera d'arte. Levate infatti le sponde

del Mississipì e dell'Ohio, la verde solitudine delle savane, le scene

delle tribù indiane e dei missionari, e che cosa vi resta di Attala? Una

sorella minore di Cimodoce, una neofita ardente in lotta dolorosa fra

l'amore e la fede; troppo raffinata per una selvaggia; un bel fiore

delle grandi praterie portato in Europa dentro una porcellana di Sèvres.

Ma che stupenda intuizione della natura in questo breve racconto; ma che

meravigliosa poesia di paesaggio! Gian Giacomo Rousseau è grande, ma

Chateaubriand è più che un suo profeta. Nei suoi viaggi in America egli

ha avuto dinanzi agli occhi ben altro che i dintorni di Ginevra. E

peregrinando lungo le sponde di quei fiumi, di cui tanto aveva sentito

narrare e favoleggiare, e perdendosi per quelle foreste enormi e

terribili, e ingolfandosi per quelle distese di verde senza confini, un

concetto più vasto e un senso più profondo della natura si era formato

dentro di lui, che poi seppe trovare le parole per significarli e

dipingerli.

Quello che avvolge e penetra questo racconto, e forma il suo più forte

fascino per noi, è la poesia delle grandi solitudini. Non fu sconosciuta

ai poeti classici. Sofocle nel _Filottete_ fa risuonare la deserta isola

di Lemno di voci inspirate da questo sentimento vago, quando l'eroe

ferito e solo parla alle grotte selvagge, ai flutti del mare rompenti

contro gli scogli, al monte Ermeone «che tante volte ha ripercosso gli

urli del suo dolore» che niun uomo vivente poteva ascoltare e consolare.

Virgilio, nella divina sensibilità del suo spirito, mostra d'aver

sentito anche questo aspetto della poesia universale. Ricordate, fra

altri parecchi, quei due suoi versi dell'egloga VI:

Incipiant sylvæ cum primum surgere, cumque

Rara per ignotos errent animalia montes,

e massime il secondo, che trasporta a un tratto la fantasia nella

solitudine silenziosa di un mondo primitivo. È la rapida magìa di tutti

i grandi poeti.

*

* *

Quando Daniele De Foë, presa l'idea nuda da un racconto di Alessandro

Selkirk, e forse la primissima ispirazione dalla _Tempesta_ di

Shakespeare, componeva le sue _Avventure di Robinson,_ egli certo non

immaginava che metteva le mani a uno dei libri più avidamente cercati e

letti di cui s'abbia memoria.

Gli è che i tempi si erano maturati e volgevano propizi a questo

speciale genere di poesia.

Da un lato il logoramento delle vecchie mitologie, dall'altro il

dissidio sempre più vivo tra l'uomo moderno e i vecchi ordini sociali,

dovevano spingere, anche sull'arte, una potente azione sovvertitrice. Le

fantasie cercavano il nuovo; l'uomo sentiva sopratutto il bisogno di un

più intimo avvicinamento colla vita universale. I navigatori arditi e

romanzeschi avevano aperto vasti orizzonti a invenzioni narrative in cui

fosse principalmente protagonista l'uomo di fronte alla natura; l'uomo

come cercatore, conquistatore, contemplatore. Il punto culminante poi di

questa idealità nuova doveva essere l'individuo umano solo, non d'altro

armato che del suo volere e della sua mente, in lotta disperata con gli

elementi furiosi e ribelli, con le peripezie inaspettate, coi rischi

dell'ignoto. E in mezzo agli episodi delle lotte e dopo di esse,

scaturiva naturale dall'anima umana la lirica della contemplazione e del

rapimento vittorioso dinanzi a quelle solitudini per la prima volta

esplorate, piene di sorprese e di meraviglie. Di qui il fascino e la

fortuna immensa del libro di Daniele De Foë.

Ma all'irrequieto orangista della prima metà del secolo XVIII, così

acuto nell'osservare ed esatto nel descrivere, mancava una facoltà. Egli

non era artista, non era poeta nel senso eminente della parola. Oh

certo, se il De Foë avesse veduto il suo Robinson nell'isola deserta del

Pacifico, come Sofocle avrà contemplato il suo Filottete sullo scoglio

di Lemno, qualcosa ben altrimenti meravigliosa sarebbe uscita dalla sua

penna! Invece del romanzo avremmo avuto il poema.

