Correva l'anno di grazia 1620, anno notevole nella storia napoletana ai
tempi del viceregnato, sì per le novità allora tentate dalla _piazza_
del _fedelissimo_ popolo di Napoli nell'amministrazione del Comune,
e sì per le turbolenze ed i rumori che ne seguirono; primi preludii
della più famosa rivoluzione del 1647. Occasione e favore a queste
manifestazioni ed ai tumulti davasi dallo stesso D. Pietro Giron duca
d'Ossuna, che in quel tempo era vicerè, luogotenente e capitan generale
del Regno per Filippo III, re di Spagna, Napoli e Sicilia. Egli da
circa quattro anni governava il reame con varia opinione del popoli
soggetti, allorché nel principio di questo anno 1620, contro ogni sua
aspettazione, era dalla Corte richiamato in Madrid, e gli era dato per
successore il cardinal Borgia, ambasciatore spagnuolo a Roma. Non è
a dire quanto rammarico e dispetto l'ambizioso Duca risentisse da un
tale ordine. Il governo di Napoli, secondo il detto d'un altro vicerè,
non era da desiderarsi, appunto per non soffrire il dispiacere di
doverlo un giorno lasciare[104]. All'Ossuna dunque, come a moltissimi
altri vicerè che lo precedettero e lo seguirono in questo disgraziato
paese[105], riusciva più che mai importuna la nomina del successore,
epperò cercava ogni mezzo onde attraversare la venuta del medesimo e
prolungare così per sè il governo di Napoli; se pure, come fu fama, non
mirasse ancora ad usurpare dignità più alta ed indipendente.
Dovevasi in quel tempo per l'assenza dell'eletto Carlo Grimaldi, andato
a Madrid[106] come ambasciatore della sua _piazza_, e per la morte di
Ottavio Spina, che fino ai 21 marzo lo avea sostituito[107], nominare
un proeletto del popolo, che durante quell'assenza amministrasse.
Or tra i sei nomi presentati, com'era costume, al vicerè per la
nomina, eravi quello del dottor Giulio Genoino, nato di onorata
famiglia napoletana ed uomo di acutissimo ingegno e di sufficiente
dottrina[108], ma di animo torbido ed avversissimo alla nobiltà. Costui
dunque parve al Duca, e lo era infatti, uno strumento atto a menare ad
effetto i suoi ambiziosi disegni, epperò fu in preferenza scelto tra
gli altri a quell'importante ufficio[109].
Il governo municipale della città di Napoli risedeva in quel tempo
nelle cinque _piazze_ nobili, che dicevansi di Capuana, di Nido, di
Montagna, di Porto, e di Portanova, ed in quella del Popolo. Tutte
queste _piazze_, che chiamavansi anche _seggi_, non erano mai riunite
in una generale assemblea, ma ciascuna deliberava separatamente, in
guisa che il voto di quattro di esse, che fossero d'accordo sopra un
dato negozio, costituiva la maggioranza nelle decisioni di qualunque
bisogna del Comune. Ogni _piazza_ nobile per l'ordine interno e per
la propria amministrazione avea un governo di sei gentiluomini o
_cavalieri_, come generalmente chiamavansi, meno quella di Nido che
ne aveva cinque, d'onde si dissero i _Cinque_ e _Sei_. Sei eletti
nobili nominati da questi gentiluomini, uno per _seggio_, eccetto per
Montagna, ove, perchè rappresentava anche l'abolito seggio di Forcella,
se ne creavano due con un sol voto e l'eletto del popolo, avevano
il potere, che potremmo dire esecutivo, nel governo della città, e
formavano il _Tribunale di S. Lorenzo_, preseduto da un magistrato
eletto dal vicerè, che chiamavasi _Prefetto dell'Annona_ o _Grassiere_.
Sembra che in origine il popolo avesse nel Comune ingerenza maggiore.
Ed infatti da alcuni documenti rileviamo che sotto gli Angioini
esso contribuiva per la terza parte nell'amministrazione municipale,
rappresentando le altre due terze parti i sedili di Capuana e di Nido
da un lato, e quei di Montagna, Porto e Portanova dall'altro. Ma a
poco a poco, nè, per mancanza di documenti può dirsi il come ed il
quando, questo ordine di cose cangiò. Ai tempi di cui discorriamo,
il Comune erasi costituito nel modo come sopra dicemmo, e la piazza
popolare, che aveva anche perdute molte delle sue prerogative, stava
in faccia alle nobili come uno a cinque. Così, per discorrere della
maggiore e principal libertà, l'Eletto del popolo, che prima nominavasi
a suffragio universale di tutti i popolani, dopo i tempi di d. Pietro
di Toledo sceglievasi dal vicerè tra sei nomi presentati dalla medesima
_piazza_ e imbussolati tra 58 deputati eletti dal popolo, due per
ciascuna delle ventinove _ottine_, in cui dividevasi allora la Città.
