-- Lucrezia, che è donna di governo ed ha sentito tutto, dica la sua; per

me sto al suo giudizio.

-- Di' la tua, tu donna femmina.

-- Ho a dire la mia? Guercino pare trattenga lo scrupolo, che i ducati

non escano da buona fonte, io sto peritosa di qualche tranello, che ci

covi sotto. Al Guercino dico: ricorda di quello imperatore, me lo hai tu

stesso raccontato a veglia, cui il figliuolo rinfacciava cavare i

quattrini dal balzello dei pisciatoi; ei gli mise sotto al naso un

ducato domandandogli: che odore ha? -- I quattrini non hanno odore,

chiappali da qualunque parte ti vengano; meno che dal diavolo perchè si

mutano in zolfo: a me poi dico: che questo bel figliuolo ci voglia

menare alla mazza io non lo credo se prima Cristo non si fa luterano, e

caso mai ci si scoprisse traditore, can mai non mi morse che non volli

del suo pelo. --

Lucrezia dava il tratto alla bilancia, e la lega fu convenuta: il

Guercino però senza dire il numero dei suoi propose a Paolo se ne

tornasse dond'era venuto, ed ottenesse dai caporioni un trenta di

cavalli, e munizioni da guerra di che pativa difetto. La verità era

ch'ei si trovava al verde di tutto, e Paolo gli cascò addosso come la

Provvidenza, almeno così la pensava Lucrezia, la quale aveva già detto

al Guercino, che se l'andava di quel passo anco una settimana, bisognava

dare spesa al cervello e sciogliere la banda; di che il Guercino

accorato buttava fuori sospiri da parere un bufalo, che muglia quando è

in amore.

Paolo pertanto facendo il fagnone ricercò il Guercino se intendeva

mandare egli trenta fanti per i cavalli: qui ricominciarono le ambagi,

perchè se ei li mandasse tutti s'indeboliva per modo da rimanere

agevolmente oppresso; se all'incontro concedeva menassero i cavalli

trenta uomini della banda di Paolo, egli era lo stesso che mettersi alla

sua discrezione; nè al santo intendeva fidarsi se prima non avesse fatto

il miracolo, tenendo per regola di governo che in terra di ladri si

vuole camminare con la valigia davanti: però come quando si possiedono

mezzo cervello e mezzo cuore, o la necessità ce gli dimezza, si apprese

alla via mezzana, mandò dieci fanti dei suoi, e ciò anco fece per

iscoprire marina; di ragioni per condursi così ne addusse un mucchio, a

cui sempre più ne aggiungeva alla stregua che quelle addotte gli

parevano grulle e la gaglioffaggine loro aumentava a braccia quadre. Per

ultimo fu stabilito che i dieci fanti s'incavallerebbero, e recherebbero

a mano dieci cavalli; in tutto venti; di quei di Paolo ne verrebbero

dieci, i quali pure menerebbero dieci cavalli e su questi le munizioni

che potrebbero portare; e così fu fatto.

