Sotto vidimi il Papa venir con l'Imperatore
L'uno all'altro impalmati; ed oh me misera,
In suo giudicio Dio non volle che io ruinassi
Su Carlo quinto e su Clemente settimo!
*
* *
All'ode _Miramar_ corrono subito, in questi giorni, gli occhi di quelli
che prendono in mano la prima volta il volume, tanto è la curiosità e
l'aspettazione della sua eccellenza, propagata da quelli che già la
conoscono. Una somiglianza classica s'impone subito con la quindicesima
del libro primo delle odi d'Orazio (_Pastor cum traheret_...) Allo
spunto della profezia di Proteo: _Mala ducis avi dumum!_... fa riscontro
evidente lo spunto della triste nenia fatidica che viene sul mare dalla
triste punta di Salvore:
— Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro.
Figlio d'Ausburgo, la fatal _Novara_...
Alla efficacia della lirica oraziana giova molto la brevità della
pròtasi; e quel subito irrompere del tragico vaticinio nel gran silenzio
dei venti e dei flutti. Il Carducci invece, ragionevolmente obbligato
dal soggetto, si indugia alquanto a descrivere la marina dintorno e
l'interno del castello. A questo preambolo felicissimo il poeta ha dato
alcune delle migliori strofe saffiche, che sieno uscite, io credo, dalla
sua penna:
O Miramare, a le tue bianche torri
Attediate per lo ciel piovorno
Fosche con volo di sinistri augelli
Vengon le nubi.
O Miramare, contro i tuoi graniti
Grige dal torvo pelago salendo
Con un rimbrotto d'anime crucciose
Battono l'onde.
Meste ne l'ombra de le nubi a' golfi
Stanno guardando le città turrite,
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo
Gemme del mare.
. . . . . . . . . . . . .
E tona il cielo a Nebresina lungo
La ferrugigna costa, e di baleni
Trieste in fondo coronata il capo
Leva tra il nembo.
Deh come tutto sorridea quel dolce
Mattin d'aprile, quando usciva il biondo
Imperatore, con la bella donna
A navigare!
Ma come gli sposi hanno abbandonato il castello, «nido d'amore costruito
invano», principiano i terribili auguri. L'Erinni è salita coi due sulla
nave e spiega essa la vela. La Sfinge, tramutando sembiante, si rizza
dinanzi alla Imperatrice col viso di Giovanna la Pazza... È una
evocazione subitanea che mette i brividi, pensando al somigliante
destino che attende la infelice Carlotta; tanto che ne rimane come
illanguidito l'effetto della strofa seguente, che evoca il teschio mozzo
di Maria Antonietta e l'irta faccia gialla del Montezuma. Non era
bastantemente effigiata e riassunta nella demenza della povera donna
tutta quanta la tragedia di Queretaro? La lirica è tanto più potente
quanto meglio allaccia in una sola immagine le immagini circostanti.
Poi viene l'invito di Huitzilopotli, il dio messicano, che di sotto alla
sua piramide, nella tenebra tropicale, navigando con lo sguardo il
pelago e fissando la preda, grida all'infelice Imperatore: Vieni! —
Qualcuno vuole far colpa al poeta per questo intervento di mitologia
messicana. O perchè, domando io? Non è per vano sfoggio di miti esotici
che il nume carnivoro entra in campo. Qui Huitzilopotli è al suo posto:
difensore e vendicatore de' suoi nel rappresentante della razza bianca.
Il Carducci lo introduce nella sua ode con la stessa legittimità e
opportunità fantastiche con la quale il Camoens introdusse Adamastor
contro la impresa dei Lusitani. Si potrà, tutt'al più, giudicare
alquanto studiato e artificioso il legame che lontanamente unisce le
ferocie dei soldati spagnuoli alla espiazione compientesi in un povero
figliuolo cadetto della famiglia degli Ausburgo; e per questo, io ne
convengo, la invitazione del nume dell'antico Messico non possiede a
lunga pezza la perspicuità ideale e la equa rispondenza vendicatrice,
che è nella profezia del Nereo oraziano contro lo sleale figlio di
Priamo. Ma o io ho perduto affatto ogni senso di bellezza poetica, o
nessuno può ammettere ragionevolmente in dubbio la terribilità e
l'efficacia fulminea, delle tre strofe con cui l'ode si chiude:
Quant'è che aspetto! La ferocia bianca
Strussemi il regno ed i miei templi infranse:
Vieni, devota vittima, o nepote
Di Carlo quinto.