Così pure i capitani delle ventinove _ottine_ sceglievansi dal vicerè
fra sei persone nominate da quelle; come tra i 58 deputati sceglievansi
20 a maggioranza di voti, e tra questi si tiravano a sorte 10, che
assistevano l'Eletto nel suo uffizio col titolo di _Consultori_.
La perdita di queste libertà e prerogative municipali era l'oggetto di
spessi reclami da parte del popolo,[110] ed era lamentata moltissimo
dagli scrittori popolari di quell'epoca, come dal Summonte, dal
Capaccio e dal Tutini[111]. E comunque i reclami per la sempre
invaditrice prepotenza della nobiltà, non partorissero alcun effetto
nella corte di Spagna e presso i vicerè, nè si curassero punto i
lamenti di coloro, che cercavano di conservare le patrie memorie, pure
e gli uni e gli altri facevano diffondere negli animi di quella classe,
per altro assai ristretta del paese, che ora si direbbe _borghesia_,
ed anche, sebbene più scarsamente, tra i popolani e la plebe, odii e
desiderii, i quali maturavano i semi di una futura rivoluzione.
Erano in questo stato le cose, allorchè Genoino venne creato Eletto
_pro interim_ del popolo. Egli, preso che ebbe il possesso della
carica ai 9 aprile 1620[112], comunque non ne fosse ancora il tempo,
fece prima di tutto mutare nel reggimento popolare i consultori ed
i capitani delle ottine. A questi uffici fece pure presciegliere
dal vicerè persone da lui dipendenti e che erano tra i più famosi
_compagnoni_[113], che allora fussero in Napoli, specie di vagabondi
e faziosi legati in compagnia a comune difesa e vantaggio. Tra gli
altri fu allora nominato[114] capitano del Mercato Francesco Antonio
Arpaia, uomo di legge e valente schermitore[115], che dopo ventisette
anni si vide novellamente ricomparire col Genoino, e dirigere per alcun
tempo la rivoluzione che ebbe il nome da Masaniello. Con questi mezzi
il Genoino pensava di favorire i disegni dell'Ossuna, e nello stesso
tempo ottenere, se fosse stato possibile, il soddisfacimento delle
aspirazioni del popolo. Egli contava specialmente sul favore che il
Duca si aveva procacciato fra la gente minuta e nei quartieri popolari
del Pendino e del Mercato, talvolta con qualche pronta giustizia[116],
e cosa non comune in quel tempo, spesso colle feste e coi bagordi, e
più di tutto coll'abolizione della gabella sui frutti imposta nel 1605
sotto il governo del Conte di Benavente, ed affittata allora per 84,000
ducati[117] l'anno. Un giorno che il vicerè passeggiava secondo il suo
solito per la città, ed accompagnato e seguìto dalla plebe, alla quale
gittava di quando in quando monete di argento, girava per la piazza
del Mercato, passando per la baracca, ove risiedevano gli esattori di
questa gabella, si accostò alla medesima, e smontato dalla carrozza,
cacciò la spada che avea al fianco, e con quella tagliò le corde della
bilancia con cui si pesavano le frutta. L'atto subitaneo e liberale,
che fu poi seguìto da un bando regolare, destò il più indicibile
entusiasmo nella povera gente ivi affollata, che più delle altre
malamente soffriva questa gravezza. Tutti proruppero in istraordinarie
grida di applauso e di gioia. I fruttaiuoli specialmente, che ivi
più che in altra piazza della città erano numerosi, ne dimostrarono
allegrezze grandissime, facendo per tre sere fuochi e luminarie, e
portandosi nel terzo giorno in ischiera a Palazzo, per rendere al
vicerè le grazie più solenni[118].
Or il Genoino, pensando che la plebe memore di questo beneficio avesse
energicamente appoggiato le sue dimostrazioni in favore del Duca, nè
dubitando della gente civile, alla quale credeva servire colle riforme
municipali, la mattina del lunedì 18 maggio radunò i consultori della
_piazza_ popolare ed i capitani delle ottine nella sua casa vicino S.
