Come mai la dolce figliuola di Barbanzio potè innamorarsi del Moro, e
fuggiarsi in casa da lui?
Il vecchio senatore, che avea votata forse una legge d'allora: _Dei
Malefitii et Herbarii_, urlava sulla strada che il Moro gli avea
pervertita la figlia col mezzo di un empio filtro. — Era altrimenti
possibile che una giovinetta così timida, così modesta, che «arrossiva
d'ogni suo movimento e si turbava al suono della propria voce,»
lasciasse la casa paterna, e andasse a buttarsi, svergognata, fra le
braccia di un uomo? Succhi malefici, arti d'inferno! Altro modo di
seduzione non era possibile supporre, per San Marco! Bastava guardare la
faccia del Moro...
A questo colore della faccia d'Othello s'appigliava invece con
sottilissimo accorgimento l'onesto Jago: — Badasse il marito: quella
giovane veneziana, cresciuta fra le più raffinate delicatezze, aveva
scelto per l'appunto lui in mezzo a tanti bei giovani del proprio
colore... lui dal volto nero, dai capelli crespi, dagli occhi
corruscanti e dalle labbra tumide. Non sarebbe per avventura indizio
questo di una qualche occulta perversità del sangue, incitante a gusti
morbosi? Di una propensione inconscia «ad uscire dalla traccia segnata
da natura» ad appetire lo strano, e quindi a svogliarsene rapidamente
dopo il possesso?... Badi il marito; e che dalla gelosia lo scampi il
cielo! —
Così il nobile Moro fu legato per sempre «alla ruota del tormento».
Eppure, dell'innamoramento di Desdemona egli aveva trovata una ragione
molto semplice, sulla quale la sua franca anima di soldato e di barbaro
dolcemente s'adagiava.
— Essa aveva occhi per vedere e scelse me. Il padre, che mi amava, mi
richiedeva spesso, in casa sua, del racconto della mia vita. La bella
Desdemona non batteva palpebra ascoltandomi; e per gli orecchi e per gli
occhi le entrò a poco a poco l'amore; un amore nato da meraviglia per i
tanti casi da me trascorsi, nato da pietà per i miei molti affanni
sofferti. Ecco il filtro, o Barbanzio, e le mie arti infernali. —
Il doge e i senatori ascoltavano nella notte la dolce eloquenza del
Moro, assentendo in silenzio.
Ma nella terribile scena V dell'atto III, dove, ad ogni gesto di Jago,
par di vedere un'aspide guizzare dalle sue mani e avventarsi di celato
al petto d'Othello, il principale argomento della sua fede ecco che
viene abilmente eliminato. Quando Jago se ne va, Othello rimane cupo e
cogitabondo, col suo nero volto dinanzi alla fantasia... il suo nero
volto in cui gli anni cominciano a mettere delle rughe!
La disgrazia del Moro fu di non aver mai conosciuta «la prima radice»
della passione di Desdemona per lui. Le guerre, i viaggi, i mali
sofferti furono solo la cornice, che egli scambiò col quadro. Mancavano
forse in Venezia, la città di Enrico Dandolo e di Marco Polo, uomini
forti e audaci, dalla vita poeticamente avventurosa e per giunta belli e
di bianco colore?
In questa concorrenza Othello sarebbe rimasto facilmente sconfitto, chè
la lotta era ad armi troppo disuguali per lui. Ma altra fu la ragione
occulta dell'amore.
*
* *
Quasi tutte le donne di Shakespeare amano e muoiono, ubbidendo ad un
istinto _ideale_, anzi ad una idea, nel senso che lo Schopenhauer dà a
questa parola. L'amore, ministro infaticabile della Volontà, distrugge
le differenze e gli ostacoli, convertendoli in tramiti d'unione feconda
e fatale. Giulietta ama un nemico, Ofelia ama un principe e un pazzo,
Desdemona subisce in Othello l'infinito prestigio dello «straniero» e si
dà a lui con tanto maggiore abbandono quanto più forti sono gli ostacoli
che la patria, la razza e il colore mettono fra loro due.