I dieci di Paolo e gli altri del Guercino tornarono vestiti tutti di

un'assisa, e portarono vesti per gli altri venti; onde subito nacque

tafferuglio tra la gente del Guercino, perchè ognuno pretendeva essere

primo vestito e incavallato; nè egli trovava via a metterli d'accordo,

anzi aggiungeva legna al fuoco, perciocchè preso dalla stizza incominciò

a bestemmiare come un turco e a mescere minaccie, ingiurie e pugni; la

sarebbe finita per la peggio, se Paolo, cacciatosi fra mezzo non gli

avesse acquetati con la promessa di assettarli tutti alla medesima

maniera, tale essendo la intenzione del signor duca di Montemarciano,

sotto gli ordini del quale avevano a stare. Quando poi volle mettersi a

cena fu trovato come non solo mancassero le munizioni da guerra, ma

delle vittovaglie altresì si patisse difetto: gli altri brontolarono,

Paolo si contentò osservare come la colpa era di Lucrezia che forse si

peritava a palesargli la presente strettezza. Alla quale accusa Lucrezia

oppose, che quanto a lei non sarebbe stata sul puntiglio, perocchè ormai

fossero diventati tutti una sola famiglia; se ci cadde fallo, errò prete

Guercino che mulinava sempre pensieri da cavaliere con la borsa da

cappuccino. E siccome pareva che il Guercino inasprito non se ne sarebbe

rimasto, Paolo troncò le parole dichiarando: che i ragionari non

crescevano la cena, bensì la sete; per quella sera si facesse alla

meglio, nel dì seguente avrebbero tolta la rivinta. -- Si accomodarono

per dormire come poterono; il Guercino non trascurò mettere le

sentinelle; nè Paolo fece sembiante di accorgersi ch'egli dopo essersi

ristretto a colloquio co' suoi più fidati, questi, fingendo vigilare per

tutti, esclusero i suoi dalle guardie, sotto pretesto che, stracchi dal

cammino, abbisognassero di riposo.

Il Guercino si vergognava dirlo, anzi pure pensarlo, e nondimanco aveva

paura: una strana inquietudine gli si era cacciata addosso, nè avrebbe

saputo chiarirne la ragione; tanto è, uno sgomento nuovo gli faceva

cascare il cuore e gli troncava le braccia; si stese su la paglia con la

Lucrezia allato, e prese sonno; ma indi a breve si rizzò a sedere co'

capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, con la manca brancicando la

Lucrezia e con la destra tastandosi il collo; i detti suoi piuttosto

grugniti, che favellati sonavano:

-- Sei tu? Proprio tu, Lucrezia? Benedetto il Signore, mi pareva, che mi

stesse al fianco per confortarmi il cappuccino... sarà per un'altra

volta; così mi sono sentito stringere il collo, che me n'è rimasto il

_rastio_ fin dentro la gola... dopo questa prova quando faranno per

davvero, poco più mi toccherà a penare... io credo.

-- Dormi in pace, Guercino, che Lucrezia veglia. --

La mattina misero in consulta se quinci avessero a partire o se ridurvi

anco la restante squadra di Paolo; al Guercino pareva mal sicuro il

primo partito, nè gli piaceva il secondo, e, come suol dirsi, nicchiava.

-- Senti, gli disse Paolo, io ti leggo dentro, tu non ci vai di buone

gambe; chi ha fatto il carro lo può disfare, rimanti; ti dono i cavalli,

le munizioni e ogni altra cosa; ti ho consigliato da amico, mi sono

comportato da fratello, ora ingegnati come puoi, che così col tuo

fidarti e non ti fidare ci rovineremmo ambedue e con noi questa gente

dabbene, che ci seguita...

-- No; mi fido... io considero... perchè capisci, giova più un moccolo

davanti, che una torcia di dietro.

-- Or bè: se in questa selva non hai trovato da nudrire te e la tua

banda, come ci procureremo la vettovaglia per due?

-- E' parla come Marco Tullio, il bel figliuolo, osservò Lucrezia.

-- E poi oggi o domani bisogna pure che usciamo: anco i frati se non

mandassero fuori i cercatori morirebbero di stento.

-- Questo è chiaro -- esclamarono parecchi banditi d'intorno.

-- E il coltello se non si adopera arrugginisce; e leva leva, ogni gran

monte scema, di qui il bisogno di tenere le mani perpetuamente in

faccende: ora dà retta, Guercino, vien via senza gingillarti; andiamo a

unirci col grosso della mia banda, che sta a cinque miglia quinci oltre

a buona guardia in una masseria sotto Renzo mio luogotenente: riposáti e

nudriti, verso vespro io proporrei andassimo ad assalire Mentana

castello di Latino Orsini, dove se ci capiterà di giungere alla

sprovvista, io fo conto di averlo a man salva...

-- E poi a Roma -- irridendo disse il Guercino.

-- E poi a Roma -- riprese in atto superbo Paolo; da cosa nasce cosa, e

sappi che da un legno medesimo sono cavati i banditi e gli eroi; la

differenza sta qui, che i primi sono piccini, i secondi grossi.

