In cammino per Tivoli. Lo scontro fatale. Momento epico.
Racconterò io la giornata di Mentana? No, davvero. Brevemente, a sommi
capi, in iscorcio, l’ho già fatto in altre pagine: distesamente non
saprei, non potrei, non vorrei, dovendo lasciare un simile ufficio
a narratori più autorevoli in materia, e meglio forniti di tutte
le opportune notizie dei varii corpi impegnati. Ed anzi, volentieri
mi fermerei qui, se non pensassi che le mie son note personali, di
cose vedute, di sensazioni provate. In questa misura, adunque, e con
queste restrizioni necessarie, accogliete il poco che io vi dirò, per
compire la storia dei miei venti giorni di viaggio, che furono poi
ventiquattro. Ma i rotti non contano, si danno per il buon peso.
L’ordine del giorno porta che noi del secondo battaglione genovese
marceremo in avanguardia, e il primo battaglione in fiancheggiatori.
Con noi è un battaglione di Milanesi, comandato dal colonnello Missori.
Così disposti ci mettiamo in cammino, e dopo forse mezz’ora giungiamo
alle prime case di Mentana, accolti dall’inno: “_Si schiudon le tombe_„
suonato dalla fanfara della colonna Frigésy. Quella musica piace poco;
ad un illustre amico mio, che passa in quel punto a cavallo, non piace
niente affatto. Per lui, essa è di mal augurio, non avendo avuto il
battesimo del fuoco. Infatti, conosciuta dai volontarii quando già era
finita la campagna del ’59, non fu suonata in Sicilia, nè sul Volturno,
nè in Tirolo; non si è udita mai, se non nelle città, nei teatri, sulle
piazze. Garibaldi, poi, ama meglio la Marsigliese, a cui vengon subito
appresso, nelle sue simpatie, il “_Fratelli d’Italia_„ e più un inno
del Rossetti: “_Minaccioso l’arcangel di guerra_„ che i suoi legionarii
cantavano nel ’49, a Roma e a Velletri. Ma basti di ciò; anche l’inno:
“_Si schiudon le tombe_„ ha avuto il suo battesimo a Mentana; triste,
se vogliamo, ma solenne, e non è più il caso di tornarci su, poichè il
sacramento è indelebile.
Io m’ero accostato a Mentana senza sospetto. L’andata pacifica
del Pianciani a Tivoli mi prometteva una marcia tranquilla: nè
il mio ragionamento interiore poteva esser turbato dal fatto dei
fiancheggiatori, essendo costume d’ogni esercito in marcia, su
territorio conteso, di aver fiancheggiatori e avanguardia. Noi, dopo
tutto, facevamo una marcia di fianco, pericolosa sempre la parte sua,
richiedente diligenza somma e celerità singolare. La diligenza si
usava: la celerità veniva di costa. Ma le parole dell’amico, che mi
era passato accanto, seguendo il Generale, mi avevano reso pensieroso.
Esposi i miei dubbi al maggiore; e il maggiore si contentò di
rispondermi:
— Ma che? credevi proprio che andassimo a nozze?
Eppure, guardate, l’aspetto della cosa era quello. Mentana era in
festa, sul nostro passaggio, e tutto ci sorrideva dintorno. Già, per
sè stessa, Mentana è una borgata simpatica, con case basse e pulite,
fiancheggianti una via romanamente lastricata, che va serpeggiando per
una insenatura di monte. Sulla nostra sinistra, passata una chiesina
campestre, il monte fa una conca dietro la fila delle case, abbastanza
vasta per accogliere senza danno della prospettiva due o tre grossi
pagliai, e per istendersi in una lunga prateria che va fuori del paese
verso una piccola eminenza, su cui è murata una casa padronale, la casa
della Vigna Santucci. Sulla destra, e dietro all’altra fila di case,
il monte si rompe in greppi, vallette e burroni, che portano al Tevere
l’acqua di otto o dieci rigagnoli. In capo al paese e sulla sinistra,
la fila delle case s’innesta in un vecchio castello con negri torrioni,
tra i quali, dalla parte di Tivoli, si stende la cortina sormontata
da un largo terrazzo, donde una frotta di donne sventola le pezzuole,
i fazzoletti, gridando il buon viaggio a noi che passiamo spediti.
Salutiamo le donne, salutiamo Mentana, salutiamo l’antica Nomentum di
cui essa è l’erede, e tiriamo di lungo. Abbiamo fatto a mala pena un
centinaio di passi, e vediamo accorrere verso di noi un biroccino, e
sul biroccino una donna. Allarghiamo le file per lasciarla passare.
È rossa in volto, ha negli occhi il terrore; e passa, gittandoci una
frase:
— _Ce so’ lì papalini, ce so’!_ —
— Ah, davvero? — Il maggiore si volta a me, per darmi un’occhiata; e
l’occhiata significa: — che cosa ti dicevo io?
Ancora un centinaio di passi, e sentiamo una fucilata. Sì dubita di
aver male inteso; ed eccone una seconda, che conferma la prima. I
fiancheggiatori, sulla nostra diritta, hanno dunque incontrato il
nemico? O il nemico ha tirato su Garibaldi, che cavalca sempre alla
testa delle sue avanguardie? Affrettiamo il passo, ci mettiamo alla
corsa. Ad una svolta della strada vediamo Garibaldi e il suo stato
maggiore che salgono una collina, afferrando il colmo, dov’è la casa
di Vigna Santucci. Noi, genovesi e milanesi, guidati dal Guerzoni che
accorre con ordini del Generale, coroniamo un’eminenza a sinistra,
facendo fronte ad un’altra, donde ci viene la fucilata, e che riusciamo
ad occupare, ma senza poterla tenere lungamente, tanta è la forza che
abbiamo di contro. Ci vien fatto nondimeno di sostenerci saldamente
due ore sulla collina primamente occupata, stendendoci anche a coprire
la Vigna Santucci; opponendo scarsi fuochi ma risoluti alla fitta
grandinata onde ci bersaglia il nemico. Ma lassù, tra Vigna Santucci
e Romitorio (questo nome mi è rimasto nella mente accompagnato
all’immagine della eminenza sulla nostra diritta) non siamo che tre
battaglioni distesi in catena. La nostra linea, già interrotta dalla
strada maestra, ha presto altre soluzioni di continuità, che non
possono essere colmate. Le teste di colonna di Merlotti e del Frigésy
hanno da far fronte a sinistra, donde, precedendo coperti alla lontana,
si sono avanzati altri battaglioni nemici, tentando di avvilupparci.
E dura aspramente la lotta; una lotta in cui Garibaldi, Menotti,
Ricciotti, Stefano Canzio, personalmente s’impegnano contro zuavi,
antiboini e cacciatori esteri. Intanto, sopra una collina di destra
si è riusciti a portare la nostra artiglieria: i due pezzi guadagnati
a Monterotondo, che sono un obice e un cannone rigato da otto, ma che
avranno tra tutt’e due a mala pena una trentina di cariche. Facendo
volata sul paesello, la nostra artiglieria incomincia a sfolgorare
le colonne nemiche irrompenti a sinistra. Di là quattro pezzi in
batteria prendono tosto a rispondere. Le riserve pontificie, girando la
posizione, mirano a pigliarci di fianco; alcune eminenze importanti san
prese, perdute, riprese, perdute ancora. Nel paese di Mentana, presso
il castello, facciamo le barricate, lasciandoci il maggiore Federico
Salomone con la sua gente e con mezza compagnia dei nostri. Garibaldi
stesso, che è da per tutto, accorre a vedere come si tenga quel passo.
Ricordo che in quel punto, volendo egli affacciarsi, gli si pianta
davanti il capitano Carlino Nicotera, con la mano al morso del cavallo,
gridando: “Generale, fatemi fucilare, ma non andrete più avanti.„
E lui a sorridere: sulle prime pareva disposto a contentarlo; indi
proseguì allo scoperto, dove grandinava più fitto; stette un momento
a dar ordini, poi voltò il cavallo e corse sulla sinistra, dove noi io
seguimmo, verso i pagliai. Colà si era molto avanzato, troppo avanzato,
il nemico.
La presenza del Generale rianima i suoi. Menotti, Canzio, Ricciotti,
Bennici, Bezzi, Missori e tanti altri hanno raccolto quanta gente
han potuto: con essa irrompono sulla prateria. Al grido: “Garibaldi!
Garibaldi!„ è una maraviglia di carica vittoriosa, la più bella che io
abbia veduto mai. Paga per tutti il reggimento degli zuavi, che si era
fatto avanti il primo, e che è scompigliato, sbarattato, disfatto dalla
ondata irruente. Più in là, verso il colmo di una collina, vediamo
fuggire a spron battuto uno stuolo di cavalieri luccicanti al sole;
forse il generale nemico, che era venuto innanzi col suo brillante
stato maggiore, credendo vinta per lui la giornata. Giuochi di fortuna!
Che sia nostra davvero? Fu allora, per l’appunto, che un illustre
amico, ritornando dalla sua carica vittoriosa, mi passò accanto co! suo
bel sorriso costante sul labbro, e mi lasciò cadere questa frase:
— Ti ho detto tre ore fa che si cominciava male; vedrai che finisce
bene. — Ah, foss’egli stato profeta! Ma tutto diceva di sì, in
quel momento felice. Mentana era liberata; Vigna Santucci ripresa. Per
tutto il campo erano feriti sparsi, alcuni dei quali, al passar dei
soldati con le baionette spianate, gridavano: _ne nous tuez pas_.
Furono tutti rispettati, lo affermo con giuramento. E poichè sono a
parlare di me, lasciatemi vantare; è la debolezza del soldato, quando
racconta. Di quei feriti ne raccolsi uno, i cui occhi si erano fissati
ne’ miei, con una espressione dolorosa e supplichevole; e lo feci
trasportare sulle braccia di due commilitoni miei, all’ambulanza della
vicina chiesuola. Era un caporale; così almeno mi parve, da un nastro
giallo che gli girava a staffa sul dosso della manica: aveva delicati
i lineamenti del volto, di tipo schiettamente francese, quantunque i
basettini fossero neri, e neri i capelli, un po’ radi sulla fronte.
Mi sorrise malinconico, in atto di ringraziamento, ed io m’interessai
vivamente a lui, accompagnandolo un tratto, fino al pendio ella
collina. Quanto gli sarà giovato il mio piccolo aiuto? Aveva una palla
in petto e il pallore della morte sul volto. Pensai alla sua gioventù;
pensai a sua madre. Ah, povere madri, in tempo di guerra! povere madri,
se in quei momenti un’idea non le sostenesse, e non le affidasse una
speranza lontana! Ed ancora pensai che insieme con soldati francesi,
otto anni prima, avevamo fatta una guerra fortunata; che con altri
zuavi avevamo barattate fraternamente le spoglie, per ballare insieme
sulle piazze dei borghi di Lombardia, da Gorgonzola a Treviglio, da
Coccaglio a Brescia, da Ponte San Marco a Desenzano. Perchè così
mutati in otto anni gli spiriti? E ancora non sapevo che dietro a
questi francesi, arruolati nell’esercito pontificio, venivano a masse
compatte, girando largo dietro le colline, i francesi dell’esercito
imperiale, per entrare in azione sulla nostra sinistra, mentre noi
vittoriosi di un’ora, in quella vittoria avendo messo tutte le forze
nostre, non avremmo avuto più nulla da opporre, più nulla!
Fu quello che avvenne. Procedevano i nostri su Vigna Santucci, quando
sulla sinistra, e quasi dietro a noi, cogliendoci di rovescio,
apparvero nuovi battaglioni sui poggi; non avvertiti sulle prime,
creduti amici alla riscossa. Ma qualche fucilata ci avvertì dell’esser
loro; i cannocchiali, puntati da quella banda, non lasciarono
più dubbio; si riconoscevano anzi, ai pantaloni rossi, i soldati
dell’esercito imperiale. Fu allora necessario dar dietro, far
conversione a sinistra, per opporci al nuovo pericolo, così perdendo
i frutti della carica vittoriosa. Ma qui ben presto occorreva uno di
quei fenomeni tanto frequenti in guerra, e presso tutti gli eserciti.
Mentre le prime schiere facendo fronte al nuovo nemico resistevano
virilmente, e già cominciavano a tenerlo in rispetto, le ultime schiere
ingrandendosi il pericolo, non vedendosi forse sostenute alle spalle,
si lasciarono cogliere da un improvviso sgomento, si ritirarono a
scompiglio verso la chiesuola dell’ambulanza, all’estremità del paese.
Invano gli ufficiali con le sciabole in aria tentano di fermare quella
valanga della paura. Invano il Generale, accorrendo, tenta di rianimare
quel branco di fuggiaschi; invano li rimprovera con aspre parole. —
Prima di scappare, voltatevi almeno a vedere chi v’insegue, vigliacchi!
— grida egli furente. Ma invano, ho detto e ripetuto: costoro fuggono,
fuggono, fuggono, lasciando tutto scoperto il terreno e con esso il
lato sinistro del paese, con forse cinquecento uomini tagliati fuori
nel suo abitato.
Tra la chiesuola dell’ambulanza e la collina di sinistra, donde i
nostri pezzi senza munizioni son costretti a tacere, la strada verso
Monterotondo si fa alquanto più stretta. Una carretta d’artiglieria,
rimasta là a caso, fa un po’ d’impedimento al passaggio. Garibaldi
si è fermato là, col cavallo; non ci sarebbe dunque, modo di passare.
E nondimeno la fiumana dei fuggenti riesce a dilagare intorno a lui,
scavalcando e magari rompendo le siepi. Ogni buon volere è impossibile,
superato e travolto ogni ostacolo; grande fortuna se quella paura
potrà rallentarsi più indietro, essere ravviata, trasformata ancora
in eroismo. Garibaldi tenta ancora questo miracolo, mentre lo seguono
i suoi ufficiali, in parte appiedati. Vedo Menotti, a cui è stato
ucciso il cavallo, ferito egli stesso alla coscia, venire in giù,
torbido nel viso, colla sua rivoltina nel pugno. Quello almeno va al
passo, come piace al De Roa. Anch’egli dopo qualche istante si ferma,
volendo opporre qualche manipolo di volenterosi all’avanzar del nemico.
Si esce dalle siepi, si formano quadriglie, si riprende la fucilata.
Dalla parte nostra son due brandelli di compagnie: le altre due, o i
brandelli delle altre due, rimasero al maggiore Burlando entro Mentana.
Su noi il nemico vien lento, ma senza esitanza; facendo le quadriglie,
fermandosi una a sparare, poi l’altra venendo innanzi a coprirla, e
così via: regolarità di movimenti che ammazza!
E ancora bisogna indietreggiare. Oramai si fa il colpo di fuoco per
l’onore, non più per la speranza di vincere. Ad un certo punto c’è da
saltare una ripa; si casca gli uni sugli altri; io sotto a parecchi, e
temo, al dolore acuto che provo, di essermi spezzata una gamba. Non è
niente; sono un po’ indolenzito, ed anche ferito, poichè sono caduto
sul filo della sciabola, che tenevo impugnata colla sinistra, sotto
la guardia. La mia Sitibonda si è abbeverata finalmente di sangue,
e del mio. I commilitoni mi rialzano da terra; riconosco Ettore
Ballerà, Luigi Domenico Canessa, un Arduino. Essi mi sollevano, mi
trasportano un po’ sulle braccia fraterne, fino a tanto non mi cessa
il dolore. Il Canessa s’incarica di portare anche la mia sciabola:
gliel’ho poi regalata, come cinque ore prima avevo regalata la mia
rivoltina al tenente Graffigna, che non aveva nulla, per insegna di
comando, neanche un bastone, Fortuna diversa delle armi! La rivoltina
passò ai Pontificii, poichè l’amico Graffigna, rimasto in Mentana, fu
fatto prigioniero la mattina seguente. La spada andò tre anni dopo in
Francia, ma libera, in difesa di quella generosa nazione, nel piccolo e
glorioso esercito dei Vosgi.
Seguitiamo a ritirarci, con le quadriglie francesi a cinquanta passi
da noi, al fragore dei loro _chassepots_ che fanno veramente prodigi.
Guai se quella gente dilaga, giungendo prima di noi a Monterotondo,
che è in vista oramai! Ma no; ecco Garibaldi ancora, Garibaldi con
un centinaio di uomini, alla riscossa. È gente nuova, o avanzo della
vecchia, ch’egli è riuscito a rianimare pur ora? Mi par di sentire,
giungendo ad afferrar la spianata, ch’egli ha trovate e prese con sè
le due compagnie lasciate di guardia alle carceri. Chiunque siano,
ben vengano. Si avanzano con le baionette spianate; un po’ balenanti,
mi pare, e Garibaldi non vuole trepidazioni in quel momento supremo.
Lo vede ancora, fiammeggiante cavaliere, nella luce sanguigna del
tramonto; ritto in sella, battendo a colpi ripetuti il fianco del
suo cavallo alto e bianco, con una striscia di cuoio, all’americana;
risoluto di arrestare ad ogni costo un nemico che la fortuna aveva
fatto insolente. E percuotendo il cavallo, scendeva dalla spianata,
gridando con voce vibrata:
— Venite a morire con me! Venite a morire con me! Avete paura di venire
a morire con me?
Alcune parole genovesi, augurali, e non di fortuna, accompagnavano
la frase italiana; ma la voce si abbassava di un tono, dicendole;
mentre era scandito, accentato con fiera progressione il “con me„
ferma l’intonazione e accennante un disperato proposito. L’uomo era
solenne, e solenne il momento. E tutti allora i reduci sfiniti, i
cadenti spettatori della scena terribile, si strinsero ai fianchi di
quel cavallo, confondendosi con quelle due compagnie, travolgendole,
precipitandosi con lui nella strada. La carica della disperazione
ottiene l’intento; il nemico si arresta, si ritira, facendo fuoco di
dietro alle siepi. Garibaldi vorrebbe proseguire; ma a qual pro? A che
gli servirebbero, fin dove, quei dugento uomini che porta in mezzo alle
schiere nemiche?
L’occhio vigile di Stefano Canzio ha precorso il pericolo. L’animoso
ufficiale coglie il momento opportuno del nemico arrestato, si gitta
alla testa del cavallo e ne afferra le redini, gridando con voce di
amoroso rimprovero, ma donde trapelano tutte le collere addensate da
un’ora:
— Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per chi?
Ho veduto, ho sentito: il ripetuto “per chi?„ fu quello che vinse
l’animo di Garibaldi, serbando il suo cuore, il suo braccio, il suo
nome, alla gloria di una sublime vendetta.