Non io gl'infami avoli tuoi di tabe
Marcenti o arsi di regal furore;
Te io voleva, io colgo te, rinato
Fiore d'Ausburgo;
E a la grand'alma di Guatimozino
Regnante sotto il padiglion del sole
Ti mando inferia, o puro, o forte, o bello
Massimiliano.
Qui la umana pietà si mesce senza sforzo e nobilmente, al tragico
terrore, come già vollero i greci. Virile, moderna, alta poesia insomma,
della quale l'Italia ha ragione di compiacersi.
Negli esametri e nei pentametri latini, che alcuni poeti nostri del
secolo decimosesto avevano rimesso mediocremente in onore, Giosuè
Carducci è riuscito a imprimere una armonia varia, snella, disinvolta e
potente che dà loro un diritto di durevole cittadinanza fra i versi
moderni. Su questo, il volume delle _Terze Odi Barbare_ dee levare gli
ultimi dubbi. Non è una esumazione ma una vera palingenesi. Nei distici
di _Mors difterica_ poteva credersi che il Carducci avesse fatto
l'ultima prova della tecnica sua; invece nell'ode: _Roma_ parmi che egli
sia pervenuto ad una più compiuta eccellenza:
Monti d'Alba, cantate sorridenti l'epitalamio;
Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;
Mentr'io da 'l Gianicolo ammiro l'imagin de l'Urbe,
Nave immensa lanciata ver' l'impero del mondo.
O nave che attingi con la poppa l'alto infinito,
Varca a' misterïosi lidi l'anima mia.
Ne' crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti
Tranquillamente lunghi su la Flaminia via,
L'ora suprema calando con tacita ala mi sfiori
La fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;
Passi a i concilii de l'ombre, rivegga li spiriti magni
Dei padri conversanti lungh'esso il fiume sacro.
Eccettuati questi distici e il quarto verso nella strofa alcaica, — il
quale non è poi altro che un decassillabo nostro accentato in modo da
ricordare il corrispondente verso antico, — tutte le odi del volume
continuano a porgermi de' bei versi italici con misura e con accenti
come li vuole il nostro orecchio moderno. La strofa della settima ode,
per esempio, che a primo aspetto si presenta quale una completa novità,
ha il primo e il terzo verso formato di un settennario a volta piano e a
volta tronco, unito ad un novenario piano. (_Triste mese di maggio — Che
intorno al bel corpo d'Imelda. Bello di maggio il dì — Ch'io vidi su 'l
ponte di Reno...._) Il secondo e il quarto verso è formato di un
decasillabo sdrucciolo. Se alcune volte il poeta si discosta, come fa
verso la fine dell'ode, da questa regola, (_Sotto vidimi il papa — Venir
con l'imperatore_) ecco che la strofa manda subito all'orecchio un
_hiatus_ o vuoi un'intervallo muto nell'armonia, della cui bontà io oso
dubitare.
Fin qui solamente arriva la grande ignoranza mia; tanto che coloro i
quali, a proposito delle _Terze Odi Barbare_, seguitano ad agitare
vecchi quesiti di metrica e di tonica, mi hanno un po' l'aria di brava
gente che vada in cerca del quinto piede del montone!
*
* *
E proseguendo le note in margine, dirò che le odi: _Roma_, _Su Monte
Mario_, _Davanti al Castel Vecchio di Verona_ e _Da Desenzano_ stampate
di seguito, formano un gruppo dintorno a un punto ideale che le domina.
È il concetto della evanescenza della vita umana comparata agli
spettacoli lieti della natura e ai grandi monumenti della storia. Il
poeta da principio tocca un momento questo concetto come uno dei soliti
richiami alla festività conviviale, secondo la tenue filosofia d'Orazio:
Mescete in vetta al luminoso colle,
Mescete, amici, il biondo vino, e il sole
Vi si rifranga: sorridete, o belle;
Doman morremo.
. . . . . . . . . . . . . .
A me fra il verso che pensoso vola
Venga l'allegra coppa ed il soave
Fior de la rosa che fugace il verno
Consola e muore.
