La maggiore frequenza del popolo chiariva prossimo il palazzo Savello;

di fatti, svoltato il canto, apparve anch'egli spirante una certa aria

di festa: su i gradini disposti in ordine di ogni ragione famigli

vestiti di sfoggiate livree, quale più, quale meno coperti di fiori. Era

eziandio notabile una novità, che i _Trabanti_[14] del Papa vi facevano

la guardia, e nel cortile ve ne stava schierata una compagnia con il suo

capitano alla testa: nè questo sfuggì a Paolo, ma dacchè quegli gli rese

con la spada il saluto militare, ed i soldati compirono il medesimo

officio rizzando l'alabarda, egli pensò il cardinale Alessandro, forse

il Papa, inviarli per onorare maggiormente la solennità. In capo scala

lo aspettava il marchese Silla, che, secondo il solito, lo accolse a

braccia aperte: quivi tanta la calca dei convitati, così fitte e sonore

le felicitazioni, che da ogni lato lo inondavano simili agli schizzi di

acqua, lepido gioco nei giardini dei magnati, che Paolo non ebbe luogo a

distinguere da cui movessero, e scarrucolato di mano in mano, aggirato,

intronato venne a cascare nella gran sala. Colà più che mai copia di

fiori, in festoni pendenti dalle pareti, in mazzi dentro vasi preziosi,

in lingua di profumo pareva che dicessero: -- la vita è breve: che monta,

purchè deliziata di vaghezza e di odore? -- E le mille candele di cui

andavano guernite le lumiere di cristallo, ed i viticci sporgenti dalle

pareti, a cui avesse potuto capire la loro favella davano avviso: --

badate a fare quello che faremo noi; splendendo sul piacere ci

consumiamo. -- Da per tutto arazzi, broccatelli, e damaschi di

magnificenza stupenda; in mezzo, una tavola coperta di tappeto di

velluto vermiglio con larghe frange d'oro, e lì sopra guantiere,

candelieri, calamai ed altri arnesi di argento; in fondo della sala

sovrapposto ad uno zoccolo un forziero di ferro.

Paolo guardandosi attorno non vide la donna desiderata, nè la marchesa

Clelia, nè veruna altra femmina, onde il marchese Silla, quasi per

prevenirne la domanda, gli bisbigliò all'orecchio:

-- Bisogna rassegnarci, mio caro: adesso cominciano anco per voi le

tribolazioni del santo matrimonio. Quante volte una gentildonna esce a

farsi vedere, il suo abbigliamento è un lavoro; per una sposa poi,

addirittura una fabbrica. Adesso tutte le congiunte e le amiche raccolte

in sinedrio intorno alla sposa deliberano se una rosa deve premerle i

capelli a destra, ovvero a sinistra; se abbia ad ornarsi di perle,

ossivero di brillanti, separatamente, o di tutti insieme. Se alla Tuda

non sovviene il consueto suo buon gusto, voi fate conto di vedervela

apparire davanti spettacolosa come una fiera: ad ogni modo sarebbe

proprio bazza, se di qui ad un'ora il maggiordomo ce ne annunziasse la

presenza.

-- Aspetterò....

-- Sì caro, attendi,

»E mentre aspetti porgerai sommesso

»Refrigerio di pianto al cuore oppresso.

come dice il Poeta.

Paolo, dopo la fanciulla amata, si affrettò con occhi bramosi a scoprire

il cardinale Alessandro, ma nè anco questo gli venne fatto incontrare;

per ventura il suo sguardo cadde sopra monsignore Ferdinando Taverna

governatore di Roma, il quale pareva essersi condotto colà in compagnia

di una mano di compiti cavalieri: e nel punto stesso, come avviene, lo

sguardo del Governatore cadde su lui; onde l'uno e l'altro furono presti

a ricambiarsi ammicchi cortesi, e i più gentili dei loro sorrisi: anzi

il Governatore, seguito da parecchi, che alle vesti parevano notari,

procurò accostarsi a Paolo; questi da parte sua gli rammezzò la strada,

e però tosto si trovarono insieme: allora il Governatore prese a dirgli

per commissione dell'illustrissimo cardinale di Montalto, che sul punto

del mezzo dì sarebbe venuto a levarlo per accompagnarlo al Gesù, dove si

aveva a celebrare la cerimonia religiosa: se prima gli fosse riuscito

sbrigarsi, non mancherebbe al debito, ma non ci aveva speranza essendo

arrivati nella notte dispacci di Francia e di Spagna, e il Papa averlo

chiamato in camera per negoziare insieme con gl'illustrissimi signori

cardinali Aldobrandino e Castagna: a fine di mettere a profitto il

tempo, secondo il suo povero consiglio, gioverebbe leggere il contratto

nuziale, e riscontrare la pecunia, dacchè la dote fosse costituita non

solo di beni stabili, ma altresì di danaro numerato. Stava per

rispondere Paolo, quando presogli il passo colui, che, a quanto pareva

(giudicando dalla petulante familiarità di cui fanno prova i forensi) il

principale dei notai, osservò:

-- Monsignore....