Giorgio Maggiore a Forcella, ed ai medesimi espose con calde parole
il poco o nessun riguardo che i nobili avevano del popolo e del suo
magistrato[119]. Indi seguìto da tre capitani di strada, e da molta
turba armata, si presentò improvvisamente nel luogo della residenza
municipale in S. Lorenzo, ove, come egli aveva preinteso, eransi
riuniti i sei eletti nobili ed alcuni deputati delle _piazze_.
Oggetto di questa riunione era la notificazione da farsi alle _piazze_
per la nomina degli ambasciatori e del sindaco[120]. I primi, secondo
il costume, dovevano andare a far riverenza, l'altro indi ricevere il
giuramento, e dare il possesso del governo al Cardinal Borgia nuovo
vicerè, che in quella stessa mattina era giunto nascostamente in
Procida. Il Genoino, lagnandosi di non essere stato avvisato di una tal
riunione, dimandò arrogantemente agli eletti nobili: se sapevano quanto
era potente il popolo di Napoli, e, sapendolo, perchè avevano attrevito
(ardito) di unirsi e deliberare l'ambasciata al Cardinale senza il suo
intervento[121].
Forse era questa la prima volta, che nel reggimento municipale della
nostra Città si parlasse così arditamente dei diritti e del potere del
popolo; magica parola, che e stata sempre la bandiera, per la quale i
generosi sagrificano sè stessi al bene pubblico, ed i furbi cuoprono
le ambiziose mire del proprio utile e dei privati interessi. Alle
arroganti minacce i nobili risposero modestamente. Dissero aver essi
invitato regolarmente il pro-eletto alla riunione, esser colpa del
_portiere_ se l'invito non era giunto a tempo; in ogni modo quell'atto
non esser punto pregiudizievole alla _piazza_ del popolo. Il Genoino
però non mostrandosi soddisfatto di queste spiegazioni, e protestando
essere necessaria una divisione fra le due classi, fece leggere al
notajo Francesco Romano, secretario della _piazza_ del popolo, una
protesta sul proposito; e, scritto di propria mano il suo voto difforme
nel registro del Comune[122], volle che la riunione fosse sciolta.
I nobili d'altra parte, i quali vedevano i tempi correre loro
sfavorevoli, e sapevano che non avrebbero potuto trovare alcun appoggio
nel vicerè, per consiglio di Pietro Macedonio eletto di Porto, che
disse: _Lasciateli protestare, perchè protestare e mendicare idem est_,
non fecero alcuna opposizione[123]. Deliberarono quindi ritirarsi, e
rapportando il tutto ai reggenti del Collaterale ed al Cardinal Borgia
per mezzo degli ambasciatori nominati dalle _piazze_ a complimentarlo,
spedirono Giovan Francesco Spinello a Madrid[124] affine di esporre
al Re le loro lagnanze e ventitre capi di accusa contro il Duca
d'Ossuna[125]. Frattanto si appartarono dalle cure del pubblico
governo, e coi più compromessi della loro classe restarono chiusi nelle
proprie case o nascosti nelle chiese e nei monasteri della città. Così
il governo municipale di Napoli era lasciato a disposizione del solo
Genoino, che provvedeva le cose e l'annona a suo modo e talento[126].
Nè con la venuta di Carlo Grimaldi[127] che era, come già dissi,
l'Eletto titolare, da Spagna, le cose mutarono; perciocchè, obbligato
costui dal Duca a dimettersi, lo stesso Genoino, sebbene non ne fosse
ancora il tempo, fu creato Eletto dal vicerè, ed ai 29 maggio dopo
aver cavalcato per la Città, preceduto e seguito dai _portieri_, e con
la toga di giudice criminale, che pochi dì innanzi gli era stata pure
accordata, portossi in S. Lorenzo, ove non essendo presente che un sol
eletto nobile, prese possesso dell'ufficio ricevuto[128].