Ma poi subito il tono si eleva: il verso del poeta non è «pensoso» per
nulla. Sentiamo l'anima dell'uomo moderno che si pone dinanzi al nulla
della vita e lo contempla con mestizia serena. Che agile evocazione di
immagini e che ineffabile malinconia musicale nella strofa che segue!
Diman morremo, come ier moriro
Quelli che amammo: via da le memorie.
Via dagli affetti, tenui ombre lievi
Dilegueremo.
Poi la mente del poeta, che dallo spettacolo di Roma contemplato sulla
cima di Monte Mario è tratta al pensiero della nostra caducità, si
innalza e si dilata nella immaginazione della catastrofe universale.
Anche la Terra rallenterà il suo corso «faticoso» dintorno al Sole. Dopo
aver sprigionato col suo calore innumerevoli vite e dolori e glorie
innumerevoli, anch'essa si raffredderà; e verrà un giorno in cui «dietro
i richiami del calor fuggente» l'ultimo uomo e l'ultima donna si
rifugieranno al sommo dell'equatore; e di là con gli occhi vitrei
vedranno tramontare «su l'immane ghiaccia» il Sole, per l'ultima volta.
Con questa visione d'origine byroniana, abilmente condensata e corretta
nelle linee dell'arte classica, il poeta termina questa ode, la quale
senza il freddo artificio della quarta strofa (_Lalage, intatto a
l'odorato bosco..._) sarebbe tutta un capolavoro; veramente mirabile, a
ogni modo, di proporzione, di fusione, di intonazione.
Nella apostrofe che il poeta intuona all'Adige, mentre il fiume,
infilando il ponte scaligero, gli canta sotto la sua «scorrente canzone
al sole» l'ode riprende il pensiero della precedente. Lo riprende, ma lo
tramuta e lo varia per modo, ch'io non so proprio comprendere come
altri, in buona fede, abbia potuto trovare il poeta in colpa di
ripetersi, mentre invece credo che qui si rendano più imperiosamente
degne d'ammirazione la sua arte e la sua vena. In vetta a Monte Mario
sono in tragico contrasto la fuggevolezza della vita umana con la durata
delle forze cosmiche, anch'esse moriture: qui, sulla riva del bel fiume
veronese, è invece il poeta che paragona la nota fuggevole del suo canto
con la voce del fiume perseverante uguale a traverso i secoli, a
traverso tante vicende di popoli e d'imperi. — Quanto tempo è passato
dal dì che Teodorico entrava vittorioso in Verona e la povera plebe
italica, raccolta intorno al suo vescovo, supplicava i Goti mostrando
loro la croce, a questo giorno in cui le bandiere abbrunate, sventolanti
sulle torri e dalle finestre delle case, ricordano l'anniversario
funebre di Vittorio Emanuele!... Tutto passa e si muta; non la voce
immortale del fiume:
Anch'io, bel fiume, canto; e il mio cantico
Nel picciol verso raccoglie i secoli,
E il cuore al pensiero balzando
Segue la strofe che sorge e trema.
Ma la mia strofe vanirà torbida
Ne gli anni: eterno poeta, o Adige,
Tu ancor tra le sparse macerie
Di questi colli turriti, quando
Su le rovine de la basilica
Di Zeno al sole sibili il colubro,
Ancor canterai nel deserto
I tedi insonni dell'infinito.
Ma l'ode: _Da Desenzano_ compie il pensiero solenne e triste del poeta
intorno alla vita, coronandolo d'una luminosa fantasia oltremondana. Già
nell'apostrofe a Roma s'è visto com'egli concluda augurandosi un
tranquillo passaggio «ai concilii de l'ombre» a rivedere gli spiriti
magni dei padri conversanti lungo il sacro fiume. Nei versi a Gino
Rocchi, tutti squisitezza e profumo di eleganze e di ricordi classici,
questa idea ritorna ed è svolta e colorita più precisamente. E non è
senza un vago tremito dell'anima che, un manzoniano impenitente par mio,
vede il poeta di Febo Apolline e di Camesana arrivare al suo bel sogno
classico, passando per lo mezzo al manzoniano ricordo delle monache
longobarde salmodianti nel silenzio notturno di un chiostro e mormoranti
«la requie.... sui giovani pallidi stesi sotto l'asta francica.» Chi non
vede profilarsi sotto la luna il volto bello e doloroso di Edmenegarda?