-- Lasciate, che parli il Cavaliere....

-- Monsignore lasciatevi servire.... non m'interrompete... e' sarebbero

tempo e fiato gittati via leggere i contratti... Alla Croce di Dio! gli

è chiaro come l'acqua, che io odio tanto, e Monsignore mi figuro, che

farà lo stesso. Alla lettura come alla stipulazione del contratto hanno

a trovarsi presenti i testimoni, e le parti, e qui non vedo

l'illustrissimo Cardinale nepote, il quale fa da testimone, nè la

clarissima marchesa Tuda, la quale deve fare da sposa; questa omissione

porterebbe nullità espressa; se manca la persona protesto, non potere

esercitare il mio mestiere... Voi, Monsignore, a questa ora l'avreste a

sapere. --

Il Governatore non potè trattenere i suoi labbri dallo aprirsi ad un

sorriso, il quale però represse tosto ripiegandoli sotto i denti; subito

dopo favellò:

-- Voi avete ragione... anco troppo ragione... sempre ragione. --

Paolo appuntò i suoi sguardi sul Notaio, del quale la fisonomia non

parve giungergli nuova senza potersi però rammentare dove, in quale

occasione gli fosse capitata dinanzi: si raccoglieva, ma non ne veniva a

capo; il parruccone nero, gli occhiali come uno scudo di argento, e le

vesti talari gl'imbrogliavano il cervello: quell'uomo a prima giunta gli

era divenuto detestabile; se fosse dipeso da lui lo avrebbe fatto

strozzare... -- ed anco egli stesso con le sue mani strozzato dall'uno

all'altro andava una corrente di strangolazione.

-- Però per ammazzare il tempo, potremo, anzi dovremo fare una cosa,

riscontrare il danaro della dote -- avvertiva il Notaio.

-- Io lo accetto per la somma che mi si annunzia....

-- E voi, illustrissimo signore Cavaliere, insisteva il dicace

Tabellione, operereste da quel magnifico gentiluomo che siete; ma le

faccende bisogna che procedano nelle regole: e quanto a voi _transeat_,

ma i testimoni, che hanno a giurare, ed io che devo deferire loro il

giuramento di avere veduto numerare la pecunia come potremmo farlo dove

omettessimo simile solennità? -- O che credete voi, che sieno bericocuoli

i giuramenti a casa nostra?

-- Ma io non venni qui a noverare moneta; per contare trentamila scudi

non basterebbe da oggi a domani.

-- Con vostra grazia, illustrissimo, non è mica così. La pecunia consiste

in tanti ducati d'oro in oro, divisi in sacchetti di mille ducati:

adesso se ne piglia uno a caso e si annovera: posto che torni, si pesa;

ciò fatto si pesano anco gli altri, e se corrispondono nel peso, il

riscontro non può desiderarsi più puntuale, sicchè, come vedete, in meno

che non si canta il _Miserere_ siamo lesti.

-- Ebbene, fate voi per me...

-- Ma che vi pare, illustrissimo, io non ci penso nè anco! Prendere la

chiave, introdurla nella serratura, aprire le casse noi altri forensi...

gente di legge estimiamo, come veramente sono, atti _domenicali_; da

_dominus_, padrone, che nè ad altrui devono trasmettersi, nè da altri

possono surrogarsi. Ecco, che mi reco ad onoranza presentarvi la chiave,

compiacetevi, illustrissimo, di compire il resto. --

E tale favellando costui gli porgeva la chiave sopra una guantiera di

argento. Paolo la prese, e si accostò al forziere mutando tre passi o

quattro per lo spazio della sala lasciato sgombro: salì su lo zoccolo, e

messa dentro il foro la chiave, appena l'ebbe girata, non il solo

sportello, come pareva che dovesse succedere, si volse su i mastietti,

bensì tutta la parte anteriore tenuta in bilico da perni nascosti si

aperse irresistibile e grave dando acerba percossa nel petto a Paolo,

che sbigottito fu sospinto indietro.

