III.

Carducci umorista.

Carducci umorista?... Certo non è la prima idea che si presenta a chi

pensi l'opera del grande lirico nostro. Ogni artista, ogni scrittore

eminente è come sopraffatto dal fulgore di certe sue qualità dominanti,

agli occhi della critica.

Vittorio Alfieri volle per forza aggiungere alla sua corona di tragico

quella di poeta comico e satirico; ma la musa dal facile riso e dai

sandali leggeri, all'ostinato invito si prestò di mala voglia e, diciamo

anche, di mala grazia il più delle volte; tanto che, ad argomento di

maggior gloria, nessuno, io penso, sente ora il bisogno di ricordare

dell'autore di «Saul» e «Timoleone», anche le satire e le commedie e gli

epigrammi, così laboriosamente meditati e composti sotto la alta

pressione della sua indomita volontà.

Per Carducci no. È vero che egli non mette subito in mostra il lato

umoristico del suo temperamento e, meno che mai, egli, scrittore, lascia

subito travedere una punta di riso arguto e bonario agli angoli della

sua bocca. Direste che ama invece di apparire tutto l'opposto.

Superbo! e lui non tocca

Gentil senso d'amore.

. . . . . . . . . .

Solitario, aggrondato

Va pel divin creato.

Ora se questa è la leggenda che si è formata nel mondo sul conto suo,

bisogna ben riconoscere che poco egli ha fatto per impedirla; e che

invece si capisce benissimo che perfino i «cipressetti di Bolgheri»

parlassero tra loro e col vento delle «eterne risse» che fiottavano, un

tempo, e tempestavano dì e notte nel petto del poeta loro compaesano,

traboccando facilmente nel verso iracondo e sdegnoso.

Tutto che questo mondo falso adora,

Col verso audace lo schiaffeggerò:

Ei mi tese le frodi in su l'aurora,

A mezzogiorno io le distruggerò.

*

* *

È troppo naturale dunque che alla immagine di questo terribile

schiaffeggiatore non si vada facilmente associando l'altra di un poeta

umorista e anche meno quella di un poeta italicamente faceto. Eppure

l'uno e l'altro noi abbiamo trovato e ammirato più volte leggendo il

Carducci; e giova ricordarlo ora che tutta la sua opera poetica ci sta

dinanzi nel magnifico volume edito dallo Zanichelli.

Il Libro V della «Juvenalia» è unicamente formato di componimenti fra

burleschi e satirici. Dico subito che non vi si manifesta gran fatto

l'originalità del poeta. Qui anche più che nelle liriche giovanili

appare quella disciplina classica, che come ognuno sa, teneva il giovane

studente di Pisa nel suo assoluto predominio. Tutti i nostri migliori

berneschi fanno qui sentire la loro voce; il Berni, s'intende, il

Pistoia, il Burchiello, il Caro, il Lasca; di quest'ultimo specialmente

le reminiscenze fioriscono in copia nei sonetti dalla lunga coda. Chi

confronta quello che è a pag. 173 «Ancora i Poeti», sente per fermo

l'andatura e il tono di certe frasi e perfino certe progressioni e

ripetizioni della famosa invettiva che il Lasca scaraventò contro quel

povero Girolamo Ruscelli autore del famoso Rimario e sfrontato esibitore

di correzioni ai versi e alle prose di Dante e di Boccaccio...

In quasi tutto questo Libro V sentiamo insomma che il poeta giovanissimo

è ancora tutto chiuso entro al periodo della sua «vigilia dell'armi» per

essere consacrato cavaliere dei classici. Il pregio di questi sonetti,

come arte, è tutto in un felice sforzo di assimilazione, così piena e

così intensa, che già dimostrerebbe per sè sola una invidiabile qualità

di scrittore. Il «Marium futurum» potrà anche balenare qua e là in

qualche tocco di vigorosa rappresentazione individuata e realistica, che

il solo studio dei modelli non basterebbe forse a spiegarci. Ma sono

baleni e non altro; e serviranno tutt'al più ai biografi futuri per

divertirsi a fabbricare dei pronostici retrospettivi...

La vita, la piccola vita pisana e universitaria, presenta qualche

figuretta e qualche motivetto che il brioso scolare acciuffa subito e

scarduffa volentieri, col manifesto intento di farne anche un suo tema

di stile e per adoperarvi attorno tutte le fraseologie che egli ha

saputo tesoreggiare saccheggiando a man salva dentro al repertorio dei

berneschi toscani; come pure si vede che anche alle divagazioni facete

dell'austero Parini lo scolaro toscano è andato guardando simpatia e con

profitto.

Vi è inoltre una nota negativa, ma assai significante. In tutti questi

sonetti nessuna reminiscenza giustiana: e si vuol ricordare che eravamo

nel decennio tra il cinquanta e il sessanta; quando cioè le satire del

Giusti avevano raggiunta in Toscana la maggior loro popolarità ed erano

divenute per tutta Italia il verbo civile degli studenti italiani.

*

* *

Ma prima d'uscire dal libro V s'incontra un componimento che è come un

suono nuovo nello strumento satirico carducciano.

