Carducci umorista.
Carducci umorista?... Certo non è la prima idea che si presenta a chi
pensi l'opera del grande lirico nostro. Ogni artista, ogni scrittore
eminente è come sopraffatto dal fulgore di certe sue qualità dominanti,
agli occhi della critica.
Vittorio Alfieri volle per forza aggiungere alla sua corona di tragico
quella di poeta comico e satirico; ma la musa dal facile riso e dai
sandali leggeri, all'ostinato invito si prestò di mala voglia e, diciamo
anche, di mala grazia il più delle volte; tanto che, ad argomento di
maggior gloria, nessuno, io penso, sente ora il bisogno di ricordare
dell'autore di «Saul» e «Timoleone», anche le satire e le commedie e gli
epigrammi, così laboriosamente meditati e composti sotto la alta
pressione della sua indomita volontà.
Per Carducci no. È vero che egli non mette subito in mostra il lato
umoristico del suo temperamento e, meno che mai, egli, scrittore, lascia
subito travedere una punta di riso arguto e bonario agli angoli della
sua bocca. Direste che ama invece di apparire tutto l'opposto.
Superbo! e lui non tocca
Gentil senso d'amore.
. . . . . . . . . .
Solitario, aggrondato
Va pel divin creato.
Ora se questa è la leggenda che si è formata nel mondo sul conto suo,
bisogna ben riconoscere che poco egli ha fatto per impedirla; e che
invece si capisce benissimo che perfino i «cipressetti di Bolgheri»
parlassero tra loro e col vento delle «eterne risse» che fiottavano, un
tempo, e tempestavano dì e notte nel petto del poeta loro compaesano,
traboccando facilmente nel verso iracondo e sdegnoso.
Tutto che questo mondo falso adora,
Col verso audace lo schiaffeggerò:
Ei mi tese le frodi in su l'aurora,
A mezzogiorno io le distruggerò.
*
* *
È troppo naturale dunque che alla immagine di questo terribile
schiaffeggiatore non si vada facilmente associando l'altra di un poeta
umorista e anche meno quella di un poeta italicamente faceto. Eppure
l'uno e l'altro noi abbiamo trovato e ammirato più volte leggendo il
Carducci; e giova ricordarlo ora che tutta la sua opera poetica ci sta
dinanzi nel magnifico volume edito dallo Zanichelli.
Il Libro V della «Juvenalia» è unicamente formato di componimenti fra
burleschi e satirici. Dico subito che non vi si manifesta gran fatto
l'originalità del poeta. Qui anche più che nelle liriche giovanili
appare quella disciplina classica, che come ognuno sa, teneva il giovane
studente di Pisa nel suo assoluto predominio. Tutti i nostri migliori
berneschi fanno qui sentire la loro voce; il Berni, s'intende, il
Pistoia, il Burchiello, il Caro, il Lasca; di quest'ultimo specialmente
le reminiscenze fioriscono in copia nei sonetti dalla lunga coda. Chi
confronta quello che è a pag. 173 «Ancora i Poeti», sente per fermo
l'andatura e il tono di certe frasi e perfino certe progressioni e
ripetizioni della famosa invettiva che il Lasca scaraventò contro quel
povero Girolamo Ruscelli autore del famoso Rimario e sfrontato esibitore
di correzioni ai versi e alle prose di Dante e di Boccaccio...
In quasi tutto questo Libro V sentiamo insomma che il poeta giovanissimo
è ancora tutto chiuso entro al periodo della sua «vigilia dell'armi» per
essere consacrato cavaliere dei classici. Il pregio di questi sonetti,
come arte, è tutto in un felice sforzo di assimilazione, così piena e
così intensa, che già dimostrerebbe per sè sola una invidiabile qualità
di scrittore. Il «Marium futurum» potrà anche balenare qua e là in
qualche tocco di vigorosa rappresentazione individuata e realistica, che
il solo studio dei modelli non basterebbe forse a spiegarci. Ma sono
baleni e non altro; e serviranno tutt'al più ai biografi futuri per
divertirsi a fabbricare dei pronostici retrospettivi...
La vita, la piccola vita pisana e universitaria, presenta qualche
figuretta e qualche motivetto che il brioso scolare acciuffa subito e
scarduffa volentieri, col manifesto intento di farne anche un suo tema
di stile e per adoperarvi attorno tutte le fraseologie che egli ha
saputo tesoreggiare saccheggiando a man salva dentro al repertorio dei
berneschi toscani; come pure si vede che anche alle divagazioni facete
dell'austero Parini lo scolaro toscano è andato guardando simpatia e con
profitto.
Vi è inoltre una nota negativa, ma assai significante. In tutti questi
sonetti nessuna reminiscenza giustiana: e si vuol ricordare che eravamo
nel decennio tra il cinquanta e il sessanta; quando cioè le satire del
Giusti avevano raggiunta in Toscana la maggior loro popolarità ed erano
divenute per tutta Italia il verbo civile degli studenti italiani.
*
* *
Ma prima d'uscire dal libro V s'incontra un componimento che è come un
suono nuovo nello strumento satirico carducciano.