Intanto il forziere spalancato palesava...

Che mai? Perchè terribile scoppia dintorno un grido di orrore? -- Il

forziero spalancato mostrò un miserabile cadavere ritto, di sangue sozzo

e di fango, gli occhi cascanti giù sopra le gote, il cranio infranto

come coppa di porcellana sbocconcellata; sporgeva ambe le mani, da una

delle quali penzolava la legaccia di velluto cremesino trapunta di

perle, e dall'altra un fascio di capelli.

Paolo barellò per cadere, senonchè lo accolse nelle sue braccia il

Tabellione, il quale gli strillò dentro gli orecchi:

-- Nè il matrimonio andrà indietro per questo: io vi ho ammannita la

sposa con la carrucola unta e la fune insaponata. --

Il Pelliccioni volti gli occhi nel Notaio liberato dalla parrucca, dagli

occhiali e dalla toga riconobbe maestro Gigolo, caporale dei dodici

carnefici di Roma eletti da dodici diverse nazioni, delizia del papa

Sisto V, ed ahimè! anco del senato e del popolo romano. Allora l'istinto

di fiera riprese il sopravvento in Paolo che di una potente strappata

sbatacchiò il boia per la terra, ma i gentiluomini del Governatore di un

tratto scopertisi sbirri, in meno che non si dice _amen_, lo strinsero

nelle braccia, legaronlo per le gambe, per la vita, per le mani, così

ch'ei non potè più dare crollo; quando costui si conobbe perso, proruppe

in un singulto, e potè dirsi grugnito, abbassò la faccia sul seno,

insensibile ormai a quanto gli si parlasse od operasse d'intorno.