Bentosto un manifesto del _fedelissimo_ popolo di Napoli scritto dal
nuovo Eletto, e stipulato ai 30 del mese da notar Francesco Romano,
dichiarò le intenzioni del Genoino. Con esso s'invitavano le _piazze_
nobili ad intervenire fra otto giorni nella chiesa di Santa Chiara,
ove si dovessero trattare tra quelle ed il popolo le riforme del
reggimento municipale da lui proposte. Si dichiarava inoltre che
mancando le dette _piazze_ o persone da esse deputande all'intimato
parlamento, s'intendeva proclamata la separazione tra la nobiltà ed il
popolo, e lodandosi l'ottimo governo del Duca, si protestava contro
la partenza del medesimo e si riteneva necessaria la sua presenza in
Napoli pel servizio della Corona, finchè queste differenze non fossero
concordate, e finchè non fosse fatta giustizia alle pretensioni della
_piazza_ popolare[129]. Intanto preventivamente ad istanza del medesimo
Genoino, si chiamavano dal Duca in palazzo le stesse _piazze_ nobili
ed il Collaterale, perchè avessero conoscenza dei capi delle proposte
riforme[130], e con quelle anche i capitani ed i consultori popolari,
tanto della vecchia quanto della nuova sessione, perchè li firmassero.
All'ora stabilita nè la nobiltà nè il Collaterale comparvero. Gli
stessi capitani delle _ottine_ popolari non tutti assentirono, ed
alcuni anzi ricusarono apertamente di firmare. Altri, tra i quali fu
Marco Antonio Ardizzone, credenziere e conservatore dei grani della
città, sotto il pretesto di non voler mostrare di cedere alle pressioni
del vicerè (era presente il Duca d'Ossuna) proposero che l'assemblea
si portasse in qualche luogo pubblico ed indipendente, come in una
chiesa, ed ivi evesse più liberamente deliberato. E così fu fatto. Si
andò nella chiesa di S. Luigi di Palazzo ivi vicina, ora S. Francesco
di Paola; ove credendo il Genoino che si firmassero i capi proposti,
nessuno volle farlo, ed ognuno andò via alla sua propria casa[131].
In questo frattempo la città per gl'insoliti avvenimenti, era piena di
agitazione e di tumulto. Il grido sedizioso di _serra serra_, che in
Napoli per lunga pezza fu il grido precursore della rivoluzione[132],
spesso risonava per le vie più popolose. Allora le case e le botteghe
si chiudevano, le officine intermettevano i loro lavori, il chiasso
dei venditori ambulanti in un attimo spariva, ed un silenzio di
tomba, che incuteva terrore negli animi, succedeva dappertutto. Erano
queste dimostrazioni provocate, come credevasi, dallo stesso Genoino,
affinchè, insorgendo il popolo, egli avesse potuto ottenere il suo
scopo. Ma il momento non era ancora maturo. Pochi erano quelli che
comprendevano la ragione e la utilità di quelle riforme che lo stesso
reggente Costanzo, patrizio insieme e magistrato, trovava giuste
ma inopportune[133]; pochissimi quelli che avevano la forza o la
volontà di adoperarsi ad ottenerle. Nè il disquilibrio ed il danno
negl'interessi materiali erano giunti a tale che potessero spingere
la plebe a qualunque più ardita e pericolosa novità. Epperò nessuno
allora si mosse, ed appena nel mattino del 4 giugno le salve di
uso annunziarono che il cardinal Borgia aveva preso possesso della
carica di vicerè, e si seppe che era stato nella notte segretamente
introdotto nel Castel Nuovo, ed aveva ricevuto obbedienza dalle
autorità civili e militari, che tosto la scena cangiò interamente. Il
Genoino ed i suoi partigiani fuggirono o si nascosero, il Duca ai 14
giugno partì per le Spagne; non parlandosi più delle pretensioni del
popolo, gli ordinamenti municipali seguitarono a reggersi nel modo che
prima costumavasi, e tra gli spari degli archibugi ed il suono delle
campane che dimostravano la gioia della maggior parte dei cittadini,
i fanciulli andavano per le vie di Napoli in ischiere ed a coro,
cantando:
_Statte alliero citatino_
_Ca è trasuto 'o cardinale_
_Nce ha sarvate d'ogne male_
_E cacciato Genovino[134]._
Or nel 29 giugno di questo stesso anno 1620, in cui accadde l'accennato
movimento, che potrebbe acconciamente tenersi come il prologo del
dramma svolto poscia nel 1647, alcuni popolani, uomini e donne, erano
convenuti in una casa al primo piano al vico Rotto nella piazza
del Mercato per festeggiare un lieto avvenimento. Si procedeva al
battesimo di un fanciullo nato nel mattino, e che era il primogenito
della famiglia che ivi abitava. Tutti portavano i loro abiti di gala.