Allorchè Othello, dopo essersi difeso dinanzi al Doge e ai senatori,
invoca le testimonianze di lei, essa ricorda al padre i suoi doveri di
figlia obbediente, ma solo per concludere: — Ecco il mio sposo, il mio
signore! — E domanda in grazia al capo della repubblica di potersi
esporre in compagnia del Moro ai rischi del mare e della guerra. Non ha
essa cominciato ad amarlo mentre i suoi racconti glielo dipingevano in
mezzo a quei rischi, variamente sbalestrato dalla fortuna? Lo spirito
della giovane donna anela a vivere per davvero in quel mondo esotico e
fantastico, come un poema orientale, che il volto e le parole dello
straniero hanno saputo così bene suscitare dentro di lei.
Indarno il vecchio Barbanzio lancia un ultimo avvertimento, che suona
tetro come una profezia di sventura. Othello è pieno di fede. Desdemona
nel fondo della sua anima non ascolta più altro linguaggio che quello
antichissimo dell'amore «peregrino» che è stato causa di tante
emigrazioni e di tante fughe...
*
* *
Nella eterna leggenda dell'amore e nel regno della poesia, Desdemona e
Othello hanno antenati famosi. Non poteva essere altrimenti. Lo
«straniero» ebbe in ogni tempo, sopra i sensi della donna, lo ascendente
fortissimo del nuovo, dell'imprevisto, dello sconosciuto e del vago.
Un giovane è sceso nel porto, è entrato nella città: — Chi è egli? donde
viene? dove va? — E l'occhio femminile si attacca curiosamente alla sua
fisonomia. Vi studia l'indole, le passioni, i casi del passato, i
propositi dell'avvenire; scruta, indaga, indovina. Fantastica: come deve
essere bello e generoso avvincere il proprio destino al destino di
quest'uomo! Ed ama. Romeo e Tancredi hanno bisogno d'esser belli per
vincere l'avversione ereditaria di famiglie e di genti in guerra. Lo
«straniero» nel senso antico e leggendario della parola, è quasi
scomparso; il fascino del nuovo e dell'ignoto ora non circonda quasi più
la figura d'un uomo che ci arriva da spiaggie lontane. «Se avviene
(scrive il Thechery) che un italiano o uno spagnuolo o un russo produca,
con la sua aria esotica, una impressione pericolosa sulle signore di un
salotto di Londra, il rimedio non è difficile. Fate in modo che cinque o
sei individui dello stesso paese vi sieno presentati. In poche sere
l'equilibrio sarà ristabilito».
Ricordate l'episodio di Rebecca, sul tramonto, vicino alle porte di
Nachor? E l'episodio omerico di Nausicaa nella lieta isola dei Feaci? La
figlia d'Alcinoo re accoglie Ulisse naufrago e nudo sulla spiaggia, lo
rincora, lo veste e lo conduce sul suo cocchio al padre. Mentre sferza
le rapide mule, essa si augura in segreto che quello «straniero» sia lo
sposo destinatole dagli Dei. Lontanissimi orizzonti dell'amore umano!
*
* *
Una più intima somiglianza, quasi di sorelle, è invece — chi lo
crederebbe a prima vista? — tra la Desdemona del poeta inglese e la
Medea di Apollonio da Rodi.
