È certamente la figura di letterato più curiosa e più bizzarra in quel
lungo periodo nostro che va dal 1820 al 1870; nè vi ha scrittore che
abbia dato a quel tempo una produzione come la sua multiforme e
complessa, difficile a essere abbracciata in una sintesi e stimata al
suo conveniente valore. Dirò di più: nessun altro scrittore io saprei
trovare da mettere al paio con lui in tutta la nostra storia letteraria.
Per la vita agitata e per il temperamento di polemista irascibile e
perfino accattabrighe, potrebbe richiamare qualche nostro umanista dal
XV e XVI secolo: si è tentati di pensare al Filelfo, al Doni, financo,
per certi particolari, a Pietro Aretino; ma subito si è allontanati dal
confronto, come da una brutta ingiustizia, per la gran distanza che ci
corre nella moralità della vita, la quale, si voglia o no, fu sempre nel
Tommaseo altamente rispettabile e, in certi suoi aspetti e in certi
periodi, eroica.
Una cosa parmi certa: se Nicolò Tommaseo fosse nato francese, tedesco e
magari russo, chi sa quanti volumi si sarebbero stampati intorno a lui
uomo e scrittore! In Italia sono dovuti passare dalla sua morte quasi
trent'anni, prima che ci fosse dato di leggere un libro che tratti di
lui largamente e degnamente[2].
[2] Paolo Prunas. _La Critica, l'Arte e l'Idea sociale di Nicolò
Tommaseo._ Ed. Bernardo Seeber. Firenze.
E anche questo libro par che porti i segni di una paurosa fatalità.
Certa cosa è che il signor Luigi Prunas ha studiato a fondo il suo
autore e che, fatte le debite parti alla critica, lo ammira molto e lo
ama; ma nel l'affermare il suo giudizio procede sempre dubitoso e
circospetto, con temperamenti e cautele infinite; e dopo che s'è deciso
a fare un passo risoluto verso l'elogio, per chi si senta obbligato a
farne un altro verso il biasimo; e anche quando l'opera intellettuale
del Tommaseo gli si mostra evidentemente poderosa e la sua vita fuor
d'ogni contrasto ammirevole, anche allora il suo biografo pare occupato
a mettere dei sordini sulle corde che dovrebbe vibrare, senza ritegni, a
onore e a gloria di lui. Si direbbe che, scrivendo del fiero dalmato,
egli abbia sempre avuto dinanzi alla mente lo stuolo de' suoi più
terribili avversari. Forse la parrucca arruffata di Pietro Giordani,
forse il cipiglio di Niccolini e di Cattaneo?... Oppure che egli abbia
temuto di risvegliare le ire antiche su quel povero vecchio capo, che
dalla lunga vita travagliosa solamente potè riposare nel piccolo
cimitero di Settignano?...
*
* *
Certo, il Tommaseo non fu amato dai suoi contemporanei. Qualche
bell'anima giovanile, come Alessandro Poerio, potè esaltarsi di lui; ma
intorno gli si mantenne sempre un ferreo cerchio diantipatie e
diffidenze, di rancori più o meno simulati, di odi continuati e
implacabili anche dopo la sua morte. Le ragioni di ciò ho volute
indagarle più volte anch'io, che verso l'uomo e verso lo scrittore mi
sentivo invece sospinto da moti di curiosità affettuosa e da ammirazione
profonda, maturata nello studio della sua vita e degli scritti.
Al tempo della prima _Antologia_, uno dei frequentatori del gabinetto
Viesseux lo aveva chiamato «l'onágro». Il sopranome parve calzante ed
ebbe fortuna. E veramente poteva parere che ci fosse qualche cosa
dell'asino selvatico in questo dalmata permaloso, scontroso, iracondo,
violento, che durò per cinquant'anni a correre attraverso il campo
letterario, nei giornali, nei libri, nei discorsi e nelle lettere
private — talvolta anche senza scuse di provocazione alcuna — buttandosi
addosso a questo e a quello. E talvolta erano nerbate che levavano le
berze, talvolta punture che trapassavano le ossa.
