Triste partenza. Il convoglio miracoloso. Contrasti della vita.
Non facilmente s’era piegato l’eroe. Aveva data in giro un’occhiata
leonina; aveva abbassate le ciglia, forse mormorando quel maraviglioso
“avete ragione„ in cui soleva sfolgorare la sua bella modestia,
chiudendo molte discussioni e mostrando il lavoro interiore che si
faceva rapidamente nel suo nobile spirito; poi aveva dato ancora uno
sguardo lungo e profondo in quella penombra della strada contornata
di siepi, onde balenavano i lampi della moschetteria contro lui
invulnerabile. Nè, ritiratosi lentamente di là, avrebbe voluto cedere
il campo. Non erano ancora di là da Mentana, sulla strada di Tivoli, i
tre battaglioni mandati la sera innanzi ad occupare Sant’Angelo? Perchè
non si erano mossi? perchè non erano accorsi al cannone? e perchè,
finalmente, non avrebbero potuto attaccare nella notte, aiutando così a
ripigliar l’offensiva?
Un giovane e bravo ufficiale, il capitano Giacomo Vivaldi Pasqua, si
offerse all’incarico di andarli ad avvertire. Aveva il miglior cavallo
del piccolo esercito; per una via laterale nei campi, se ancora non
c’erano dilagati i nemici, poteva giungere in mezz’ora a Sant’Angelo.
Detto fatto, mise il cavallo a galoppo dietro la cascina Villerma:
fortunato, passò sulla destra del nemico, salutato dalle fucilate
innocue d’una compagnia che il suo passaggio aveva sorpresa: era giunto
dal comandante dei tre battaglioni, sì, ma trovando che quelle forze
erano state divise, accantonate per compagnie nei casolari sparsi,
non pure di Sant’Angelo, ma di Monticelli, e perfino di Palombara. Ci
sarebbero volute ore ed ore, a raccogliere quella gente; e neanche,
dopo tanti esempi dolorosi, era da sperare che si potesse venirne a
capo.
La sera intanto è venuta; segue la notte, scura per il cielo nuvoloso,
e dei tre battaglioni invocati non si ha nuova nè canzone. Ad ora
tarda, dopo avere inutilmente specolato dalla torre del castello
Piombino, Garibaldi si arrende alla evidenza delle cose, ai consigli di
tutti i suoi ufficiali, e comanda la ritirata.
Ne avemmo notizia anche noi, avanzi dei due battaglioni genovesi,
che ci eravamo raccapezzati alla meglio, nel trambusto del momento,
e stavamo pensando per l’appunto a mandare qualcheduno di noi per
chiedere istruzioni al comando. Ci avviammo allora alla piazza maggiore
del paese, dov’era tuttavia la carrozza del Generale, che per aiuto
nostro riuscì a passare da porta Pia, allora allora asserragliata
di botti. Nella carrozza non era Garibaldi, per altro; c’era Alberto
Mario, sottocapo di stato maggiore, il capitano Adamoli e il padre di
lui, vecchio patriota, venuto proprio quel giorno ad abbracciare il
figliuolo; finalmente ci avevo preso posto io, per cortesia di Alberto.
I miei commilitoni genovesi venivano intorno; furono essi che disfecero
la barricata, o almeno quel tanto che fosse necessario per lasciar
passare la carrozza.
La discesa fu triste; non parlava nessuno. Sulla pianura, oltrepassata
di poco la stazione della strada ferrata, raggiungemmo una cavalcata
ugualmente taciturna, avviata come noi al confine.
— Generale, siamo qua; — disse Alberto Mario, alzandosi in piedi; —
vuol salire?
— No, grazie; — rispose la voce di Garibaldi da quel gruppo di
cavalieri ammantellati; — andate pure, vi seguiamo.
La carrozza procedette più lenta, per non disgiungersi da lui; ed
anche per non istancar troppo i soldati che seguivano a piedi, ma che,
dopo tutto, il freddo della notte faceva più svelti alla corsa. Giunti
a Passo Corese, smontammo ad una casetta alcuni passi distante dal
confine. Bevetti colà poche gocce d’acqua; le prime, dopo tante ore
di fatica. E passammo il ponte, accolti fraternamente dai granatieri
del colonnello Caravà, che ci offersero quanto avevano. Ringraziammo,
non accettando nulla: tanto poteva più l’amarezza che la fame. Sapemmo
allora che nella giornata i soldati dell’esercito regolare avevano
disarmato via via duemila volontarii, ripassanti il confine.
— A che ora? — domandai all’ufficiale che ci dava la notizia.
— Fra le due e le quattro; — mi rispose.
Molte cose si spiegavano allora. Aveva ragione l’ufficiale pessimista,
che due giorni innanzi, nel palazzo Piombino, alla tavola del Generale,
aveva detta così crudamente la sua opinione su tanta parte delle
nostre forze in campagna. Se quei duemila fossero rimasti nelle file,
sarebbero giunti in azione al momento opportuno di slanciar le riserve.
Erano alla coda, forse ancora a Monterotondo, udendo il fuoco d’inferno
che si faceva a Mentana; avevano pensato ai casi loro, e risoluto di
conservarsi per giorni migliori. Ottima gente! e non essi soltanto, che
se n’erano andati, ma anche le molte migliaia che se n’erano rimaste a
casa! Intesi allora anche meglio la forza di un ragionamento del mio
amico Stefano Canzio. “Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per
chi?„ Del resto, chi sa? forse è bene che le cose andassero allora
così. Ci vuol filosofia, nelle cose del mondo: la filosofia insegna a
sopportare molte noie; e si sopportano più facilmente le cose che non è
dato cangiare.