Chi non ricorda le «vergini indarno fidanzate» e le madri che videro i
pallidi nati trafitti dall'asta nemica, nel coro dell'_Adelchi_? — Ma
quella non è che una sosta fuggevole; il poeta s'affretta verso la
classica visione e attacca immediatamente:
E calerem noi pur giù tra i fantasimi
Cui nè il sol veste di fulgor porpureo
Nè le pie stelle sovra il capo ridono
Nè de la vita il frutto i cuor letifica.
Duci e poeti allor, fronti sideree,
Ne muoveranno incontro e — Di qual secolo
— Domanderanno — di qual triste secolo
A noi veniste, pallida progenie?
A voi tra' cigli torva cura infoscasi
E da l'augusto petto il cuore fumiga.
Noi ne la vita esercitammo il muscolo
E discendemmo grandi ombre tra gl'inferi.
*
* *
Qui l'argomento mi trae a violare l'ordine progressivo che mi ero
prescritto nel parlare delle venti odi. Salto la tredicesima e la
quattordicesima e arrivo all'ode: _Presso l'urna di Percy_ _Bysshe
Shelley_, aggiungendola al gruppo precedente, di cui ella appare come
una conclusione aspettata.
La poetica visione d'oltretomba si dischiude con una parafrasi scultoria
del motto di Federico Schiller: per rivivere nella serena bellezza
dell'arte le cose fa d'uopo che muoiano prima nella realtà:
L'ora presente è invano, non fa che percuotere e fugge:
Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.
..... O strofe, pensier de' miei giovani anni.
Volate omai secure verso gli antichi amori.
Volate pe' cieli, pe' cieli sereni a la bella
Isola risplendente di fantasia ne' mari.
L'ode ci trasporta nell'«isola dei beati», sogno, desiderio, ricerca dei
sofi, dei poeti e dei navigatori dell'antichità. La descrive Pindaro
nella seconda _Olimpiade_ coi tocchi alati della sua lirica sovrana. Tra
i moderni il Tennyson nel più bello, io credo, de' suoi _Miti_ mette la
speranza di questa isola in bocca di Ulisse quando esorta i suoi vecchi
compagni a riprendere con lui la vita errante dei mari: «...Forse noi
toccheremo la felice Isola: forse colà rivedremo il grande Achille, che
noi così bene conoscemmo sovr'altri lidi!» Per altro l'isola beata nella
fantasia del Carducci assume un aspetto nuovo e tutto moderno. A prima
giunta par di riscontrare qualche cosa di contradditorio in questa
superba concezione carducciana. Ma giova anzitutto richiamare la parte
centrale e più importante del bellissimo quadro:
Ivi poggiati all'asta Sigfrido ed Achille alti e biondi
Erran cantando lungo il risonante mare:
Dà fiori a quello Ofelia sfuggita al pallido amante,
Dal sacrificio a questo Ifïanassa viene.
Sotto una verde quercia Rolando con Ettore parla,
Sfolgora Durendala d'oro e di gemme al sole:
Mentre al florido petto richiamasi Andromache il figlio
Alda la bella, immota, guarda il feroce sire.
Conta re Lear chiomato a Edippo errante sue pene,
Con gli ocelli incerti Edippo cerca la sfinge ancora:
La pia Cordelia chiama — Deh, o bianca Antigone, vieni,
Vieni, o greca sorella! Cantiam la pace ai padri.
Elena e Isotta vanno pensose per l'ombre de' mirti,
Il vermiglio tramonto ride a le chiome d'oro:
Elena guarda l'onde: re Marco ad Isotta le braccia
Apre, ed il biondo capo su la gran barba cade.
Con la regina scota su' l lido nel lume di luna.
Sta Clitennestra: tuffan le bianche braccia in mare,
E il mar rifugge gonfio di sangue fervido; il pianto
De le misere echeggia per lo scoglioso lido,
O lontana a le vie dei duri mortali travagli,
Isola de le belle, isola de gli eroi,
Isola de' poeti! Biancheggia l'oceano d'intorno.
Volano uccelli strani per il purpureo cielo.
