-- Signora; se Maria non era in questo punto, adesso moglie di scellerato

ladrone a me non sarebbe rimasto altro che a vivere di vergogna, e a

morire di dolore. Voi tirata dalla vanità, dalla superbia e dalla

avarizia non aborriste sagrificare la mia vita per soddisfare le

passioni dei vostri anni senili: ella ha sagrificato la sua florida

giovanezza... l'amore dello sposo che la bontà sua le avria procurato di

animo pari... la speranza dei figli, delizia suprema al cuore di donna --

tutto ella ha dato per salvarmi dalla infamia e dalla disperazione.

Signora... ormai, eccetto lei, io non conosco altra madre, altro padre,

altro fratello, altro sangue: finchè viva, io non mi staccherò dal suo

letto; morta poi, io farò quello che Dio saprà inspirarmi. --

La Marchesa rimase ad un punto attonita e spaventata dalle parole atroci

e più dal torbido sembiante della Tuda; pure fra l'ira e l'amore,

vincendo amore conforme è consueto in cuore di madre, procurava con

nuovi discorsi raumiliarla:

-- Ma chi ha detto che Maria ne morirà? L'ho detto io? Eh! che vuoi tu

figliuola? Chi ama teme; ed io, che amo questa povera Maria quanto te,

ho temuto troppo. Ella guarirà... oh! guarirà senza altro, prima per

grazia della Beatissima Vergine nostra avvocata, e poi per la virtù del

medico Gravelloni, il quale è un portento di scienza. Pocanzi, egli

proprio, mi assicurò, non esservi pericolo per ora; sicchè guarirà e noi

le assegneremo la dote che merita, e tu le ammannirai le donora:

Telesforo, il figliuolo di Anselmo, mio _uomo nero_, farebbe al caso;

bel giovanotto, religioso, il padre non rifinisce mai di lodarlo.

Dunque, cara, vieni a riconfortarti con un po' di cibo e di riposo...

vieni... lo devi a me che ti amo tanto... e coteste parole dure non le

avresti a dire... vieni, diletta mia... non fosse altro per tornare fra

qualche ora più vispa... più lesta che mai a custodire la nostra cara

Maria. --

E pigliatala per una manica si provò trarla seco non senza adoperarci un

po' di sforzo, il quale per essere dolce non cessava di essere sforzo;

allora accadde in Tuda come una trasfigurazione, i suoi occhi ribevute

le lacrime mandarono baleni, e dalle labbra enfiate proruppe la voce

procellosa:

-- Nessuno mi tocchi; di qua non mi staccherete che morta... lasciatemi

con la mia sorella... lasciatemi per Dio! -- e le mani si cacciò tra i

capelli intanto che co' piedi forte batteva la terra.

Lorenzo Sterne nella occasione che il suo zio Tobia ebbe a profferire un

giuramento pari, immagina che l'Angiolo dell'accusa lo portasse alla

Cancelleria del paradiso e quivi vergognando lo depositasse, sicchè

l'Angiolo computista nel registrarlo su i libri vi lasciasse cadere

sopra una lacrima che lo cancellò per sempre; se questo avvenisse anco

pel sacramento di Tuda non so, questo altro poi so benissimo, che non è

rammentare il nome di Dio invano quando si chiama testimone dei generosi

detti, o dei magnanimi fatti: imperciocchè per quanto arriva la mia

povera intelligenza, giudico che a lui piaccia trovarcisi presente per

confermare la creatura negli alti propositi, conoscendo, come ella dopo

i primi pensieri i quali inspirati dal divino entusiasmo l'accostano al

cielo, giù giù declinando finisca coll'adagiarsi sul fango.

Così Tuda fu libera. -- Quel giorno stesso, verso il tramontare del sole,

lo intendimento di Maria pari al naufrago che per uno istante

ricomparisce sul cumulo delle acque, affrancatosi dal delirio splendè

negli ultimi suoi raggi: di fatti con occhi consapevoli contemplata

Tuda, e vistala oltre ogni credere grama le accennò accostarsele al

letto, e con voce languida le favellò:

-- Tuda, piglia animo e vivi. La Provvidenza ha ordinato, che di due

fiori usciti da uno stelo medesimo, uno tocco dal verme appassisca,

l'altro invece cresca rigoglioso così che alla vita propria sembra avere

aggiunto la vita del compagno, e come dei fiori anco dei frutti, degli

animali, e di tutto. Quanto ci accade ti confermi nella fede che Dio

vuole tu viva. Vivi dunque, fortunata, alla tenerezza di sposa ed alla

gloria di madre: solo ti prego a non ti scordare di me, che ti amai

tanto... però il mio nome rammentato in mezzo alle gioie domestiche (non

posso presagirti dolori) non fare che ci passi sopra come un'ombra...

così non voglio, e me ne avrei a male; rammentatemi come persona

presente, che vi vede, vi ascolta, e piglia parte alle feste di casa...

perchè l'anima mia vivrà... e non mi sarà negato di starti appresso in

ispirito... certo non sarà per mia colpa se io vie via non mi mescolerò

con l'aria che respirerà il tuo petto, e con la luce che beveranno i

tuoi occhi. Se non domando troppo, anco ti pregherei, che alla prima

figliuola che uscirà dal tuo grembo tu le ponessi nome Maria... ma no

che io non domando troppo, perchè messo da parte che gli è nome della

tua buona sorella, Maria si chiama la benedetta donna che per grande

onoranza salutano refrigerio dei cuori desolati, rifugio di tutti gli

afflitti... e quando la bambina ti chiederà con vaghezza infantile:

perchè mi hai chiamato Maria? E tu dille: perchè tale ebbe nome una

sorella che più di vivere fu lieta assai... assai di morire per me...

Tuda, mi prometti dirglielo? Assicurami che glielo dirai...

Tuda tra uno schianto di cuore ed un altro:

-- Oh! Oh! singhiozzava senza potere aggiungere parola. Alla morente

parve cotesto suono affermativo, onde rischiarando di un tratto le

tenebre della morte sospirò:

-- Adesso muoio contenta. --

E fu l'ultima parola, dacchè indi a poco il petto prese ad ansarle

orribilmente profondo, e con frequenza, che andò di mano in mano

diminuendo. Tuda seduta accanto al letto, poichè di reggersi in piedi

non si sentiva più capace, ora con un ventaglio veniva a scacciare le

mosche che, proterve ed impronte, camminavano traverso la fronte e su

pei labbri di Maria, ed ora le asciugava il madore che incessante le

gemeva da tutta la faccia; ed ora col cotone intinto nel moscato le

umettava la bocca riarsa.

La distruzione proseguendo l'opera sua, ecco l'anelito si fa singulto,

che a stento prorompe, e con miserabile angoscia dalla gola attenuata di

Maria, gli occhi pigliano a mandare i lunghi getti di luce del lume che

si spenge; allora una voce mite si fece sentire, che disse: -- Si scosti

la creatura, Dio si avvicina. --

Tuda levò la faccia, e illuminata dai raggi del sole che tramontava,

vide una testa di giovane sacerdote, quale per certo apparvero quelle

degli Apostoli quando la fiammella dello spirito cadutaci sopra vi

accese con la sapienza che non ha confino la carità e la fede. Come Dio

avesse fatto piovere cotesto capo su le spalle di un prete, e a Roma, e'

fu uno dei miracoli della sua onnipotenza, che noi dobbiamo studiarci di

venerare, non già di comprendere. Dopo recitate le preghiere latine egli

volse gli occhi dintorno e si tenne solo però, che agli assistenti

venuto meno il cuore, si fossero appartati per piangere, e Tuda caduta

su i ginocchi a piè del letto aveva nascosto il capo fra le coltri.

Allora il giovane prete soggiunse:

-- Partiti in pace, anima cristiana; povera Maria, io ti ho veduto

nascere e non doveva sopravviverti: un dì sperai esserti unito su questa

terra, a Dio non piacque, ci troveremo uniti in paradiso: sia fatta la

volontà di Dio. Ti assolvo dei tuoi peccati per debito del mio

ministero, ma io ho fede che Dio aspetti l'anima tua per accrescerne la

sua divina sostanza: partiti in pace anima cristiana, e impetraci che

Dio alleggerisca il retaggio di colpa col quale tutti nasciamo e contro

cui non basta la nostra poca virtù; anima benedetta, supplica il Signore

che ne conceda tempi più copiosi di virtù, e meno pieni di tristizia...

