di fatti, svoltato il canto, apparve anch'egli spirante una certa aria
di festa: su i gradini disposti in ordine di ogni ragione famigli
vestiti di sfoggiate livree, quale più, quale meno coperti di fiori. Era
eziandio notabile una novità, che i _Trabanti_[14] del Papa vi facevano
la guardia, e nel cortile ve ne stava schierata una compagnia con il suo
capitano alla testa: nè questo sfuggì a Paolo, ma dacchè quegli gli rese
con la spada il saluto militare, ed i soldati compirono il medesimo
officio rizzando l'alabarda, egli pensò il cardinale Alessandro, forse
il Papa, inviarli per onorare maggiormente la solennità. In capo scala
lo aspettava il marchese Silla, che, secondo il solito, lo accolse a
braccia aperte: quivi tanta la calca dei convitati, così fitte e sonore
le felicitazioni, che da ogni lato lo inondavano simili agli schizzi di
acqua, lepido gioco nei giardini dei magnati, che Paolo non ebbe luogo a
distinguere da cui movessero, e scarrucolato di mano in mano, aggirato,
intronato venne a cascare nella gran sala. Colà più che mai copia di
fiori, in festoni pendenti dalle pareti, in mazzi dentro vasi preziosi,
in lingua di profumo pareva che dicessero: -- la vita è breve: che monta,
purchè deliziata di vaghezza e di odore? -- E le mille candele di cui
andavano guernite le lumiere di cristallo, ed i viticci sporgenti dalle
pareti, a cui avesse potuto capire la loro favella davano avviso: --
badate a fare quello che faremo noi; splendendo sul piacere ci
consumiamo. -- Da per tutto arazzi, broccatelli, e damaschi di
magnificenza stupenda; in mezzo, una tavola coperta di tappeto di
velluto vermiglio con larghe frange d'oro, e lì sopra guantiere,
candelieri, calamai ed altri arnesi di argento; in fondo della sala
sovrapposto ad uno zoccolo un forziero di ferro.
Paolo guardandosi attorno non vide la donna desiderata, nè la marchesa
Clelia, nè veruna altra femmina, onde il marchese Silla, quasi per
prevenirne la domanda, gli bisbigliò all'orecchio:
-- Bisogna rassegnarci, mio caro: adesso cominciano anco per voi le
tribolazioni del santo matrimonio. Quante volte una gentildonna esce a
farsi vedere, il suo abbigliamento è un lavoro; per una sposa poi,
addirittura una fabbrica. Adesso tutte le congiunte e le amiche raccolte
in sinedrio intorno alla sposa deliberano se una rosa deve premerle i
capelli a destra, ovvero a sinistra; se abbia ad ornarsi di perle,
ossivero di brillanti, separatamente, o di tutti insieme. Se alla Tuda
non sovviene il consueto suo buon gusto, voi fate conto di vedervela
apparire davanti spettacolosa come una fiera: ad ogni modo sarebbe
proprio bazza, se di qui ad un'ora il maggiordomo ce ne annunziasse la
presenza.
-- Aspetterò....
-- Sì caro, attendi,
»E mentre aspetti porgerai sommesso
»Refrigerio di pianto al cuore oppresso.
come dice il Poeta.
Paolo, dopo la fanciulla amata, si affrettò con occhi bramosi a scoprire
il cardinale Alessandro, ma nè anco questo gli venne fatto incontrare;
per ventura il suo sguardo cadde sopra monsignore Ferdinando Taverna
governatore di Roma, il quale pareva essersi condotto colà in compagnia
di una mano di compiti cavalieri: e nel punto stesso, come avviene, lo
sguardo del Governatore cadde su lui; onde l'uno e l'altro furono presti
a ricambiarsi ammicchi cortesi, e i più gentili dei loro sorrisi: anzi
il Governatore, seguito da parecchi, che alle vesti parevano notari,
procurò accostarsi a Paolo; questi da parte sua gli rammezzò la strada,
e però tosto si trovarono insieme: allora il Governatore prese a dirgli
per commissione dell'illustrissimo cardinale di Montalto, che sul punto
del mezzo dì sarebbe venuto a levarlo per accompagnarlo al Gesù, dove si
aveva a celebrare la cerimonia religiosa: se prima gli fosse riuscito
sbrigarsi, non mancherebbe al debito, ma non ci aveva speranza essendo
arrivati nella notte dispacci di Francia e di Spagna, e il Papa averlo
chiamato in camera per negoziare insieme con gl'illustrissimi signori
cardinali Aldobrandino e Castagna: a fine di mettere a profitto il
tempo, secondo il suo povero consiglio, gioverebbe leggere il contratto
nuziale, e riscontrare la pecunia, dacchè la dote fosse costituita non
solo di beni stabili, ma altresì di danaro numerato. Stava per
rispondere Paolo, quando presogli il passo colui, che, a quanto pareva
(giudicando dalla petulante familiarità di cui fanno prova i forensi) il
principale dei notai, osservò:
-- Monsignore....
