II.

Odi barbare.

(Le terze)

Il libro non era per anco in dominio dei compratori e già se ne

leggevano le recensioni sui giornali. Poi si sono visti degli articoli

che, a conti fatti, debbono essere stati scritti appena tagliato e

scorso il volume, umido e adorante ancora dell'antimonio tipografico.

Troppa fretta, per dio, egregi miei confratelli, troppa fretta,

trattandosi di un libro a cui Giosuè Carducci ha confidata la

manifestazione dell'ingegno suo pervenuto al vertice della maturità!

Date al libro prezioso un po' più del tempo che, di solito, s'interpone

per i giudizi sui romanzi da salotto e sui libretti d'opera! Ma il

peggio è che questa urgente consuetudine della critica frettolosa è come

un torrentaccio di rapina, che trae con se tutti quanti, per amore o per

forza. Al giornalista in ritardo par di sentirsi stridere negli orecchi

il motto dei biricchini d'Orazio: _occupet extremum scabies_! Allora

egli dà di piglio alla penna e tira giù l'articolo, sacrificando anche

una volta al far presto il far bene in questo pallio sciagurato della

curiosità pubblica.

E anch'io cedo alla rapina torrenziale. Cedo però a malincuore. Malgrado

ch'io possa dire d'aver contratta una lunga e studiosa abitudine con

l'ingegno del Carducci, e appunto perch'io l'ho, sento oggi più che mai

che la sua novissima forma poetica, ardua e intensa, richiederebbe una

più riposata indagine della mente, una più intima compenetrazione e

assimilazione del gusto, a produrre un giudizio di coscienza pienamente

tranquilla. Ho letto con molta attenzione le _Terze Odi Barbare_,

parecchie delle quali conoscevo già: e ho richiamate alla memoria le

Prime e le Seconde Odi. Ho percorso in lungo e in largo il bosco

d'alloro e di mirto; ho raccolto i murmuri sommessi e le note squillanti

che escono dalle cime e dal folto degli alberi. Ma io non sono nè

Tiresia nè Sigfrido; e sento che dovrò anche ascoltare prima di

raccogliere dentro e gustare e giudicare completamente tutte le armonie

che escono dalla selvetta canora.

*

* *

Darò dunque, a modo di note in margine, più che i giudizi, le

impressioni vive e salienti che hanno suscitato in me, alla lettura, le

venti nuove _Odi Barbare_.

La prima (_Sole d'inverno_) assai mediocremente mi ha disposto l'animo

in favore del libro. La «cerulea gioia» che s'incontra nella seconda

strofa, è modo audace e nuovo, ma, a gusto mio, bello perchè

fantasticamente vero. Invece non finisce di piacermi, anzi addirittura

mi spiace, una sequenza di immagini affini che mi producono effetto

somigliante a una successione viziosa di quinte in un processo armonico

musicale. Dante avventò nel poema un sublime traslato: «lo mar

dell'essere», che doveva partorirne tanti e tanti! Carducci principia la

sua piccola ode col «solitario verno dell'anima» a cui tengono subito

dietro «le nuvole della tristezza.» Nella terza strofa ci mostra il

mobil vertice de' fantasimi da cui spicciano i memori affetti, scendenti

«con rivoli freschi di lagrime.»-Bellissimi quindi, schiettamente

carducciani i «murmuri che agli antri chiamano Echi d'amor

superstiti....» col resto della strofa; ma poi i rivoli delle superiori

lagrime ecco che dilagano in un limpido fiume; e nell'ultima delle sei

strofe si ritorna alla «nubila cima de l'essere;» e si chiude col «fiume

de l'anima» la breve ode, che col «verno dell'anima» aveva principiato!

Non è troppo? Non abbiamo noi qui abuso di immagini, tutte generate da

un medesimo motivo e quindi troppo fitte, troppo finitime, troppo

congeneri?

La seconda invece (_Primo Vere_) ha subito una di quelle immagini

fresche, limpide, colte sul vivo, squisitamente significate, che siamo

usi a considerare come un privilegio degli antichi e che fanno del

Carducci un fortunato superstite moderno alle vicende dell'arte

classica:

Ecco: di braccio al pigro verno sciogliesi

Ed ancor trema nuda al rigid'aere

La primavera. Il sol tra le sue lagrime

Limpido brilla, o Lalage.

Parecchi anni fa, uno dei molti rimatori che vivacchiano alla meglio nel

bello italo regno, fattosi una mattina alla finestra e visto i tetti

delle case e le prossime colline coperte di neve, pensò e mandò a uno

dei tanti _album_ di beneficenza che allora imperversavano (purtroppo

imperversano ancora!) i tre versi seguenti:

Rose e viole:

Sotto la neve bianca e sepolcrale

Forse dormono i fior, sognando il sole.

