XIII.

Da capo a Monterotondo. I trecento di Leonida. Digiuno d’Ognissanti.

Sono le undici di sera: “tutto tace il bosco intorno„; anzi, non

il bosco, poichè bosco non c’è, ma la macchia nana a ponente della

Cecchina. Ci mettiamo in cammino, silenziosi, marciando tutta la notte,

guidandoci come possiamo, col far mentalmente alla rovescia quella

sequela di giri e diagonali che avevamo già percorsa nella notte

antecedente. Fortunati abbastanza, vediamo sull’alba l’eminenza di

Castel Giubileo. Non isfuggirò l’occasione d’un bisticcio, dicendovi

che per conto mio ci arrivai giubilando. Il maggiore, invece, era di

cattivissimo umore, vedendo troppi fucili abbandonati sulla strada,

e non bastando i nostri uomini a caricarseli tutti sulle spalle.

Che diavolo era avvenuto? Sapemmo più tardi che intiere compagnie,

nel ritorno, facevano getto delle armi, gridando di non voler più

combattere per una bandiera regia. Donde avessero cavata la notizia,

che la bandiera fosse regia, io veramente non so: bandiera, per verità,

non ce n’era nessuna: si voleva giungere a Roma, ecco tutto, e alla

scelta della bandiera ci pensasse poi il buon popolo Quirite. Altri,

per contro, anche prima della marcia al monte Sacro, avevano lasciato

il campo, immaginando che la bandiera fosse rossa. Anche questi avevano

il torto; ma con una apparenza di ragione, argomentando dal fatto che

l’impresa di Garibaldi era stata sconfessata dal governo italiano, e

più chiaramente, più solennemente, da un recentissimo proclama reale.

Così noi, poveri reduci della vana dimostrazione armata, avevamo il

male, il malanno e l’uscio addosso.

Alquanto più giù di Castel Giubileo, ritto a cavallo sul binario della

strada ferrata trovammo Garibaldi. Fu lieto di vederci, e volle da noi

le notizie del nostro esodo. Tutto bene, salvo un piccolo incidente.

La sera innanzi, alla prima partenza dal monte Sacro, avevamo fatti

avvertire i compagni che stavano dentro il casal dei Pazzi. Ci avevano

risposto che sarebbero venuti tra poco, volendo finire un’infornata

di pane. Noi ci eravamo contentati della risposta; più tardi, ed al

buio, credendo che fossero con noi, ci eravamo avviati senza di loro,

avvedendoci solo al mattino della loro mancanza dalle file.

Mentre il Generale mostrava di addolorarsi del fatto, si sentirono

grida in lontananza; e giù dalla collina, a gran furia, si videro

calare tre uomini! Erano i tre nostri compagni; uno di essi il tenente

Pozzo, che per tal modo ebbe la fortuna di dare al Generale i più

freschi ragguagli, le più recenti notizie, che meglio non avrebbe

potuto fare il telegrafo. I tre genovesi si erano dimenticati nella

stanza del forno: solo un po’ prima dell’alba li aveva turbati un suono

di cannonate. Usciti all’aperto avevano veduto il campo vuoto, i fuochi

già presso a spegnersi e presi di mira da una pioggia di granate, che

venivano dalla campagna oltre l’Aniene. Non erano stati a pensarci più

che tanto; avevano preso il largo, guidandosi a lume di naso, come noi

altri, e via via più spediti, con l’ali alle calcagna, erano venuti a

salvezza.

— Bravi! — disse Garibaldi. — E così, stando là dentro, con tanta

farina, avrete fatti i taglierini.

— Eh, magari li avessimo fatti! capirà, Generale....

— Capisco; — interruppe il Generale, ridendo; — capisco che a voi

altri, genovesi, ci vorrebbe un’osteria ogni mezzo chilometro. —

Si rise tutti, ricevendo la nostra patente. Era una gentilezza, del

resto; tale la faceva il tono bonario, tale la confermava il sorriso

amorevole. Ma per verità, se in qualche altra campagna avevamo gradita

la frasca, in quella, pur troppo, non c’era stato modo di gradirla,

poichè non s’era neanche veduta. Garibaldi, per contro, scherzava

volentieri coi genovesi; e volentieri, nelle ore quiete, passando

davanti al loro accampamento, accettava due cucchiaiate di minestrone.

