Miei ricordi.
Il poeta ha toccato da molti anni il vertice della fama; e vi siede
tranquillo, con il consenso generale, senza contrasti.
Leone Tolstoi è glorificato insieme e scomunicato. Intorno al Carducci
non risuonano ora che lodi; e s'inchinano a lui, da un pezzo, anche gli
avversari di un tempo. Lo stesso Max Nordau, che ha messo tanto studio a
trovare il bacillo della «degenerazione» negli scrittori contemporanei
più in voga, si è come fermato dinanzi al Carducci: anzi ha espressa la
sua meraviglia che un ingegno così libero e animoso sia insieme così
equilibrato e così sano; e abbia potuto fiorire nel nostro tempo...
Che potrei io aggiungere adesso al gran coro plaudente? Vorrei invece
riunire qualche sparso fiore di ricordi e posarlo sull'altare della
memore Amicizia.
Ricordo, come se fosse adesso, la prima volta che sentii il suo nome.
Andavo per via Cavaliera, a Bologna, verso l'Università insieme al mio
povero amico Adolfo Borgognoni; e lo udivo ripetere ogni tanto, a voce
spiccata, come un ritornello, questi due ottonari:
Sul Palagio de' Priori
Ne la libera città...
Gli chiesi di chi fossero e mi nominò Giosuè Carducci. Quello stesso
giorno, cercai in biblioteca il periodico ove erano stampati (parmi che
fosse la _Rivista Contemporanea_) e lessi tutta l'ode con cui il poeta
aveva salutata l'alba del moto italiano a Firenze, nel 1859.
Non dico che proprio l'ode mi entusiasmasse; anche perchè, in quel
tempo, nei bolognesi s'ondeggiava ancora, quanto a gusto di poesia, tra
il Manzoni e Paolo Costa, e leggevamo troppi sonetti di monsignor
Golfieri; ma quella vigoria nella strofa semplice e schietta e quel buon
sapore di Trecento nella lingua, mi penetrarono; e quando rividi il
Borgognoni, gli declamai a memoria quasi tutta l'ode. La grande canzone
_A Vittorio Emanuele_ ribadì poi nel mio animo quella prima impressione
favorevole; e cominciai a volgere dentro di me la speranza che il
rinnovato popolo italiano potesse trovare il suo poeta giovane in Giosuè
Carducci.
*
* *
Bei tempi e dolci a ricordare! Nella libreria Marsigli e Rocchi
(antecessori Zanichelli) una sera conoscemmo Francesco Buonamici,
nominato di fresco a una cattedra di diritto nella Università di Pisa.
Passammo una piacevole serata col giovane professore pisano, parte
seduti dal libraio e parte passeggiando sotto i portici. Con la sua
bella parlata toscana, il Buonamici discorse prima con noi del
Salvagnoli suo maestro, del quale era stato, credo, segretario durante
il Governo provvisorio di Firenze; poi attaccò a parlare del suo amico e
condiscepolo Carducci con sì caldo entusiasmo che un poco ci mise in
diffidenza. Fummo però lieti di sapere che il poeta maremmano aveva già
in Toscana, specie tra i giovani, una schiera di ammiratori. Per conto
suo, il Buonamici mostrava di non dubitare che ormai quello doveva
essere considerato come il primo poeta d'Italia; ed esortava noi a
conoscerlo meglio dalle poesie stampate. Col tempo avremmo veduto
meraviglie.
Ripeto che, con tutte le nostre buone disposizioni, la voglia di
obbiettare non ci mancò. E il Prati? e l'Aleardi? A ogni modo, quella
specie d'apostolato del Buonamici, di una eloquenza così sincera, non fu
senza effetto in me e nell'amico Adolfo. E poichè s'era allora quasi
indivisibili, ci demmo a cercare insieme e a leggere con passione tutti
i versi e le prose del Carducci che potemmo avere sotto occhio. Quando
poi, di lì a qualche mese, si seppe che il ministro Mamiani — ricusando
il Prati — aveva nominato il Carducci alla cattedra di letteratura nella
Università bolognese, la nostra curiosità e la aspettazione furono
grandissime.
E si sa quale sia la sorte frequente delle aspettazioni grandissime; e
toccò anche al Carducci. Nè con la prolusione al corso, nè con le sue
prime lezioni sulla _Divina Commedia_, ottenne egli subito un successo
clamoroso. Eravamo avvezzi al tono e alle forme delle «lezioni
d'eloquenza». Non era allora il Carducci parlatore facile, e non voleva
essere fiorito; ma a tutti impose presto il convincimento che la materia
avesse in lui un maestro di forte ingegno e, per la età sua
giovanissima, mirabilmente preparato; e che per lui, come per il Gandino
e per il Teza, si venisse instaurando alla nostra Università un metodo
d'insegnamento letterario e filologico assai diverso da quello di prima.
Del poeta allora non si parlava; e pareva che amasse di celarsi dietro
l'insegnante.
*
* *
Poco dopo io passai a studiare nella Università di Pisa.
