E il giorno della vendetta arrivò, tristo, terribile, inaspettato.
Allorchè ai 7 Luglio 1647, nella piazza del Mercato, la plebe,
istigatore e duce Masaniello, al grido di: _Viva il Re e muoja il
mal governo_, fieramente insorse, dimandando l'abolizione della
gabella de' frutti e delle altre gravezze che l'opprimevano, uno de'
primi atti di autorità del nuovo Capopopolo fu l'incendio del posto
dell'arrendamento della farina a Porta Nolana, e della casa abitata da
Girolamo Letizia a Portanova[173]. Un drappello di circa 50 garzoni
e fanciulli, capitanati da Giovanni d'Amalfi a cavallo, eseguiva
fedelmente gli ordini di Masaniello. Scalzi, in sola camicia e mutande
di tela, e col berretto rosso in testa, essi, facendosi ministri di
una nuova giustizia, andavano processionalmente per le vie, preceduti
da uno stendardo (_pennone_), nel quale si vedevano dipinte le armi
reali di Spagna[174], e portavano chi torce di pece, chi graffii o
forcine, chi solfanelli, fascine impeciate ed altre cose bisognevoli
ad accendere, e chi finalmente picconi e sciamarri. Erano cenciaiuoli o
_bazzareoti_[175] gente della più vile e povera condizione, che viveva
stretta ed ammucchiata in alcuni di quei luridi covili del Mercato e
del Lavinaro, che si dicevano e si dicono tuttora _fondachi_, e che
la progredita civiltà ha ora diminuiti, o in buona parte migliorati,
ma non ancora interamente distrutti. Laceri e seminudi furon i primi,
che allora si chiamassero _lazzari_, e questo nome, che i superbi
dominatori spagnuoli diedero loro come una ingiuria, i plebei sollevati
della città e del regno, imitando i _Bruzii_ dell'antica Italia, ed
i _gueux_ delle Fiandre, lo adottarono volentieri, come un titolo
onorifico, e come un distintivo di animo libero ed indipendente[176].
Era Girolamo Letizia o di Letizia uno degli affittatori
dell'arrendamento della farina, che, uscito dalla plebe, coi guadagni
di quello si aveva procacciato non poche ricchezze. Uomo senza
misericordia, non perdonava in alcun modo, come dicono le memorie
contemporanee, a chi, entrando nella città con un poco di farina
o con due pagnotte di pane, non ne avesse pagato prima il dazio
corrispondente[177]. Oltre al fatto della moglie di Masaniello,
narravasi di lui, che una volta, per un contrabbando di pochissimo
momento, avesse fatto condannare alla frusta due povere contadine de'
casali di Napoli. Era quindi oltre ogni dire odiato dalla povera gente.
Ora i lazzari, bruciato che ebbero l'ufficio della gabella a Porta
Nolana, secondo gli ordini ricevuti, si portarono al _Largo di
Portanova_, ove nel palazzo della famiglia Mormile de' Duchi di
Campochiaro, ora segnato col numero civico 11, abitava allora
il Letizia. Ivi giunti, occuparono tutti gli sbocchi delle vie
circostanti, e circondarono il palazzo, gridando sempre: _Viva il Re
e muoja il mal governo!_ Poscia, rotta ed aperta la porta con mazze
ferrate o colle fiamme, alcuni di loro salirono sulla casa del Letizia,
e, preso tutto ciò che vi era, dalle finestre lo gittavano nella
piazza; altri dal basso riunivano il tutto in catasta e vi ponevano il
fuoco. Magnifici arazzi, ricche cortine di seta e di oro, scrittorii di
ebano intarsiati di argento o di avorio, quadri di nobilissima pittura,
vasellame di argento ed ogni altra preziosa suppellettile era preda
dalle fiamme. Nè si risparmiavano le gioie o il denaro contante, non
le cose commestibili, non gli stessi animali, che in quella casa per
avventura si trovassero. Così il tutto riducevasi in cenere[178], senza
che alcuno di quei miserabili pensasse a sottrarre o a serbare per sè
un oggetto qualunque, fosse pure di nessun valore. E mentre il fuoco
distruggeva quelle robe, frutto de' guadagni procacciati colle odiose
gabelle, Giovanni d'Amalfi alla gente circostante gridava: _Vedi,
popolo mio, queste robe sono delli officiali, che se l'hanno fatto col
sangue di noi altri poveri; si buttano in questo fuoco e si bruciano,
per ordine di Masaniello, mio fratello_[179]. Il popolo in parte
compiaciuto, in parte atterrito, guardava meravigliato ed attonito
l'orrido spettacolo.
