X.

La gran notte di Monterotondo. Ritratti garibaldini. Il capitano Uziel.

Lassù ai Cappuccini, e poi alla cascina Villerma dove ci mandarono

a far campo, si rimase lungamente in attesa, d’ora in ora aspettando

l’ordine di marciare. A romper la noia veniva di tanto in tanto qualche

schioppettata, con cui gli Antiboini (chiamati allora gli Antiboiani da

tutto il nostro piccolo esercito) tenevano l’occhio in esercizio. Verso

le quattro venne da noi un ufficiale, aiutante o guida che fosse, per

recarci gli aspettati comandi del capo.

A proposito, come si conoscevano gli ufficiali? Pochissimi, come il

colonnello Frigésy, come il generale Fabrizi e il capitano Alberto

Mario suo sottocapo di stato maggiore, avevano la camicia rossa

e i distintivi del grado intorno al berretto: quei pochissimi,

naturalmente, portavano al fianco la rivoltina e la sciabola. Pochi

altri avevano solamente il berretto e la sciabola; i più, solamente

la rivoltina, e vestivano alla borghese, come i soldati, anch’essi

capitati al confine coi loro arnesi cittadineschi, signorili o

popolani, con cui erano fuggiti da casa; e immaginate in che stato,

oramai! Soltanto dopo la vittoria di Monterotondo, i comitati avendo

potuto mandare a quella stazione parecchie centinaia di coperte di

lana, gialle o lionate, listate di rosso, di quelle che servono ai

cavalli nelle scuderie, i volontarii avevano preso a farci un taglio

nel mezzo, e nel verso della lunghezza, tanto da poterci passare la

testa, in modo che ricadessero i lembi sulle spalle e sul petto, come

le pianete dei preti. Quei lembi riuscivano tuttavia un po’ più corti;

ma non senza grazia, per certi partiti semplici di pieghe che facevano

sugli omeri, arieggiando nel garbo e nella varietà del colore il

_poncho_ americano di Garibaldi. Quanto ai cappelli, se ne vedevano di

tutte le fogge; pioppini a cencio, pioppini a testiera soda, cocuzzoli

acuti e falde più o meno larghe, alla calabrese, all’Ernani, alla

Bolivar, e via discorrendo. Mancava il Lobbia, che ancora non era

stato inventato dalla Regia dei tabacchi. C’era per contro un cappello

a staio, della forma più rilevata, della freschezza più autentica; il

cappello di Stefano Canzio.

Il futuro generale dell’esercito dei Vosgi era ancora semplicemente

maggiore, com’era uscito, ma con una medaglia d’oro al valor militare,

dalla giornata di Bezzecca. Indossava, secondo il suo costume

invariabile, un tutto vestito di nero; secondo il costume della

sua gioventù, portava in testa un cappello all’imperiale, dall’alta

testiera lucidissima, con le falde fortemente incurvate sulla fronte

e sulla nuca, fortemente rialzate e quasi rivoltate alle tempia, e

largamente orlate d’una trina di seta. Compiva il suo abbigliamento

cittadino un largo e lungo mantello bigio di cavalleria, dal cui lembo

anteriore, stando egli a cavallo, usciva la destra, portando una carta

di stato maggiore.

Era ancora maggiore, vi ho detto, il futuro cavaliere della carica

di Prenoy, e delle tre giornate di Digione, il futuro generale

della quarta brigata che doveva coprirsi di gloria alla fattoria di

Pouilly; ma anche in quel grado secondario era già il braccio destro

di Garibaldi, e si trovava un po’ da per tutto, per far eseguire gli

ordini di lui, o per trovar egli stesso cose nuove, ispirazioni sue

dal terreno, dalle mosse del nemico, da ogni circostanza, insomma;

partecipando in ciò della prontezza di spirito del suo generale. Io

ho veduto dei valorosi, con Garibaldi, l’epico, l’incomparabile eroe,

l’arcangelo delle battaglie; ne ho veduti moltissimi, saldi al fuoco,

calmi al pericolo, irruenti, magnifici, solenni, eleganti, tutto ciò

che si vuole, tutto ciò che è lecito immaginare, secondo le varie forme

del coraggio umano. Ma in verità non ho veduto mai nessun valoroso, tra

gli ufficiali superiori del grande Capitano, che come Stefano Canzio,

alla fermezza, alla imperturbabilità, allo slancio di tanti e tanti

altri, accoppiasse uno spirito così alacre, un ingegno così fecondo

di utili novità, una grazia così serena, una perspicacia così viva nei

momenti più critici.