*

* *

Quel senso poetico che fa difetto nello scrittore inglese, abbonda

invece in Chateaubriand. E notate differenza rispetto a quest'ultimo:

nel descrivere l'azione e la passione umana egli è spesso ricercato e

iperbolico. Per contrario, dinanzi alle grandi scene di paese egli

acquista una castigatezza potente e una precisione mirabile.

Disgraziato l'artista — osservò anche il Gioberti — che si pone a

lottare d'invenzione al cospetto della natura fisica! Egli non ha che da

osservare e da ritrarre; ma osservando e ritraendo mette in giuoco tutte

le sue più riposte e squisite facoltà estetiche. Guardando uno stesso

angolo di viali e lo stesso gruppo d'alberi nel bosco di Fontainebleau —

è l'About che ce lo narra — Alfredo de Musset, Giorgio Sand e Victor

Hugo attingevano tre diversi generi di ispirazione, ognuno bello alla

sua maniera: il guardaboschi intanto calcolava freddamente che dieci

carri di legna si potevano tagliare da quei begli alberi vecchi e che in

quell'angolo di viali c'era spazio adatto per innalzare una bella

catasta.

Lo Chateaubriand è pittore esatto ed è poeta. Nelle forme, nei colori e

nei movimenti della natura egli coglie l'_incognito indistinto_ che

Dante vedeva nell'ingresso del suo Purgatorio. La sinfonia immitativa

della foresta, che Riccardo Wagner ha tentato d'esprimere con tutti gli

strumenti della sua orchestra, lo Chateaubriand l'ha ascoltata prima di

lui, vagando sulle sponde dei fiumi americani: ha sentito cantare

l'anima di quelle selve primitive e ce la rende nei numeri della sua

prosa, in cui erra, come l'eco di un sinfonismo occulto, misterioso,

incantevole... «Quand tous ces fleuves se sont gonfilès des dèluges de

l'hiver; quand les tempètes ont abattu des pans entiers de forètes, les

arbres dèracinès s'assemblent sur les sources. Bientôt la vase les

cemente, les lianes les enchainent et des plantes y prenant racine de

toutes parts, achèvent de consolider cos dèbris. Charriès par la vague

ècumante, ils descendent au Meschacèbè. Le fleuve s'en empare, les

pousse au golfe Mexicain, les èchoue sur des bancs de sable, et accroit

ainsi le nombre de ses embouchures. Par intervalle, il èlève sa voix en

passant sous les monts, et rèpand ses eaux dèbordèes autour des

colonnades des forèts et des pyramides des tombeaux indiens; c'est le

Nil des dèserts. Tandis que le courant du milieu entraine vers la mer

les cadavres des pins et des chènes, on voit sur les deux courants

latèraux remonter, le long des rivages, des iles flottantes des pistias

et des nènuphars, dout les roses jaunes s'èlèvent comme de petits

pavillons. Des serpents verts, des hèrons bleus, des flamants roses, de

jeunes crocodiles s'embarquent passagers sur les vaisseaux de fleurs; et

la colonie, dèployant au vent ses voiles d'or, va aborder endormie dans

quelque anse retirèe du fleuve....»

Qui ogni senso di gonfiezza e prolissità vien meno; esse si tirano in

disparte e lasciano luogo ad una rigorosa e sapiente economia di frasi,

ognuna delle quali ha un valore netto e forte, non solo per sè stessa,

ma anche, e più, per la gradazione mirabile nella composizione del

tutto. Son tanti colpi di pennello guidati, non solo dal gusto del

colore, ma anche, e più, da un senso correttissimo della prospettiva

aerea.

*

* *

Talvolta lo scrittore (potrei dire il pittore) sente che le grandi linee

non bastano per rendere la poesia di quegli orizzonti senza confini, di

quelle vegetazioni colossali, di quelle interminabili gamme di suoni e

di colori; e allora egli trova nel vero l'episodio breve,

caratteristico, potente, che anima in un attimo tutta la scena, come una

macchietta i dirupi di Salvator Rosa, e in cui pare che tutta la vita

del paesaggio palpiti, si condensi, si riassuma. «...On voit dans ces

prairies sans bornes errer à l'aventure des troupeaux de trois ou quatre

mille buffles sauvages. Quelquefois un bison chargè d'annèes, fendant

les flots à la nage, se vient coucher parmi des hautes herbes, dans une

ile da Meschacèbè. A son front ornè de deux croissants à sa barbe

antique et limoneuse vous le prendriez pour le Dieu du fleuve, qui jette

un oeil satisfait sur la grandeur de ses ondes et la sauvage abondance

de ses rives...