Ora la prima domanda che si presenta alla mente del critico è questa:
come si conciglia la beatitudine di questo soggiorno con la permanenza
di tanti tragici ricordi? Perchè re Lear narra ancora le sue pene a
Edippo e questi si inquieta ancora per la Sfinge? E sopratutto che hanno
a vedere in questa isola «lontana alle vie dei duri mortali travagli»
quelle due sanguinose e piangenti figure di Lady Macbeth e di
Clitennestra? Ma la contradizione non è che apparente e armonicamente si
rissolve, subito che si pensi, che l'intimo senso e come il substratum
di questa fantasia consiste appunto nel magico e benefico potere della
idealizzazione poetica. Quello che è dolore, quello che è colpa e
punizione nella realtà, si converte in tranquilla e beata visione,
quando assurga alle sfere serene dell'arte liberatrice. I poeti guardano
e cantano; le ombre passano; ognuna nell'atteggiamento bello e pietoso e
terribile in cui i poeti le generarono nel calore degli estri divini. E
questa è la beatitudine. Siamo nel mondo incantato della divina epopea:
Passa crollando i lauri l'immensa sonante epopea
Come turbin di maggio sopra ondeggianti piani;
O come quando Wagner possente mille anime intuona
Ai cantanti metalli; trema agli umani il cuore.
In questa isola vive l'anima di Shelly, unico tra i poeti moderni.
L'ombra di Sofocle la trasse dal naufragio nelle acque del Mediterraneo
e la assunse ai cori del regno beato. — Io ignoro completamente il
perchè di questo sovrano privilegio negato a tutta la schiera dei poeti
moderni, tra i quali non bisogna dimenticare che contano pur qualche
cosa anche Goethe, Schiller, Byron, Foscolo, Leopardi, Heine, Victor
Hugo e qualcun altro: ma qualunque sia stata la ragione che mosse il
Carducci, questo nulla detrae alla superba concezione e alla grande
bellezza dell'ode.
Mi rimane anche a parlare di sette fra le venti odi che formano il
libro, e debbo studiarmi d'essere breve. Una memorabile data, 1848,
letta sulla pancia d'una bottiglia di Valtellina, inspirò al Carducci
una breve lirica tutta calda di eroici ricordi e di propositi animosi:
E tu pendevi tralcio da i retici
Balzi odorando florido al murmure
De' fiumi da l'alpe volgenti
Ceruli in fuga spume d'argento,
Quando l'aprile d'Itala gloria
Da 'l Po rideva fino a lo Stelvio
E il popol latino si cinse
Su l'Austria cingol di cavaliere.
Ma rapidamente ai lampi delle nostre vittorie e alle smisurate
confidenze succedeva l'«italo spasimo» per i disastri delle armi nostre.
Piace seguire il poeta nel rapido cenno d'un eroico episodio guerresco
nobilitante le nostre sventure:
. . . . . Hainan gli aspri animi
Contenne e i cavalli dell'Istro
Ispidi in vista dei tre colori.
E seguirlo ne' fulgidi auguri, tratti dalla evocazione dell'ombre
magnanime e confidati all'avvenire:
. . . . . . . . . . . .
Sia gloria, o fratelli! Non anche
L'opra del secol non anche è piena.
Ma nei vegliardi vige il vostro animo,
Il sangue vostro ferve ne i giovani:
O Italia, daremo in altre alpi
Inclita ai venti la tua bandiera.
È questa nel volume una delle odi più serrate e rapide per la fattura,
più concitata e quasi direi nervosa per il sentimento che l'anima. Balza
qua e là in queste otto strofe uno spirito «bacccante» che ricorda
l'antico.
Delle tre piccole odi: _Courmayeur_, _Convivale_ e _Colli toscani_,
quest'ultima mi pare di gran lunga la più sentita, la più spontanea e
per ciò la più bella. L'anima del poeta accompagna paternamente la sua
figliuola, sposa novella, verso i dolci
Colli toscani ove il _suo_ canto nacque,
e scioglie i voti affettuosi e richiama le memorie mestissime e care:
Colli, tacete, e voi non sussurratele, olivi,
Non dirle, o sol, per anche, tu onniveggente, pio,
Che oltre quel monte giacciono, lei forse aspettando, que' miei
Che visser tristi, che in dolor morirono...
A me nel leggere questi distici rifioriva dolcemente, mestamente nella
memoria il sonetto rivolto molti anni fa al fratello sepolto del poeta,
quando moriva a questi il figliuolo:
O tu che dormi là su la fiorita
Collina tosca, e t'è già il padre accanto,
Non hai, fra l'erbe del sepolcro, udita
Pur ora una gentil voce di pianto?