Oggimai che ritornati

Son di moda e stanchi ed ossa

E nè pure gl'impiccati

Son sicuri ne la fossa,

Anche a voi la requie spiace

Fra' Giovanni de la Pace?

È il principio del gagliardico inno all'umile frate zoccolante, dal

quale l'arcivescovo di Pisa, e i canonici del duomo disseppellirono,

pare, le ossa nel 1855, con l'idea di dare un nuovo santo al calendario.

Qui, io credo, la satira carducciana lascia per la prima volta le

vecchie pastoie dello stile bernesco e si mette per una via nuova. Nel

grave e quasi liturgico andamento di questi versi ottonari e nella

sequenza delle strofe, hai senza dubbio un sapore di parodia manzoniana

delicata e piena di garbo; hai perfino in quello spunto interrogativo un

richiamo al principio dell'inno «La Risurrezione», che poi ritorna in

certe mosse di esclamazioni sobriamente esultanti, qua e là, nello

svolgersi dell'inno burlesco:

Era tanto che giacevo!

È tornato il medio evo!

L'inno al beato Giovanni della Pace significa, in sostanza, il primo

ingresso di Giosuè Carducci nell'umorismo moderno. Una volta entrato, il

poeta procederà con passo risoluto in questa come in tutte le altre

forme della sua arte.

A crearsi uno stile d'umorismo vero e personale io penso che il Carducci

tu anche tratto e quasi obbligato dalla sua indole forte e un po'

rubesta e dalla vita frequentemente battagliera. Come si fa a tuonare e

fulminare continuamente?.... Giova ancora che ogni tanto la ironia

faccia passare nell'aria il lampo della sua spada tagliente: giova

ancora che ogni tanto una forte e schietta risata temperi e fonda

insieme i sentimenti di commiserazione e di sdegno che gonfiano il petto

e investono l'anima di Enotrio combattente.

Così nacque e si formò e si svolse nei suoi vari elementi l'umorismo

lirico di Giosuè Carducci.

*

* *

Arte anche questa nel suo fondo e nella sua forma schiettamente

italiana, e fatta per debellare definitivamente il preconcetto che

l'umorismo debba sempre essere di origine e di fisonomia straniero:

vecchia scempiaggine messa in giro da gente nostra immemore di Dante, di

Cecco Angiolieri, di Nicolò Machiavelli, di Lodovico Ariosto, di

Alessandro Manzoni!

Avvenne, del resto, quello che doveva avvenire. Il Carducci dopo avere

rotto il circolo ristretto entro il quale (forse provvidamente) si erano

contenute per parecchi anni le sue facoltà giovanili, doveva spalancare

tutto il suo animo a tutte le grandi correnti moderne della ispirazione

e della coltura. E come il poeta lirico di Neera e di Febo Apolline,

potè giungere ad essere il poeta di «Carnevale», «Sui campi di Marengo»

«Notte di maggio» e «Alle fonti del Clitumno», nello stesso modo lo

stile bernescamente umoristico dei caudati sonetti pisani a «Bambolone»

e a «Messerino» potè evolversi, ascendere ed affermarsi poderoso nelle

grandi ironie della «Consulta Araldica», dell'«Intermezzo» e della

«Sacra di Enrico quinto».

Lo svolgersi della vita del poeta e il suo partecipare e mescolarsi con

l'azione alle vicende, in vero più tristi che liete, della vita italiana

dopo il 1866, dovevano di necessità eccitare e infervorare questi

spiriti nuovi entrati così impetuosamente nella sua lirica nuova. Il

poeta sentiva il bisogno di nuove armi; e queste quasi gli balzavano in

mano senza ch'egli si desse la briga di cercarle. La satira archilochèa

prorompeva nei giambi dalle punte arroventate, e negli epodi

sfolgoravano le indignazioni sante e feroci: sante anche quando non

movessero sempre da un misurato giudizio, perchè santa era la pietà

della patria e il sogno eroico della sua grandezza che affaticavano il

cuore dolorante del poeta. I diritti della giustizia storica erano e

rimanevano naturalmente inviolabili. Ma è certo, del pari, che quando

l'artista liberava dalla sua mano nervosa la strofa finale del suo canto

«Le nozze del mare» o ci lanciava in faccia dei sonetti come «Heu

pudor!» noi, allora giovani sentivamo che qualche cosa di più

gagliardamente vitale passava, a un tratto, nell'atmosfera d'Italia; e

prima o dopo tutti dovettero sentirlo.

I critici letterari di professione naturalmente non potevano mancare al

loro ufficio; e più d'uno crollò il capo e mormorò: Victor Hugo!...

Certo, anche Victor Hugo dovette contribuire a slargare l'orizzonte

ideale e a eccitare la fantasia del nostro poeta.

Ma questa è stata sempre l'arte e direi quasi il gioco singolare di

Carducci: muovere i primi passi avendo l'aria di uno che immiti; e poi

concludere con l'affermare tanta libertà e tanta potenza propria, che i

suoi primi modelli ne rimanessero oltrepassati o dimenticati.

Ditemi infatti: barattereste voi il libro «Les Châtiments» con una mezza

dozzina delle più potenti liriche ironiche e battagliere che sono in

«Giambi ed Epodi?»

Io, per esempio, no.

Donne e poeti · 第 9 / 21 题