Ma ormai la plebe sollevata aveva la coscienza delle proprie forze,
e, non contenta dell'abolizione delle gabelle e dell'amnistia pe'
fatti de' 7 ed 8 luglio, accordate facilmente dal vicerè, dimandava
istantemente altre più larghe concessioni, e la _isopolizia_ o la
eguaglianza de' diritti coi nobili del governo municipale della
città. _Vogliamo il privilegio di Carlo V_, aveva arditamente detto
Masaniello al Duca di Maddaloni ed agli altri nobili spediti al Mercato
dal vicerè; _vogliamo il privilegio di Carlo V_, ripetevano in coro i
_lazzari_, che, come gente bassa, al dire di un contemporaneo[180],
non sapevano parlare. Un vecchio, in abito da prete e con lunga
barba, era l'autore e l'anima di queste risoluzioni. Egli istruiva il
pescivendolo, già pubblicamente acclamato Capitan generale del popolo;
egli gl'insinuava le grazie ed i privilegi da dimandarsi al vicerè,
egli gli spiegava come l'aquila e le colonne di Ercole, che si vedevano
sulla porta della Vicaria (il palazzo di giustizia), fossero le insigne
del benefico imperatore, e che perciò dovessero essere rispettate.
Questo prete e questo consigliere era D. Giulio Genoino.
La vita del vecchio agitatore, ne' 27 anni decorsi dal 1626 al 1647,
era passata tra le angustie e gli stenti del carcere, e tra le liti
e le molestie procacciategli dalla sua indole turbolenta, e dalle
persecuzioni de' nobili, suoi antichi nemici. Carcerato in Ispagna,
ove, dopo la caduta dell'Ossuna erasi condotto, e, con sentenza
de' 28 Settembre 1620, condannato in Napoli alla forgiudica[181],
egli nel 1621 aveva ottenuto da re Filippo IV, con dispaccio de' 18
novembre, che il suo giudizio fosse in Napoli stesso riveduto[182]. Ed
infatti una Giunta speciale composta del licenziato Francesco Antonio
d'Alarcon, cavaliere dell'abito di S. Giacomo, commissario delegato
del re, e da quattro giudici scelti ne' tribunali del regno, intese
novellamente il Genoino trasportato prima a Baia e poscia a Capua[183].
Ma il secondo giudizio non fu molto diverso dal primo, ed egli fu
condannato a carcere perpetuo in qualche castello appartenente alla
Corona di Spagna, che non fosse nel regno; e, per ordine del re, in
data de' 22 ottobre 1622, gli fu assegnata la fortezza del Pignone in
Africa. Così visse ivi più o meno strettamente per 12 anni, sinchè,
avendo mandato alla Corte il modello in legno della fortezza[184] ove
stava rinchiuso, ottenne dal re la grazia della libertà: mediante
il pagamento di 4000 ducati, e coll'obbligo di restare in qualche
luogo dell'Andalusia o di Castiglia o confine. La carta con cui gli
fu partecipata la grazia sovrana, è del 12 febbraio 1634[185]. Se non
che, dopo alcuni anni, il Genoino ritornò in Napoli, ove, rinfocolati
gli odii antichi, e suscitati nuovi sospetti, a' 2 Ottobre del 1639,
ad istanza degli Eletti della città, fu per estranee cagioni sostenuto
per qualche tempo nel Castel Nuovo[186]. Allora vedendo, come egli
stesso dice, “la sua persecuzione dello stato secolare, e che dove
meritava premio, gli si era data pena, risolse, nel residuo della sua
vecchiezza, servire Dio in istato di sacerdote, e con Breve apostolico,
prese gli ordini sacri, servando tutte le sacre costituzioni e le
prescrizioni del Concilio di Trento, per mano di D. Basilio Cacace,
arcivescovo di Efeso[187]„.