È il pargoletto mio,...
E rivedevo col pensiero i luoghi di Maremma «ove fiorìo la _sua_ triste
primavera» e riandavo le tante schiette ispirazioni carducciane derivate
dal bello e desolato paese, fra le quali sempre campeggia, ridendo a noi
nel suo selvatico fascino di Venere maremmana, la «Maria bionda»
dell'_Idillio_.
I poeti veri, i poeti che amiamo, anche questo hanno di particolare per
noi, che i loro componimenti si rincorrono l'un l'altro nella nostra
fantasia, si sorridono, si chiamano da lontano nelle memorie,
s'irragiano di scambievole splendore.
*
* *
O buon Regaldi, o vecchio bardo chiomato della nostra adolescenza
romantica, come mi ritorna caro il tuo nome associato ad una delle più
forti ispirazioni del poeta nostro! Altri professi, se vuole, opposto
giudizio; per me l'ode: _Alessandria_ sta fra le più belle testimonianze
dell'ingegno poetico di Giosuè Carducci e di quel suo sentimento
profondo e tutto particolare di _attualità_, che solo posseggono i
lirici veri, di razza (per dire la frase d'uso) e di temperamento.
Rileggendola, io sono tornato con l'animo all'estate del 1882, quando
dall'Egitto ci venivano tante strane e dolorose notizie, coronate poi
dal bombardamento e saccheggio d'Alessandria; e in quel mezzo arrivò
l'ode del Carducci a raffigurarci, in contrasto, i torbidi fatti del
presente con le origini eroiche e le glorie antiche della città. Chi non
sente il vetusto, l'Ermetico Egitto mirabilmente epilogato e scolpito
nelle prime tre strofe?
Nell'aula immensa di Lussor, su 'l capo
Roggio di Ramse il mistico serpente
sibilò ritto, e 'l vulture a sinistra
Volò stridendo,
E da l'immenso serapèo di Memfi,
Cui stanno a guardia sotto il sol candente
Seicento sfingi nel granito argute,
Api muggìo,
Quando dai verdi immobili papiri
Di Mareoti al livido deserto
Sonò, tacendo l'aure intorno, questo
Greco peana . . .
È l'inno che intonano i soldati di Alessandro quand'egli torna dal
tempio di Giove Ammone che l'ha riconosciuto per figlio, e dinanzi
all'isola di Faro l'eroe segna il circuito della città che dovrà
inalzarsi nel suo nome. Nel quarto libro della sua storia Quinto Curzio
narra il viaggio d'Alessandro co' suoi attraverso il deserto al tempio
d'Ammone, e come egli al ritorno, fra il lago di Mareoti e l'isola,
datosi a contemplare il luogo (_contemplatus loci naturam_) decidesse di
fondare la città. La scena rivive, con toni e colori d'epica leggenda,
nella fantasia e nei versi del poeta:
Tale il peana degli Achei suonava:
E il giovin duce, liberato il biondo
Capo da l'elmo, in fronte a la falange
Guardava il mare.
Guardava il mare, e l'isola di Faro
Innanzi, a torno il libico deserto
Interminato: dal sudato petto
L'aurea corazza
Sciolse, e gettolla splendida nel piano:
— Come la mia macedone corazza
Stia nel deserto e a' barbari ed a gli anni
Regga Alessandria. —
Disse; ed i solchi a le nascenti mura
Ei disegnava per ottanta stadi,
Bianco spargendo su flave arene
Fior di farina.
Tale il nepote del Pelide estrusse
La sua cittade . . . .
Dove sono adesso le floride glorie di Alessandria? Il poeta dolorando lo
chiede al bardo novarese, il quale, fuggiasco in Oriente per amore di
libertà, la aveva pochi anni fa ammirata, mentre sempre
Alacre, industre, a la sua terza vita
Ella sorgea, sollecitando i fati.
Oggi non più. I vanti e le speranze dell'Egitto oggi minacciano di non
poter più vivere altrimenti che nel volume del ramingo poeta italiano.
Lontana poesia di memorie!
. . . . . . . . . . . . .
Oggi Tifone l'ire del deserto
Agita e spira!
Sepolto Osiri, il latratore Anubi
Morde ai calcagni la fuggente Europa,
E chiama avanti i bestiali numi
A le vendette.