Era genovese anche lui: nato a Nizza, sì; ma la madre era di Loano,

e originaria di Cogoleto; il padre di Chiavari, e i suoi vecchi

erano stati genovesi e chiavaresi a vicenda, nel giro di parecchie

generazioni, secondo portavano le ragioni del commercio, o i casi della

repubblica. La Liguria è tutta Genova, a questo modo; e Genova, nel

corso di otto secoli, si è sparpagliata un po’ da per tutto, tra il

Varo e la Magra.

Arrivati noi della retroguardia, non c’era da aspettar più nessuno. Il

Generale fece togliere da un casotto della strada ferrata una botte

di vino, che c’era stata messa in custodia, e ordinò che ne fosse

spillato a tutti; liberalità molto opportuna, dalla quale argomentai

che su quella strada, per allora, non si sarebbe più ritornati. Dopo

di che, avanti ragazzi, e via, alla volta di Monterotondo. Il grosso

dell’esercito era salito al paese; noi rimanemmo alla stazione,

occupando un casolare abbandonato e stendendo subito i nostri avamposti

verso Fornonuovo.

Era il primo di novembre, il dì d’Ognissanti. Non avevamo viveri, nè

potevamo sperarne. Si scoperse una cavolaia: lavorandoci attorno per

tagliarne, si vide che lasciavamo il meglio in terra; non erano cavoli

semplici, ma cavoli rape. Allora si scavò, in cambio di tagliare, e fu

portato in cucina tutto il raccolto del campo. Il Tevere diede l’acqua;

un paiuolo dimenticato servì a far bollire quella verdura, in due o tre

riprese. Ad ognuno toccò il suo tallo; poca cosa, ed insipida, poichè

non avevamo sale da mettere in pentola. Ma non fu male che la porzione

riuscisse scarsa, e lo sentimmo presto a certi dolori di stomaco;

effetto del paiuolo di rame, che non era stagnato.

Noi eravamo in quelle bellezze, quando dall’avamposto fu dato un

allarme. Accorremmo: niente di grave; anzi, una buona sorte per noi.

Si avanzava, dopo aver passato il Tevere sulla barcaccia che era in

quei pressi, una compagnia d’armati; volontarii, e genovesi, che

proprio cascavano a noi, come la manna agli ebrei nel deserto. Li

comandava un capitano Valle, di Sestri Ponente, ed erano in gran parte

doganieri, bella gente, e bene armata. Il maggiore Burlando offerse

loro d’incorporarli: accettarono, formando la quarta compagnia del

battaglione.

Una guida, frattanto, veniva da Monterotondo a cercare di noi. Menotti

ci voleva alloggiati in paese, e proprio nel castello Piombino. Andammo

subito; ma tanto cresciuti di numero, con tant’altra gente già allogata

nelle vaste sale del palazzo barberiniano, ci sentivamo a disagio.

Chiedemmo allora, e facilmente ottenemmo dal nostro buon colonnello, di

andare ad alloggio nella nostra cascina Villerma. Il vecchio castaldo

che la teneva ci rivide volentieri, sebbene non fossimo gli ospiti

più desiderabili del mondo. Ma già, se non eravamo noi, potevano esser

altri; meglio adunque noi altri, visi ed umori conosciuti, come di suoi

figliuoli. Buon vecchierello sorridente! Non aveva nient’altro da darci

che paglia; ma quella paglia, son per dire che gli veniva proprio dal

cuore. E poi, quando c’è la salute, c’è tutto.

Ma ora, che si fa? Qualcheduno deve andare a prender lingua, a scrutare

i cuori e le reni, se gli riesce. Vado io, esploratore e diplomatico

da strapazzo; tanto, avrò occasione di vedere gli amici. Ne vedo

moltissimi, al primo piano del castello, nell’anticamera di Garibaldi,

e passo un’ora chiacchierando con tutti, mentre si aspetta il Generale,

che è salito sulla torre del castello, a specolar la campagna. Egli

non scende che sull’imbrunire; mi vede e m’invita a cena. Accetto col

gesto, e accetterei con la voce, se il colonnello Basso, segretario

di Garibaldi, non mi facesse cenno con gli occhi e col capo. Non lo

intendo, ma sto zitto; intanto il Generale si avvia, e l’amico Basso

trova il modo di bisbigliarmi all’orecchio: — vieni pure, ma non

accettar di mangiare con lui: non ha che una frittata di due ova.