_Durum; sed levius fit patientia_
_Quidquid corrigere est nefas._
Ah, ecco da capo Orazio? Ma sì, lettori umanissimi; e Orazio dovrebbe
annunciarci vicino il Pietramellara. Il mio buon Ludovico era là,
padrone della strada ferrata, facendo da capostazione. Mi vide, mi
abbracciò, senza tanti discorsi mi condusse al marciapiede d’asfalto,
e mi ficcò in un compartimento di prima classe, dove c’era già un
ufficiale inferraiolato, in atteggiamento di riposo. Credetti che
l’amico mi mettesse là dentro al caldo, perchè schiacciassi un
sonnellino; ma no, faceva dell’altro, l’amico. Dopo due o tre minuti
spesi a dar ordini, venne ancora a salutarmi, a darmi il buon viaggio;
chiuse egli stesso lo sportello, accostò un fischietto alle labbra
e ne cavò un suono acuto; la macchina rispose sbuffando, il treno si
mosse crocchiando, e volò via in direzione di Terni. Com’era andata?
Evidentemente, ero capitato là nel momento buono. Ad ogni modo, quella
partenza improvvisata mi parve un prodigio; ed oggi ancora, quando ci
penso, mi par di sognare.
Il mio compagno di viaggio, che riconobbi tosto al fioco lume della
lampada, era Augusto Tironi, veneziano. Venezia e Genova, già fiere
rivali (la solita storia che bisogna dire quando i due nomi si
associano) viaggiarono di buon accordo fino a Terni. Ma si fecero poche
parole, quella notte; l’amico era ferito al braccio, e quantunque la
ferita non fosse grave, gli pizzicava un po’ troppo: del resto non era
momento da discorsi allegri. Gaio compagno in altri tempi, il Tironi;
sempre ricco di belle fantasie, pronto sempre alla celia. Rammento di
lui un aneddoto, e lo metto qui, in mancanza di una conversazione che
tra noi in quel momento necessariamente languiva.
Un giorno, Garibaldi, era in viaggio nel Veneto. A Lendinara, se ben
ricordo, o in altro paese vicino, era stato accolto col suo seguito
nella casa del sindaco. Da un pezzo erano là, e non si parlava mai di
andare a pranzo, nè si vedevano i segni precursori d’una chiamata a
tavola. Gli ufficiali incominciavano a mormorare; qualcheduno accennava
già di voler uscire, per andare a trovare un’osteria.
— Lasciate fare a me, — disse Augusto Tironi, — parlo io al padron di
casa; voglio esplorarne l’animo. —
L’idea parve temeraria ai compagni. Il sindaco non aveva accennato di
voler dare da pranzo; poteva benissimo non averci pensato e non aver
provveduto; nel qual caso una domanda importuna poteva turbargli lo
spinto.
— Ma con garbo, veh! — dissero dunque al Tironi. — Pensa che siamo i
suoi ospiti.
— Non dubitate, conosco le leggi.
E si mosse, andando in traccia del padrone di casa. Il sindaco, che
andava e veniva per le stanze, fece un sorriso amabile a quel gran
giovanotto dalle spalle quadre, dalla carnagione bianca e dai capelli
rossi, che pareva balzato fuori da un quadro di Paolo Veronese.
— Signor sindaco — incominciò allora il Tironi, rispondendo alla muta
interrogazione che gli faceva quell’altro con gli occhi, —
.... e l’ora s’appressava
Che il cibo ne solea essere addotto,
E per suo sogno ciascun dubitava.
— Oh, non dubiti, non dubiti! — si affrettò a rispondere il sindaco.
— È stata colpa della cuoca, che non ha saputo calcolar giusto,
preparando per tanti; fra cinque minuti si dà in tavola. —
Mi separai da quel simpatico ufficiale alla stazione di Terni, avendo
sentito che in un carro di merci, che doveva esser aggiunto al treno,
erano tre compagni genovesi, feriti a Monterotondo. Andato con loro
nella paglia, ebbi la fortuna di esser utile, telegrafando ad un
illustre chirurgo d’una grande città, per la quale dovevamo passare.
L’insigne uomo venne infatti ad aspettarci alla stazione; visitò i tre
feriti, diede consigli da pari suo e conforto di buone speranze.
A quella stazione erano accorsi anche due amici artisti, che mi
strapparono dal treno e mi condussero in città. D’uno tra essi indossai
gli abiti, lasciando per una sera le mie spoglie soldatesche; e poco
dopo, vedete stranezza! in una poltrona, a teatro, assistevo alla
rappresentazione di un’opera in musica. Mai l’arte dei suoni mi parve
più bella; mai ebbi dalle sette note una commozione più viva.
In Francia, lo ha detto un francese, _tout finit par des chansons_. Io,
in Italia, finivo la mia piccola odissea con una orecchiata di musica
eccellente. La vita è piena di tali contrasti. Ed io vedevo tanta gente
allegra, a teatro! tante belle dame sorridenti nella mezza luce dei
palchetti ai cavalieri galanti, dai guanti grigi perlati e dai candidi
petti di porcellana! Niente di nuovo, niente di grave era accaduto in
Italia. Per chi volevate farvi ammazzare, Generale? per chi?