In queste nuove condizioni di vita ritrovavasi, allorchè la imposizione
della gabella sui frutti, che egli più che altra riconosceva odiosa
al popolo, venne a rinnovellare le sue antiche speranze. Ne' primi
mesi del 1647 fu veduto spesse volte, verso l'imbrunire, stringersi
a secreto colloquio con Masaniello nella Chiesa del Carminello al
Mercato[188]. L'astuto vecchio aveva scorto l'influenza che il giovane
pescivendolo esercitava sulla plebe del Mercato e del Lavinaro,
l'avversione che nutriva contro i nobili ed i prepotenti, l'animo
pronto ed ardito, ed il buon senso, che nascondeva sotto le apparenze
della spensieratezza e della buffoneria. Lo indettava quindi, e lo
preparava a' futuri casi ed a' moti facilmente prevedibili.
Nè le sue speranze fallirono. Ciò che egli aveva già inutilmente
tentato nel 1620, ora, scoppiata la sollevazione, assai più largamente
dal popolo ottenevasi. Le chieste immunità e prerogative, poichè
quel privilegio di Carlo V, che invocavasi, non era mai esistito,
_ad honore conservatione e gloria della Maestà Cattolica..... del
Re, dell'eminentissimo.... cardinal Filomarino.... arcivescovo....
dell'eccellentissimo signor Duca d'Arcos, vicerè.... e del signor
Tommaso Aniello d'Amalfi, capo del... fedelissimo popolo_, erano ai
13 luglio, dallo stesso Vicerè, in nome di Sua Maestà Cattolica, ad
esso _fedelissimo_ popolo restituite, ampliate e confermate, ed anche
solennemente giurate. Gli eventi inoltre superavano la aspettazione del
Genoino, ed oltrepassavano i privilegi conceduti. Dai 7 luglio fino al
3 Giugno dell'anno seguente, il _Tribunale di S. Lorenzo_ non fu più
riunito. I nobili cessarono affatto dal governo della città, e l'Eletto
del Popolo restò solo a disporre di tutti gli affari municipali.
Francesco Antonio Arpaia, il compagno del Genoino ne' tumulti del 1620
e nelle pene indi sofferte, chiamato da Teverola, ove era governatore
di quella terra, fu allora da Masaniello nominato ad un tale importante
ufficio[189].
In questo frattempo la famiglia del pescivendolo divise con lui il
rispetto ed i riguardi, che egli così inaspettatamente si ebbe. Tutti
coloro, che in qualunque modo gli appartenevano, in quei pochi giorni
di potere, si gloriavano e cercavano anche di profittare della loro,
fosse pur lontana, parentela. Nè mancò chi, tuttochè affatto estraneo,
si volle dare a proprio vantaggio per congiunto di lui. Così fece un
marinaio di Chiaja, che nella domenica 14 luglio spacciatosi per nipote
di Masaniello, andava per quella contrada facendo ricatti e minacciando
l'incendio e la morte a chi si negava alle dimande. Il capitan generale
appena n'ebbe notizia, ordinò che restituito a ciascuno il danaro con
quella invenzione sottratto, il marinaio venisse condotto al Mercato a
subire colla morte rigoroso castigo dei suoi ladronecci[190].
Ma tra tutti i parenti ed i cognati di Masaniello, coloro che
principalmente ebbero parte al potere ed agli onori, furono in
ispezialità il fratello e la moglie. Giovanni di Amalfi fu quasi
come un luogotenente di lui. Egli negli otto luglio metteva le nuove
_assise_ ai commestibili nelle botteghe e nei posti della città. Egli
nel giovedì, allorché dovettero fissarsi le capitolazioni col vicerè,
precedette ed annunziò l'arrivo del fratello a Palazzo. Egli nel sabato
13, vestito di lama d'argento turchino, lo accompagnò nella trionfante
gita al Duomo pel giuramento delle dette capitolazioni. Egli era col
fratello a spasso nella gondola del vicerè a Posillipo, ed al banchetto
in Poggioreale nella domenica e nel lunedì 14 e 15 luglio. Egli
finalmente nella sera dello stesso dì 15 luglio, vigilia della morte
di Masaniello, fu da costui spedito con una mano di circa 500 plebei ad
inseguire e catturare il Duca di Maddaloni nelle vicinanze di Benevento
ove credevasi essersi rifugiato[191].
Bernardina d'altra parte godette del pari; e forse anche più di
lui, della mutata fortuna del marito. Il vicerè, che conosceva la
influenza di lei sull'animo di costui, cercò con ogni mezzo blandirla
e rendersela benevola per suoi fini con ricchi regali, ed anche
invitandola a recarsi a Palazzo[192].