-- Andiamo... e il diavolo dica _amen_ al tuo _credo_. --

La impresa riuscì a capello; i terrazzani del castello Mentana ebbero di

catti a salvare le persone, lasciando le robe e perfino i cibi al fuoco

per la cena. La Lucrezia, presa stanza al palazzo dell'Orsino, dette

mano ad apparecchiare proprio un banchetto per le feste; rovistò dalle

soffitte alle cantine, accese un fuoco da arrostire anco il castello;

chi strozzava, chi pelava, altri spillava il vino, trovarono torce,

accesero lucerne; anzi per maggior decoro appesero festoni di mortella.

Ogni cosa ormai essendo posta in ordine non si aspettava più che Paolo e

il Guercino, i quali andavano attorno a mettere le guardie: da un

momento all'altro si teneva per sicuro sarebbero comparsi insieme, ma

non accadde così, che il Guercino si mostrò primo e solo. Egli da

principio camminò di conserva con Paolo attendendo giusto a mettere le

sentinelle, senonchè presto si accorse avere fatto conquisto troppo

grande per poterlo guardare, come con sicurezza tenere, molto più che la

massima parte dei banditi si era dispersa a foraggiare, e a commettere

certe altre taccherelle le quali riesce più facile vietare con parole,

che impedire co' fatti; onde di un tratto quasi noiato il Guercino si

rimase a mezzo e scrollando le spalle disse:

-- Che monta pigliarsi tante scese di testa? quello che deve accadere

accadrà; s'è vero, che senza la volontà di Dio un capello solo non possa

cascare dal capo dell'uomo, è vero altresì, che non gli si può nè anco

aggiungere. -- Paolo, fa tu, che io me ne vado a cena. --

Paolo si strigò in quattro battute, e corse a gambe dove lo tiravano la

luce viva di tante lucerne, e di tante legna accese, che pareva un falò;

le canzoni una dopo l'altra si rincorrevano come baccanti scapigliate, e

motti giocondi piovevano giù come lacrime di San Lorenzo nelle notti

della prima metà di Agosto. Il Guercino sedè in capo alla mensa quasi a

posto di onore, Paolo in fondo e Lucrezia in mezzo per tagliare le carni

e distribuire le vivande. I convitati non osservarono regola nè misura,

in breve la cena diventò stravizzo, correva vino la mensa; e sotto la

mensa vi erano pozzanghere; chi si abbracciava, chi si mordeva, ognuno

il suo vicino blandiva, scongiurava, o vituperava, secondochè la

fantasia alterata glielo veniva raffigurando o per innamorata, o per

cappuccino, o per carnefice. Il Guercino aveva mangiato per due e bevuto

per quattro: pareva avesse voluto annegare i tristi presentimenti nel

vino: di vero la stolida sua vanità pigliando in lui il sopravvento ad

ogni altra cura, di un tratto si leva barellando: la manca mano puntella

sopra la tavola, con la destra alza il bicchiere e grida:

-- Alla prossima morte del porcaio della Marca; viva prete Guercino re

della campagna... viva me!

-- Viva Papa Sisto lo sterminatore dei banditi.

A questo urlo, che a squarcia gola cacciò fuori Paolo, in un bacchio

baleno due uomini agguantarono di dietro per le braccia il Guercino, e

lo atterrarono; nove porte, chè tante ne aveva la sala, si aprirono con

fracasso e si rovesciò dentro un nugolo di micheletti armati di

archibugi. Al Guercino parve uscisse ad un punto il vino dal capo, e la

baldanza dallo spirito; sporta la faccia livida, agguardando Paolo con

occhi trucemente lucidi, queste parole mandò fuori dalle labbra grommose

di vino:

-- Solite cose; io il solito venduto, tu il solito Giuda; badati dal

solito fico: -- traditore! non ti puoi nè manco vantare di avere

immaginato qualche cosa di nuovo...

-- Ammazzatelo! -- Schiamazzava Paolo. -- Ammazzatelo!

-- Non si può movere -- è inutile.

-- Ammazzatelo per Dio! -- Strepitava Paolo pestando i piedi.

-- E si ha ad ammazzare davvero?