-- Lasciate, che parli il Cavaliere....
-- Monsignore lasciatevi servire.... non m'interrompete... e' sarebbero
tempo e fiato gittati via leggere i contratti... Alla Croce di Dio! gli
è chiaro come l'acqua, che io odio tanto, e Monsignore mi figuro, che
farà lo stesso. Alla lettura come alla stipulazione del contratto hanno
a trovarsi presenti i testimoni, e le parti, e qui non vedo
l'illustrissimo Cardinale nepote, il quale fa da testimone, nè la
clarissima marchesa Tuda, la quale deve fare da sposa; questa omissione
porterebbe nullità espressa; se manca la persona protesto, non potere
esercitare il mio mestiere... Voi, Monsignore, a questa ora l'avreste a
sapere. --
Il Governatore non potè trattenere i suoi labbri dallo aprirsi ad un
sorriso, il quale però represse tosto ripiegandoli sotto i denti; subito
dopo favellò:
-- Voi avete ragione... anco troppo ragione... sempre ragione. --
Paolo appuntò i suoi sguardi sul Notaio, del quale la fisonomia non
parve giungergli nuova senza potersi però rammentare dove, in quale
occasione gli fosse capitata dinanzi: si raccoglieva, ma non ne veniva a
capo; il parruccone nero, gli occhiali come uno scudo di argento, e le
vesti talari gl'imbrogliavano il cervello: quell'uomo a prima giunta gli
era divenuto detestabile; se fosse dipeso da lui lo avrebbe fatto
strozzare... -- ed anco egli stesso con le sue mani strozzato dall'uno
all'altro andava una corrente di strangolazione.
-- Però per ammazzare il tempo, potremo, anzi dovremo fare una cosa,
riscontrare il danaro della dote -- avvertiva il Notaio.
-- Io lo accetto per la somma che mi si annunzia....
-- E voi, illustrissimo signore Cavaliere, insisteva il dicace
Tabellione, operereste da quel magnifico gentiluomo che siete; ma le
faccende bisogna che procedano nelle regole: e quanto a voi _transeat_,
ma i testimoni, che hanno a giurare, ed io che devo deferire loro il
giuramento di avere veduto numerare la pecunia come potremmo farlo dove
omettessimo simile solennità? -- O che credete voi, che sieno bericocuoli
i giuramenti a casa nostra?
-- Ma io non venni qui a noverare moneta; per contare trentamila scudi
non basterebbe da oggi a domani.
-- Con vostra grazia, illustrissimo, non è mica così. La pecunia consiste
in tanti ducati d'oro in oro, divisi in sacchetti di mille ducati:
adesso se ne piglia uno a caso e si annovera: posto che torni, si pesa;
ciò fatto si pesano anco gli altri, e se corrispondono nel peso, il
riscontro non può desiderarsi più puntuale, sicchè, come vedete, in meno
che non si canta il _Miserere_ siamo lesti.
-- Ebbene, fate voi per me...
-- Ma che vi pare, illustrissimo, io non ci penso nè anco! Prendere la
chiave, introdurla nella serratura, aprire le casse noi altri forensi...
gente di legge estimiamo, come veramente sono, atti _domenicali_; da
_dominus_, padrone, che nè ad altrui devono trasmettersi, nè da altri
possono surrogarsi. Ecco, che mi reco ad onoranza presentarvi la chiave,
compiacetevi, illustrissimo, di compire il resto. --
E tale favellando costui gli porgeva la chiave sopra una guantiera di
argento. Paolo la prese, e si accostò al forziere mutando tre passi o
quattro per lo spazio della sala lasciato sgombro: salì su lo zoccolo, e
messa dentro il foro la chiave, appena l'ebbe girata, non il solo
sportello, come pareva che dovesse succedere, si volse su i mastietti,
bensì tutta la parte anteriore tenuta in bilico da perni nascosti si
aperse irresistibile e grave dando acerba percossa nel petto a Paolo,
che sbigottito fu sospinto indietro.