Nella domenica 14 luglio verso sera una carrozza di corte tirata da
sei cavalli[193] ed accompagnata da quattro alabardieri tedeschi,
si fermò innanzi alla povera casa posta a fianco al vico Rotto. Poco
stante la madre, la moglie e la sorella con due cognate ed un'altra
parente di Masaniello, tra l'ammirazione dei lazzari e l'invidia delle
comari del Mercato e del Lavinaio, si collocarono in quella. Le loro
vesti convenivano alla presente non alla passata fortuna. Bernardina
portava una roba all'_imperiale_, colle maniche gonfie (_a presutto_)
una gonnella ed una sopravvesta o giubbone di lama d'oro e di seta,
guarnita di fasce piccate e di trine e repunti pure di seta o di
oro[194], ed usava il guardinfante, la cui moda da poco tempo era stata
introdotta dalla viceregina duchessa di Monterey[195]. Aveva al collo
una ricca e pesante collana d'oro, regalo della duchessa d'Arcos. Le
altre donne pure si erano ornate di vesti ricche e sfarzose scelte
tra le robe, che già si erano saccheggiate al duca di Maddaloni, e
Grazia d'Amalfi aveva in braccio un fanciulletto di pochi mesi anche
riccamente addobbato.
Allorchè la carrozza si avviò verso Palazzo, e mentre passava per
le vie della città popolate di gente curiosa di vedere lo strano
spettacolo, la famiglia di Masaniello riceveva dovunque i plausi ed
i saluti rispettosi della plebe che gridava: _Viva la Spagna, viva
il popolo, viva Masaniello!_ Alla porta del parco, che era dove ora,
nella strada di S. Carlo, si vede il cancello del giardino reale coi
cavalli di bronzo, le donne smontarono, e la Bernardina si pose nella
sedia della stessa viceregina, la cognata in quella di D.ª Catarina
d'Ayala, moglie del visitatore generale del regno D. Giovanni Chacon
y Pons de Leon, e le compagne in altre sedie di dame, che allora
trovavansi in corte. Così attraversarono il parco fino ai piedi della
scala del palazzo, ove furono ricevute dal capitano della guardia e
dal cavallerizzo maggiore del vicerè col capo scoverto, e servite dagli
alabardieri e dai paggi sino alla camera, dove si trovava la viceregina
con suo fratello, D. Vincenzo d'Aragona, con lo stesso visitator
generale, col cardinale Filomarino, e con alcune principalissime
signore del Regno.
Le accoglienze furono non solo cortesi ma anche amorevoli. Due dame
di compagnia si fecero sulla porta della camera incontro alle sei
donnicciuole, e la viceregina alzatasi si accostò alla moglie di
Masaniello, dicendole in ispagnuolo: _Sea V. S. Illustrisima muy bien
venida._ (Vostra Signoria Illustrissima sia la molto benvenuta). Al
che la moglie di Masaniello, non sconcertata dal luogo insolito per
essa e dalla presenza di persone tanto superiori alla sua condizione,
abbracciandola, ed all'uso popolaresco, come da uguale ad uguale,
appiccandole due sonori baci sulle guance, rispose prestamente:
_E Vostra Eccellenza la molto ben ritrovata._ Poscia, finiti gli
abbracciamenti ed i baci, che furono nello stesso modo ripetuti colle
altre signore presenti, ed anche dalle compagne della _generalissima_,
e sedutesi la viceregina e la comitiva, Bernardina soggiunse: _Vostra
Eccellenza è la viceregina delle signore, ed io sono la viceregina
delle popolane._
In questo le visitatrici furono abbondantemente regalate di dolciumi
e di rinfreschi, ed il Chacon, volendo cattivarsi la benevolenza della
famiglia del Capitan Generale, prese tra le braccia quel bamboccio suo
nipote, al quale non disdegnava di fare singolarissime carezze, come se
fosse stato un figliuolo della stessa viceregina. Egli, che era stato
autore principale a mantenere la gabella sui frutti, corrotto, come fu
fama, dai regali che gli arrendatori di quella aveano perciò fatti alla
moglie di lui[196], aveva ragione di temere l'ira del popolo. Pochi
momenti innanzi Masaniello, il quale prima di portarsi a Posillipo
l'aveva incontrato nelle anticamere di palazzo reale, si era accostato
a lui, e presolo pel petto, con termini risoluti, gli avea detto:
_Signor visitatore, mi è stato riferito che voi siete un gran mariuolo,
e che in ispecie avete rubato ad uno che so io seimila ducati. Se io
non vi ho castigato ancora conforme meritate, abbiatene obbligo al
Signor Cardinale mio signore, ma per l'avvenire state bene in cervello,
perchè vi bisogna._ D. Giovanni Chacon se l'ebbe per detto, e quindi
cercava con questi bassi mezzi rendersi amico il Capitan generale del
popolo.