Ahi vecchia Europa, che su 'l mondo spargi
L'irrequieta debolezza tua,
Come la triste fisa a l'orïente
Sfinge sorride!
Chi si piace, oltre che della nobilissima lirica, dei prestigi del
colore locale e storico, in questa ode ha, parmi, il fatto suo.
*
* *
Un'altra «maxima espectatio» del volume è certamente l'ode: _Scoglio di
Quarto_. Narrano che Frine per sapere da Prassitile quale delle proprie
statue avesse in maggior pregio, ricorse alla bugia d'un incendio.
Confesso che una bugia la direi io pure volentieri perchè il poeta
schiettamente mi rivelasse quale delle venti odi del volume egli creda
migliore; e confesso che amerei di sentirlo rispondere: la sedicesima.
_Scoglio di Quarto_ non ha l'impeto lirico che vi trascina nella seconda
parte di _Miramar_; non ha la ricchezza fantastica di _Alessandria_ e
dell'ode: _Presso l'urna di Shelley_; ma le vince, a mio giudizio, tutte
per quella che Leonardo da Vinci chiamava _la prisca euritmia_ delle
proporzioni e per un tono originalissimo, al tempo stesso umile ed alto,
che dà luogo a una singolare e toccante fusione di patetico e d'eroico.
Al disegno perfetto dell'ode corrisponde la forma; perfetta anch'essa, e
malgrado due piccole mende che voglio notare. Una è quel «palpido
lucido» dell'astro di Venere, che _tinge_, esso, il cielo, non ostante
il maggior lume della luna: l'altra quel «mendicando la morte» della
settima strofa, che parmi alquanto eccessivo ed enfatico. Le ho notate,
a costo di dar nel minuzioso, per il rispetto quasi religioso che questo
componimento m'ispira. E nemmeno voglio citarne dei passi staccati;
maniera di commento sempre pericolosa e in questo caso presso che
irriverente. Tanto varrebbe rompere un bel bassorilievo antico per
mostrare alcuni pezzi ai curiosi. Bisogna leggere tutta l'ode con
l'animo raccolto; e muovere da quella «breve striscia di sassi» che
sporge nel mare, e cogliere con l'occhio della mente il paesaggio
notturno, tranquillo, sereno, incantevole che è sopra e d'intorno, con
Genova vista là in fondo tra i lumi morenti e i canti che arrivano
fiochi da lontano... Poi veder comparire a un tratto la figura leonina
di Garibaldi, col suo puncio e la sua spada «la spada di Roma»
bilanciata sull'omero; e dietro lui giungere a piccoli drappelli «i
mille vindici del destino» che appena comparsi dileguano nell'ombra,
come dei pirati che vadano al malefizio e invece per amore d'Italia essi
vanno a cercare la morte «al cielo, al pelago, ai fratelli»... Poi
bisogna salire, salire e lasciarsi portare per questa atmosfera sacra di
ricordi, finchè vediamo toccarsi in una stessa idealità due figure,
Pallante e Garibaldi, i due lucidi poli remoti, tra i quali si svolge la
immensa epopea della vita italica. Su tutto il quadro e su tutta la
visione, brilla simbolicamente la stella di Venere, la stella d'Italia,
la stella di Cesare.....
*
* *
Mi rimane da parlare dell'ode: _Il liuto e la lira_, dedicata «A
Margherita Regina d'Italia». Tutti ormai conoscono le origini storiche
del componimento ricordate in una nota.
Quando la Donna Sabauda il fulgido
Sguardo al liuto reca e su 'l memore
Ministro d'eroici lai
La mano e l'inclita fronte piega,
Commove un conscio spirito l'agili
Corde, e dal seno concavo mistico
La musa de' tempi che furo
Sale aspersa di faville d'oro;
E un coro e un canto di forme aeree,
Quali già vide l'Allighier muovere
Ne' giri d'armonica stanza,
Cinge l'italica Margherita....
L'ode, come ognuno sente, esordisce con una intonazione idealmente
signorile e muove, fin dai primi suoi passi, con un incedere veramente
regale. Ci vorrebbero delle musiche di Gluk o di Sacchini, pure, dolci e
solenni, nei momenti che esprimevano le _entrate_ de le belle eroine
coronate sulla scena classica.
Il coro delle sostanze aeree è formato dalla _Canzone_, dalla
_Sirventese_ e dalla _Pastorella_.