-- Ma sì, ma sì, ma sì. --

Allora uno sbirro trasse un gran fendente sul capo al Guercino, il quale

ebbe virtù di spaccarglielo fino al mento, sicchè stramazzando col capo

innanzi sopra la mensa, il cervello gli si versò dal cranio come il sale

dalla saliera rovesciata.

-- Bel figliuolo, l'ultima pietanza della cena è questa?

-- Della cena non so, della tua vita sì se tu vorrai gustarla.

-- Ho da morire anch'io?

-- Che faresti nel mondo senza il tuo marito prete?

-- Priva così di sagramenti?

-- Te li amministrerà prete Guercino intanto che sarete in viaggio per lo

inferno.

-- Tu sei troppo ingrato, ma non importa; io ti fui amica, e non mi sento

senza rimorso di avere condotto il povero Guercino al macello. Di me sia

quello che piace alla santissima Vergine, solo ti chiedo tu mi faccia

una grazia; io vorrei confidarti un segreto che forse potrà giovare anco

a te...

-- Non vo' saperne di segreti io, ammazzate anco lei. --

Ammazzare così una donna legata, che si mostrava quieta, nè rompeva in

vituperii e in furori, parve strano anco per uno sbirro; sicchè la gente

balenava; allora Paolo, come colui che aveva buone ragioni perchè la

Lucrezia favellasse poco, le si accostò meno acerbamente dicendo:

-- Non ti perdere di animo, la tua morte non è mica decisa, e il santo

Padre potrebbe nella sua misericordia graziarti; sentiamo un po' il gran

segreto che hai in corpo. Di' su...

-- Accostati, che se non ti parlo sommesso, il mio sarà segreto da

panico, che ogni uccello ne beccola... anco più qua... ecco il

segreto...

Azzannò l'orecchio, e strettolo ferocissimamente prese a dimenare con

furioso impeto il capo a mo' di mastino che tenga co' denti la bufala.

Urlava Paolo:

-- Maledetta strega... lascia ire... ahi! lascia... al corpo di Dio ti

fendo il cuore... ahi! ahi! --

E l'altra peggio, sicchè Paolo cavato il coltello dalla tasca delle

brache incominciò a tirare giù colpi da disperato: percoteva in pieno,

ficcandone la lama fino al manico, non per ciò la donna lasciava presa;

la gente di Paolo vedendolo infellonito menar botte da rompere il muro

si peritava aiutarlo; all'ultimo colta in mezzo al cuore Lucrezia cadde,

ma stringendo fra i denti un brandello di orecchio del suo nemico. --

La presa del castello e' fu postura ordita fra Paolo e il barone Latino

Orsino fautore di Sisto; la gente che sbalzò fuori al termine della

cena, fino dalla mattina si era nascosta nei sotterranei del castello;

nè Paolo si tenne contento alle morti del Guercino e della Lucrezia,

bensì fece ammazzare senza misericordia tutti quelli i quali sospettò

potessero avere odore della sua condizione antica di bandito. I meriti

nuovi non avrieno presso Sisto saldato le colpe antiche, in simili casi

ei solea sdebitarsi con messe e suffragi; generoso fino a spiantarsi

nell'altro mondo, in questo egli era duro ad esigere. --

Quando Paolo con una benda di seta nera intorno al capo si presentò al

Pontefice con la testa mozza di prete Guercino accomodata dentro a un

paniero nuovo sopra ramelle di rosmarino, come si costuma portare le

lepri morte perchè le si mantengano fresche, levò devotamente le mani al

cielo ringraziando Dio; poi nella veemenza dello affetto disse non so

che parole di coronare Paolo in Campidoglio come aveva fatto Pio V a

Marcantonio Colonna dopo la battaglia di Lepanto: e poichè il Cardinale

di Montalto prudentemente lo persuase a meglio ponderare la cosa, volle

che portassero subito duemila scudi, e datili a Cesare disse, che li

pigliasse non mica per compenso della opera egregia condotta a fine,

bensì perchè gli spendesse a farsene onore co' suoi compagni: al resto

si provvederebbe presto con la sua pienissima soddisfazione. --

Mandato quindi per l'orafo di corte, Sisto gli commise una corona di

rame dorato; se gliela portasse prima che finisse il dì gli darebbe con

le sue benedette mani, oltre la sua buona grazia, venti scudi d'oro, se

no gli farebbe dare dalle mani di Gigolo due tratti di corda; e siccome

l'orafo accennava volere favellare forse per dirgli in tanta angustia di

tempo impossibile contentarlo, il Papa mettendosi l'indice della manca

lungo il naso, e con la destra accennandogli la porta, lo licenzia. --

Il giorno successivo la testa mozza del prete Guercino comparve

incoronata fitta su di un palo sul ponte di Castello Sant'Angiolo.