Seguo il consiglio del colonnello e i passi del Generale nella sala

da pranzo; siedo a tavola, ma non per mangiare, avendo (oh generosa

bugia!) pranzato dianzi alla cascina Villerma.

Anche a stomaco vuoto, è quella una deliziosa serata. Il Generale è

di buon umore; ragiona di cento cose cogli amici che assistono al suo

modestissimo pasto. Tra essi è il Negretti, il famoso ottico italiano,

stabilito a Londra, ma venuto anche lui a fare la campagna dell’Agro

romano. È uno dei pochi che abbiano la camicia rossa. Io, non lo

dimentichiamo, ho da tre ore una sciabola, la mia Sitibonda del ’66,

che m’ha portata quel giorno un amico da Genova, insieme con la mia

vecchia divisa grigia e la mantellina nera di carabiniere genovese.

Garibaldi è di buon umore, ho detto; confida ancora. Tre giorni

prima aveva settemila uomini; non ne ha più che cinquemila, oggi; ma

saranno tutti buoni? È il dubbio di parecchi, nella comitiva: il modo

tumultuario con cui sono stati accettati e avviati dalle diverse città,

la poca o nessuna conoscenza che hanno gli ufficiali di tanta gente

nuova, raccolta a Terni e avviata in fretta al confine, ritorna spesso

e volentieri sul tappeto, anzi sulla tovaglia. Si squaglieranno a poco

a poco, dice un pessimista.

— Ebbene, — conchiuse Garibaldi, — quando saremo in trecento, faremo

come Leonìda. —

Egli pronunziava Leonìda, con l’accento sulla penultima. L’ho già

notato altrove, ed ho anche soggiunto: “L’eroe di Sparta avrebbe

amato udirsi chiamare in quella forma da lui. Chi sa? ora, nel regno

delle ombre, o delle luci, ragionano insieme, dopo uno di quei baci

elisii, intravveduti dal genio di Dante.„ Aggiungo ora, per confessione

della nostra miseria, che se egli era capace di fare come Leonida,

ci sarebbero voluti trecento Spartani, e risoluti al sacrificio, per

fargli compagnia. Ma la storia non si ripete. Del resto, quarantott’ore

dopo, su poco più di duemila combattenti, furono cinquecento che gli

caddero intorno a Mentana. Come lezione all’Italia d’allora, non fu poi

tanto male.

Quella sera, uscii tardi dal castello Piombino. Era buio pesto, nelle

scale, tutte piene zeppe di soldati dormenti; ed io, nel discendere,

incespicai una diecina di volte, urtando di qua e di là, facendo

attaccar moccoli, che pur troppo non valsero a rischiararmi la discesa.

Ma un cerino si accese improvvisamente nell’androne; a quella luce

riconobbi un amico, celebre avvocato bolognese, già deputato alla

Costituente romana, allora deputato di Forlì al Parlamento italiano,

Oreste Regnoli. Egli giungeva allora allora a Monterotondo, e si

volgeva al quartier generale per aver notizie del campo dei Genovesi,

e ritrovarci un suo giovane amico. Non poteva capitar meglio; il suo

valoroso amico diciottenne l’avevo io nella mia compagnia, vivo e sano.

— Venite con me, amico Regnoli, — gli dissi. — Tra quindici minuti

potrete vederlo. —

Si uscì insieme a rivedere le stelle: passata la piccola spianata

davanti al castello, e un certo portone di villa che mi ha sempre avuto

l’aria di un arco di trionfo, entrammo in un vigneto; giungemmo al

settimo filare, voltammo a sinistra, e trovato un sentiero campestre,

ci avviammo diritti al piazzale della cascina Villerma. Anche là, nel

portone e su per una scaletta che metteva al piano superiore della

casa, pestammo piedi e stinchi allungati, facendo attaccar moccoli

d’ogni misura. Ma questi erano di fabbrica paesana; accidenti in chiave

di casa. Altri dovevo sentirne lassù, nel quartierino, dov’erano gli

amici in molta libertà, più che in maniche di camicia, quando giunsi

in mezzo a loro ed annunziai una visita, e di un deputato per giunta.