«...De l'extremitè des avenues on aperçoit des ours enivrès de raisins,

qui chancellent sur les branches des ormeaux; des cariboux se baignent

dant un lac... des colibris ètincellent sur le jasmin des Florides, et

des serpents oiseleurs sifflent suspendus aux dômes des bois en s'y

balançant comme des lianes...»

Si potrebbero citare, e credo con gusto squisito di chi legge, delle

lunghe pagine maravigliose. Chi ha mai descritto meglio la terribilità

di un uragano, squassante e ruinante traverso le foreste della Luigiana?

Chi gli incanti e la tenerezza melanconica d'un plenilunio sul silenzio

verde d'una interminabile _savana?_

*

* *

Il dramma umano, lo ripeto, riesce in questo racconto soprafatto dalle

bellezze del paesaggio. Come è prolisso predicatore e fiacco ragionatore

quel buon padre Aubry! Leggete il lungo discorso nel quale, dinanzi alla

triste solennità della morte, cerca di persuadere ai fidanzati la

rassegnazione e il distacco da tutte le cose terrene. Può darsi

benissimo che il Manzoni se lo sia ricordato mentre metteva in bocca a

fra Cristoforo quelle ultime sue parole di ammonimento e di congedo a

Renzo e Lucia sulla soglia del Lazzaretto; ma che divario tra

l'eloquenza del cappuccino lombardo e quella del missionario francese!

Fra Cristoforo tocca della fugacità dell'amore con una delicatezza di

pessimismo cristiano, ineffabile; il padre Aubry prepara frasi ed enfasi

al futuro predicozzo del padre d'Armando nella _Dame aux camèlias._

Dei tre caratteri il meglio scolpito è quello di Ciactas. Questo

selvaggio che i casi della vita hanno portato in Europa; che ha visto

Versailles e Luigi XIV; che ha assistito alle tragedie di Racine; che ha

ascoltato le orazioni funebri di Bossuet, ma serba invincibile la

nostalgia delle sue foreste, e riprende la vita nomade e si mantiene

indiano e pagano fino alla cieca decrepitezza, parmi che mostri

nell'artefice che l'ha ideato e messo in azione, una facoltà addirittura

d'ordine superiore.

Alcuni tratti hanno, direi quasi dello shakespeariano. Attala è presso a

spirare e il prete le sta amministrando i sacramenti. Il giovane

selvaggio guarda muto, accorato e attonito a quegli apparecchi d'una

liturgica misteriosa; ma quando vede splendere le ampolle dell'olio

santo, rompe a un tratto il silenzio: «Mon père, cè remède rendrat-il la

vie à Attala?...»

E anche la povera Attala, se troppo spesso non la possiamo ammirare,

l'amiamo sempre in questo racconto e la ricordiamo con mesta dolcezza.

L'amiamo come un leggiadro e doloroso ideale femminino animante quel

paesaggio meraviglioso.

*

* *

Il suo funerale è una scena d'alta e pietosa poesia, che, una volta

letta, non si dimentica.

«La lune preta son flambeau à cette veillèe funèbre. Elle se leva au

milieu de la nuit, comme une blanche vestale qui vient pleurer sur le

cercueil d'une compagne. Bientôt elle rèpandit dans les bois ce grand

sècret de melancolie qu'elle aime à raconter aux vieux chènes et aux

rivages antiques des mers.» — O Lamartine, che cosa saprai tu dire di

meglio nella sonante melopea delle tue _Meditazioni_?

Mentre il bel corpo d'Attala è ricoperto dalla terra che vi lasciano

cader sopra le mani tremanti di Ciactas, anche il tipo della fanciulla

ci pare che ondeggi, si perda e svapori nel folto delle boscaglie, nel

verde delle praterie. Si lascia dietro un tenue vapore d'incenso; e

segue a suonare per l'aria d'intorno a noi il versetto di Giobbe, che il

vecchio missionario, rimasto solo, ricordando la bella e infelice

indiana, mormorava di notte alla grande foresta:

«Io sono passata come un fiore; io mi sono inaridita come l'erba dei

campi».

Donne e poeti · 第 13 / 21 题