NOTE.

[1] Bucefalo non è, come universalmente si crede, e Plinio

afferma, nome proprio del cavallo di Alessandro Magno; anco

prima bucefalo chiamavasi presso i Tessali una razza di cavalli

distinta per capo largo a modo di bove. Il cavallo di Marco

Aurelio nel Campidoglio è _bucefalo_, ed i Romani gli amano

così; all'opposto piacciono agli Spagnuoli quelli con la testa

di montone, _de carnero_, che tra noi chiamansi volgarmente

montonati.

[2] Specie di opera buffa che correva per la Italia a quei tempi

in istrazio degli Spagnuoli. Il duo si prolunga a sazietà; i

versetti qui posti in bocca al capitano Cardone significano: Di

chi sono queste mammelle? La vita e il cuore? Donna Isabella

naturalmente risponde: del capitano Cardone.

[3]

Par che asinina stella a voi predomini,

E somaro, e castron si sien congiunti.

_La Musica._

[4] Non dopo la morte, bensì sei mesi avanti la morte di Sisto V

i banditi tornarono a infestare Roma = i fuoriusciti corrono

fino sopra le porte di Roma = Dispacci del 17 marzo, 7, 28

aprile, 2 giugno, 21 luglio 1590 dell'oratore Alberto Badoero al

Senato.

[5] Ma quello ch'è peggio, chè di più essere stati trovati

diversi muli carichi di pasticci, et altre cose da vivere, da

vestire che andavano di qua ad essi fuoriusciti, il Governatore

di Roma ha avuto in mano una carrozza mandata al Piccolomini con

denari, archibusi e polvere da un ambasciatore residente a

questa Corte per il che si conosce, che sono costoro altamente

favoriti e per ciò non sarà facile scacciarli come si credeva da

prima. = Dispaccio di Alberto Badoero oratore veneto del 24

novembre 1390. Egli è vero che Sisto era morto, ma il Mutinelli

osserva bene, che atteso il conclave e il breve pontificato di

Urbano VII si può dire che simili casi accadessero subito dopo

la morte di Sisto, e però fossero conseguenza del suo

pontificato, e conferma quanto il Ranke scrisse nell'op. cit.

nel n. 3, l. 6.

Sisto finchè visse d'accordo co' suoi vicini potè venire a capo

dei banditi, ma quando questo accordo cessò, e a Venezia e in

Toscana si accolsero opinioni diverse a quelli di Napoli e di

Milano, quando il Papa parve esitare a qual partito appigliarsi,

diventato sospetto a tutti ebbe a trovarsi di nuovo lacero dai

banditi.