Il braccio sinistro di Maria si rattrappa come pergamena esposta al

soverchio ardore, e la mano si raggricchia per agguantarsi a qualche

obietto, ma braccio e dita ad un tratto prosciolgonsi, la grossa lacrima

raccolta nel cavo dell'occhio sinistro trabocca; con lungo respiro pare

che ricerchi negl'intimi precordi ogni residuale spirito di vita, ed

alitando poi la moribonda lo sospinge fuori.

In questo medesimo punto tramontava il sole; sicchè cessarono insieme

l'ultimo raggio del sole nel cielo, e l'ultimo fiato di Maria sopra la

terra.

-- È andata in pace, -- susurrò il prete, e chinatosi un poco, le chiuse

le palpebre e la baciò in fronte; poscia piegando alquanto la persona

gli venne fatto vedere Tuda, la quale, bianca ed impietrita, si

accostava al letto; nè egli si vergognò, perchè la stessa Innocenza

avrebbe potuto contemplare cotesto bacio senza farsi velo delle mani

agli occhi: cotesti baci valgono una preghiera, anzi sono la estrema

manifestazione dell'anima, dopo esaurita la preghiera; solo non

potendone più, il prete accennava barellare; la Tuda gli porse le

braccia ed egli vi si lasciò cadere, per modo che l'uno appoggiando il

capo sopra la spalla dell'altro piansero. Supremo artefice di

uguaglianza e di fraternità, il dolore!

* * * * *

Avendo la Tuda fatto sapere al marchese Silla sua ferma volontà essere,

che la Maria nei sepolcri di casa si riponesse, la famiglia si accolse a

consulta, dove la Marchesa contrastando al pio desiderio della

figliuola, come quello che avrebbe partorito pessimo esempio, e non mai

più inteso, ebbe a sentirsi a rispondere dal marito, che quanto a questo

egli non ci vedeva ostacolo, imperciocchè la madre della signora

Marchesa sua consorte l'avesse sgarata a far seppellire nelle tombe

della famiglia il cocchiere di casa, da lei tenuto caro quanto il marito

e i figliuoli e più. La Marchesa gli avventò una occhiata da basilisco,

ma egli la ricevè con tale beata tranquillità, con siffatta ingenua

mansuetudine, che la Marchesa anco per quella prova convinta, che il

marchese Silla non si poteva riscattare dallo influsso del montone, per

non fare peggio cessò dalla perfidia.

La Tuda sovvenuta dalle donne di casa lavò diligentemente il corpo di

Maria, con preziosi odori lo profumò; i capelli come meglio potè con la

opera del calamistro le compose in ricci minuti (però che la povera

figliuola per nascondere meglio il suo sesso, senza un rammarico, anzi

senza pure avvertire che fosse sacrifizio, si era tosata le lunghe

chiome) e poi le mise addosso la vesta bianca trapunta di oro, con la

quale ella doveva andare a nozze; le acconciò il velo, tra le mani le

pose il crocifisso di oro; e poi fiori da per tutto, e dei più belli e

rari che la stagione porgesse: avrebbe voluto trasportarla nella sua

stanza, e sul proprio letto adagiarla: non lo potendo ottenere senza

scomporre lo assettamento, mise sovrapposte sul solaio parecchie

materasse, e ricopertele di tappeto di velluto vermiglio, quivi la

depose. Quanti trovaronsi candelieri in casa tanti ne furono portati in

cotesta stanza trasformata in cappella ardente. Agguardando sottile ogni

minutezza, parve a Tuda che le federe dei guanciali scomparissero, onde

chiese e volle le più belle che fossero in casa guarnite di trina che

costava un occhio; per ultimo, allorchè le parve non ci fosse altro da

aggiungere, nè da correggere, si assettò sul pavimento recitando

preghiere. Era pietà vedere la morta giovane, e pure non dava minore

stretta al cuore la vista della viva: veruno ardiva frastornarla, perchè

si danno dolori che sono più paurosi a toccarsi dell'arca del Signore.