Il Cardinale di Montalto facendo avvertire il Pelliccioni com'ei fosse

ridotto a negoziare col Papa in compagnia dei Cardinali di San Pancrazio

e di San Marcello non disse la verità, e la bugía nè manco, imperciocchè

insieme veramente consultassero costoro non però sopra i dispacci di

Spagna. Appena il Papa ebbe odore dell'essere di Paolo, tanto più

inviperito, quanto più aveva fatto a fidanza, raccolti i rammentati

personaggi, spediva ordini cautissimi, ma per veemenza procellosi,

affinchè si pigliassero informazioni. Nello stagno di Nettuno rinvennero

il cadavere della donna; la villa era un mucchio di cenere tuttora

fumante, sbraciandovi in mezzo scoprirono, tra le altre cose, parecchie

ossa in parte arse: erano le ossa di Renzo che Paolo aveva freddato

sparandogli alla traditora la pistola alle spalle, essendogli costui

caduto in mortale sospetto a cagione di talune parole ch'ei sfringuellò

in mal punto mentre tornavano a casa. Subito dopo l'arresto di Paolo, un

nugolo di sbirri abbattutosi sopra il suo palazzo, vi fece una funata di

quanti famigli capitarono là dentro. Sperimentati con qualche tratto di

corda non ressero, e svesciarono ogni cosa; onde frugando in cantina,

smosso alquanto il terreno, scoprirono il corpo del povero pescatore,

anch'egli morto a palate sul capo. -- Il Pelliccioni interrogato su la

sera del giorno stesso in cui si avevano a fare le nozze, o sdegnasse

salvarsi, ovvero, come credo piuttosto, reputando ogni tentativo vano,

senza tormento confessò partitamente ogni caso della scellerata sua

vita. Allora il Papa e gli altri misero in deliberazione quello che

avesse a praticarsi: quanto a processo caddero d'accordo a giudicarlo

inutile, conciossiachè, messa da lato ogni altra avvertenza il

Pelliccioni, sotto nome di Venanzio Tombesi, da parecchio tempo fosse

stato condannato, onde chiarita la medesimezza della persona non restava

che legargli il capestro alla gola. -- Più lunga disamina ebbero intorno

alla pubblicità del supplizio; a Sisto arrideva la idea di rizzare una

dozzina di forche tutte in un picchio; meno avventato il Cardinale di

San Marcello considerava come la plebe si appassioni mirabilmente pei

condannati; massime se persone di conto, e giovani, e belli come appunto

il Pelliccioni; onde per poco loro importi, il popolo li prosegua di

rammarichío e di lagrime: nella sua storta immaginativa gli estremi

toccandosi, egli, sovente più che non convenisse, i banditi tramutava in

santi. Ogni condannato, quando ne ha voglia, allunga la scala della

forca, e la muta in quella di Giacobbe, che tocca il paradiso; bene

intesi però dopo avere servito a lui, al boia e al cappuccino. Il

Cardinale di San Pancrazio rincalzava notando, che con la pubblicità del

supplizio si sarebbe messo troppo campo a rumore con iscapito della

riputazione di famiglie illustri pur troppo avviluppate in cotesto

infelicissimo caso, ed il fiorentino arguto a molte più cose accennava

tacendo, che non ne avesse avvertito parlando; sicchè il Cardinale di

Montalto, presa la mosca a volo, insisteva nel partito proposto dai suoi

colleghi, però che dopo la poca prudenza da lui mostrata di ricevere in

grazia il Pelliccioni, e i carichi gravi di punto in bianco affidatigli,

gli sembrava che quanto meno se ne parlasse, più si guadagnerebbe. Egli

accusava sè, ma di straforo veniva a trafiggere anco il Papa, il quale

finse non accorgersene; e guai a cui, se non fosse stato nipote, avesse

ardito favellare a quel modo: nondimanco le considerazioni del cardinale

Alessandro lo percossero, e subitaneo com'era a decidersi, disse, che

ventilato il pro e il contro, le savie avvertenze del Cardinal di San

Pancrazio davano il tratto alla bilancia: però il cavaliere Pelliccioni,

e i suoi complici, nelle carceri di Tordinona si strangolassero, e ciò

in quella medesima notte da mastro Gigolo venne puntualmente eseguito.

* * * * *

Alla sagacia del leggitore faranno mestieri pochi cenni per chiarirlo

come si fossero passate le cose; la povera Maria nascosa nel canneto

scorse al barlume, e meglio sentì le parole di Paolo e di Renzo, nonchè

il tonfo del cadavere della Violante nello stagno: essendosi mossa o per

paura o per disagio cagionò il rumore che spaventava Renzo, e la sua

mala fortuna volle che la palla della pistola sparata da Paolo la

colpisse nella parte carnosa dell'anca destra, e quella fuor fuora le

trapassasse; pure le bastò l'animo di tacersi, e quando lo strepito dei

passi si fu allontanato stracciò la camicia fasciandosi la ferita; nè

contenta di tanto, male reggendosi, si strascinò sul luogo donde avevano

lanciato il cadavere nello stagno: quivi sentendo alcuna cosa

incespicarle il piede, china tentava con la mano il terreno, ove trovò

la girattiera di velluto chermesino trapunta di perle. Avvertiva testè

come la Violante nei moti estremi della sua vita vi si agguantasse,

schiantandone due gancetti: rimasta attaccata ad uno, questo non resse

al rigonfiare dei muscoli della gamba di Paolo, nello sforzo ch'ei fece

per balestrare il corpo di Violante nell'acqua; parve averne abbastanza,

ed a stento ridottasi al solito nascondiglio lì rimase tutta la notte

patendo gli spasimi della ferita e l'uligine pestilenziale del padule:

per rumore che udisse, o per vampo di fiamme che la percotesse non si

attentò moversi: solo, appena apparve un po' di lume in cielo, soffrendo

dolori ineffabili e già col ribrezzo della febbre addosso, si arrampicò

a cavallo ripigliando la via di Roma.

Smontata al palazzo Savello, ella non volle medicarsi, anzi neppure

spogliarsi se prima non ebbe messo a parte di ogni cosa la sorella Tuda,

e la marchesa Clelia, la quale le porse diligentissimo ascolto, senza

interrompere mai, non lasciando nè manco indovinare quale passione

l'agitasse, se ira, o contento: finito che Maria ebbe il racconto, la

Marchesa mosse varie interrogazioni sia per completare qualche

particolarità, sia per chiarirla; quando poi le sembrò stringere nel

pugno intera la matassa, disse alle fanciulle non uscissero; avrebbe

pensato ella ad ordinare che veruno entrasse, eccetto il cerusico,

diverso dall'ordinario di casa, affinchè non si facessero ciarle, o non

crescessero: si confortassero; ogni male non venire per nocere, e via, e

via. Alla povera fanciulla nè una carezza, nè un bacio. Un bacio della

marchesa Clelia alla villana che le aveva salvata la figlia, pensate!

sarebbe stato un grossissimo scandalo: -- anzi neppure la raccomandò alle

cure di Tuda; non mica perchè ella pensasse ogni raccomandazione

superflua, bensì perchè il patrizio accoglie il sacrificio del popolo

come gli idoli; ci è avvezzo, e lo estima dovuto. O qual fie mai quel

plebeo indiscreto, che non si reputi glorificato abbastanza di farsi

ammazzare per un patrizio? Diavolo! le sono cose che vanno pe' suoi

piedi.