È sempre in giuoco, lo stesso incantesimo. Giasone tocca i lidi della
Colchide, entra nella reggia di Eeteo, narra le vicende del suo viaggio;
e Medea bellissima figlia del re, la vergine sacerdotessa di Écate,
fredda e sorda fino a quel giorno ad ogni proposta di amore e di nozze,
si sente a un tratto avvolta da una vampa di passione. Che le gioverà
l'essere maestra di filtri e di sortilegi? Il colpo è stato fulmineo e
immedicabile la ferita. — Giasone si alzò dal suo scanno (è il poeta
greco che narra) e s'incamminò fuori del palazzo... La giovinetta lo
seguitava, spingendo gli sguardi obliqui attraverso il suo velo, col
cuore sempre più soggiogato.... Ritirata nelle sue stanze, ella rivolge
in se stessa tutti quei dolci pensieri con cui l'amore commuove
un'anima. Ogni cosa è ancora chiaramente davanti ai suoi occhi: vede la
figura di Giasone e il manto di cui si cuopre e ricorda tutte le sue
parole; ricorda l'elegante contegno col quale sedeva e la sua nobile
andatura mentre usciva dal palazzo. _Intanto la sua anima, dolorando, le
ripeteva che nessun altro uomo era simile a lui._ —
Questa delicatezza d'analisi e questo caldo soffio di passione, dalla
Grecia decadente passeranno presto nel mondo latino e diventeranno
poesia perfetta nel quarto libro dell'_Eneide_.
— O Anna, sorella Anna, chi è mai questo «straniero» venutoci dal mare?
Come è nobile il suo aspetto! Come grandi le sue gesta e pietose le
sventure che egli ci ha raccontate! —
E il debole petto femminile anche una volta sarà espugnato
dall'incantesimo irresistibile; e dopo il delirio beato e breve,
verranno per la donna l'abbandono, la disperazione e la morte.
Poichè bisogna pur confessarlo: nelle epopee e nei drammi lo «straniero»
rappresenta assai spesso l'egoismo mascolino, che raccoglie passando i
fiori e poi li getta e li dimentica... Lo straniero cammina dinanzi a
sè; e la mèta dell'uomo, pur troppo, è posta al di là dell'amore! Bacco,
Giasone, Ulisse, Enea, procedono alla loro mèta fatale, e lasciano le
donne a piangerli dal lido o a maledirli dal rogo.
La dolce Desdemona, non solamente paga intero il suo tributo a questa
idealità imperiosa e spietata, ma ne resta come tutta assorbita ed
annichilita. È la nota più singolare di questa singolarissima creazione
dello Shakespeare.
Dove sono la mente e la volontà di Desdemona? Essa certo le ha possedute
e ha mostrato di saperle adoperare assai bene, fino al limitare del
dramma.
*
* *
Dopo, tutto cangia. La sua volontà pare che svapori e si perda in quella
del Moro, il quale non solamente la domina con la volontà propria, ma la
sostiene e la volta qua e là, su e giù, come una piuma a mezz'aria col
soffio. Mai una resistenza nè un principio di reazione anteriore! S'egli
la percuote brutalmente dinanzi ai gentiluomini veneziani, appena
s'arrischia di piangere e subito dopo è rabbonita: quando egli le
annunzia che l'ucciderà, si contenta di chiedere la vita anche per una
mezz'ora. Othello è in tutto e per tutto «il suo signore».
Anche la mente della donna sembra discesa, a forza di rimanere immota in
un pensiero unico, allo stato di una ingenuità troppo elementare: —
Credi tu, Emilia, che vi sieno al mondo delle donne capaci d'ingannare
il marito?.. — È insomma scomparso affatto quel caldo e vivace
temperamento, che noi travediamo in principio, di una giovane veneziana,
cresciuta nel lusso e nelle eleganze del Rinascimento, amante della
danza e della musica, passionata nell'amore fino a fuggire dalla casa
paterna. Tutto questo ha l'aria di sciogliersi e degenerare in qualche
cosa di troppo lontano e troppo diverso. «Fredda, fredda come la tua
onestà!» geme disperato il Moro, abbracciando il suo bel corpo
inanimato; e in quel grido ci sembra di cogliere la sintesi del suo
carattere trasformato.
Ebbene no: Shakespeare nella giovane sposa di Othello ha vagheggiato un
tipo di delicata perfezione morale ed estetica e lo ha perfettamente
raggiunto.