Declinando il dì vennero i falegnami per la cassa, e Tuda scosso alcune

volte il capo sorse, e dopo esaminata la cassa, la foderò di un

lenzuolo; forte e animosa prese la morta sotto le ascelle, intanto che

due donne la tennero pei piedi, e la deposero dentro la cassa, tolto uno

dei guanciali con la ricca fodera, glielo sottopose al capo; ciò fatto

le ripiegò sopra i lembi del lenzuolo che sopravanzavano dai lati; e qui

Tuda fu vista balenare, ma stesa una mano al muro si resse; quando poi i

falegnami, colto il destro, soprammisero il coperchio alla cassa, e

presero a conficcarla con picchi aspri ed assordanti, girò sopra sè

stessa come paleo, e prima che si potesse sovvenire percosse in terra.

Appena però sentì mettersi le mani su la persona rinvenne, e da sè si

rimise in piedi puntando il braccio tremulo sul pavimento:

-- Non è nulla.... è passato, aggiunse e si allestì per seguitare la bara

nella Cappella di casa sua, fondata in certo monastero di Cappuccine ai

giorni nostri soppresso. -- Quantunque i Conventi esercitino la empia

virtù d'inaridire il cuore, tuttavia talune femmine ne possiedono in

tanta copia da avanzarne a qualunque prova: e le altre vergognando di

sentirsi il seno vuoto, quanto più possono celano questa miseria: per la

quale cosa la Priora con tutto il capitolo volle assistere al funerale.

Alla Tuda fu concesso facilmente di entrare nel coro, dove stette

genuflessa finchè durò l'uffizio, il quale finito si mise dietro alle

Cappuccine, e siccome su la soglia della porta del Convento la Priora

mitemente le disse:

-- Figliuola, voi non siete delle nostre.

-- Anzi sono, la Tuda rispose, e con voi ho deliberato vivere e morire,

se pure non mi tenete indegna di avermi per figliuola. --

A questo modo la Tuda entrò in Convento, nè valsero disperazioni, nè

pianti a quinci removerla: non parola amara le sfuggiva mai dalle

labbra, non suono concitato, mite sempre, e tranquilla: una volta,

incalzandola troppo la madre, ella tremante per tutte le membra favellò:

-- Signora Marchesa, parmi avervi già detto come io mi consideri da lungo

tempo orfana, epperò mancando io di padre e di madre sopra questa terra,

non mi contrastate di pormi sotto il patrocinio del Padre di tutti, ch'è

nel cielo. --

Colà come aveva statuito ella visse, e morì. A Roma la salutarono

eroina, e nei sonetti che composero nella solennità della sua

vestizione, la paragonarono a Sofonisba, ad Artemisia, e a non so quale

altra, abborracciando cose da farne strabiliare i cani. La mia storia la

lascia alla porta del Convento, e poi se mostrassi genio di volerci

entrare mi caccerebbero via, ed a ragione, perchè nei Monasteri di donne

si pratica la clausura: però credo, che ci traesse la vita in opere di

pietà, ed irrimediabilmente mesta. Così ordinò la natura, e a cui non

intende pare strano; i casi truci percotono assai più profondamente le

anime liete, e tenere, che le lugubri, e le forti; in ogni dove

comparisce il contrasto; e per ragione di forza, che io dirò dinamica e

morale, le donne massimamente si mostrano vaghe di vedere feriti, spenti

a ghiado, e supplizi, o udirne raccontare, od anco descriverli sia con

lingua, sia con penna, mentre uomini truculentissimi si piacquero nelle

immagini della vita pastorale da disgradarne il più gentile degli

Arcadi. Robespierre educava tortorelle, e le metteva in dono alle

fanciulle con lettere da vincere in tenerezza il sonetto della cara

anima del Petrarca:

A piè dei colli ove la bella vesta,

con quello, che seguita.