Eccettuati, a mala pena, il Manzoni, il Capponi e il Rosmani, chi
risparmiò egli dei nostri letterati e uomini pubblici? Ugo Foscolo non
si salvò nemmeno con l'esiglio doloroso. Il pertinace avversario aveva
confessato di voler «fare il processo» a tutta la sua vita; e fin oltre
la vita egli prosseguì il suo disegno con la oculata costanza di un
inquisitore spagnuolo e con la inesorabilità di un pedante italiano.
Tutto gli pareva buono da scaraventare sul capo nemico: accuse grosse e
minuscole: offese gravi alla onorabilità della vita e modi orgogliosi
nelle relazioni sociali e ricercatezze nel vestire; il falsato ideale
della lirica paganeggiante e una svista di prosodia latina...
Ugo Foscolo fu splendidamente vendicato da un'articolo di Giuseppe
Mazzini, che anche all'onágro dovette passare la prima pelle. Disse in
fatti di voler rispondere _a quel povero Mazzini_; ma poi non ne fece
nulla, a quanto io ricordo.
Prosseguì invece per la sua strada senza ritegni e senza riguardi, nè
anche alle proprie contradizioni. Il Giordani, il Niccolini, il
Montanelli, il Carrer, il Guerrazzi, Massimo D'Azeglio, re Carlo
Alberto, Camillo Cavour (la lista potrebbe facilmente continuare)
l'ebbero un dopo l'altro, e tutti insieme, assalitore mordacissimo. Di
Giuseppe Giusti, appena morto, non dubitò di scrivere chiamandolo «gamba
di coniglio, cuore di gatto, Stenterello in mutande di Dante». Il
critico francese Planche riceveva dall'italiano una bella lezione di
temperanza! — Col Leopardi passò assolutamente ogni misura nello
acerbità della critica al prosatore e al lirico grande, scordandosi che
da quella «poesia dell'_imperocchè_» egli aveva pur cavato delle belle
immagini e portati via di peso parecchi versi; e neppure si guardò
dall'offendere l'uomo infelicissimo, con epigrammi volgarmente
crudeli... Quando poi si accorgeva che Giacomo Leopardi era veramente
una negazione troppo grossa di mandare giù in un boccone, allora faceva
di peggio; e tirava fuori quella sua prosa di critico capzioso e
sottile, in cui il sostantivo e l'attributo, il verbo e l'avverbio
giocavano tra loro così bene d'altalena, che i lettori arrivavano a non
capire più nulla nè del biasimo nè della lode. E in questo il Tommaseo
fu maestro, pur troppo, assai immitato!
*
* *
Chi volesse difenderlo di tutto questo farebbe opera insana, andando
contro la pia intenzione dello stesso colpevole, che più volte confessò
e pregò di essere perdonato.
Il Prunas cerca le cause: e le trova specialmente nello spirito di
contradizione che fu nel Tommaseo operosissimo; e nel grande suo fervore
religioso, che gli faceva riguardare come nemico del genere umano
chiunque si adoprasse a togliergli o a scemargli il conforto della fede
in una vita meno grama di questa. È vero infatti che quando nelle
polemiche il Tommaseo accenna a dispareri in materia di fede, il suo
linguaggio diviene facilmente concitato; e anche tra le frasi amorevoli
par di sentirvi un tremito d'ira contenuta. Alessandro D'Ancona mi
diceva, scherzando, intorno al 1865: — Se il Tommaseo fosse meno pio e
meno cieco, chi sa quanti di noi piglierebbe a calci! — Certamente nella
sua religiosità egli teneva di Tertulliano e di Calvino piuttosto che di
Francesco di Sales e di Fenelon; e resterà sempre significante il fatto
che solamente ad uomini coi quali sentiva intero l'accordo in materia di
fede (Manzoni, Capponi, Rosmini) egli diede intera la sua amicizia.