Gli uomini, alcuni, i più ricchi e _smargiassi_, coll'_albernuzzo_
(specie di cappa) di teletta, col sajo di rascia a finte e liste
di _tarantola_ gialla, col giubbone di tela della Cava squartato
e foderato di taffettà rancio, con _cosciali_ e calze di stamma e
stracci di seta legate con _cioffe_ e _sciscioli_, e col collaro di
tela fina, e cappello ornato di pennacchio e _passacavallo_[135];
altri — i più modesti — con casacche a campane con bottoni grandi
di camoscio, calzoni (_cauze a brache_) di tarantola bianca, e calze
alla martingala di negro[136]; altri finalmente, marinari o pescatori,
in più semplici arnesi, con calzoni di dobletto o di tela bianca, e
camiciuola di lana, e col tipico berretto rosso in testa. Nè mancava
chi portasse le maniche a la spagnola larghe ed increspate, come era
la moda in quel tempo, e chi, come i vecchi più tenaci delle antiche
usanze, i calzoni colla _giarnera_ (scarsella) ed i berretti piatti
a _tagliero_[137]. Le donne vestivano con corpetto di scerghiglia,
da cui compariva la camicia di tela di Bretagna, con gonnella di
saia frappata, e con grembiule di filondente ornato di _pizzilli_
a frangette, e di _truglio_ (ciondolo tondo) di vetro[138] o con
sottana di _dobretto_ corta e tonda. Portavano, se giovani, le scarpe
di sommacco piccato, o di cordovana, se attempate, _chianielle_,
_pantofanetti_, o zoccoli[139]. V'era qualcuna del _Molo piccolo_ col
vestito e col manto proprio di quella contrada, di cui qualche raro
esempio ora può trovarsi nelle donne di Procida[140]. Nelle fanciulle
potevano notarsi le acconciature del capo o alla scozzese, coi capelli
cioè a _canestrette_ intrecciati da nastri o fettucce (_zagarelle_)
incarnatine o verdi, tra cui taluna aveva posto una ciocca di
ruta[141], o alla spagnola col _tuppo_, che con voce propria[142] di
quella nazione dicevasi _muño_ (_chignon_). Le maritate usavano il
_toccato_, che era proprio del Mercato e Lavinaro[143] le foresi la
_magnosa_.
La stanza, in cui quella gente era radunata, aveva un'assai modesta ma
non povera apparenza. Una cassapanca a borchie di ottone, un canterale,
una tavola di noce, ed in fondo un letto alto, senza trabacca, ma con
biancheria di tela fina di bucato, e con coltre di seta, ove stava
la puerpera, erano i principali mobili che l'ornavano. Allorchè fu
chiaro che nessuno dei parenti e degli amici convitati mancava a
quella domestica festa, la destra comare, che, senza intermettere la
sua ordinaria loquacità, aveva finito di avvolgere tra le fasce il
neonato, gli appendeva alle spalle alcuni amuleti, come denti di lupo,
coralli, porcellini, e mezze lune di osso[144]; ed indi lo prendeva
tra le braccia e portatolo in mezzo alla stanza, lo metteva in terra
sul tappeto, che a tal oggetto da un ragazzo era stato in quel momento
colà disteso. Poscia, volgendosi al padre del bambino, gli diceva: _Ora
su, compare, àuzate 'o paciunciello tuio, e benedicetillo e basatillo
mmocca._ (Orsù via, compare, alza da terra questo tuo bambino, e
benedicilo e bacialo in bocca). Così faceva tutto allegro colui, ed
indi lo dava tra le braccia del parente che era gli vicino, il quale
baciatolo anche a sua volta, lo passava a un altro, e questi ad un
terzo, in guisa che il neonato non era riposto sul letto della puerpera
se prima non avesse fatto il giro di tutti gli astanti. E nel compire
questa cerimonia, ciascuno aggiungeva il solito augurio, che in tale
occasione costumavasi, cioè: _Comme l'avimmo visto nato, vedimmolo
nzurato_[145].
Fatto ciò, la comare prese in braccio il bambino, e seguìta da alcuni
dei parenti e da colui che dovea levarlo dal sacro fonte, non senza
l'accompagnamento di moltissimi ragazzi e monelli che l'aspettavano in
sulla strada, si collocò nella rituale _seggetta_ o bussola, e s'avviò
alla chiesa parrocchiale per compire il rito religioso.
La chiesa di S.ª Caterina in _foro-magno_ era la parrocchia, da cui
dipendeva la casa abitata dalla famiglia del neonato. Questa chiesa
era stata fondata dalla Confraternita dei _coriari_ o _pellettieri_
(conciatori di pelle), e propriamente da quelli che dicevansi
_dell'arte grossa_. In prima era una _grancia_ di S. Arcangelo degli
_armieri_, istituita dopo l'ampliazione della città nel 1536[146].