Intanto il forziere spalancato palesava...
Che mai? Perchè terribile scoppia dintorno un grido di orrore? -- Il
forziero spalancato mostrò un miserabile cadavere ritto, di sangue sozzo
e di fango, gli occhi cascanti giù sopra le gote, il cranio infranto
come coppa di porcellana sbocconcellata; sporgeva ambe le mani, da una
delle quali penzolava la legaccia di velluto cremesino trapunta di
perle, e dall'altra un fascio di capelli.
Paolo barellò per cadere, senonchè lo accolse nelle sue braccia il
Tabellione, il quale gli strillò dentro gli orecchi:
-- Nè il matrimonio andrà indietro per questo: io vi ho ammannita la
sposa con la carrucola unta e la fune insaponata. --
Il Pelliccioni volti gli occhi nel Notaio liberato dalla parrucca, dagli
occhiali e dalla toga riconobbe maestro Gigolo, caporale dei dodici
carnefici di Roma eletti da dodici diverse nazioni, delizia del papa
Sisto V, ed ahimè! anco del senato e del popolo romano. Allora l'istinto
di fiera riprese il sopravvento in Paolo che di una potente strappata
sbatacchiò il boia per la terra, ma i gentiluomini del Governatore di un
tratto scopertisi sbirri, in meno che non si dice _amen_, lo strinsero
nelle braccia, legaronlo per le gambe, per la vita, per le mani, così
ch'ei non potè più dare crollo; quando costui si conobbe perso, proruppe
in un singulto, e potè dirsi grugnito, abbassò la faccia sul seno,
insensibile ormai a quanto gli si parlasse od operasse d'intorno.
Il Cardinale di Montalto facendo avvertire il Pelliccioni com'ei fosse
ridotto a negoziare col Papa in compagnia dei Cardinali di San Pancrazio
e di San Marcello non disse la verità, e la bugía nè manco, imperciocchè
insieme veramente consultassero costoro non però sopra i dispacci di
Spagna. Appena il Papa ebbe odore dell'essere di Paolo, tanto più
inviperito, quanto più aveva fatto a fidanza, raccolti i rammentati
personaggi, spediva ordini cautissimi, ma per veemenza procellosi,
affinchè si pigliassero informazioni. Nello stagno di Nettuno rinvennero
il cadavere della donna; la villa era un mucchio di cenere tuttora
fumante, sbraciandovi in mezzo scoprirono, tra le altre cose, parecchie
ossa in parte arse: erano le ossa di Renzo che Paolo aveva freddato
sparandogli alla traditora la pistola alle spalle, essendogli costui
caduto in mortale sospetto a cagione di talune parole ch'ei sfringuellò
in mal punto mentre tornavano a casa. Subito dopo l'arresto di Paolo, un
nugolo di sbirri abbattutosi sopra il suo palazzo, vi fece una funata di
quanti famigli capitarono là dentro. Sperimentati con qualche tratto di
corda non ressero, e svesciarono ogni cosa; onde frugando in cantina,
smosso alquanto il terreno, scoprirono il corpo del povero pescatore,
anch'egli morto a palate sul capo. -- Il Pelliccioni interrogato su la
sera del giorno stesso in cui si avevano a fare le nozze, o sdegnasse
salvarsi, ovvero, come credo piuttosto, reputando ogni tentativo vano,
senza tormento confessò partitamente ogni caso della scellerata sua
vita. Allora il Papa e gli altri misero in deliberazione quello che
avesse a praticarsi: quanto a processo caddero d'accordo a giudicarlo
inutile, conciossiachè, messa da lato ogni altra avvertenza il
Pelliccioni, sotto nome di Venanzio Tombesi, da parecchio tempo fosse
stato condannato, onde chiarita la medesimezza della persona non restava
che legargli il capestro alla gola. -- Più lunga disamina ebbero intorno
alla pubblicità del supplizio; a Sisto arrideva la idea di rizzare una
dozzina di forche tutte in un picchio; meno avventato il Cardinale di
San Marcello considerava come la plebe si appassioni mirabilmente pei
condannati; massime se persone di conto, e giovani, e belli come appunto
il Pelliccioni; onde per poco loro importi, il popolo li prosegua di
rammarichío e di lagrime: nella sua storta immaginativa gli estremi
toccandosi, egli, sovente più che non convenisse, i banditi tramutava in
santi. Ogni condannato, quando ne ha voglia, allunga la scala della
forca, e la muta in quella di Giacobbe, che tocca il paradiso; bene
intesi però dopo avere servito a lui, al boia e al cappuccino. Il