Ognuna, presentandosi alla Regina d'Italia, parla di sè e de' suoi
nobili vanti. La Canzone ricorda Dante dall'anima del quale ella spiccò
il volo fino ai cieli: ricorda che passò sovra le lagrime del Petrarca e
accese pur lui «corone di stelle in sull'aurea chioma d'Avignone».
Quest'ultimo traslato, dico passando, a me non piace affatto. Avrebbe
scritto il Carducci, a proposito dell'amore di Dante, «sulla chioma
aurea di Firenze» volendo significare Beatrice? Bellissimo invece nella
verità che semplicemente esprime idealizzandola:
Non mai più alto sospiro d'anime
Surse dal canto...
Indi balza la Sirventese, con l'elmo l'asta e lo scudo, ed esprime il
suo amore per le bellicose gesta terrene e per le anime dei combattenti
sprezzatrici della morte. A me, essa grida.
Piace, se lampi d'acciaio solcano
Se ferrei nembi rompono l'aere
E cadon le insegne davanti
Al flutto e a l'impeto de' cavalli.
A cui la morte teme non ridono
Le muse in cielo, quaggiù le vergini.
Avanti Savoia! Non anche
Tutta dèsti la bandiera al vento...
Viene ultima la Pastorella e alla dolce Regina fa intendere le voci del
dolore umano che si levano sempre più intense dalle terre, quantunque
essa sia letificata di tanta civiltà:
La Pastorella sono. Di facili
Amori e sdegni, danze e tripudii.
Non più rendo gli echi: una nube
Va di tristizïa su la terra.
A te da' verdi mugghianti pascoli,
Da' biondi campi, da le pomifere
Colline, da' boschi sonanti
Di scuri e dal fumo de' tuguri,
Io reco il blando riso de' parvoli,
Di spose e figlie reco le lagrime
E i cenni de' capi canuti
Che ti salutano pïa madre...
Fin qui ho sentito la nobilissima lirica salire sempre come un'onda
vittoriosa. Da questo punto, per le cinque strofe che ancora rimangono,
sembrami invece d'avvertire un certo rallentamento e quasi un
raffreddamento. L'ode appare lunga. Nuoce quel subito intervento dell'io
del poeta dopo la serena oggettività della prima parte? Forse — lo so —
è audace il dire a un poeta, a un artista della forza di Giosuè
Carducci: era meglio che tu ti fermassi a un dato punto dell'opera tua
magistrale. Ma io sento, forse a torto, che, finita la triplice
apparizione, anche l'ode doveva finire o concludere più rapidamente.
*
* *
Ho detto anch'io il mio parere con tutta sincerità e senza una pretesa
al mondo. A chi poi mi domandasse un giudizio complessivo sul volume, io
direi semplicemente: le _Terze Odi Barbare_ sono per me degne delle
prime e delle seconde. È arte pura, è poesia che seguita a consolare
l'Italia della grande mediocrità artistica, la quale persiste, ahimè,
nel travagliarla!
È utile, è ragionevole, è (oserò aggiungere) artisticamente possibile
spingere molto innanzi certi confronti e pretender dimostrare, con un
termometro di nuovo genere alla mano, se il calore poetico del Carducci
sia cresciuto o diminuito d'un grado? A me basta rileggere _Miramar_,
_Alessandria_, _Scoglio di Quarto_ e sentirmi in presenza di un grande
artista; a me basta pensare che il nostro maggior poeta ha molte corde
alla sua lira e che sa tutte vibrarle potentemente, alternando e
rinforzando i suoni. Meno di due anni fa egli ci diede _Rime nuove_; ora
ci dà le _Terze Odi Barbare_; chi può dire le sorprese che egli ci serba
per l'avvenire? — Fra i nostri critici letterari, che io tutti
sinceramente rispetto, confesso che a me muovono una certa stizza coloro
che da qualche tempo hanno pigliata l'abitudine di parlarci di Carducci
come di un patriarca vivente della poesia italiana. Ma che patriarca
d'Egitto! Egli è nel forte vigore della vita e ha di poco varcati i
cinquant'anni, età nella quale in Francia, in Inghilterra e in Germania
i poeti e gli artisti sono sempre classificati tra i giovani.
E perchè al Carducci non dovrà essere riservata una longevità operosa,
come a Victor Hugo, a Tennyson e a Lecomte de Lisle?