Ma sentite con che elegante ricchezza assume e svolge il Carducci quella

idea buttata là alla buona di Dio:

Da lor culle di neve i fior si svegliano

E curiosi al ciel gli occhietti levano,

E ne' lor guardi vagola una tremula

Ombra di sogno, o Lalage.

Nel sonno de l'inverno, sotto il candido

Lenzuolo della neve i fior sognarono,

Sognaron l'albe roride e gli splendidi

Soli e il tuo viso, o Lalage.

Ma nella letizia della rinnovata giovinezza dell'anno si mesce un senso

arcano di mestizia. Perchè domanda il poeta, la primavera sorride mesta?

Questa interrogazione melanconica sembra che continui a ondeggiare

vagamente sulla ode terza e quarta: _Egle_, che è una breve melodia

d'esametri e pentametri, e _Canto di Marzo_, una, per me, delle migliori

gemme del libro. Precede la bella similitudine umana, che fa pensare ai

passi migliori di Lucrezio, magistralmente protratta nella serie degli

incisi, che quasi la tramutano in una vivente ipotiposi:

Quale una incinta, su cui scende languida

Languida l'ombra del sopore e l'occupa,

Disciolta giace e palpita sul talamo,

Sospiri al labbro e rotti accenti vengono

E subiti rossor la faccia corrono,

Tale è la terra: l'ombra de le nuvole

Passa a sprazzi su 'l verde tra il sol pallido:

Umido vento scuote i peschi e i mandorli

Bianco e rosso vestiti, ed i fior cadono.

Spira dai pori de le glebe un cantico.

Meno mi piace la canzone dei fiori che segue nella terza strofa:

O salienti dai marini pascoli

Vacche del cielo, grige e bianche nuvole,

Versate il latte da le mamme tumide....

Reminiscenza vedica. Certo non senza una ragione qui il poeta ha voluto

prestare ai fiori un linguaggio tolto dai miti vetustissimi; ma il genio

ellenico, per sè medesimo e per noi, mitigò, trasformò, corresse insomma

tutti quei miti zoomorfi; e gli incorreggibili e i non esteticamente da

lui accettabili, con un cenno della mano luminosa, ricacciò oltre i

confini di Samotracia e oltre il Ponto. Anche il mostro egli volle

rendere, alla sua maniera, bello. L'innesto, per esempio, dell'uomo e

del cavallo, de la donna e del pesce erano sì dei mostri ma suscettivi

di formosità; onde s'ebbero buone accoglienze il centauro e la sirena.

Queste vacche indostaniche invece, che pascolano in aria con gli overi

spenzolanti e gocciolanti, non trovarono grazia. — Ma, tolto questo neo,

l'ode è, ripeto, a mio gusto, una elegantissima cosa. E si eleva

superbamente nelle apostrofi finali, che l'anima commossa del poeta

lancia in mezzo ai sorrisi e alle inquietudini della Natura generante.

Chinatevi al lavoro, o validi omeri;

Schiudetevi agli amori, o cuori giovani;

Impennatevi ai sogni, ali de l'anime;

Irrompete a la guerra, o desii torbidi.

Ciò che fu torna e tornerà nei secoli.

*

* *

La ode quinta, _Cèrilo_, confesso di non averla capita bene. Vi domina,

forse, una soggettività troppo circonstanziata, che certo avrà dato

materia viva al poeta, ma che nel tempo stesso impedisce ora che l'unità

lirica si trasferisca in unità d'emozione e di fantasma dentro lo

spirito del lettore. S'io m'inganno altri mi corregga. Resta, a ogni

modo, di questo _Cèrilo_ come un soavissimo frammento di melodia nella

memoria:

Sotto l'adulto sole, nel palpito mosso da' venti

Pe' larghi campi aprici, lungo un bel correr d'acque,

Nasce il sospir de' cuori che perdesi nell'infinito,

Nasce il dolce e pensoso fior de la melodia...

Invece niente o pochissimo m'è rimasto dell'ode che segue: _Saluto

d'autunno_: e tralasciandola parmi che il volume non ne avrebbe

scapitato.

Eccoci alle odi: _Le due torri_ e _Miramar_. Con brevità concettosa e

fantastica il Carducci rappresenta nel linguaggio dell'Asinella, che si

lancia diritta in alto come una titanica antenna, e in quello della

Garisenda, che curva penosamente la sua mole immane, i drammi gloriosi e

dolorosi della vecchia città medioevale. Nella prima strofa le ingrate

alliterazioni di un verso (_E su 'l populeo Po pe 'l verde paese i

carrocci..._) ricordano una annotazione curiosa del Carducci, nella

quale confessò che alcuna volta egli è preso dal bizzarro compiacimento

di scrivere un verso scadente e mandarlo per il mondo a cercar sua

ventura. A ogni modo quella noticina stridula si perde nella severa

grandiosità armonica, che io quasi direi beethoveniana, del breve

componimento.

Donne e poeti · 第 6 / 21 题