Aggiungete che egli, possedendo la serenità e il buon umore, sapeva

comunicare altrui l’una e l’altro. Ma quello che negli altri era

appiccaticcio e girava facilmente allo spensierato, in lui era natura

di mente lucida che non cessava mai di riflettere, che non perdeva di

vista nessuna particolarità della battaglia e sapeva trar partito da

tutte. Un sorriso e una celia, passando, erano gittati agli amici;

ma l’occhio guardava intorno e giungeva lontano, vedeva dove fosse

da rimediare, dove da portare un aiuto, dove da togliere un inutile

spreco di forze, quando da rallentare, quando da tener fermo, quando

da spingere. Se tutto non andò per il meglio, in quella guerra

improvvisata, bisogna dire che le forze date dall’Italia d’allora non

erano pari al bisogno, e che i miracoli non sono faccenda di tutti

i giorni. Ma questo è un altro discorso: tornando a Stefano Canzio,

conchiuderò che in lui il soldato moderno era compiuto, sul campo; vera

stoffa di generale, e di quelli che non nascono tutti gli anni, nè su

tutti i bollettini di avanzamento. Se avessi ancora i miei vent’anni,

con quell’uomo per comandante, vorrei andare in capo al mondo, certo

di far sempre una buona figura. E basta, oramai: a buon conto mi sono

sfogato. Io sono di quelli a cui il dir bene della gente, quando n’è il

caso, non ha mai l’atto nodo alla gola.

Dov’eravamo rimasti? Ah, coll’ufficiale venuto a recarci istruzioni.

E piacevoli, infatti, poichè si trattava di muoverci. L’assalto era

stabilito per quella sera, sempre dalla parte del castello e della

porta Pia che gli stava da presso, un po’ verso tramontana. Anche il

borgo di Monterotondo aveva la sua porta Pia, come Roma, e con uguali

destini.

Ma qui non sarà inutile uno scampoletto di descrizione. Monterotondo,

il _Mons Eretum_ degli antichi, ricco di forse duemila quattrocento

abitanti, ricordevole a me per aver dato i natali a Raffaello

Giovaglieli, mio buon compagno d’armi e di penna, sorge alla sinistra

del Tevere, presso la strada ferrata che da Roma conduce ad Orte, e

comanda la carrozzabile che volta risalendo per Rieti; quella stessa

che noi avevamo fatta a ritroso. È rafforzato di mura dalla parte dei

monti, e ci ha due porte, la Pia che ho accennata, e l’altra, assai

vicina, che mette al piazzale del castello Piombino; così detto perchè

oggi appartenente ai Boncompagni Ludovisi, principi di Piombino. Ma

in altri tempi era dei Barberini, il cui stemma, azzurro seminato

di api d’oro, vi è ripetuto dentro, per tutte le grandi sale, sulle

pareti, nelle fasce sovrapposte, e credo anche nei soffitti. Dall’altra

parte, verso il Tevere, non ci sono più mura; il borgo scende a

ripiani di casupole e d’orti pensili verso un burrone, al cui piede

corrono fossatelli, sentieri e tragetti fino alla stazione della

strada ferrata. Noi avremmo potuto attaccarlo di là, donde non era

murato: ma del non appigliarci a quel partito c’erano parecchie e buone

ragioni: aspra la salita; frastagliato, anfrattuoso il terreno; ogni

scaglione difendibile con mezza squadra d’uomini, che avrebbero fatto

per cento. Inoltre, con pochi drappelli, non ancor battaglioni veri, e

già embrioni di colonne, ma composti per la più parte di gente nuova

al fuoco, Garibaldi giustamente temeva che troppi non si sbandassero

all’assalto. Quella stessa mattina anche ad attaccare dalla parte del

castello, dove tutti gli uomini si potevano invigilare e tener quasi

sotto la mano, non se n’erano forse sbandati parecchi? Noi li avevamo

pure veduti, gli otto o dieci fuggiaschi!