Gran parte della vigilia delle nozze di Tuda, la marchesa Clelia passò

col Cardinale di Montalto, a cui sovvenne con pronti consigli, e tornata

a casa provvide a tutto, astuta, discreta e sollecita, imperciocchè se

togli la superbia, la vanità, l'avarizia, la prepotenza, il cuore di

pietra, e non so quali altre taccherelle, bisognava confessare ch'ella

era donna di governo assai.

Intanto Tuda soccorreva la Maria con le dolci parole, che riboccavano da

cuore appassionato davvero, e la veniva confortando con le carezze e coi

baci; lei chiamava sorella e madre, lei unico rifugio che avesse nel

mondo; e certo se lo affetto avesse virtù di sanare i malori, Maria

sarebbe stata guarita in un attimo. Lungamente aspettato il cerusico

venne, e comecchè trovasse la piaga invelenita, tuttavia non fu questa

che lo mise in pensiero; egli si spaventò, a ragione, di una febbre

acuta, la quale giudicò subito avere infiammato il sangue alla fanciulla

così da lasciare ormai poca speranza di rimedio; ed in questa sfiducia

si confermava udendo dove ed in quale stato si fosse rimasta la notte:

forse adoperando subito partiti estremi avrebbe potuto salvarla, ma egli

che semplice cerusico era si peritava; si fece a consultare la marchesa

Clelia, e' fu mestieri aspettare; tornata a casa si mandò pel medico, e

si perse altro tempo; quando il medico venne, il giorno volgeva a

vespro: anch'egli ragguagliato per filo e per segno, sentito il polso,

il cuore e le arterie delle tempia, speculato il volto rosso come

fiamma, e fatte altre più ricerche, non seppe a qual santo votarsi:

_tamen_ per onore della scienza e suo non bisognava mostrare essere

corto a partiti; però ordinava al cerusico le cavasse sangue, non fosse

altro, egli diceva, per _iscoprire marina_. Il sangue da prima stentò a

spillare, poi prese a scorrere nero come lo inchiostro, e a mezza la

operazione Maria declinato il capo cadde in deliquio; allora il medico

fece cessare, ed ordinato, che le dessero quando risensava certi suoi

elettuari, se ne andò promettendo avrebbe passato la inferma una notte

tranquilla. Il salasso fece giusto lo effetto della poca acqua versata

sopra la fiamma, la quale attutita appena divampa più veemente che mai,

sicchè verso sera aggravandosi, come suole il morbo, si palesò il

delirio. Vagellò la povera Maria quanto è lunga la notte, ora con

maggiore, ora con minore impeto, e le visioni della sua fantasia furono

sempre di mostri, che sorgono dall'acqua per divorare donzelle, o di

demoni sbucati dalla terra per rapire anime: strano miscuglio di

rimembranze dello Ariosto in cotesti tempi vulgatissimo in Italia, e di

favole religiose; e a lei pareva toccassero sempre le parti di Ruggero,

di Orlando, o dello Arcangiolo Michele; dai moti delle membra, dallo

sguardo pugnace, dalla voce irrequieta a gridare minacce, assai

chiaramente si veniva a conoscere, come le sembrasse combattere, ed in

vero combatteva. -- Le sue parole queste: -- io la difendo contra tutti e

sola; -- no -- vi ci romperete i denti e l'ugna.... mettetemi in pezzi, e

ogni pezzo della mia carne diventerà un uomo armato a difenderla....

ahimè! Tuda mi sento rifinita.... Tuda salvati, che mi hanno piagato a

morte! oh! oh! mi tengono le ginocchia sul petto, e la mano intorno al

collo. -- E qui rantoli soffocati e sforzi ineffabili, come di colui, che

messo di sotto si arrabatta a svincolarsi; e dopo molta agonía faceva

sembianza di venirne a capo, sicchè con lena affannata e grondante

sudore urlava: -- Tuda ritorna.... il nemico è vinto..... il diavolo

morto mi sta sotto i piedi.... Ora sei sicura Tuda.... _alleluia!

alleluia! osanna in excelsis_.