Oggimai che ritornati
Son di moda e stanchi ed ossa
E nè pure gl'impiccati
Son sicuri ne la fossa,
Anche a voi la requie spiace
Fra' Giovanni de la Pace?
È il principio del gagliardico inno all'umile frate zoccolante, dal
quale l'arcivescovo di Pisa, e i canonici del duomo disseppellirono,
pare, le ossa nel 1855, con l'idea di dare un nuovo santo al calendario.
Qui, io credo, la satira carducciana lascia per la prima volta le
vecchie pastoie dello stile bernesco e si mette per una via nuova. Nel
grave e quasi liturgico andamento di questi versi ottonari e nella
sequenza delle strofe, hai senza dubbio un sapore di parodia manzoniana
delicata e piena di garbo; hai perfino in quello spunto interrogativo un
richiamo al principio dell'inno «La Risurrezione», che poi ritorna in
certe mosse di esclamazioni sobriamente esultanti, qua e là, nello
svolgersi dell'inno burlesco:
Era tanto che giacevo!
È tornato il medio evo!
L'inno al beato Giovanni della Pace significa, in sostanza, il primo
ingresso di Giosuè Carducci nell'umorismo moderno. Una volta entrato, il
poeta procederà con passo risoluto in questa come in tutte le altre
forme della sua arte.
A crearsi uno stile d'umorismo vero e personale io penso che il Carducci
tu anche tratto e quasi obbligato dalla sua indole forte e un po'
rubesta e dalla vita frequentemente battagliera. Come si fa a tuonare e
fulminare continuamente?.... Giova ancora che ogni tanto la ironia
faccia passare nell'aria il lampo della sua spada tagliente: giova
ancora che ogni tanto una forte e schietta risata temperi e fonda
insieme i sentimenti di commiserazione e di sdegno che gonfiano il petto
e investono l'anima di Enotrio combattente.
Così nacque e si formò e si svolse nei suoi vari elementi l'umorismo
lirico di Giosuè Carducci.
*
* *
Arte anche questa nel suo fondo e nella sua forma schiettamente
italiana, e fatta per debellare definitivamente il preconcetto che
l'umorismo debba sempre essere di origine e di fisonomia straniero:
vecchia scempiaggine messa in giro da gente nostra immemore di Dante, di
Cecco Angiolieri, di Nicolò Machiavelli, di Lodovico Ariosto, di
Alessandro Manzoni!
Avvenne, del resto, quello che doveva avvenire. Il Carducci dopo avere
rotto il circolo ristretto entro il quale (forse provvidamente) si erano
contenute per parecchi anni le sue facoltà giovanili, doveva spalancare
tutto il suo animo a tutte le grandi correnti moderne della ispirazione
e della coltura. E come il poeta lirico di Neera e di Febo Apolline,
potè giungere ad essere il poeta di «Carnevale», «Sui campi di Marengo»
«Notte di maggio» e «Alle fonti del Clitumno», nello stesso modo lo
stile bernescamente umoristico dei caudati sonetti pisani a «Bambolone»
e a «Messerino» potè evolversi, ascendere ed affermarsi poderoso nelle
grandi ironie della «Consulta Araldica», dell'«Intermezzo» e della
«Sacra di Enrico quinto».
Lo svolgersi della vita del poeta e il suo partecipare e mescolarsi con
l'azione alle vicende, in vero più tristi che liete, della vita italiana
dopo il 1866, dovevano di necessità eccitare e infervorare questi
spiriti nuovi entrati così impetuosamente nella sua lirica nuova. Il
poeta sentiva il bisogno di nuove armi; e queste quasi gli balzavano in
mano senza ch'egli si desse la briga di cercarle. La satira archilochèa
prorompeva nei giambi dalle punte arroventate, e negli epodi
sfolgoravano le indignazioni sante e feroci: sante anche quando non
movessero sempre da un misurato giudizio, perchè santa era la pietà
della patria e il sogno eroico della sua grandezza che affaticavano il
cuore dolorante del poeta. I diritti della giustizia storica erano e
rimanevano naturalmente inviolabili. Ma è certo, del pari, che quando
l'artista liberava dalla sua mano nervosa la strofa finale del suo canto
«Le nozze del mare» o ci lanciava in faccia dei sonetti come «Heu
pudor!» noi, allora giovani sentivamo che qualche cosa di più
gagliardamente vitale passava, a un tratto, nell'atmosfera d'Italia; e
prima o dopo tutti dovettero sentirlo.
I critici letterari di professione naturalmente non potevano mancare al
loro ufficio; e più d'uno crollò il capo e mormorò: Victor Hugo!...
Certo, anche Victor Hugo dovette contribuire a slargare l'orizzonte
ideale e a eccitare la fantasia del nostro poeta.
Ma questa è stata sempre l'arte e direi quasi il gioco singolare di
Carducci: muovere i primi passi avendo l'aria di uno che immiti; e poi
concludere con l'affermare tanta libertà e tanta potenza propria, che i
suoi primi modelli ne rimanessero oltrepassati o dimenticati.
Ditemi infatti: barattereste voi il libro «Les Châtiments» con una mezza
dozzina delle più potenti liriche ironiche e battagliere che sono in
«Giambi ed Epodi?»
Io, per esempio, no.