Io però sono convinto che a quella facile irritabilità e a quei
frequenti, dissidi un'altra causa debba ricercarsi meno personale
insieme e più profonda: una di quelle cause che, perdendosi nei misteri
della psicologia, bisogna contentarsi d'intravedere o di sentire
vagamente. In una lettera a Giorgio Sand, dandole conto di sè, il
Tommaseo parla della sua madre italiana, della lingua italiana che è la
sua, dell'Italia che adora e della vita tristissima che mena lontano da
lei. E scrive due volte, come in malinconico ritornello: _Mais se ne
suis pes ne' en Italie!_
Forse l'uomo di Sabenico, insistendo su quelle parole, intuiva la
fatalità di una legge atavica che doveva incombere su tutta la sua vita;
e se noi potessimo penetrare tanto addentro, forse troveremmo in quel
suo sangue misto la prima cagione di quella indole sua come turbata da
uno squilibrio saltuario; forse ci spiegheremmo ancora quel non so che
di rotto, di frammentario di eterogeneo, che si sente in tanti suoi
lavori, compreso alcuni di quelli che ei volle più armonici e più
compiuti; e quell'umor suo così rubesto e difficile, sempre pronto ad
alterarsi e a muovere in guerra, anche quando le sue labbra parlavano
d'amore e di pace. Le labbra erano certo sincere, ma esprimevano una
fraternità forse più voluta che rispondente ai segreti istinti delle
origini, nei quali un vero dualismo di razza sempre permaneva; e non
c'era saldatura, per quanto ben martellata, che arrivasse del tutto a
sopprimerlo. Curiosi fenomeni! Alcune fiere affermazioni dogmatiche,
alcune intolleranze, alcuni dispregi per la nostra civiltà che io
leggevo trent'anni addietro nei libri del Tommaseo, m'è parso di
risentirli, sulla stessa intonazione, leggendo gli ultimi libri di Leone
Tolstoi.
Io vedo insomma un lampeggiamento, o se meglio piaccia, un vago
annebbiamento di anima slava su tutta quella fioritura italica dallo
scrittore dalmata.
*
* *
E questo aiuta a spiegare molte cose: tutta quella sua tenerezza
mistica, tutta quella sua sottomissione religiosa unite a così frequenti
ardori di intellettuali e morali ribellioni; quel grande amore
all'Italia e alle sue tradizioni e quel desiderio, in tutto, di forme
nuove e diverse, quasi istinto nostalgico verso una vita diversa altrove
vissuta. Questo aiuta sopratutto a definire tutto il carattere singolare
e solitario del Tommaseo come artista italiano.
Come artista, fu combattuto, deriso e gettato nel dimenticatorio; tanto
che un bravo giovane solo adesso si arrischia a trarlo fuori e non senza
aver l'aria di chiederne scusa; e si contenta che, in grazia, sia
riconosciuto come «immitatore ingegnoso» o come «iniziatore modesto» là
dove l'opera del Tommaseo meritava ben altra lode.
Ora sarebbe tempo, per noi, di fare un bilancio onesto; e spero che
qualcuno presto lo farà.
Nella sua prosa narrativa, per esempio, tra pagine veramente stupende,
non manca la zavorra. Buttiamola pure in mare; e ci vada anche, con la
sua malvagia corte quel _Duca d'Atene_ che egli scrisse nel 1837,
quantunque immune di false immitazioni manzoniane, fra tanto contagio di
immitatori.
Egli aveva scritto nel 1838 e trovò un editore che gli stampò a Venezia,
nel 1840, un breve romanzo di vita contemporanea e di intonazione
schiettamente moderna, salvo qualche arcaismo nella lingua e qualche
toscanesimo ricercato. Era la storia di una bella ragazza italiana,
venuta su orfana e randagia, poi spersa nella gran vita parigina, buona,
debole, insidiata, amorosa e anelante a redimersi per virtù d'amore.
Trova di fatto un giovane italiano, buono e debole anch'esso, il quale,
consapevole di tutto, la sposa; e l'aiuta a vivere pura e a morire
cristianamente. Abbondano nel racconto le scene amorose, non mai
lubriche, ma rese con tocchi sinceri, quindi naturalmente piacevoli...
Bastò perchè anche i nostri lettori del marchese De Sade e gli
ammiratori del Batacchi si levassero contro il romanziere,
scandolezzati!
Fu questo, io credo, un curioso caso di ritorsione (per dirla come i
causidici) e che nella vita reale accade frequentissimo. Raccontate in
società la nuova avventura galante di una persona di mondo; e tutta la
gente bennata si contenterà d'invidiarle e di sorriderne discretamente;
ma se la cosa capita invece ad uomo o donna che professino austerità di
costumi e, Dio guardi, idee e abitudini religiose, allora è un'altra
faccenda; e sorge una gara di maligne meraviglie e di severe condanne.