Ma riconobbero il Regnoli, un amico, quasi un concittadino, e la mia

imprudenza fu subito perdonata.

Gli amici avevano fatto un po’ di baldoria; erano riusciti a rifarsi

del cavol rapa. Fumavano, allora, avendo trovato non so più come una

buetta di tabacco; ma poc’anzi avevano cenato, facendo perfino la

minestra, gli epuloni! La zuppiera si vedeva ancora sul desco, ma

vuota. Han sempre torto, gli assentì.

— Ma non avete dunque anima? — gridai.

— Chi se lo immaginava? — risposero. — Tu eri in _gaudeamus_, al

quartier generale. —

Avevano ragione a rider di me. La burla era feroce: la mandai giù per

tutta cena. E così finì il primo giorno del mese di novembre.

Il giorno due fu di calma per il corpo, d’ansietà per lo spirito.

Che cosa si farà ora? che cosa non si farà? Chi ne diceva una e chi

un’altra. Si pensava ancora a tutti quelli che avevano ripresa la

via del confine, quali per la bandiera che non era rossa, quali per

il proclama reale che ci metteva al bando, o giù di lì, ma i più

perchè avevano fiutata la impossibilità del vincere e non gradivano la

prospettiva di marce e contromarce, di stenti e di privazioni, in una

guerra di bande. Quanto a noi, conchiudevamo filosoficamente tutti i

nostri almanacchi: ci penserà il Generale; noi altri obbediremo, come

si è fatto finora.

Ma che cosa pensava egli di fare, specie dopo il proclama accennato,

che sicuramente sarebbe stato seguito da atti di polizia, che avrebbero

tagliati i nervi ai comitati nostri e impedito ogni invio di munizioni

al confine? Io non lo sapevo; nè fo conto di metter qui le mie povere

induzioni d’allora. Solo mi pareva d’intendere che egli, non avendo

potuto penetrare in Roma senza il consenso armato della popolazione,

non avendo potuto accogliere sotto il proprio comando i due corpi

lontani, dell’Acerbi a Viterbo, del Nicotera a Valmontone, volesse

aspettare in armi, per qualche settimana ancora, lo svolgersi degli

eventi, facendo base in qualche altro luogo, non più a Monterotondo,

ma a Tivoli, sulle montagne dell’Aquilano. L’accenno a Tivoli lo avevo

avuto quella sera, difatti, udendo che un colonnello doveva andare con

tre battaglioni tra Monticelli e Sant’Angelo, che erano per l’appunto

sulla strada di Tivoli: mi confermava il sospetto l’invio d’un

battaglione, con Marziano Ciotti, ad occupare l’incontro della strada

di Tivoli con la Salara: finalmente, ad ora tarda, seppi che a Tivoli

doveva andare la mattina seguente il colonnello Pianciani; senza gente,

per altro, con due soli ufficiali, romano a romani.

— E andiamo a Tivoli; — pensai, — vedrò la villa di Orazio, o il luogo

dov’era situata, poichè _etiam periere ruinæ_. Peccato che non abbiamo

più con noi Ludovico di Pietramellara. Vorrebbero esser odi a tutto

spiano. —

Venne la mattina del tre, e fu ordinata la marcia. Ma a me si ordinava

anche di andar giudice al tribunale militare nel palazzo Piombino. A

che pro’ una seduta di tribunale, se si era tutti per muoverci? Avrete

tempo, mi dissero allo stato maggiore; non si parte che alle undici.

E sia; eccoci in tribunale, anzi _pro tribunali_. Presiede questa

volta il maggiore Guerzoni; è avvocato fiscale il maggiore Suliotti.

Sbrighiamo le nostre faccende; i processi son chiari; si tratta di

qualche prepotenza in casa di privati, e le condanne son pronte: come

poi le faremo eseguire, non avendo sicurezza di mantenere un nostro

sistema carcerario, non so. Alle undici abbiamo finito; va ognuno

pei fatti suoi; io raggiungo il mio battaglione, uscito dalla cascina

Villerma e già in ordine di marcia sulla spianata del castello.

Con Garibaldi alle porte di Roma · 第 19 / 25 题