Sapendomi arrivato da Bologna, molti mi chiedevano del Carducci. — Che
fa? Come si trova a Bologna? Che incontro hanno fatto le sue lezioni? —
Io che, prima di partire, avevo trovato modo di conoscerlo, cercai
naturalmente de' suoi amici e, a breve andare, mi vidi ammesso nel
numerato cenacolo. Erano, oltre il Buonamici, Narciso Pelosini, Felice
Tribolati, Diego Mazzoni, Giuseppe Puccianti... Durante i miei quattro
anni, furono essi per me la compagnia preferita; e non solamente per la
naturale affinità degli studi.
Essendo spesso tra Pisa e Bologna, io divenni in qualche modo
l'intermediario tra il Carducci e gli amici pisani; e vedevo passarmi
sotto gli occhi le vicende e gli umori di quella amicizia. Gli umori non
erano sempre tranquilli; e pareva che le opinioni e le manifestazioni
letterarie decidessero perfino delle amicizie in quegli animi
giovanilmente inquieti e irritabili.
Insomma, il Carducci era per quella piccola schiera come un capo
lontano; e quindi facilmente discusso, perchè il capo e perchè lontano.
Il più pronto a mostrarsi scontento di lui era il Pelosini. Io lo
chiamavo il «Conte di Provenza», del quale avevo letto che passò la sua
vita a meravigliarsi perchè non era nato lui il primogenito, invece di
Luigi XVI. Aveva presa infatti il buon Narciso dentro al cenacolo una
certa aria di «pretendente», un poco perchè sentiva grandemente di sè e
un poco per il suo valor vero. Egli aveva esordito poetando con molto
successo; e da qualcuno si era sentito a dire che i suoi versi valevano
meglio di quelli del Carducci... Come poteva egli non tener conto di
un'opinione tanto ragionevole?... Fra gli amici pisani, così
appassionati e gelosi delle pure tradizioni del cenacolo, era dunque
nato il sospetto che Giosuè Carducci, vivendo al di là dell'Appennino,
letterariamente non si guastasse. Bologna era quasi la Lombardia; e
questa voleva dire romanticismo, manzonismo e chi sa che altro! L'ombra
di Pietro Giordani li ammoniva a vigilare.
Un giorno arrivò a Pisa un giornale con una lirica di Giosuè intitolata
_Carnevale_. Era tutta piena di _Voci_: voci dai palazzi, voci dai
tugurî, voci dalle soffitte, voci perfino da sotterra: una fantasia
macabro-sociale, che mandava insieme odore di Proudhon e odore di Victor
Hugo. Fu accolta dagli amici malissimo; e ci videro una prova di più che
il triste loro sospetto, pur troppo, s'avverava. Se ne parlava come
d'uno scandalo doloroso! L'ultimo a leggerla fu Cice Tribolati, uno dei
più cari, più colti e più bizzarri spiriti che io abbia mai conosciuto.
Spasimava per il secolo XVIII, le parrucche, gli spadini, i
guardinfanti, il marchese Algarotti e il rapè, che fiutava con passione;
e diceva d'amare anche l'imperatore Nerone; e teneva sempre due
pistolette cariche sul suo scrittoio, egli mite e gentile e
impressionabile come una vecchia gentildonna del suo gran secolo
preferito... Letta la lirica carducciana, il Tribolati volle subito
uscire dal caffè Ciardelli ove s'era fatto insieme colazione; e
piantatosi in mezzo al Lung'Arno, quasi deserto e pieno di sole, alzò le
braccia esili gridando con voce che volle essere terribile: — Dio
dall'arco d'argento! — Era la sua classica e unica bestemmia. Poi si
lasciò andare sul lastrico e si rotolò per un tratto, ammaccandosi la
tuba e riducendo in misero stato il pastranetto color tortora. Accorsero
alcuni credendo una disgrazia e fecero per sollevarlo. Allora l'irato
uomo se la pigliò in quegli importuni: — Si levassero di torno!... Se a
lui piaceva di passeggiare i Lung'Arni a quel modo, o che doveva
importare ad essi? — Io e Romeo Cantagalli, testimoni, avemmo a morire
dal ridere...
Ma poi gli umori del cenacolo pisano si calmarono; benchè altre e più
ostiche sorprese a loro serbasse Enotrio Romano!
*
* *
Una intima conoscenza col Carducci io però non la feci che qualche anno
dopo, finiti i miei studi e tornato da un anno d'insegnamento in
Sardegna. Nel 1867 rimasi a Bologna libero di me e vi fondai la _Rivista
Bolognese_, a cui il Carducci collaborò. Così la nostra amicizia si
strinse e si mutò in una consuetudine della vita, a me carissima e, ho
ragione di credere, gradita anche a lui. Non è già che io vivessi molto
col Carducci, poichè le nostre abitudini erano alquanto diverse; ma
quando l'occasione si presentava, facevamo volentieri delle lunghe
chiacchierate. La sua fama di poeta si andava intanto consolidando e
ampliando. Io ammiravo con passione i suoi versi e ne parlavo con
passione; ed era una gioia per me quando me li leggeva prima di darli
alle stampe; ed egli mostrava di leggermeli volentieri.