[6] Perchè i lettori abbiano un po' d'idea di quello che fossero

e ardissero i banditi in cotesti tempi, considerino quanto si

legge nel dispaccio dell'oratore veneziano residente a Roma,

Lorenzo Priuli 16 gennaio 1584: vien detto che già pochi giorni

quel famoso fuoruscito, nominato il _prete Guercino_, scrivesse

una polizza a Monsignor Odescalco, domandandogli 500 ducati,

minacciandolo, se non li mandava, di fare gran danno alli suoi

casali et al suo bestiame. Questo prelato andò dal Papa, et gli

mostrò la polizza et Sua Santità ordinò che il portatore fosse

retento, et posto in galera. Il _prete_ tornò a scrivergli

un'altra polizza, per la quale dimandò che gli restituisse il

suo huomo, altrimenti minacciandolo di farlo ammazzare con cento

pugnalate, che non saprebbe da chi, et abbrugiarli tutti li suoi

casali, et ammazzarli tutti li suoi bestiami. Ritornò il prelato

dal Papa afflittissimo pregando Sua Santità a restituirgli il

pregione, poichè non vedeva altro rimedio ai suoi danni. Sua

Santità intenerita, et mossa dal pericolo del prelato gli

restituì l'huomo, con il qual mezzo si è poi fatto tanto amico

del Guercino, ch'è fatto suo procuratore per impetrare la

liberatione sua dal Pontefice, la quale era già ordinata

assolvendolo Sua Santità da 44 omicidii commessi. Et mentre si

faceva l'espeditione, è venuta nova, che il ribaldo ha ammazzato

quattro suoi inimici in un castello. Questi tristi se ne vanno

di questa maniera burlando della giustitia, et se bene potriano

essere rimessi dalla gran benignità di Sua Santità, pare non di

manco che non se ne curino. Niuna cosa più di questa dà

travaglio al Papa, perchè vede il disordine et la indignità

grande et non sa rimediarle.

[7] Parole proprie di Sisto.

[8] Questo caso occorre narrato dal P. Tempesti nella Vita di

Sisto V, lib. II, p. 189.

CAPITOLO XI.

La Marchesa dopo pranzo, e la Marchesa innanzi pranzo.

Dopo avere fatto reverenza al Papa, presso cui rinvenne il Cardinale di

Montalto, Paolo se ne andò difilato al convento dei Gesuiti a visitare

il suo diletto padre Migali; se da questo, e da tutti gli altri così

professi come novizi degl'incoli del collegio di Gesù, Paolo ricevesse

accoglienze più che cordiali svisceratissime, si crederà di leggeri

quando si consideri che gli uomini inclinano per natura a soffiare nella

vela gonfia dal vento della fortuna; e poi i Gesuiti vecchi salivano in

isperanza di ottenere per mezzo di questo loro protetto, una volta

arrampicato in alto, favori e comodità infinite; nei giovani,

sboglientito assai, pure durava l'entusiasmo per le cose belle, o che

paiono tali; onde ai cervelli loro, pieni degli studi dei classici

latini, Paolo si veniva offerendo come un Dio, che domi Pitoni, o

semideo trionfatore d'Idre, e di Minotauri; alla più trista come un

Giulio Cesare, e un Alessandro Magno. Gli piovvero addosso esametri e

pentametri, sonetti, canzoni, odi, e perfino acrostici; le monache lo

mandarono a presentare di paniere di brigidini, di Gesù bambini, e di

_abitini_. Sopra tutto abitini, però che allora attribuissero in Italia

a cotesti amuleti una oltrapotente virtù... Perchè ho io scritto allora?

Forse ieri non vidi qui in casa mia un frate mirabile per vecchiezza e

per laidume con la stola al collo, gli occhiali sul naso, e il libro in

mano intimare lo sfratto dai cavoli ai bruci, e i contadini d'intorno

composti a diversi atti di devozione? E mentre io appoggiato con la

spalla ad un grosso olmo contemplava mestamente il caso, il frate levati

gli occhi mi scorse, e vibratomi quasi uno sguardo di sfida sopra gli

occhiali disse queste parole: -- figliuoli, io ho fatto la parte mia, ora

tocca a voi fare la vostra; quanto a me non ho omesso una virgola, e la

orazione non può fallire; se la non riesce, la colpa è vostra; e' vorrà

dire, che non avrete avuto fede, perchè vedete, con la fede potreste

dire a cotesto albero là (ed accennava appunto l'olmo a cui mi

appoggiava io) -- parti, e l'albero subito partirà per andarsene in altro

luogo. -- Tanto disse co' labbri, col cuore aggiungeva di certo: -- voi

credete di cantare il vespro all'errore, e non siete nè manco a

mattutino. -- O ragione, vero ebreo errante della umanità, allorchè sarai

giunta al termine del tuo cammino ti troverai entrata nel secolo

immortale; quando anco tu arrivassi al tuo plenilunio, i raggi usciranno

da te peggio che indarno, perchè allora l'universo sarà fatto tomba del

genere umano!

* * * * *

Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2) · 第 2 / 10 段