Cardinale di San Pancrazio rincalzava notando, che con la pubblicità del
supplizio si sarebbe messo troppo campo a rumore con iscapito della
riputazione di famiglie illustri pur troppo avviluppate in cotesto
infelicissimo caso, ed il fiorentino arguto a molte più cose accennava
tacendo, che non ne avesse avvertito parlando; sicchè il Cardinale di
Montalto, presa la mosca a volo, insisteva nel partito proposto dai suoi
colleghi, però che dopo la poca prudenza da lui mostrata di ricevere in
grazia il Pelliccioni, e i carichi gravi di punto in bianco affidatigli,
gli sembrava che quanto meno se ne parlasse, più si guadagnerebbe. Egli
accusava sè, ma di straforo veniva a trafiggere anco il Papa, il quale
finse non accorgersene; e guai a cui, se non fosse stato nipote, avesse
ardito favellare a quel modo: nondimanco le considerazioni del cardinale
Alessandro lo percossero, e subitaneo com'era a decidersi, disse, che
ventilato il pro e il contro, le savie avvertenze del Cardinal di San
Pancrazio davano il tratto alla bilancia: però il cavaliere Pelliccioni,
e i suoi complici, nelle carceri di Tordinona si strangolassero, e ciò
in quella medesima notte da mastro Gigolo venne puntualmente eseguito.
* * * * *
Alla sagacia del leggitore faranno mestieri pochi cenni per chiarirlo
come si fossero passate le cose; la povera Maria nascosa nel canneto
scorse al barlume, e meglio sentì le parole di Paolo e di Renzo, nonchè
il tonfo del cadavere della Violante nello stagno: essendosi mossa o per
paura o per disagio cagionò il rumore che spaventava Renzo, e la sua
mala fortuna volle che la palla della pistola sparata da Paolo la
colpisse nella parte carnosa dell'anca destra, e quella fuor fuora le
trapassasse; pure le bastò l'animo di tacersi, e quando lo strepito dei
passi si fu allontanato stracciò la camicia fasciandosi la ferita; nè
contenta di tanto, male reggendosi, si strascinò sul luogo donde avevano
lanciato il cadavere nello stagno: quivi sentendo alcuna cosa
incespicarle il piede, china tentava con la mano il terreno, ove trovò
la girattiera di velluto chermesino trapunta di perle. Avvertiva testè
come la Violante nei moti estremi della sua vita vi si agguantasse,
schiantandone due gancetti: rimasta attaccata ad uno, questo non resse
al rigonfiare dei muscoli della gamba di Paolo, nello sforzo ch'ei fece
per balestrare il corpo di Violante nell'acqua; parve averne abbastanza,
ed a stento ridottasi al solito nascondiglio lì rimase tutta la notte
patendo gli spasimi della ferita e l'uligine pestilenziale del padule:
per rumore che udisse, o per vampo di fiamme che la percotesse non si
attentò moversi: solo, appena apparve un po' di lume in cielo, soffrendo
dolori ineffabili e già col ribrezzo della febbre addosso, si arrampicò
a cavallo ripigliando la via di Roma.
Smontata al palazzo Savello, ella non volle medicarsi, anzi neppure
spogliarsi se prima non ebbe messo a parte di ogni cosa la sorella Tuda,
e la marchesa Clelia, la quale le porse diligentissimo ascolto, senza
interrompere mai, non lasciando nè manco indovinare quale passione
l'agitasse, se ira, o contento: finito che Maria ebbe il racconto, la
Marchesa mosse varie interrogazioni sia per completare qualche
particolarità, sia per chiarirla; quando poi le sembrò stringere nel
pugno intera la matassa, disse alle fanciulle non uscissero; avrebbe
pensato ella ad ordinare che veruno entrasse, eccetto il cerusico,
diverso dall'ordinario di casa, affinchè non si facessero ciarle, o non
crescessero: si confortassero; ogni male non venire per nocere, e via, e
via. Alla povera fanciulla nè una carezza, nè un bacio. Un bacio della
marchesa Clelia alla villana che le aveva salvata la figlia, pensate!
sarebbe stato un grossissimo scandalo: -- anzi neppure la raccomandò alle
cure di Tuda; non mica perchè ella pensasse ogni raccomandazione
superflua, bensì perchè il patrizio accoglie il sacrificio del popolo
come gli idoli; ci è avvezzo, e lo estima dovuto. O qual fie mai quel
plebeo indiscreto, che non si reputi glorificato abbastanza di farsi
ammazzare per un patrizio? Diavolo! le sono cose che vanno pe' suoi
piedi.