Alcune volte, alla buona stagione, nel pomeriggio, ci davamo un poco al
vagabondo e si finiva in qualche osteria di campagna a pranzare insieme.
Al momento ch'egli traeva di tasca il foglio per leggere, io mi sentivo
dentro una scossa per la viva impazienza e pareva che tutta l'anima mi
si raccogliesse negli orecchi onde non perdere una sillaba. In tal modo
io, forse il primo, ascoltai parecchie di quelle liriche potenti, che
fra poco dovevano diffondersi per tutta Italia a combattere, a vincere,
a trionfare. Così, o in circostanze poco dissimili, io conobbi l'ode per
Edoardo Corazzini, _La Consulta araldica_, quella per la decapitazione
di Monti e Tognetti e quella _In morte di Giovanni Cairoli_. Poi, dopo
il settanta, il canto _Per l'anniversario della Repubblica francese, Io
triumphe! Versaglia..._ Scoppi di collere civili, rimpianti amari,
glorificazioni radiose. Era quello il tempestoso periodo dei _Giambi ed
Epodi_. Ma ai rombi della tempesta si interponevano degli strappi di
serenità; e allora erano sonetti meravigliosi come quello _Il Bove_; o
salivano dal cuore dell'uomo le voci degl'intimi affanni, e un consenso
di dolcezza e di pietà infinita pareva che venisse dalla campagna
silenziosa nella luce del tramonto, mentre il poeta diceva i suoi versi.
L'albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da' bei vermigli fior,
Nel muto orto solingo
Rinverdì tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor...
Ho ricordato che, in quel tempo, la poesia e l'arte carducciana si
dilatavano nel trionfo, prendendosi allegre vendette delle piccinerie
della critica, dell'invidia, della diffidenza, delle stesse lodi
lesinate con avara mano e condizionate da riserve infinite. Ma le
resistenze erano ancora fortissime; ed è curioso adesso ricordare come,
in generale, si negassero al verso del poeta toscano proprio quei pregi
che ora maggiormente vi ammiriamo: la agilità magistrale e l'armonia
multiforme. Ma che intendevasi allora in Italia per verso «armonioso?»
Anche non pochi di quelli stessi che erano propensi ad ammirarlo per
vigore di concezione lirica ed altro, lo chiamavano verseggiatore duro,
duro, duro!... Poco prima che uscisse la edizione Barbèra, io, avutane
licenza dal Carducci, pubblicai l'_Idillio maremmano_ in un giornale
bolognese e ai miei lettori domandavo: è duro anche questo?... Certo è
che il tema simpatico e le mirabili bellezze dell'_Idillio_ operarono
rapidamente molte conversioni; come moltissime, e per ragioni più
complesse, dovette poi operarne l'ode alcaica _Alla Regina d'Italia_.
Il Carducci intanto s'era incaricato di rispondere per conto suo,
nell'ode _Per le nozze di Cesare Parenzo_, a quei molti che altre
durezze e asprezze in quel tempo gli rimproveravano.
*
* *
I limiti brevi di questo scritto mi hanno obbligato, si capisce, a
procedere e ora a fermarmi scartando ricordi innumerevoli e non
unicamente interessanti, io credo, per quella facile curiosità dei
lettori che ama vedersi rappresentato un uomo celebre anche nei tenui
particolari della vita.
Quella di Giosuè Carducci, quando potrà essere narrata in pieno, dovrà
riuscire un documento notevolissimo della vita italiana del nostro
tempo. E un capitolo molto importante certo dovrebbe essere quello che
studiasse i grandi e molteplici influssi che il Carducci effuse dintorno
a sè oltre la letteratura e la poesia, sugli uomini che l'avvicinarono.
E apparirà questo curioso contrasto: che pochi, discorrendo, forse
ebbero mai meno di lui l'aria di voler soverchiare con la propria
opinione ed imporla, tanto pareva remissivo e compiacente alle opinioni
degli altri. Ma poi, per un'intima vigoria di sentimento e di pensiero
che partiva da lui, spesso uno modificava o abbandonava quella opinione
sua che era uscita dal dibattito con una facile vittoria; e da ultimo
adottava quella che _sentiva_ essere in fondo all'animo del poeta.
Io da Giosuè Carducci troppe cose imparai, perchè potessi qui anche solo
enumerarle. Imparai sopratutto il rispetto alla sacra Poesia; non quello
che si espande in preziose sentimentalità e si pasce d'infatuazioni
orgogliose, ma quello che in faccia alla grandezza dell'Arte ci fa
sentire la gravità dei doveri per l'anima nostra e per quella degli
altri.
La sua fu una ascensione di oltre quarant'anni, perseverante e gloriosa.
In mezzo ai tanti disinganni che seguirono, tra noi, alle facili
speranze, in mezzo a tanti tramonti melanconici che contristarono il
nostro cammino, egli mantenne tutte le promesse della sua forte
giovinezza, all'Arte e all'Italia.
Questo, Giosuè Carducci non aveva certo bisogno che io ricordassi a lui;
ma provo bene io una gioia profonda nel ricordarlo al dolcissimo amico,
in questi giorni, abbracciandolo da lontano col desiderio e inchinandomi
dinanzi a lui.