scoprì Marcello Capece l'ardentissimo amore che portava a
Violante Garlonia, moglie del duca di Paliano. O questa passione
cominciasse pur allora, o fosse passione antica, e non palesata
se non quando la solitudine della Duchessa e la lontananza del
marito diede, con la comodità di scoprirsi, maggior speranza di
espugnare la sua costanza, certo è che ella, vinta finalmente
dalla propria e dall'altrui fragilità, invitata dall'occasione,
persuasa dai prieghi dell'amante, e irritata dai torti fattile
dal Duca, che fino nel proprio letto non si era astenuto di
condurre più volte le concubine, cadde in quell'errore, nel
quale molte altre, e di maggior grido e di maggior titolo che
ella non era, sono cadute, e forse cadono giornalmente. Ma le
favorite dalla fortuna, involte nella varietà de' suoi
accidenti, passano sconosciute, e l'altre miseramente
abbandonate e tradite, restano esposte all'infamia e al castigo.
Poco goderono questi amanti de' loro amori; perciocchè scoperti
da Diana Brancaccia, dama favorita della Duchessa, furono colti
insieme, e colti in atti molto prossimi al più vietato.
Marcello, subito preso, si condusse nelle carceri di Soriano,
dove allora era il Duca; e la Duchessa lasciata sotto
strettissima custodia. Ebbe speranza e pensiero il Duca, o per
coprire l'ignominia, per non essere astretto a por mano ad
estremi rigori, far apparire esteriormente, che Marcello fosse
stato ritenuto per altro; e preso pretesto d'alcuni rospi, che
qualche mese prima fu osservato ch'egli comprava a gran prezzo,
l'accusò ch'egli aveva tentato d'avvelenarlo. Ma troppo era il
vero delitto pubblico; e se cosa alcuna mancava per confermarlo
e divulgarlo maggiormente, fu la prigionia di lui, e la
ritenzione della Duchessa, anco avanti la quale n'era il
cardinale Caraffa stato avvertito dal cardinale Bellai, e si
dolse col Duca che glie l'avesse celato sì lungo tempo. Risoluto
dunque di lavar questa macchia (come pare a' grandi di poter
fare) col sangue dell'adultero, chiamato il conte d'Alife
fratello della Duchessa, e un Giovanni Auso Toraldo, essi tre
esaminarono sopra il particolare dell'adultero Marcello, e gli
costituirono a fronte la Brancaccia, e altre dame della madre
del Duca. Negò nel principio costantemente; ma legato alla fune,
confessò il delitto, e di esso puntualmente narrò tutte le
circostanze, le quali non è necessario riferir qui. Udita il
Duca la confessione di Marcello, disse: Scrivi tutto questo di
tua propria mano. Ma, per lo timore della vicina morte, per
esser la mano più allora offesa dalla fune, alla quale era stata
legata, non potè scrivere, se non queste poche parole: Sì, ch'io
sono traditore del mio Signore: sì, ch'io gli ho tolto l'onore.
La qual scrittura il Duca avuta nelle mani, e lettala, si
accostò a lui; e con tre colpi di pugnale il tolse di vita, e il
cadavere fece gettare in una cloaca alla prigione contigua.
Rappresentato il successo dal cardinale di Napoli al Papa, non
disse altro, se non: e della Duchessa che si è fatto? Il che
interpretarono alcuni, che avesse detto, quasi per soggiungere:
Perchè non si toglie di vita essa ancora? Ma in questo il Duca
andò differendo, perchè la Duchessa era gravida, con tutto che
la madre e le sue donne l'assicurassero, che non poteva esser
gravida di lui; computato il tempo che si era separato da lei, e
gl'indicii del principio e del progresso della gravidanza. Ma
morto il Papa, non sapendo il Duca che pensieri potesse avere il
successore, accelerò la resoluzione, e l'esegui prima che i
cardinali entrassero in conclave: tanto più che Silvio Giozzi,
famigliare del Cardinale, gli scrisse ch'egli stava seco molto
turbato per questa dilazione: e che se non si risolveva di
levarsi prestamente quest'infamia d'attorno, protestava non
voler più ingerirsi ne' suoi interessi, nè aiutarlo in conclave,
nè col nuovo Papa. Aggiunse nuovo stimolo, l'essersi scoperto
che la Duchessa, non ostante le continue guardie che le stavano
attorno, fece sapere a Marc'Antonio Colonna, che se trovava modo
di liberarla, ella gli avrebbe dato il marito nelle mani, o vivo
o morto.
Risoluto dunque di non interporvi più indugio, mandò due giorni
prima, cioè a' 28 d'agosto, il capitano Vico de' Nobili a
Gallese, per assistere al fatto, acciò non seguisse novità
alcuna: e ai 30 sopraggiunse don Leonardo di Cardine, parente
del Duca, e don Ferrante Garlonio conte d'Aliffe, fratello della
Duchessa, perchè l'uccidessero, come fecero il medesimo giorno.
Annunciata alla Duchessa la mattina la morte, volle confessarsi
e udir messa: poi accostandosele questi due, e conoscendo esser
giunta l'ora, domandò: Evvi ordine del Duca perch'io mora? Gli
rispose don Leonardo: Sì, signora. E la Duchessa soggiunse:
Mostratemelo. Ed essendole mostrato, don Leonardo, senza dar
luogo ad altre repliche, le strinse le mani, tra le quali teneva
un Crocifisso, e il fratello la strangolò. _Storia della Guerra
di Paolo IV_ di PIETRO NORES, p. 27.
[13] _Bardamentare_ significa mettere la barda, armatura di
cuoio cotto, o di lamine di ferro o di rame con la quale
coprivansi le groppe, il collo e il petto degli uomini di armi:
però ai dì nostri non denota più cosa che costumi. Insellare, e
imbrigliare dichiarano atti distinti, e manca un vocabolo che li
comprenda collettivamente. Io mi valgo della parola _arnesare_,
ma non la cavo dall'_harnacher_ francese derivato a sua posta
dallo _haerness_ tedesco, bensì dal vivo parlare del popolo; e
dallo _arnese_, che il Grassi con gli esempi del _Davila_ e del
_Cinuzzi_ dimostra essere termine collettivo per significare
tutto ciò che serve ad imbrigliare, insellare, bardamentare e
guernire un cavallo così da tiro come da sella. Il medesimo
Autore alla parola _arnesato_, con l'autorità di _Pace di
Certaldo_, c'insegna com'ella denoti _guarnito di arnese_:
quindi mi parve spediente accogliere il verbo _arnesare_. A
mettere questa nota mi muove il pensiero, che non potendo io
giovare alla mia Patria in nulla, almeno per me non si faccia
strazio del suo bello idioma come senza verecondia costumano
adesso alti e bassi furfanti, massime Giornalisti:
degni, che Circe li tenga in pastura.
[14] Trabanti, a _trabea_: soldati dalle larghe brache, un di
guardia degl'imperatori di Allemagna soltanto, poi introdotti
nelle altre Corti, in ispecie nella pontificia.
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
INDICE
CAPITOLO X. Il re Guercino _Pag._ 5
» XI. La Marchesa dopo pranzo, e la
Marchesa innanzi pranzo » 71
» XII. La sorella Maria » 131
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Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (d'Alife/d'Aliffe, bugia/bugía e simili), correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.