Gran parte della vigilia delle nozze di Tuda, la marchesa Clelia passò
col Cardinale di Montalto, a cui sovvenne con pronti consigli, e tornata
a casa provvide a tutto, astuta, discreta e sollecita, imperciocchè se
togli la superbia, la vanità, l'avarizia, la prepotenza, il cuore di
pietra, e non so quali altre taccherelle, bisognava confessare ch'ella
era donna di governo assai.
Intanto Tuda soccorreva la Maria con le dolci parole, che riboccavano da
cuore appassionato davvero, e la veniva confortando con le carezze e coi
baci; lei chiamava sorella e madre, lei unico rifugio che avesse nel
mondo; e certo se lo affetto avesse virtù di sanare i malori, Maria
sarebbe stata guarita in un attimo. Lungamente aspettato il cerusico
venne, e comecchè trovasse la piaga invelenita, tuttavia non fu questa
che lo mise in pensiero; egli si spaventò, a ragione, di una febbre
acuta, la quale giudicò subito avere infiammato il sangue alla fanciulla
così da lasciare ormai poca speranza di rimedio; ed in questa sfiducia
si confermava udendo dove ed in quale stato si fosse rimasta la notte:
forse adoperando subito partiti estremi avrebbe potuto salvarla, ma egli
che semplice cerusico era si peritava; si fece a consultare la marchesa
Clelia, e' fu mestieri aspettare; tornata a casa si mandò pel medico, e
si perse altro tempo; quando il medico venne, il giorno volgeva a
vespro: anch'egli ragguagliato per filo e per segno, sentito il polso,
il cuore e le arterie delle tempia, speculato il volto rosso come
fiamma, e fatte altre più ricerche, non seppe a qual santo votarsi:
_tamen_ per onore della scienza e suo non bisognava mostrare essere
corto a partiti; però ordinava al cerusico le cavasse sangue, non fosse
altro, egli diceva, per _iscoprire marina_. Il sangue da prima stentò a
spillare, poi prese a scorrere nero come lo inchiostro, e a mezza la
operazione Maria declinato il capo cadde in deliquio; allora il medico
fece cessare, ed ordinato, che le dessero quando risensava certi suoi
elettuari, se ne andò promettendo avrebbe passato la inferma una notte
tranquilla. Il salasso fece giusto lo effetto della poca acqua versata
sopra la fiamma, la quale attutita appena divampa più veemente che mai,
sicchè verso sera aggravandosi, come suole il morbo, si palesò il
delirio. Vagellò la povera Maria quanto è lunga la notte, ora con
maggiore, ora con minore impeto, e le visioni della sua fantasia furono
sempre di mostri, che sorgono dall'acqua per divorare donzelle, o di
demoni sbucati dalla terra per rapire anime: strano miscuglio di
rimembranze dello Ariosto in cotesti tempi vulgatissimo in Italia, e di
favole religiose; e a lei pareva toccassero sempre le parti di Ruggero,
di Orlando, o dello Arcangiolo Michele; dai moti delle membra, dallo
sguardo pugnace, dalla voce irrequieta a gridare minacce, assai
chiaramente si veniva a conoscere, come le sembrasse combattere, ed in
vero combatteva. -- Le sue parole queste: -- io la difendo contra tutti e
sola; -- no -- vi ci romperete i denti e l'ugna.... mettetemi in pezzi, e
ogni pezzo della mia carne diventerà un uomo armato a difenderla....
ahimè! Tuda mi sento rifinita.... Tuda salvati, che mi hanno piagato a
morte! oh! oh! mi tengono le ginocchia sul petto, e la mano intorno al
collo. -- E qui rantoli soffocati e sforzi ineffabili, come di colui, che
messo di sotto si arrabatta a svincolarsi; e dopo molta agonía faceva
sembianza di venirne a capo, sicchè con lena affannata e grondante
sudore urlava: -- Tuda ritorna.... il nemico è vinto..... il diavolo
morto mi sta sotto i piedi.... Ora sei sicura Tuda.... _alleluia!
alleluia! osanna in excelsis_.