Poscia nel 1599 dall'arcivescovo Alfonso Gesualdo fu dichiarata
parrocchia. Oltre alla congregazione suddetta radunavasi pure ivi
la Confraternita del Santissimo Sacramento istituita nel 1568, la
Confraternita di S. Maria di Costantinopoli fondata nel 1535, e la
Compagnia dei pescatori _da bolentino cannuccie e filaccione_, della
quale si conoscono le capitolazioni del 1585.
La chiesa, come ancora vedesi, era posta tra il convento del Carmine
e le mura della città, verso il lido, ove a quei tempi era la porta
del torrione della marina. La piazza, che vi era innanzi, dicevasi
allora di _S. Caterina_, ed anche de li _scamusciatari_[147]. Fino a
pochi anni fa esisteva la porta antica di essa, di piperno ed a sesto
acuto, che nel 1850, rifacendosi, con cattivo consiglio fu ammodernata.
Nei tempi, di cui discorriamo, l'edificio, di una forma alquanto
più regolare di quella che è al presente, aveva due piccole navate
laterali, di cui una a destra di chi entra esiste tuttora, e l'altra
già fu adattata ad uso di sacristia. Aveva pure cinque altari, oltre il
maggiore, con cone o di alto rilievo in legno indorato, o di tavole e
dipinture dell'antica scuola napolitana, che tutte, meno l'affresco che
vedesi ancora sulla cappella dal lato dell'epistola, furono sostituite
da quadri moderni di mediocre pennello. Innanzi al presbitero,
come era costume in quei tempi, una trave posta in alto a traverso
sosteneva un crocefisso in legno. A sinistra di chi entra eravi il
fonte battesimale, ed a destra quel braccio in fondo della chiesa,
che si prolunga verso la marina e forma un lato ineguale ed abnorme
dell'edificio, era una cappella che serviva allora per sacristia[148].
Era allora parroco di S. Caterina l'abbate D. Giovan Matteo Peta.
Costui, adempito il rito prescritto dalla nostra religione, ed
accomiatato il popolano che aveva tenuto il bambino al sacro fonte e
la comare, entrò nella sagrestia, ove, toltisi i sacri paramenti, e
preso da uno scaffale un grosso libro, su cui leggevasi: _Libro XII dei
battezzati_, al foglio 44 verso, scrisse: _A 29 Giugno 1620. Thomaso
Aniello figlio di Cicco d'Amalfi et Antonia Gargano è stato battezzato
da me D. Giovanni Matteo Peta, et levato dal sacro fonte da Agostino
Monaco et Giovanna de Lieto al vico Rotto_[149].
Francesco d'Amalfi, che nel dialetto napolitano dicesi anche Cicco,
e che per burla comunemente era chiamato _Ceccone_, poco prima, come
ci attestano i documenti della stessa parrocchia, si era congiunto
in matrimonio coll'Antonia Gargano. Ai 18 febbraio dello stesso anno
essi erano stati solennemente _ingaudiati_, ed il medesimo abbate D.
Giovan Matteo Peta aveva col sacro rito legittimato e benedetto il
loro amore, del quale l'Antonia portava già un pegno nel proprio seno
in Masaniello. La cerimonia, per questa circostanza, fu celebrata
in casa della sposa al Carmine, previa l'autorizzazione della curia
arcivescovile di Napoli[150].
Ventun anno di poi nella stessa parrocchia compivasi un altro atto
solenne della vita privata di Masaniello. Bernardina Pisa, vaga ed
onesta fanciulla a sedici anni[151] aveva ferito il cuore del giovine
pescatore. Egli la cercò in moglie, e la dimanda fu accettata e
gradita.
Un giorno verso la fine del 1640 il giovine vestito dei suoi più
belli abiti da marinaro fece la prima visita ufficiale, la _sagliuta_,
come propriamente dicevasi dal nostro volgo, in casa della sposa, e
portò alla medesima il dono di uso, conveniente alla scarsezza dei
tempi ed alla propria condizione. Consisteva questo in due pendenti,
una _cannacca_ (collana), una grandiglia (specie di gorgiera all'uso
spagnuolo), ed un ventaglio, alcune calze, delle legacce, e degli
spilli, ed altre cose di tal genere[152]. Una stretta di mano ed un
bacio alla sposa compirono il rito, e solennemente suggellarono la
reciproca promessa di matrimonio[153].