* * * * *

Nè io porrò fine a questa storia se prima non vi abbia dato contezza del

misero Marchese di Ayerba: costui da parecchio tempo sembrava caduto in

demenza; susurra spesso parole senza costrutto; diventato infingardo la

più parte del dì logora a letto; suo principale, o piuttosto unico

studio quello di chiappare mosche a volo, e scapezzatele co' denti

mirarle andar via senza testa. Quando la nuova del miserabile caso

avvenuto alla Violante arrivò a Napoli, e ne rimase ragguagliato il

popolo, i servi di casa Ayerba o perchè ne sentissero affanno, o

piuttosto, come credo, per alleviare la noia, di frequente ne

ragionavano fra loro. Adesso accadde, che alcuni di essi vigilando il

Marchese, nè di lui prendendosi sospetto come quello, che riputavano

affatto imbecille, cadessero a favellare della successa immanità. Se la

sicurezza loro non era, e avessero posto mente al Marchese, si sarieno

rimasti, imperciocchè udito ch'egli ebbe profferire il nome della sua

figliuola si tramutò visibilmente in faccia, ed appuntò le orecchie per

non perdere verbo. Raccolta la notizia dolorosa, la pazzia del Marchese,

a guisa di fuoco sbraciato, di malinconica ridivenne furente, ignudo

saltò fuori dal letto, ed, abbrancato un candeliere, ed agitandole come

se fosse un coltello, fece le viste di precipitare giù dalle scale. Con

urli salvatici gridava:

-- Dove sei traditore? Rendimi la mia figliuola... Violante... Oh! la mia

figliuola... nessuno mi tenga... io vo' cavargli il cuore. --

A stento lo ricondussero a letto senza perderlo di occhio un momento, e

da quel dì in poi per vicenda singolarissima la pazzia tornata furiosa

gli concedeva lucidi intervalli; sicchè ora con abbastanza discorso

ragionava, e poi di punto in bianco da seduto si metteva bocconi sul

letto; in cotesto atto aggrappa un guanciale come se fosse un uomo ed ei

lo grancisse pel collo; seco lui si dibatte, finchè all'ultimo se lo

caccia sotto, con le ginocchia lo pesta, lo straccia a morsi, e con la

destra che ei si finge armata di stile lo ficca, e lo rificca tanto che

rifinito si lascia ire in bagno di sudore. Durante certo lucido

intervallo mandò per un maestro dei buoni, e gli commise una figura a

mo' dei modelli di cui si servono i pittori e gli scultori, così vivo e

preciso glielo descrisse, che dopo non poche mende, potè raffigurargli

parlante la sembianza del Pelliccioni; nulla fu omesso perchè l'inganno

paresse realtà, nè gli occhi di vetro, nè la pelle dipinta, nè i capelli

naturali, ed i peli; il medesimo si dica per ogni altra parte dello

abbigliamento; ordinò eziandio per quanto o temessero il suo sdegno, o

stimassero la sua grazia gli procurassero un pugnale, ed anco questo

egli potè avere, bensì spuntato, e senza taglio. A questa guisa venuto

in possesso del simulacro e del coltello parve contento; quantunque

durante il giorno si mostrasse torbido, tuttavia non ruppe in ismanie, e

parve voler passare la notte tranquilla, perchè appena coricato prese

sonno, ma non andò guari che un tremito fitto gli si mise per le membra,

poi si agitò convulso dibattendosi co' nervi tesi, e sbadigliando forte

da fendersi la bocca: di repente salta fuori dalle coltri, co' capelli

ritti, e gli occhi strabuzzati, in mano stringe il coltello, e traendo

dolorosi guai si slancia sopra la immagine del Pelliccioni, l'acciuffa

alla gola, l'atterra, e replicando l'usato costume con le ginocchia sul

petto la pesta; col coltello la ferisce, co' morsi la straccia.

Allo improvviso fu visto, con paura dei famigli infinita rimanersi, con

la mano armata di ferro in alto, immobili il capo, gli occhi, la bocca,

tutta insomma la persona: gli furono attorno per levargli dalle mani il

simulacro, e il pugnale, e riportarlo sul letto; e di ciò fu niente,

imperciocchè provassero i suoi nervi rattratti più duri del ferro. Lo

aveva percosso la trucissima delle infermità umane, la catalessia; non

trovarono altro modo per istaccarlo di là che segare il modello sotto e

sopra la mano manca con la quale ei lo teneva grancito, onde gli ebbe a

rimanere un tronco di collo in mano; a quel modo aggranchiato lo misero

su i materassi; dove, l'arte medica affaticandosi invano, dopo alcuni dì

moriva d'inedia.

* * * * *

Questo è il fine della lamentevole storia di donna Violante d'Ayerba e

del cavaliere Paolo Pelliccioni.