Tuda non si staccò mai dalla sponda del letto, e con qual cuore noi non

sappiamo dire: tutta la sua anima stava riversata dentro i suoi occhi,

ed i suoi occhi fissi senza pure battere palpebra nella faccia di Maria;

i gridi e i moti di questa si riflettevano sopra la fronte di Tuda come

baleni di luce sinistra. Intesa con tutte le potenze dell'anima e del

corpo nella sorella inferma, se nel cavo della congiuntura si radunava

umore, non cresceva in lacrima, o se coi labbri cominciava una preghiera

finiva in bisbiglio confuso, imperciocchè le intenzioni di Tuda, per un

istante svagate, si riappuntavano impetuose ed intense con tutta forza

in Maria. Con vicenda strana ringorgando il sangue intorno al cuore di

Tuda faceva sì che ella comparisse pallida come morta, mentre al

contrario Maria tutta avvampata nel volto, con occhi micanti sembrava

riboccare di vita.

Così passarono due giorni, al terzo il medico arricciò il naso, strinse

le labbra, e senza pronunziare verbo, dato una giravolta su i talloni,

se ne andò diritto alle stanze della marchesa Clelia, alla presenza

della quale ammesso, espose la salute della Maria sfidata; vedesse farla

acconciare alla meglio dell'anima, dacchè di conoscenza non desse segno,

nè lo avrebbe forse dato, avendo il morbo preso possesso del cervello;

ma non essere questo ciò che maggiormente importava; procurasse ad ogni

modo staccare di là la clarissima signora Tuda, che gli dava pensiero

grande avendo vegliato sempre la inferma, e miracolo di bontà e di

gagliardia non essersi riposata nè manco un momento; era da temersi che

per la vigilia, la fatica, il digiuno, ed anco per la passione

dell'animo non venisse cotesta bella e florida salute a guastarsi:

ridotta in condizione malescia non impossibile le si attaccasse il morbo

della Maria, di sua natura appiccaticcio, e tanto a sgravio della sua

coscienza. -- Il Medico non lo disse a sordo, onde la marchesa Clelia,

senza frapporre tempo in mezzo, in due salti fu in camera alla Maria:

quivi guardatala alquanto, e sembrandole pur troppo, che il medico si

apponesse, dopo averla compassionata così a mezza bocca per non parere,

si trasse la figliuola sur un lettuccio, dove avendola presa per ambo le

mani, col più soave accento, che per lei si potesse, cominciò a dire:

-- Figliuola mia, la vita e la morte stanno in mano di Dio, e sarebbe

ribellione espressa ai voleri divini non rassegnarci. Tu hai fatto verso

la Maria il debito di cristiana; e per somma bontà tu hai largamente

soddisfatto all'obbligo di riconoscenza; imperocchè io vo' che tu ti

capaciti bene, che a lei ancora come nata sopra i nostri poderi, e

figlia di gente che da secoli mangia del nostro pane, stringeva

pressantissimo il dovere di mostrarci al bisogno fedeltà. Questo mettiti

in mente, che il padrone ha pure diritto di aspettarsi dal vassallo e

dal servo il sacrifizio dal quale non si tira indietro il cane. Noi le

procureremo onorevole sepoltura.... ne appagheremo l'anima con ogni

maniera divozioni, a sua madre daremo tutte le vesti e gli ori che tu le

donasti: al padre qualche cento di scudi, e dugento se vuoi, quantunque

a questo numero non credo che saliranno le lagrime piante dal villano

per la sua figliuola: adesso vieni, figliuola mia, lasciamo la morente

alla cura delle donne e di Dio; si è fatto quanto si poteva per

salvarla, ora la carità vuole, che ti pigli studio della tua salute. --

La Tuda ascoltò queste parole come trasognata; dentro gli occhi le si

andavano formando grosse lacrime, le quali rimanevano poi come contenute

dalle palpebre socchiuse; le ansava forte il petto, onde ad ora ad ora

l'era mestiere rompere in profondo singulto, la parola crucciosa non

trovava la via di formarsi distinta, sicchè per le labbra in sussulto

passava come vento. Era chiaro che aborriva da favellare, ed ella

avrebbe di sicuro taciuto se la marchesa Clelia reputando assenso il

silenzio, non le avesse fatto forza per cavarla di là. Allora Tuda si

drizzò ritirando di una strappata le sue dalle mani della Marchesa; e

senza guardarla, con occhi lacrimosi e tuttavia privi di pianto, con

voce tremula, e non dimanco feroce, così rispose:

Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2) · 第 8 / 10 段