Da quel dì alle finestre della casa di Bernardina, che era posta
dirimpetto alla Chiesa del Carmine, e da quelle dei suoi parenti,
come alle finestre della casa sulla piazza del Mercato accanto al
vico _Rotto_, ove dimorava Masaniello, ed a quelle dei parenti di
lui per alcuni giorni si videro pendere coverte di seta e tappeti.
Così, secondo il costume, davasi conoscenza al pubblico del parentado
contratto dalle due famiglie[154].
Il matrimonio in seguito fu solennemente celebrato nella chiesa di
Santa Caterina, ove i due sposi tenendosi per mano, e seguiti dai
proprii parenti[155], si recarono ai 20 Aprile dell'anno seguente
e non mancò di alcuna di quelle cose che solevano allora costumarsi
in simili circostanze[156]. Tutti i parenti e gli amici più stretti
furono invitati e convennero alla festa. Tra i primi erano Antonia
Gargano e Andreana de Satis, madre di Bernardina; poichè Cicco d'Amalfi
e Pietro Pisa, genitori degli sposi, erano già morti. Vi era pure
Grazia d'Amalfi sorella dello sposo e Cesare di Roma di Gragnano, che
l'aveva recentemente impalmata[157]; Giovanni altro figlio di Cicco
d'Amalfi, che allora aveva 17 anni[158], e che poscia nel 1647 ebbe
parte al potere e alla fortuna del fratello; Girolamo Donnarumma altro
cognato di Masaniello salsumaio e bottegaio di frutta al Pendino,
che dopo la morte di lui nel settembre 1647 fu nominato capitano del
popolo per qualche tempo[159]; Domenico de Satis e Giovan Battista
Pisa zii della sposa ed altri molti. I due banchetti di rito, uno
nella mattina in casa di Bernardina e l'altro nella sera in casa dello
sposo, furono abbondanti e pieni dell'allegria franca e spensierata dei
napoletani[160]. Nè vi mancò mastro Ruggiero col suo liuto, che canto
le _villanelle_, e le canzoni più in voga in quel tempo[161]. La festa
fu chiusa con balli e _cascarde_, e colla _spallata_ che chiamavasi
_madamma la zita_[162], danza propria dell'occasione.
Intanto lo stato del Regno procedeva ogni dì al peggio ed i popoli
erano stremati dalle disgrazie naturali, dalle carestie, dalle
scorrerie dei turchi, dal timore delle flotte francesi, e più che tutto
ciò dall'insaziabile ingordigia del dominatori spagnuoli. Il Duca di
Medina, D. Ramiro Filippo de Gusman, che allora governava il regno per
Filippo IV, e che nella nostra città ha lasciato memoria di sè in una
porta, fatta a spese di privati cittadini, ed in una fontana opera dei
suoi antecessori, per sopperire alle incessanti richieste di denaro
e di gente, che gli venivan fatte dalla Corte di Spagna, aggiungeva
dazii a dazii, gabelle a gabelle, ed aumentava le già esistenti senza
misura o criterio. Le antiche gravezze sulla seta, sul sale, sull'olio,
sull'orzo sulla carne, sui salumi e sul grano si aumentavano ad una
proporzione maggiore, e nuovi dazii s'imponevano sulla calce, sulle
carte da gioco, su l'oro e l'argento filato, e sopra tutti i contratti
di prestiti che facevansi nella città e nel regno. Si tentò pure la
carta bollata, una tassa sulle pigioni, ed il testatico, imposte che
per essere insolite, e più che le altre gravose, dovettero lasciarsi,
e compensarle invece coll'aumento di altre gravezze già esistenti e
specialmente accrescendo quella della farina[163]. Così il Medina nel
suo governo di poco più di sei anni potette ricavare dalla città e dal
regno, oltre le entrate ordinarie, meglio che 30 milioni[164] di ducati
(127,500,000). Non mancavano, è vero, in questo frattempo nella nostra
città anzi erano frequenti, le feste e gli spettacoli, ove il lusso
della casa viceregnale, degli spagnuoli, e della nobiltà, che consumava
senza produrre, pareva che desse aspetto di ricchezza e di prosperità
al paese. Ma questa non era che un'apparente prosperità, e ben sel
sapeva il Duca di Medina che partendo da Napoli, ebbe a dire con cinica
improntitudine: lasciar egli il regno in tal termine che quattro buone
famiglie non avrebbero potuto fare un buon _pignato maritato_, cioè una
buona minestra[165].