O voi, tra le mie care leggitrici, che non mi avete lasciato a mezzo del

mio racconto doloroso,

e capriccio ed affanno,

Non che compassïon avete inteso,

se a caso mai vi pigliasse vaghezza di chiedermi: _cui bonum_, qual

costrutto ci è egli da cavare dal vostro libro, Messere? Io ve lo dirò,

perchè voi lo sapete, io sono tutto vostro, e non iscrivo lettera, la

quale (almanco secondo la estimativa mia) non deva ridondare in

grandissimo vostro benefizio. Ora lasciando da parte le altre utilità

richiamo il vostro giudizio principalmente sopra di tre.

In prima (mi astengo dallo adoperare _innanzi tratto_ perchè questo

avverbio me lo ha consumato il signor Sella a Torino nella sua relazione

su le finanze del Regno, e così Dio volesse ch'egli avesse logorato

l'avverbio _innanzi tratto_ soltanto!) in prima dunque se questa mia

storia valesse ad aggiungere un filo solo alla trama di odio che voi

avete ordita contro le turpezze e le infamie della corte Romana, dove il

prete si vanta cittadino del cielo per calpestare ogni affetto di

famiglia e di patria sopra la terra, già sarebbe un bel guadagno, nè voi

vorreste appuntarmi di avere sciupato inchiostro e tempo; ma vi ha di

più.

Conciossiachè in secondo luogo qui si faccia manifesto come getti

profonde le radici nel cuor del popolo amore, o sia che l'obietto di

quello ne compaia degno, ovvero indegno. Il popolo certo preferisce

palesare la passione, che lo scalda con atti laudabili di mano, o

d'ingegno, ma non si tira indietro nè anco dai feroci. Guardimi Dio da

commendare, anzi nè da scusare siffatti procedimenti; solo avverto, come

nel cuore del popolo non trovi mai penuria di passione; ferro, e fuoco

sempre, ora sta al fabbro buono o tristo cavarne un vomere per romperne

la terra, od un coltello per romperne le viscere all'uomo. Ma nè Dio, nè

uomo arriveranno mai a trarre cosa che valga da quei meschini, dai

moderati, nel seno dei quali rovistando, i meno tristi arnesi che tu ci

possa trovare sono un Abbaco, una Coda di volpe ed un Orecchio di

coniglio.

In terzo luogo, e questo fie ciò che meglio importi a voi, io ho inteso

avvertirvi, o fanciulle, che non vi lasciate inconsulto scapparvi di

mano il vostro cuore: badate, ch'egli è maggiore tesoro, che voi per

avventura non immaginate; in lui stanno riposti non pure la fama e la

contentezza vostre, bensì ancora la dignità dei figli, la gloria della

famiglia e la salute della patria; chè famiglia vera senza patria non ha

luogo, nè viceversa. Buoni i consigli paterni, e buoni eziandio i

materni, ma voi, non il padre nè la madre vostri, avete a vivere finchè

vi basti la vita con l'uomo che sceglierete a marito. Però prima che la

passione vi vinca, sottomettendo il talento al giudizio, cercate di qual

lignaggio esca il garzone che incontrò grazia agli occhi vostri, e quali

i suoi parenti, e poi del genio, della indole, degli studi e dei costumi

di lui. Non ingannate e non vi lasciate ingannare, chè il matrimonio non

dà campo a disdire la bestia in virtù dei vizi redibitori. Se avete

qualche avvocato in casa... (-- chi è sì gramo adesso che non abbia

almeno un paio di avvocati e di cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro

in casa --) fatevi spiegare vizi redibitori che sieno. Strappate la benda

allo Amore, lasciatela alla Fortuna, la fiamma accesa dalla fiaccola di

Amore bendato, il più delle volte mirai mantenuta all'ultimo da quella

delle Furie. Se pertanto gli esempi di questa lamentevole storia

valessero a ritenere dal nabissarsi, o meglio a fare felice una sola di

voi, care e buone fanciulle, non istimerei il mio libro dettato invano.

Solo vi prego a perdonarmi se qualche volta vi ho fatto paura; in

ammenda del fallo vi prometto giocondarvi, come meglio potrò, un'altra

volta.

Ecco, voi potete conoscere, come spiacente di torre commiato da voi, io

mi vada gingillando; orsù animo! Addio fanciulle, amate i vostri

innamorati, ed anco un po' il vostro scrittore, che talora vi si

mostrava acerbo soltanto per rendervi degne della Libertà e della

Patria.

NOTE.

[12] _Caso funesto della Violante Garlonia duchessa di Paliano._

Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2) · 第 9 / 10 段