Le femmine sono tenere; le monache anco più, testimoni Santa Teresa, la

perpetua innamorata, e Santa Caterina, la quale non si tenne quieta,

finchè non ebbe barattato il suo cuore con quello di Gesù; e però

trepidanti per quell'anima angelica di Paolo, che avesse a morire, e più

poi, che morisse fuori di grazia, le monache gli mandarono abitini a

fusone; imperciocchè voi avete a sapere come i Gesuiti, i quali

inventarono l'abitino, bandissero, e con sacramenti affermassero come

chiunque portasse l'abitino addosso non potrebbe morire là dove non

fosse in istato di grazia; di ciò allegavano esempi parecchi uno più

edificante dell'altro; a me basti riferirvene solo due: certa buona

femmina smaniosa di affogarsi si buttò nel pozzo; dato un tuffo in fondo

tornò a galla, e lì rimase non altramente che se un turacciolo di

sughero si fosse, e questo perchè da un lato tenesse l'abitino al collo,

e dall'altro non avesse la coscienza netta: dunque la ripescarono, ma

persistendo in cotesto proponimento una mattina andò in chiesa, donde

uscita, dopo essersi confessata e comunicata, si condusse a dare di

nuovo la balta nel pozzo, e per questa volta furono buone mosse, che

rimase annegata nelle regole. Altro esempio della virtù dell'abitino. Un

soldato nelle guerre di Fiandra contro gli eretici giacque sul campo di

battaglia crivellato da trentanove ferite, una più mortale dell'altra,

senza che il poverino potesse morire: avendolo visitato i medici, questi

si facevano il segno di croce per la maraviglia, come mai con quella

razza laceri potesse durare vivo; -- senonchè a trarli dallo stupore il

soldato parlò queste parole: -- magnifici signori, a che tante marie? Se

fossero divoti come dotti troverebbero il caso naturalissimo. Io porto

due abitini addosso donatimi per carità dai reverendi padri della

compagnia di Gesù; dopo ciò capiranno, che se io non rientro in istato

di grazia, è tempo perso che io pensi a morire. Da uomo avvisato,

innanzi di cacciarmi nello sbaraglio mi era munito dei sacramenti,

sicchè alla prima ferita stava lì lì per andarmene in pace; ma no

signori; il demonio, nemico del genere umano, mi ha tentato spingendo

Rosa la cantiniera a passarmi da presso, e i miei occhi andarono a

cascare sul magnifico seno di Rosa: allora pensai, voi mi capite,

_eccetera_, per la quale cosa, perduto lo stato di grazia, io non posso

morire se non mi levate l'abitino di dosso, ovvero, e questo sarà il

meglio, non andate per un reverendo padre della compagnia di Gesù, il

quale mi riconcilii con Dio scorrucciato meco per colpa delle mammelle

di Rosa; quando a ciò sarà dato sesto, io vi prometto da cavaliere di

andarmene via dal mondo senza farmi pregare.

* * * * *

Ma il serpe troppo spesso giace tra i fiori: e Paolo, afflitto in vista,

richiese il Padre volesse ascoltarlo in confessione, di che molto

volentieri il buon gesuita lo compiacque, e secondo il solito egli ebbe

a udire peccati, che per altri sarebbero stati meriti, e presso il

gesuita poi passavano per virtù; onde cresceva la speranza in lui, e con

la speranza l'amore: quando lo ebbe arroventato bene, gli aperse di

punto in bianco com'ei per non darsi alla disperazione si era deciso

tornarsene a pellegrinare per il mondo; e poichè l'altro lo veniva

dissuadendo, egli soggiunse, che se restava egli lo avrebbe con le sue

mani sepolto, e con le lacrime agli occhi gli favellò di messe, di

suffragi, di sepolture, che metteva proprio passione a sentirlo. Il

padre batteva, e forte, per sapere la causa di tanta angoscia, e l'altro

se ne schermiva adducendo non trattarsi mica di peccato, bensì di altra

cosa; allora il padre più fervoroso che mai lo raumiliava sponendogli: --

essere presunzione la sua, e grande; non toccare a lui dire ciò che

fosse peccato, e ciò che no, palesasse intero l'animo suo, egli medico

dell'anima conoscerebbe se ci fosse male e quanto, e come si avesse a

curare; perchè con la provvidenza di Dio accompagnata da un po'

d'industria umana si viene a capo delle faccende più ardue. Paolo per

ultimo lasciandosi vincere confessò la sua passione per Tuda; dopo ciò

il padre aggiunse:

-- Ecci altro?

-- No.

-- Allora il padre levando le mani e gli occhi al cielo:

-- Signore, esclamò, e per queste cianciafruscole voi vi volete buttare

via?

-- Ma Tuda mi spregia...

-- Vi amerà... vi amerà...

-- No, che mi aborre... mi odia.

-- Vi amerà, vi dico, uomo senza fede, vi amerà.

-- Ah! voi non conoscete il cuore della femmina...

-- No? La fede fa ballare i monti, con la fede Pietro camminò su le

acque.

-- Ma non sul cuore della donna.

-- Oltre la fede, riprese il padre, abbassando gli occhi e con voce

soave, noi abbiamo in pronto altri partiti i quali possiedono virtù di

mutare l'acciaio in cera, e la cera in acciaio.

-- Ma l'amore?

-- Che ti fa l'amore di donna? Ti obbedisca, ti serva, tremi di te; non

basta? L'amore sta a potestà della femmina, e può darlo o torlo secondo

le frulla, ma il terrore sta in mano tua; l'obbedienza è ancella fedele,

l'amore spesso diventa tiranno acerbo e duro.

-- Sarebbe poco, ma in mancanza di meglio mi adatterei... rispose Paolo

piegando un po' il collo sopra l'ómero destro per fare riscontro al

Gesuita, però io non ci vedo bandolo.

-- Sta di buon animo, figliuolo, questo è pensiero mio.

* * * * *

Il padre Migali, dopo avere pranzato e dormito da persona che non si

trova rimorsi sopra la coscienza, o dove se li trovi gli sa digerire

insieme alle altre pietanze, a vespro così pel fresco si avviò lemme

lemme al palazzo di Silla Savello; la famiglia lo accolse come uomo dal

quale, s'era da sperarsi poco, bisognava temere moltissimo; un fante, da

lui richiesto, salendo le scale a tre scalini per volta andò ad

avvertire la Marchesa se le piacesse accoglierlo o no (che allora si

costumava senza tanti arzigogoli così, giudicando pericoloso avvezzare i

servi alla ipocrisia ed alla menzogna): tornò a dire che si accomodasse,

la signora vedrebbe volentieri il suo padre Migali: quel _suo_

dolcemente detto, e la mirabile celerità del giovane persuasero il padre

a guardare il giovane di sghimbescio, e vistolo leggiadro gli sorrise

blando, lo accarezzò pel mento confortandolo di andare a confessarsi da

lui che gli avrebbe donato un abitino. Venuto al cospetto della nobile

matrona, molti furono _hinc et inde_ i discorsi per accostarsi mano a

mano all'argomento; così lessi già, il pesce spada, e il pesce cane si

girano e si rigirano dintorno, si abbassano, si alzano ingegnandosi di

essere i primi a dare l'uno all'altro o colpo di spada o zannata. Già

con molta arte schermendosi gl'interlocutori nostri erano venuti a mezza

spada, sicchè il padre Migali stringendo diceva:

-- Clarissima donna Clelia, io confido nella sua insigne benevolenza, che

mi vorrà compatire se proprio in vista di salvare un'anima dalla

perdizione io mi attento proporle le nozze della divina sua figliuola

donna Geltruda...

-- Reverendo, chi conosce come me, e pregia la solenne prudenza vostra,

non può astenersi da giubbilare, pensando avere in voi un consigliere

fedele ed un amico parziale. Dite franco...

-- Potrei, madonna, a mo' dei ciurmatori narrarvi monti e mari del

gentiluomo ch'io vi propongo; il santo timore di Dio, la grazia del

Papa, la prestanza della persona, lo aspetto leggiadro, le maniere

accorte, il tratto cortese che l'anima ti piglia con soavi catene, il

parlare concettoso, il sovrumano coraggio, la nobiltà, le ricchezze, la

devozione per tutta la casa vostra, e per voi peculiarmente, ma io

inesperto di simili negoziati mi taccio, sebbene tutti questi pregi

concorrano, e copiosissimi, nel gentiluomo di cui è discorso: mi basti

annunziarvene il nome.

-- Ed è?

-- Voi lo conoscete, il cavaliere Paolo Pelliccioni.

-- Il cavaliere Paolo Pelliccioni, ripetè la Marchesa come l'eco, senza

maraviglia, del pari che senza cruccio nè affetto; a mo' di materia da

meditare; nella stessa guisa, che un pittore si pone dinanzi una tela da

dipingere, o lo scultore un marmo da scolpire. -- A questo esordio tenne

dietro un silenzio non breve, però nemmeno lungo oltre il convenevole, e

tuttavia quasi mano strisciata su quanto è lunga la tastiera del

gravicembalo, la marchesa Clelia provò tutti i suoni, gli aggruppò, gli

snodò, ed ogni cosa bene considerata deliberò ributtare il partito: la

superbia da principio in quel concerto prese le mosse dal cantino, e vie

via procedendo, all'ultimo si pose a cavalcioni sul basso. Molto più,

che la superbia (non so se lo abbia avvertito, caso che no supplisco

adesso) nella composizione di donna Clelia ci era entrata per una metà

avvantaggiata del suo tutto; nel descrivere gente patrizia io aveva

creduto, che la cosa andasse da sè, e si potesse omettere, come a mo' di

esempio quando parli di Giudice parrebbe _pleonasmo_ appiccargli dietro

lo aggettivo, o lo epiteto di _probo_, di Prete il _benigno_, di Re il

_galantuomo_: aggettivi tutti che compenetrando i sostantivi, ne fanno

una sola e medesima cosa. Ho sentito dire, che il diavolo regala la

superbia ai patrizi quando li battezzano se cristiani; quando li

circoncidono se ebrei o turchi; chi la regali alle patrizie non saprei,

perchè diavolesse nel mondo di là non so se ve ne abbiano; affermano che

per godere un po' di pace in casa, i diavoli caccino le diavolesse nel

mondo di qua, ma questo dicono le male lingue, e però non sono da

credersi. Insomma la conclusione del lungo deliberare fu, non

volerglielo concedere, e lo significò con le seguenti parole:

-- Già tutto quello viene da voi si può accettare a chiusi occhi; per me,

reverendo, ho in voi tanta fede che se mi consigliaste a tirarmi giù dal

balcone, mi ci butterei di rincorsa, sicurissima di provvedere alla mia

prosperità spirituale, o temporale, sicchè se io renda grazie col cuore

dello studio che vi pigliate delle cose mie, lascio figurarlo a voi, ma

Tuda è tenera troppo per le nozze.

-- Come tenera? Mi sembra all'opposto fatta, e proprio a tiro.

-- È tenerina, che io non so bene se Tuda arrivi od abbia compiti i

quindici anni....

-- Oh! Clarissima donna Clelia, la signora Geltruda compisce i

diciassette anni come saremo a Giugno, essendo nata nel 1572 la vigilia

del _Corpus Domini_, alle ore quattro e minuti ventisei di mattino; fu

levata al sacro fonte....

-- Guardate un po' come passa il tempo!

-- Sì signora:

»Il tempo passa e non si arresta un'ora

»E la morte vien dietro a gran giornate

come cantò il reverendo canonico messere Francesco Petrarca.

-- E non dimanco mi sembra tenerella.

-- E può parerle, perchè la tenerezza materna è infinita quanto la

misericordia di Dio o giù di lì, ma la signoria vostra non ignora di

certo come per le nostre leggi romane le fanciulle compiti gli undici

anni sieno reputate....

-- Eh! padre mio, le leggi fate voi altri uomini per le vostre comodità,

se fossero consultate anco le donne....

-- Voi almanco, clarissima signora, non sareste di avviso contrario,

conciossiachè vi maritaste di quindici anni, tre mesi, e quattordici

giorni giusti come si ricava dalla fede del matrimonio del dì....

-- Altri tempi, reverendo, altri tempi, voi sentite ogni dì movere

lamento come la generazione umana vada di anno in anno tralignando, e

per essere giusti bisogna confessare il lamento pur troppo vero; un dì

ci potevamo considerare fatte a quindici anni, oggi sono le fanciulle

teneruccie a diciassette.

-- Io porto fede che la vostra signoria vorrà mutare sentenza quando

consideri, che vergini di dieci, ed anco di meno anni, si rendono

quotidianamente spose del nostro buon Gesù.

Le metafore, i traslati, e i tropi presso gli scrittori o vuoi poeti, o

vuoi prosatori, quando anco ne abusino, ti gioconderanno grotteschi,

immani ti disgusteranno, o sgangherati ti faranno strabiliare. Certo

alla umanità importa poco che il Marini chiami l'Etna

»..... arciprete dei monti

»Che in cotta bianca al cielo offre gl'incensi;

e sorrideranno di cuore alle immagini dell'altro seicentista che avendo

a descrivere la Maria Maddalena, la quale piangente asciugava co' biondi

capelli i piedi del Redentore, così ebbe a dire:

»Se il crine è un Tago, e son due soli i lumi,

»Non vide mai maggior prodigio il cielo.

»Bagnar co' soli ed asciugar co' fiumi!

E chi legge caverà argomento festoso da quest'altra metafora. Su certo

dramma un personaggio, dopo avere chiamata _scoglio_ la figlia del re,

mira com'ella per levarsi questo uggioso dal lato pigli il partito di

fuggire: ond'egli correndole dietro tale la rampogna:

»E se scoglio tu sei perchè mi fuggi?

E la figliuola del re di rimando:

»E se scoglio sono io perchè m'insegui?

Ma Dio ci guardi dalle metafore quando elleno cascano in mano ai preti,

che allora vedrai tramutarsi in opere di ferocia inaudita. Siccome io

scrivo per dilettare sì, ma ad un punto per istruire, nè a scopo altro

che questo per me si adopera l'arte del racconto, come a me non fie

grave a scrivere, così nol sia a cui legge vedere riportati qui alcuni

fatti cerniti per la storia immensa degli errori umani. Dalle parole

gregge, lupi e pastore che sovente ricorrono negli Evangeli, i preti

cavarono il diritto del Papa _pastore_ di fare carne degli eretici lupi,

e il Salmeron, gesuita, senza ambage ti spiattella: -- ammazzare i _lupi_

significa per lo appunto levare l'anima di corpo agli _eretici_[9].

Nella congiura delle polveri i congiurati proposero al padre Gametto il

quesito se fosse lecito minare la torre del nemico, dove per avventura

si trovasse chiuso qualche amico: il frate fagnone levando il pelo per

aria rispose: potersi; donde i congiurati conchiusero non mettere

ostacolo la coscienza a mandare a catafascio il palazzo di Westminster,

però che da loro fosse battezzato col nome di _Torre di Eresia_. Nelle

controversie fra la Curia romana ed Arrigo I re d'Inghilterra intorno al

diritto delle investiture, pigliarono varii testi della Bibbia, dove si

dice la Chiesa sposa di Cristo, e i Sacerdoti si affermano Dei per

abusare in istranissima guisa delle parole _adulterio_ e _sacrilegio_; e

peggio ancora appellando gli ecclesiastici, con la perversa intemperanza

del linguaggio a loro consueta, assassini quelli che gli spogliavano dei

benefizii, ne traevano per conseguenza, che si dovessero ammazzare per

farsene merito presso a Dio. E poichè Cristo, il quale impose a Pietro

deponesse il coltello, aveva detto, che l'albero infecondo va reciso e

buttato sul fuoco, il prete argomentando giudicò, che tanto più ci si

doveva gettare l'albero portatore di frutti maligni, di qui, nel nome

santo di Cristo, e a gloria di Dio creatore, i preti (non dico jene per

non ingiuriarle) nella sola Spagna, dalla istituzione del santo Officio

alla sua abolizione, che fu lo spazio di trecentoventisette anni, arsero

vivi 34,658 creature umane, 18,049 bruciarono in effigie, e 288,214

mandarono in galera. E qui fo punto ripetendo che Dio ci liberi da tutto

ciò ch'è prete, massime poi alle metafore cascate in mano di loro.

Comecchè l'ultima delle ragioni addotte dal padre Migali fosse la più

assurda, appunto per cotesto maggiormente percosse donna Clelia: tra

l'andare sposa a Gesù, e sposa al Pelliccioni, la discrepanza sarebbe

stata grande anco nei casi ordinarii, immaginate un po' quale parrà a

noi, che sappiamo, quali panni vestisse costui; tuttavia risoluta a non

cedere donna Clelia obiettava:

-- E poniamo eziandio, che io mettessi l'affare della tenerezza da parte,

intorno alla nobiltà del suo lignaggio io nulla so, ed in queste

faccende bisogna ire innanzi col calzare di piombo.

-- Clarissima donna Clelia, che dite mai? Scusate, ma questa poi non è da

pari vostro: voi per consueto sì perita nei misteri delle famiglie

romane, o non sapete voi, che la famiglia dei Pelliccioni nasce in linea

diritta dallo imperatore Settimio Severo di cui l'arco si ammira qui

dentro Roma?

-- Io ve lo confesso addirittura, reverendo, possa non vedere più la

faccia di Tuda se io ne ho mai inteso movere parola: però ci si ripara

presto; mi dia le sue pergamene, o meglio mi consegni tutto l'archivio,

e quando avrò veduto co' miei occhi, considererò... penserò... già in

tutto, ma quando si tratta mantenere inalterata la purezza del sangue

«io sono un po' come San Tommaso.»

Ed il Gesuita pronto: -- Però questa indagine menerebbe per le lunghe, e

il santo Padre giunge per così dire a tagliare la testa al toro quando

fa il cavaliere Pelliccioni capitano delle milizie, e si prevede in

breve gonfaloniere della Chiesa.

-- Sua Santità può fare molte cose, anzi moltissime, nobilitare eziandio

un uomo, non dargli illustri antenati.

-- Silenzio, per amore di Dio, donna Clelia, non vi scappino più queste

parole di bocca; se le venisse a risapere Sisto voi sareste spacciata --

le figliuole di Cammilla la lavandaia forse non hanno mutato sangue? Se

così non fosse, e tale stimasse la comune degli uomini, donna Orsina

Peretta sarebbe stata chiesta in isposa da Don Marcantonio Colonna

principe di Sonnino, e di Manupelli, duca di Tagliacozzo e Paliano,

marchese di Altezza, conte di Albi, gran contestabile del regno di

Napoli, e cavaliere del Tosone di oro? Don Michele pronipote di Sisto

non salutano principe di Venetrò, marchese di Lamentana, e conte di

Celano? La casa Colonna nobilissima tra tutte le famiglie della

cristianità forse non si reputò onorata di accordargli una delle sue

principesse? E casa Orsina ebbe a schifo, o sollecitò come grazia

imparentarsi co' Peretti? -- Guai a voi, donna Clelia, guai a voi se i

vostri sensi sapesse papa Sisto, o pure ne sospettasse!

-- Nè voi certo glieli andrete a riferire, disse la Savella spaventata.

-- Certamente nè a lui nè ad altri, ma voi rammentatevi: che il Papa si

ricusò ad accordare le nozze della sua nepote con Don Federigo Savello,

perchè (così almeno affermavano i cortigiani) conobbe, che la vostra

casa aveva più debiti che entrata, ed andava declinando di giorno in

giorno. --

Allora la donna pronta a pigliare la palla al balzo:

-- Pur troppo, esclamò sospirando, la nostra fortuna volge al basso, e

noi abbisogniamo in grazia delle nozze acquistare facultà di rifiorire

al pristino splendore. -- Ora quali le sostanze del cavaliere? Dal

palazzo in fuori dove profuse scudi alla disperata (cosa che mi rende

pensosa sopra il buon governo di lui) io so che il cavaliere Pelliccioni

non possiede altro.

-- Corre comune la fama ch'egli possieda un'isola intera...

-- E sarà, ma nel mondo nuovo: ora mi capite, reverendo, io desidererei

moltissimo, che possedesse almanco un ducato nel mondo vecchio.

-- E lo farà, anzi so che ha di presente parecchi trattati per le mani

per acquistare o qui, o nel Regno, o in Lombardia non uno, bensì

parecchi principati e duchee.

-- Che sia benedetto; compri prima questi stati, e intanto ci penseremo

su... e tastato il terreno vedremo se ed in quanto faccia ostacolo la

tenera età della fanciulla.

-- E dái col tenerume!... Quando vi assicuro io che il cavaliere

Pelliccioni sta sul tocco e non tocco di comperare un principato, mi

potreste credere; conosco ottimamente che voi, clarissima signora, siete

bene disposta per questo gentiluomo; salute, leggiadria, età, prosapia

illustre, ricchezze, insomma ogni cosa desiderabile in egregio marito

trovasi con stupenda copia in lui, questo è certo; ora a che pro

rimandare la conchiusione alle calende greche? Dire al povero

innamorato: aspetta, egli è crudele come rimandare chi ha fame al giorno

dopo. Anco le anime del purgatorio vivono sicure di entrare quando che

sia nella gloria eterna del paradiso, ma tuttavolta noi ci sbracciamo

con suffragi ed orazioni ad abbreviare il termine della dolorosa

aspettativa. -- Io amore non conosco a prova, soggiunse il Gesuita

sorridendo sottile -- ma per quanto ne ho sentito dire, so che mette gli

zolfanelli addosso ai suoi vassalli ... pietà, signora mia, pietà del

povero innamorato.

-- Avventurosi voi, che non conoscete le miserie delle nostre condizioni;

credetemelo, reverendo, se si tira la somma delle gioie e dei dolori di

quelli che vivono al secolo, tale che s'invidia vi farebbe pietà: le

cure della famiglia, il governo del patrimonio, la condotta dei mariti,

la educazione dei figli, l'ansietà pel collocamento delle figlie ci

gettano in angustie da non potersi descrivere. Vedete, noi abbiamo

discorso molto; mi avevate convinto quasi, ed ora mi accorgo, che

logorammo il nostro tempo invano....

-- Come? Perchè? Interrogò a sua posta il Gesuita spaventato, non potendo

immaginare con quale nuovo amminicolo sarebbe saltata fuori cotesta

forte negoziatrice; e la sagace con balda voce:

-- Il cuore della fanciulla, reverendo, noi non lo consultammo; e sembra

convenevole sapere il gusto della donzella dacchè ella, non noi, ha da

sposare il signor cavaliere Pelliccioni. --

Il Gesuita non si aspettava questa parata; nè l'aveva creduta, nè la

credeva adesso possibile; di fatti quasi sbalordito soggiunse:

-- Com'entra la signora Geltruda in questo? E qual bisogno ci è del suo

consenso?

-- Non siamo mica ai tempi d'Iefette, che i padri tagliavano la gola alle

figliuole, e queste dicevano: grazie, egli è per sua carità.

-- Se non sapessi di discorrere, qui adesso, proprio con la clarissima

donna Clelia Savella, mi parrebbe trasecolare. Dove l'autorità paterna?

A che ci troveremmo condotti noi con queste massime? Dunque da qui

innanzi i figliuoli, i sottoposti faranno a loro modo? Il proprio libito

irrazionale sempre, e quasi sempre pernicioso anteporranno al savio, e

considerato dei genitori? La passione sostituita alla ragione, il

talento al dovere? Donna Clelia! Donna Clelia! I figli, i sottoposti in

mano ai padri e ai genitori hanno ad essere come un cadavere, _perinde

ac cadaver_, come un bastone nelle mani del viandante; come una lima in

quelle del fabbro.

-- Vi domando umilmente perdono, ma in questo sto ferma come la colonna

traiana. Eh! non gli avete portati voi i figliuoli nove mesi nel seno,

non voi partoriti in mezzo ai dolori, non allattati col vostro latte

voi... Se i matrimoni riescono a bene, il merito tocca al padre; se

nascono guai, tutto si rovescia sul capo alle povere donne. Stava alla

madre informarsi, a lei interrogare, e indovinare il segreto del cuore

della figliuola; alla madre prendere odore delle voglie, dei costumi,

dei gesti, e dei detti dello sposo. Se si mettono in tavola contentezze,

alla madre è bazza se ci può intingere il pane; se tribolazioni, la sua

parte è per quattro, quando non l'abbia a trangugiarsele intere.

-- Ma qui non siamo al caso, _distingue frequenter_....

-- Io non distinguo.... senza il consenso della fanciulla, recisamente,

assolutamente io non devo, non posso, nè voglio consentire. --

Il Gesuita trovato il terreno duro non ci volle rompere la vanga, e con

giravolta maestra riprese con voce in bemolle:

-- Comunque possa questa vostra scrupolosa condescendenza parere

soverchia, e tale da tirare a male esempio, non vorrò ripigliarla io...

duramente. Donna Clelia, pensateci su con la solita vostra prudenza;

mettetevi innanzi agli occhi la volontà del Papa... il bene della

figliuola, lo incremento della nobilissima vostra casa.... e poi

consultate la signora Geltruda. Intanto addio, e mi raccomando alle

vostre orazioni.

-- Alle mie? Che fragile appoggio trovereste in me indegnissima

peccatrice! Con migliore fiducia di buon successo mi raccomando alle

vostre.

-- Sia laudato Gesù Cristo.

-- Sempre sia. --

Donna Clelia rimase come spossata dalla discussione, e più dal

repentaglio in cui le pareva essersi messa. La vanità sua da un lato

trovava argomento di trionfo dallo avere ridotto al verde di ragioni un

solenne maestro in divinità quale si stimava il padre Migali, ma

dall'altro sentiva l'amaro di essersi in certa guisa ribellata al suo

confessore, e per via di sofismi ch'ella per la prima dannava per falsi

e per esiziali; basta, ormai parola detta e sasso gittato non si possono

tirare indietro, e il tempo darà consiglio.

Il padre Migali si partiva, certo un po' confuso, ma più che mai fermo a

volerla spuntare; la confusione veniva dall'essersi figurata troppo

facile la vittoria; però se di venirne a capo di punto in bianco non era

riuscito, aveva riconosciuto la fortezza, e scoperto i punti deboli,

onde poterla espugnare, i quali si riducevano a due, paura del Papa, e

cupidità di averi; nel mentre che scendeva le scale distratto, allo

svoltare nello androne urtò di forza nel marchese Silla, il quale,

secondo il suo costume, camminava con frettolosi passi come se dovesse

andare a mettere i consoli in palazzo. Al dolore del cozzo ognuno di

loro in cuor suo mandò l'altro all'inferno, e stette a un pelo di

traboccare in male parole; ma quando levato il viso si riconobbero, il

Gesuita, stese le mani, disse:

-- Oh! _dulcissime rerum_, caro, ma caro cento volte caro quel mio

marchese Silla.

L'altro, tastandosi il corno che il Gesuita gli aveva fatto nella

fronte, rispose:

-- Amatissimo _in Christo frater_, va bene che voi vi sprofondiate a

salire presto le scale del paradiso, ma bisognerebbe badaste più a

scendere quelle del mio palazzo, e ciò moltissimo per amore del vostro

collo, ed anco un po' per amore della mia povera fronte

«Che nuovi allori ormai nè merta o spera,»

come cantò il Poeta.

-- Marchese Silla, soggiunse il Padre ridendogli più degli occhi, che co'

labbri: costituitevi in colpa; il peccatore siete voi; pensando ai fatti

vostri io m'era svagato.

Il marchese naturalmente domandava il come, e il Padre trattolo giù

sotto la scala, in luogo riposto, dopo essersi guardato sospettoso

dintorno, gli espose, parte levando, e molti arabeschi aggiungendo di

suo, il colloquio avuto con la marchesa Clelia; un capo di opera di

stile loiolesco, a cui per dare degna conchiusione disse:

-- Capisco il mio torto; presento il rimprovero che sarete per farmi, e

già me lo sono mosso io: doveva volgermi a voi, che siete capo di casa,

e non impacciarmi con le rocche e coi fusi, ma con voi altri non si sa

che pesci pigliare, imperciocchè la Marchesa ad ogni piè sospinto non

rifiniva di dire anco a cui non lo vuol sapere che padrona è lei, e

quello si fa da lei è tutto ben fatto.

-- Non è vero niente; il padrone sono io.

-- Gli è ciò che diceva a mia posta.

-- E mi par tempo di finirla, da farmi passare per uno zoccolo.

-- Su da pari vostro, chi pecora si fa il lupo se la mangia; mostrate i

denti...

-- Nella ragazza ci ho la mia parte anch'io.

-- Così almeno giova credere. La legge parla chiaro «_pater est quem

justae nuptiae demonstrant;_» la è una presunzione, ma _juris et de

jure_, che equivale alla verità.

Paolo Pelliccioni, Volume 2 (of 2) · 第 3 / 10 段