Le gabelle sui generi annonarii e specialmente sulla farina e sul pane,
comechè gravi dovunque, erano nella nostra Città gravissime, e più che
per altri per la povera gente. Costumavasi allora di panizzare fra noi
due specie di pane, cioè il pane a _rotolo_ e la così detta _palata_;
il pane a _rotolo_ per chi poteva spendere, la _palata_ per la plebe
o per i poveri. Il costo del primo, che vendevasi a peso, variava
in proporzione del prezzo della farina, l'altra che si pagava sempre
quattro grana (17 centesimi), variava in tali circostanze soltanto di
peso e di qualità. Così quando il grano costava caro, il pane della
_palata_ era piccolo e cattivo, e talvolta, specialmente nei forni
e nelle botteghe non soggette alla giurisdizione municipale, anche
pregiudizievole alla pubblica salute. Gli scrittori ed i documenti
del tempo ci attestano ciò apertamente. Nello stesso anno 1641, come
afferma un agente del Duca di Toscana in Napoli, essendo stato scarso
il ricolto, l'eletto del popolo Giovan Battista Nauclerio “non solo
aveva dato facoltà ai panettieri di poter mancare due oncie per ogni
palata di pane, ma che potessero mettere in detto pane ogni altra
mestura, che a loro fosse piaciuta, cocendolo malamente, purchè
ritenesse il peso„ della qual cosa gli altri eletti si lagnarono col
vicerè[166]. Quindi, come afferma un contemporaneo[167], due carlini
(85 centesimi) di pane al giorno non bastavano in tali congiunture ad
un pover'uomo; pur fortunato, se le cose frammiste alla farina onde
farla pesante, non gli erano causa, come a 27 soldati di Castel S.
Elmo, nel 1629, d'infermità e di morte[168].
Queste pubbliche miserie, che facevano dura e difficile la vita alla
povera gente, non risparmiavano certamente la famiglia di Masaniello.
Essa campava stentatamente alla meglio, e spesso i sottili guadagni del
proprio mestiere non bastavano al pescivendolo. Spesso pure Masaniello
sciupava lo scarso lucro della giornata (bisogna pur dirlo) con i
_compagnoni_ del suo quartiere, o nelle taverne del Mercato e del
Pendino o al giuoco, sia nella _camorra_[169] innanzi Palazzo, sia
sotto le tende e le baracche del Largo del Castello.
Allora il bisogno e la fame erano nella casa di Bernardina, e la povera
donna si avventurava a qualche piccolo contrabbando per procurarsi
un poco di pane a più buon mercato. Un giorno, avendosi comprato poca
quantità di farina in uno dei casali di Napoli, ove non essendoci le
gabelle della Città, si poteva trovare a prezzo più discreto, tentava
di portarla nascostamente a casa sua dentro una calzetta, sotto colore
che fosse un suo piccolo bambino avvolto tra le fasce, che pel freddo
cercava ricoprire con un panno. Lo stratagemma però non ingannava
gl'inumani e rigorosi gabellieri, che come dice uno scrittore di quel
tempo, cercavano addosso a tutti nei passi ordinarii e nelle strade
stesse di Napoli, non rispettando neanche le donne nelle parti del
corpo soggette alla vergogna[170]. La povera Bernardina, scoperto il
contrabbando, fu presa e condotta nelle carceri dell'_arrendamento_,
ove fu sostenuta per circa otto giorni. Il marito, saputolo, corse
al posto della gabella a Porta Nolana, indi dall'affittatore della
medesima Girolamo Letizia, onde ottenerne la libertà. Tutto fu inutile.
Le preghiere, i pianti, le sottomissioni non ottennero alcun effetto.
Bernardina non uscì di prigione se non quando fu pagata[171] la multa
(cento scudi, affermano alcuni scrittori), che il povero Masaniello
potette a stento raggruzzolare, vendendo tutte le masserizie di casa
e procurandosi qualche somma in prestito dai suoi parenti. Allorchè il
misero, consegnato il danaro al gabelliere e presa per mano la moglie,
per la via dell'_Arenaccia_ si avviò a casa sua, si volse prima un
momento verso l'officina della gabella, e pieno d'ira e di dispetto:
_Pe la Madonna del Carmine_, disse, _o ch'io non sia più Masaniello, o
che un giorno mi vendicherò alla per fine di questa canaglia_[172].