Desdemona è il tipo delle donne che amano fino alla devozione, non solo,
ma fino alla perfetta abdicazione di sè. La remissione dello spirito e
la rinuncia del volere, che altre donne ottengono per mezzo della pietà
mistica, essa la raggiunse nell'amore, che è in lei monomania profonda e
idolatria serena. Il lato strano ed eteroclito della sua passione per il
Moro, in cui la infernale malvagità di Jago volle far sospettare «un
traviamento del senso», era invece una schietta emancipazione da ogni
sua tirannia. La giovane nel primo atto ha potuto dire al Doge e ai
Senatori: «Guardando Othello io non vidi che la sua anima:» e muore non
credendo nemmeno alla possibilità della colpa di cui è creduta rea.
E Shakespeare come l'ama questo fantasma così puro della sua mente! E
come con tocchi di dolcezza ineffabile par che si studi a compensare
questo carattere di tutto quello che esso gli toglie di vivo e d'umano
agli occhi dei volgari! Le frasi piene di poesia, di tenerezza e
d'ambascia desolata che il poeta fa pronunziare sommessamente a Othello
accanto al letto di lei prima di svegliarla, poi ruggire sopra di lei
dopo che l'ha soffocata, danno l'idea del bisso, degli aromi e dei
balsami preziosi in cui un padre, nei tempi antichi, avrebbe composto
nel sepolcro il corpo di una carissima figliuola.
In questa parte del tragico episodio, Shakespeare è veramente «il vate
dalla lingua di miele» come lo chiamavano i vecchi poeti inglesi suoi
contemporanei: _Sweet Shakespeare_!
Miranda e Titania ci fanno sognare: Giulietta, Ofelia, Cleopatra sono
amate da noi. Si può amare perfino lady Macbeth, se pur dobbiamo credere
a certi poeti della scuola del Baudelaire. Desdemona inspira un divino
sentimento di pietà; come sua sorella Cordelia, come l'Antigone greca.
Nel teatro di Shakespeare, a somiglianza del teatro antico, dietro il
fato che trascina alle orrende catastrofi, si appiatta sempre una Erinni
vendicatrice. Essa risale spesso alle colpe dei padri; ma attua,
comunque, una mistica legge di espiazione; e indi il terrore, che si
leva dal dramma, afferma, comunque, questa mistica legge e avvolge in
una nube fredda e sanguigna l'anima degli spettatori. Il vecchio Lear ha
commessa una stolta ingiustizia come padre e come re: Amleto fu spietato
con la madre, leggero e forse sacrilego verso il confidente amore di
Ofelia, a cui, per giunta, uccise il padre.
Invece nel dramma d'Othello noi cerchiamo invano la colpa. In che hanno
peccato, il Moro così nobile e così leale, Desdemona così amante e così
pura?
Dopo che la donna è spirata e Othello s'è tagliata la gola; dopo che
Cassio e Graziano e Montano e Lodovico e Rodrigo hanno abbandonata
quella stanza, ove non rimangono che due cadaveri — una salma bianca
«come l'alabastro della tomba» e un corpo nero tutto lordo di sangue —
la mente impaurita continua ancora a contemplare la scena e non cessa
dal chiedere: ma perchè?...
Ah povero, povero Moro, tu sei troppo da compiangere, perchè il tuo
delitto ti perseguita anche al di là del sepolcro! Pochi istanti prima
di morire, hai pensato all'orrore che proverà il tuo spirito
incontrandosi con quello della tua donna, _che non sapesti amare_....
Lei almeno consoleranno l'apoteosi della pietà umana e il compianto
immortale. Se crescono i salici lungo i fiumi dell'Eliso, essa, anima
solitaria, vi canterà la sua canzone melanconica e dolce; e, indarno,
dal virgiliano bosco dei mirti, le anime di Saffo e di Fedra, di Isolda
e di Francesca da Rimini la inviteranno ad unirsi a loro, per narrarle i
terrori e le gioie degli amori colpevoli...