Tuda non si staccò mai dalla sponda del letto, e con qual cuore noi non
sappiamo dire: tutta la sua anima stava riversata dentro i suoi occhi,
ed i suoi occhi fissi senza pure battere palpebra nella faccia di Maria;
i gridi e i moti di questa si riflettevano sopra la fronte di Tuda come
baleni di luce sinistra. Intesa con tutte le potenze dell'anima e del
corpo nella sorella inferma, se nel cavo della congiuntura si radunava
umore, non cresceva in lacrima, o se coi labbri cominciava una preghiera
finiva in bisbiglio confuso, imperciocchè le intenzioni di Tuda, per un
istante svagate, si riappuntavano impetuose ed intense con tutta forza
in Maria. Con vicenda strana ringorgando il sangue intorno al cuore di
Tuda faceva sì che ella comparisse pallida come morta, mentre al
contrario Maria tutta avvampata nel volto, con occhi micanti sembrava
riboccare di vita.
Così passarono due giorni, al terzo il medico arricciò il naso, strinse
le labbra, e senza pronunziare verbo, dato una giravolta su i talloni,
se ne andò diritto alle stanze della marchesa Clelia, alla presenza
della quale ammesso, espose la salute della Maria sfidata; vedesse farla
acconciare alla meglio dell'anima, dacchè di conoscenza non desse segno,
nè lo avrebbe forse dato, avendo il morbo preso possesso del cervello;
ma non essere questo ciò che maggiormente importava; procurasse ad ogni
modo staccare di là la clarissima signora Tuda, che gli dava pensiero
grande avendo vegliato sempre la inferma, e miracolo di bontà e di
gagliardia non essersi riposata nè manco un momento; era da temersi che
per la vigilia, la fatica, il digiuno, ed anco per la passione
dell'animo non venisse cotesta bella e florida salute a guastarsi:
ridotta in condizione malescia non impossibile le si attaccasse il morbo
della Maria, di sua natura appiccaticcio, e tanto a sgravio della sua
coscienza. -- Il Medico non lo disse a sordo, onde la marchesa Clelia,
senza frapporre tempo in mezzo, in due salti fu in camera alla Maria:
quivi guardatala alquanto, e sembrandole pur troppo, che il medico si
apponesse, dopo averla compassionata così a mezza bocca per non parere,
si trasse la figliuola sur un lettuccio, dove avendola presa per ambo le
mani, col più soave accento, che per lei si potesse, cominciò a dire:
-- Figliuola mia, la vita e la morte stanno in mano di Dio, e sarebbe
ribellione espressa ai voleri divini non rassegnarci. Tu hai fatto verso
la Maria il debito di cristiana; e per somma bontà tu hai largamente
soddisfatto all'obbligo di riconoscenza; imperocchè io vo' che tu ti
capaciti bene, che a lei ancora come nata sopra i nostri poderi, e
figlia di gente che da secoli mangia del nostro pane, stringeva
pressantissimo il dovere di mostrarci al bisogno fedeltà. Questo mettiti
in mente, che il padrone ha pure diritto di aspettarsi dal vassallo e
dal servo il sacrifizio dal quale non si tira indietro il cane. Noi le
procureremo onorevole sepoltura.... ne appagheremo l'anima con ogni
maniera divozioni, a sua madre daremo tutte le vesti e gli ori che tu le
donasti: al padre qualche cento di scudi, e dugento se vuoi, quantunque
a questo numero non credo che saliranno le lagrime piante dal villano
per la sua figliuola: adesso vieni, figliuola mia, lasciamo la morente
alla cura delle donne e di Dio; si è fatto quanto si poteva per
salvarla, ora la carità vuole, che ti pigli studio della tua salute. --
La Tuda ascoltò queste parole come trasognata; dentro gli occhi le si
andavano formando grosse lacrime, le quali rimanevano poi come contenute
dalle palpebre socchiuse; le ansava forte il petto, onde ad ora ad ora
l'era mestiere rompere in profondo singulto, la parola crucciosa non
trovava la via di formarsi distinta, sicchè per le labbra in sussulto
passava come vento. Era chiaro che aborriva da favellare, ed ella
avrebbe di sicuro taciuto se la marchesa Clelia reputando assenso il
silenzio, non le avesse fatto forza per cavarla di là. Allora Tuda si
drizzò ritirando di una strappata le sue dalle mani della Marchesa; e
senza guardarla, con occhi lacrimosi e tuttavia privi di pianto, con
voce tremula, e non dimanco feroce, così rispose: