Da capo a Monterotondo. I trecento di Leonida. Digiuno d’Ognissanti.
Sono le undici di sera: “tutto tace il bosco intorno„; anzi, non
il bosco, poichè bosco non c’è, ma la macchia nana a ponente della
Cecchina. Ci mettiamo in cammino, silenziosi, marciando tutta la notte,
guidandoci come possiamo, col far mentalmente alla rovescia quella
sequela di giri e diagonali che avevamo già percorsa nella notte
antecedente. Fortunati abbastanza, vediamo sull’alba l’eminenza di
Castel Giubileo. Non isfuggirò l’occasione d’un bisticcio, dicendovi
che per conto mio ci arrivai giubilando. Il maggiore, invece, era di
cattivissimo umore, vedendo troppi fucili abbandonati sulla strada,
e non bastando i nostri uomini a caricarseli tutti sulle spalle.
Che diavolo era avvenuto? Sapemmo più tardi che intiere compagnie,
nel ritorno, facevano getto delle armi, gridando di non voler più
combattere per una bandiera regia. Donde avessero cavata la notizia,
che la bandiera fosse regia, io veramente non so: bandiera, per verità,
non ce n’era nessuna: si voleva giungere a Roma, ecco tutto, e alla
scelta della bandiera ci pensasse poi il buon popolo Quirite. Altri,
per contro, anche prima della marcia al monte Sacro, avevano lasciato
il campo, immaginando che la bandiera fosse rossa. Anche questi avevano
il torto; ma con una apparenza di ragione, argomentando dal fatto che
l’impresa di Garibaldi era stata sconfessata dal governo italiano, e
più chiaramente, più solennemente, da un recentissimo proclama reale.
Così noi, poveri reduci della vana dimostrazione armata, avevamo il
male, il malanno e l’uscio addosso.
Alquanto più giù di Castel Giubileo, ritto a cavallo sul binario della
strada ferrata trovammo Garibaldi. Fu lieto di vederci, e volle da noi
le notizie del nostro esodo. Tutto bene, salvo un piccolo incidente.
La sera innanzi, alla prima partenza dal monte Sacro, avevamo fatti
avvertire i compagni che stavano dentro il casal dei Pazzi. Ci avevano
risposto che sarebbero venuti tra poco, volendo finire un’infornata
di pane. Noi ci eravamo contentati della risposta; più tardi, ed al
buio, credendo che fossero con noi, ci eravamo avviati senza di loro,
avvedendoci solo al mattino della loro mancanza dalle file.
Mentre il Generale mostrava di addolorarsi del fatto, si sentirono
grida in lontananza; e giù dalla collina, a gran furia, si videro
calare tre uomini! Erano i tre nostri compagni; uno di essi il tenente
Pozzo, che per tal modo ebbe la fortuna di dare al Generale i più
freschi ragguagli, le più recenti notizie, che meglio non avrebbe
potuto fare il telegrafo. I tre genovesi si erano dimenticati nella
stanza del forno: solo un po’ prima dell’alba li aveva turbati un suono
di cannonate. Usciti all’aperto avevano veduto il campo vuoto, i fuochi
già presso a spegnersi e presi di mira da una pioggia di granate, che
venivano dalla campagna oltre l’Aniene. Non erano stati a pensarci più
che tanto; avevano preso il largo, guidandosi a lume di naso, come noi
altri, e via via più spediti, con l’ali alle calcagna, erano venuti a
salvezza.
— Bravi! — disse Garibaldi. — E così, stando là dentro, con tanta
farina, avrete fatti i taglierini.
— Eh, magari li avessimo fatti! capirà, Generale....
— Capisco; — interruppe il Generale, ridendo; — capisco che a voi
altri, genovesi, ci vorrebbe un’osteria ogni mezzo chilometro. —
Si rise tutti, ricevendo la nostra patente. Era una gentilezza, del
resto; tale la faceva il tono bonario, tale la confermava il sorriso
amorevole. Ma per verità, se in qualche altra campagna avevamo gradita
la frasca, in quella, pur troppo, non c’era stato modo di gradirla,
poichè non s’era neanche veduta. Garibaldi, per contro, scherzava
volentieri coi genovesi; e volentieri, nelle ore quiete, passando
davanti al loro accampamento, accettava due cucchiaiate di minestrone.
Era genovese anche lui: nato a Nizza, sì; ma la madre era di Loano,
e originaria di Cogoleto; il padre di Chiavari, e i suoi vecchi
erano stati genovesi e chiavaresi a vicenda, nel giro di parecchie
generazioni, secondo portavano le ragioni del commercio, o i casi della
repubblica. La Liguria è tutta Genova, a questo modo; e Genova, nel
corso di otto secoli, si è sparpagliata un po’ da per tutto, tra il
Varo e la Magra.
Arrivati noi della retroguardia, non c’era da aspettar più nessuno. Il
Generale fece togliere da un casotto della strada ferrata una botte
di vino, che c’era stata messa in custodia, e ordinò che ne fosse
spillato a tutti; liberalità molto opportuna, dalla quale argomentai
che su quella strada, per allora, non si sarebbe più ritornati. Dopo
di che, avanti ragazzi, e via, alla volta di Monterotondo. Il grosso
dell’esercito era salito al paese; noi rimanemmo alla stazione,
occupando un casolare abbandonato e stendendo subito i nostri avamposti
verso Fornonuovo.
Era il primo di novembre, il dì d’Ognissanti. Non avevamo viveri, nè
potevamo sperarne. Si scoperse una cavolaia: lavorandoci attorno per
tagliarne, si vide che lasciavamo il meglio in terra; non erano cavoli
semplici, ma cavoli rape. Allora si scavò, in cambio di tagliare, e fu
portato in cucina tutto il raccolto del campo. Il Tevere diede l’acqua;
un paiuolo dimenticato servì a far bollire quella verdura, in due o tre
riprese. Ad ognuno toccò il suo tallo; poca cosa, ed insipida, poichè
non avevamo sale da mettere in pentola. Ma non fu male che la porzione
riuscisse scarsa, e lo sentimmo presto a certi dolori di stomaco;
effetto del paiuolo di rame, che non era stagnato.
Noi eravamo in quelle bellezze, quando dall’avamposto fu dato un
allarme. Accorremmo: niente di grave; anzi, una buona sorte per noi.
Si avanzava, dopo aver passato il Tevere sulla barcaccia che era in
quei pressi, una compagnia d’armati; volontarii, e genovesi, che
proprio cascavano a noi, come la manna agli ebrei nel deserto. Li
comandava un capitano Valle, di Sestri Ponente, ed erano in gran parte
doganieri, bella gente, e bene armata. Il maggiore Burlando offerse
loro d’incorporarli: accettarono, formando la quarta compagnia del
battaglione.
Una guida, frattanto, veniva da Monterotondo a cercare di noi. Menotti
ci voleva alloggiati in paese, e proprio nel castello Piombino. Andammo
subito; ma tanto cresciuti di numero, con tant’altra gente già allogata
nelle vaste sale del palazzo barberiniano, ci sentivamo a disagio.
Chiedemmo allora, e facilmente ottenemmo dal nostro buon colonnello, di
andare ad alloggio nella nostra cascina Villerma. Il vecchio castaldo
che la teneva ci rivide volentieri, sebbene non fossimo gli ospiti
più desiderabili del mondo. Ma già, se non eravamo noi, potevano esser
altri; meglio adunque noi altri, visi ed umori conosciuti, come di suoi
figliuoli. Buon vecchierello sorridente! Non aveva nient’altro da darci
che paglia; ma quella paglia, son per dire che gli veniva proprio dal
cuore. E poi, quando c’è la salute, c’è tutto.
Ma ora, che si fa? Qualcheduno deve andare a prender lingua, a scrutare
i cuori e le reni, se gli riesce. Vado io, esploratore e diplomatico
da strapazzo; tanto, avrò occasione di vedere gli amici. Ne vedo
moltissimi, al primo piano del castello, nell’anticamera di Garibaldi,
e passo un’ora chiacchierando con tutti, mentre si aspetta il Generale,
che è salito sulla torre del castello, a specolar la campagna. Egli
non scende che sull’imbrunire; mi vede e m’invita a cena. Accetto col
gesto, e accetterei con la voce, se il colonnello Basso, segretario
di Garibaldi, non mi facesse cenno con gli occhi e col capo. Non lo
intendo, ma sto zitto; intanto il Generale si avvia, e l’amico Basso
trova il modo di bisbigliarmi all’orecchio: — vieni pure, ma non
accettar di mangiare con lui: non ha che una frittata di due ova.
Seguo il consiglio del colonnello e i passi del Generale nella sala
da pranzo; siedo a tavola, ma non per mangiare, avendo (oh generosa
bugia!) pranzato dianzi alla cascina Villerma.
Anche a stomaco vuoto, è quella una deliziosa serata. Il Generale è
di buon umore; ragiona di cento cose cogli amici che assistono al suo
modestissimo pasto. Tra essi è il Negretti, il famoso ottico italiano,
stabilito a Londra, ma venuto anche lui a fare la campagna dell’Agro
romano. È uno dei pochi che abbiano la camicia rossa. Io, non lo
dimentichiamo, ho da tre ore una sciabola, la mia Sitibonda del ’66,
che m’ha portata quel giorno un amico da Genova, insieme con la mia
vecchia divisa grigia e la mantellina nera di carabiniere genovese.
Garibaldi è di buon umore, ho detto; confida ancora. Tre giorni
prima aveva settemila uomini; non ne ha più che cinquemila, oggi; ma
saranno tutti buoni? È il dubbio di parecchi, nella comitiva: il modo
tumultuario con cui sono stati accettati e avviati dalle diverse città,
la poca o nessuna conoscenza che hanno gli ufficiali di tanta gente
nuova, raccolta a Terni e avviata in fretta al confine, ritorna spesso
e volentieri sul tappeto, anzi sulla tovaglia. Si squaglieranno a poco
a poco, dice un pessimista.
— Ebbene, — conchiuse Garibaldi, — quando saremo in trecento, faremo
come Leonìda. —
Egli pronunziava Leonìda, con l’accento sulla penultima. L’ho già
notato altrove, ed ho anche soggiunto: “L’eroe di Sparta avrebbe
amato udirsi chiamare in quella forma da lui. Chi sa? ora, nel regno
delle ombre, o delle luci, ragionano insieme, dopo uno di quei baci
elisii, intravveduti dal genio di Dante.„ Aggiungo ora, per confessione
della nostra miseria, che se egli era capace di fare come Leonida,
ci sarebbero voluti trecento Spartani, e risoluti al sacrificio, per
fargli compagnia. Ma la storia non si ripete. Del resto, quarantott’ore
dopo, su poco più di duemila combattenti, furono cinquecento che gli
caddero intorno a Mentana. Come lezione all’Italia d’allora, non fu poi
tanto male.
Quella sera, uscii tardi dal castello Piombino. Era buio pesto, nelle
scale, tutte piene zeppe di soldati dormenti; ed io, nel discendere,
incespicai una diecina di volte, urtando di qua e di là, facendo
attaccar moccoli, che pur troppo non valsero a rischiararmi la discesa.
Ma un cerino si accese improvvisamente nell’androne; a quella luce
riconobbi un amico, celebre avvocato bolognese, già deputato alla
Costituente romana, allora deputato di Forlì al Parlamento italiano,
Oreste Regnoli. Egli giungeva allora allora a Monterotondo, e si
volgeva al quartier generale per aver notizie del campo dei Genovesi,
e ritrovarci un suo giovane amico. Non poteva capitar meglio; il suo
valoroso amico diciottenne l’avevo io nella mia compagnia, vivo e sano.
— Venite con me, amico Regnoli, — gli dissi. — Tra quindici minuti
potrete vederlo. —
Si uscì insieme a rivedere le stelle: passata la piccola spianata
davanti al castello, e un certo portone di villa che mi ha sempre avuto
l’aria di un arco di trionfo, entrammo in un vigneto; giungemmo al
settimo filare, voltammo a sinistra, e trovato un sentiero campestre,
ci avviammo diritti al piazzale della cascina Villerma. Anche là, nel
portone e su per una scaletta che metteva al piano superiore della
casa, pestammo piedi e stinchi allungati, facendo attaccar moccoli
d’ogni misura. Ma questi erano di fabbrica paesana; accidenti in chiave
di casa. Altri dovevo sentirne lassù, nel quartierino, dov’erano gli
amici in molta libertà, più che in maniche di camicia, quando giunsi
in mezzo a loro ed annunziai una visita, e di un deputato per giunta.
Ma riconobbero il Regnoli, un amico, quasi un concittadino, e la mia
imprudenza fu subito perdonata.
Gli amici avevano fatto un po’ di baldoria; erano riusciti a rifarsi
del cavol rapa. Fumavano, allora, avendo trovato non so più come una
buetta di tabacco; ma poc’anzi avevano cenato, facendo perfino la
minestra, gli epuloni! La zuppiera si vedeva ancora sul desco, ma
vuota. Han sempre torto, gli assentì.
— Ma non avete dunque anima? — gridai.
— Chi se lo immaginava? — risposero. — Tu eri in _gaudeamus_, al
quartier generale. —
Avevano ragione a rider di me. La burla era feroce: la mandai giù per
tutta cena. E così finì il primo giorno del mese di novembre.
Il giorno due fu di calma per il corpo, d’ansietà per lo spirito.
Che cosa si farà ora? che cosa non si farà? Chi ne diceva una e chi
un’altra. Si pensava ancora a tutti quelli che avevano ripresa la
via del confine, quali per la bandiera che non era rossa, quali per
il proclama reale che ci metteva al bando, o giù di lì, ma i più
perchè avevano fiutata la impossibilità del vincere e non gradivano la
prospettiva di marce e contromarce, di stenti e di privazioni, in una
guerra di bande. Quanto a noi, conchiudevamo filosoficamente tutti i
nostri almanacchi: ci penserà il Generale; noi altri obbediremo, come
si è fatto finora.
Ma che cosa pensava egli di fare, specie dopo il proclama accennato,
che sicuramente sarebbe stato seguito da atti di polizia, che avrebbero
tagliati i nervi ai comitati nostri e impedito ogni invio di munizioni
al confine? Io non lo sapevo; nè fo conto di metter qui le mie povere
induzioni d’allora. Solo mi pareva d’intendere che egli, non avendo
potuto penetrare in Roma senza il consenso armato della popolazione,
non avendo potuto accogliere sotto il proprio comando i due corpi
lontani, dell’Acerbi a Viterbo, del Nicotera a Valmontone, volesse
aspettare in armi, per qualche settimana ancora, lo svolgersi degli
eventi, facendo base in qualche altro luogo, non più a Monterotondo,
ma a Tivoli, sulle montagne dell’Aquilano. L’accenno a Tivoli lo avevo
avuto quella sera, difatti, udendo che un colonnello doveva andare con
tre battaglioni tra Monticelli e Sant’Angelo, che erano per l’appunto
sulla strada di Tivoli: mi confermava il sospetto l’invio d’un
battaglione, con Marziano Ciotti, ad occupare l’incontro della strada
di Tivoli con la Salara: finalmente, ad ora tarda, seppi che a Tivoli
doveva andare la mattina seguente il colonnello Pianciani; senza gente,
per altro, con due soli ufficiali, romano a romani.
— E andiamo a Tivoli; — pensai, — vedrò la villa di Orazio, o il luogo
dov’era situata, poichè _etiam periere ruinæ_. Peccato che non abbiamo
più con noi Ludovico di Pietramellara. Vorrebbero esser odi a tutto
spiano. —
Venne la mattina del tre, e fu ordinata la marcia. Ma a me si ordinava
anche di andar giudice al tribunale militare nel palazzo Piombino. A
che pro’ una seduta di tribunale, se si era tutti per muoverci? Avrete
tempo, mi dissero allo stato maggiore; non si parte che alle undici.
E sia; eccoci in tribunale, anzi _pro tribunali_. Presiede questa
volta il maggiore Guerzoni; è avvocato fiscale il maggiore Suliotti.
Sbrighiamo le nostre faccende; i processi son chiari; si tratta di
qualche prepotenza in casa di privati, e le condanne son pronte: come
poi le faremo eseguire, non avendo sicurezza di mantenere un nostro
sistema carcerario, non so. Alle undici abbiamo finito; va ognuno
pei fatti suoi; io raggiungo il mio battaglione, uscito dalla cascina
Villerma e già in ordine di marcia sulla spianata del castello.