Questa volta il caso accadeva nel campo dell'arte; e al povero autore,
credente e asceta, nessuna malignità e nessun rimprovero doveva essere
impernato; e fu sentito il bisogno di ricorrere perfino ai grandi motti
di Giovenale per flagellare degnamente una sì grande turpitudine!
Ma il romanzo _Fede e Bellezza_ rimase quello che era: un sincero studio
di passioni e di caratteri, un rispecchiamento, breve ma intenso e
fedele, di vita non immaginaria; e nel suo insieme, per la storia del
romanzo, una anticipazione audace e vittoriosa di una forma appena
albeggiante fuori d'Italia e a noi del tutto ignota.
Adesso parecchie pagine del racconto paiono invecchiate. Ma quanta
umanità in quel piccolo libro e che fonte di calde emozioni e che aroma
di sottile poesia nelle descrizioni di quei luoghi ricordati o abitati,
da quelle acque navigate e da quelle riviere e dalle memorie e dai
pensieri scritti, ove l'anima lasci una parte di sè, e dai dialoghi
improvvisi, ove l'anima improvvisamente si denudò, dall'amore, dal
dolore, dalla morte!
Certo molte cose noi abbiamo letto di Parigi. Emilio Zola ne' suoi
romanzi ce lo ha descritto nei mille suoi aspetti e movimenti; e da
ultimo gli ha dedicato un volume intero; ma quella grande e paurosa
immagine della Babilonia moderna che ci lasciarono poche pagine di _Fede
e Bellezza_ è rimasta dentro di noi incancellabile. Leggete per esempio
la corsa notturna di Maria e Giovanni attraverso la grande città, di
notte, sotto una pioggia invernale.
*
* *
Del resto, in tutti gli scritti del Tommaseo, anche in quelli
d'argomento più arido, guizza sempre qua e là uno spirito di poesia; ed
egli un giorno confidava a Gino Capponi che non riusciva a precisar bene
il limite che separa poesia da prosa. In questa confessione è tutto lo
scrittore.
Ma per giudicare il poeta bisogna cercarlo nel volume delle sue liriche.
Il Prunas merita una lode speciale per il bel capitolo che gli ha
dedicato. Qui sopratutto il Tommaseo si manifesta originale e novatore.
Per poco che il lettore stia attento, scuopre con sua lieta sorpresa che
questo «ragusèo» non creduto degno d'essere accolto nella schiera dei
sacri poeti italici, tra il 1830 e il 1840, cercava e tentava e trovava,
nei temi e nei metri, nelle comprensioni ideali e nelle forme
rappresentative, molte cose che furono poi cercate, tentate e trovate,
magari con maggior merito e certo con miglior fortuna, cinquant'anni
dopo.
Pel Tommaseo la poesia aveva veramente ufficio sacro. Era potenza di
visioni e di emozioni che dovrebbero penetrar tutta la psiche umana
rispecchiando tutte le forme della natura e dello spirito, della scienza
e della storia. Penetrarle quindi e illuminarle; e i suoi confini
dovevano ancora allargarsi coraggiosamente per tutto il mondo umano e
sopra umano. In questo, l'audace sua fantasia poteva dare dei punti agli
ultimi poeti forestieri e nostrani, cercatori infaticabili di forme
nuove.
Malgrado ciò, il volume delle liriche, edito dal Lemonnier, è ancora per
il maggior numero degli italiani colti come un bel cofano prezioso e non
esplorato. Qualcuno vi mise le mani con profitto; Gabriele d'Annunzio,
per esempio, attratto certo dalla singolare modernità dello spirito e
delle forme. Ma è da far noto che sieno più lette in seguito. Gioverebbe
senza dubbio che un uomo di buon gusto e di libero giudizio facesse una
cerna ingegnosa nel grosso e denso volume, togliendo dall'albero i rami
secchi. Allora, io credo, molti domanderanno come mai, accanto a tanti
versi mediocri mantenutisi in fama, questi potessero rimanere così
negletti e dimenticati; e anche la ricerca delle cause di tal fatto
potrà essere fruttuosa per la critica dell'arte e per la vita del nostro
paese.
Non altrimenti gli inglesi ritornarono, dopo mezzo secolo e con l'animo
più intento, alla lettura e allo studio di Perus Shelley; e si accorsero
d'aver lasciato passare, quasi inavvertito, un poeta vero, un poeta per
diritto divino.