D'altra parte la viceregina, presentando un ricco monile ed un gioiello
in diamante alla Bernardina, con bei modi si adoperava a persuaderla
perchè avesse indotto il marito a depositare il comando, or che le
capitolazioni erano state giurate, ed il popolo aveva ottenuto quanto
dimandava; e la sollecitava perchè quegli si rimanesse contento ormai
delle mercedi promessegli: _Senora comadre_, conchiudeva la viceregina,
_haga de manera, que su marido dexe el mando, porque se quieten las
cosas._ — _Oh questo poi no, signora commara_, rispondeva a tali
insinuazioni l'accorta donna. _Se mio marito abbandonasse il comando,
nè la sua nè la mia persona sarebbe più rispettata. Però sarà meglio
che ambedue stiano uniti, il Vicerè e Masaniello, cosicchè l'uno
governi gli spagnuoli e l'altro il popolo_[197].
L'ardita risposta non piacque per fermo alla viceregina, che
dissimulando non aggiunse altro, ma accomiatò gentilmente la Bernardina
e le sue compagne fino alla porta. Così allegra e contenta la comitiva
si partì, e colla stessa carrozza tornò a casa, seguìta dal dono
ricevuto, che era portato da un facchino in un canestro (_spasa_),
coverto da una tovaglia di taffettà turchino, ed accompagnato dagli
alabardieri e dai servitori, i quali quando furono nel Mercato,
suonarono di nuovo le trombe e le donne smontarono e si riceverono il
detto regalo[198].
Ma non passarono due soli giorni e la scena cangiò interamente. Nel
mattino di martedì mentre _maddamma_ Antonia[199], la vecchia madre
di Masaniello, Bernardina e Grazia incerte, ma pur presaghe del loro
danno, sole ed abbandonate da tutti in un angolo della loro casa
piangevano e si comunicavano a vicenda i propri timori, un mormorio
continuato e lontano pervenne al loro orecchio. Erano gridi di trionfo
o di morte? Masaniello aveva, come nel mercoledì precedente, trionfato
dei suoi nemici, o tutto era finito per esse, potere, agi ed onori?
L'incertezza non tardò guari a dileguarsi. Il rumore si faceva più
chiaro e distinto; era una turba di popolo che gridava: _Viva Dio e
il re di Spagna, Masaniello è morto, Masaniello è morto! sotto pena di
ribellione nessuno nomini più Masaniello!_ A quelle parole, la povera
Bernardina diè un alto grido e cadde tramortita al suolo.
In questo momento quella ciurma di popolani era giunta nella piazza del
Mercato, e sparando alcune archibugiate in aria, ripeteva gli stessi
gridi ed applausi. Un suono di tromba fu ripetuto tre volte, e, fattosi
silenzio, un banditore ad alta voce lesse:
_Bando e comandamento per ordine di Sua Eccellenza._
PHILIPPUS DEI GRATIA REX
In esecutione dell'ordine oretenus dato a noi da S. E.
si fa il presente Bando, per il quale si ordina et comanda
a tutte et qualsivogliano persone di qualsivoglia grado,
stato et conditione si sia, che fra il termine di 24 hore
debbiano restituire et dar nota in poter nostro di tutte et
qualsivogliano robe, cioè oro, dinari, argento quadri et ogni
altro mobile di qualsivoglia sorte che sia, che si ritrovano in
potere di qualsivoglia persona, pigliate dal q. Tommaso Aniello
d'Amalfi o d'altri in suo nome da qualsivoglia persona e casa,
et anche in potere di chi fossero andate dette robe, sotto pena
di confiscazione de' loro beni, di morte naturale e diroccatione
delle loro case; acciò havuta detta notizia se ne faccia
avvisata S. E. per eseguire quanto comanderà. Ed acciò tutto
venga a notitia di ciascuno, e nessuno possa allegare causa
d'ignoranza, si ordina che si pubblichi il presente Banno, non
solo nel Mercato di Napoli, dove solea vivere detto q. Tommaso
Aniello, ma anche in ogni altro luogo dove sogliono pubblicarsi
detti Banni. — Napoli 16 luglio 1647.