Ed ora, al racconto. Guidati dall’ufficiale al posto che ci era

assegnato, non andammo diritti verso il nemico, ma con una contromarcia

in mezzo ai vigneti riuscimmo alle spalle dei Cappuccini. Scendevano

frattanto le ombre della sera, e noi potevamo vedere i lumi che via

via si accendevano nelle stanze del castello, e negli ultimi piani

delle case vicine. Ad un certo punto l’ufficiale ci disse: — È là;

accostatevi quanto più potete alle mura, ma senza strepito, che il

nemico non si senta guardato da quella banda, donde forse tenterà di

fuggire col favor della notte, e dove voi dovrete inchiodarlo.

Questo ed altro che ci aveva detto l’ufficiale, bastò al maggiore

Burlando per distribuire le sue forze. Una compagnia prese a destra,

per collegarsi col battaglione Tanara che occupava una casa in

costruzione, davanti all’ingresso del castello. La comandava Enrico

Razeto, già tenente, e quel giorno innalzato al grado di capitano,

poichè il Pietramellara, per un ufficio di qualche importanza,

come pratico assai del servizio ferroviario, era stato mandato ad

occupare la stazione di Monterotondo. Con me e collo Stangolini,

sotto il comando immediato del maggiore, marciarono la seconda e la

terza, tenendosi, quanto più il terreno permettesse, collegato alla

prima. Così giungemmo davanti ad un canneto. I canneti, lassù, per

lo spesseggiar dei fossati, si alternavano colle vigne. Quello era il

più vicino all’abitato; subito dopo il canneto si affondava il letto

d’un rigagnolo; di là si rizzavano le mura del castello Piombino.

A cinquanta passi dal canneto, ordinato un breve alto, il maggiore

ci ripetè la raccomandazione di andar cauti. Volendo, con un po’

d’attenzione e di calma, potevamo trafugarci tutti là dentro, senza far

stormire una foglia. Ma sì, come persuadere a duecento uomini lo stesso

grado di attenzione e di calma? Entrati nel canneto, sentono il terreno

discendere; si aggrappano tutti alle canne; si rompono qua e là i fusti

nodosi e si divelgono stridendo. Il rumore ha destata l’attenzione del

nemico; non siamo ancor tutti in basso, e dalla spianata che è davanti

al castello si scorge un lampo, e un tuono lo segue; col lampo e col

tuono una grandine di ferro percuote, flagella, dirompe il canneto;

grida e gemiti rispondono allo schianto improvviso.

Non c’è modo di raccogliere i feriti, per allora, nè di contare

i morti; la bisogna più urgente è di correre al posto. Taciti, ma

fortemente commossi, stringendoci la mano come non avevamo fatto mai,

raggiungiamo il muro, e ci mettiamo in agguato. Intanto, al primo colpo

della mitraglia nemica verso il canneto, si sveglia una tempesta che

obbliga i difensori a guardarsi su tutta la linea di difesa: le bande

si spingono sotto; è da una parte e dall’altra un fuoco d’inferno,

che dura lungamente nella notte. I nostri, dalla spianata tentano di

avvicinarsi alle porte; ma inutilmente, da principio: la gragnuola

delle palle è così fitta da mozzare il fiato. Dopo un’ora di quel

frastuono si giunge ad accostare della stipa alla porta minore, e ad

appiccarvi il fuoco. Alla vampata fumosa si rischiara un po’ l’aria,

e in quella mezza luce rossastra si agitano ombre nere di assalitori.

Voci dall’alto del muro, come quelle delle furie dantesche dal sommo

delle mura di Dite, s’intrecciano in un suono con le voci del basso,

e in quel suono assordante si distinguono a tratti le più feroci

ingiurie, le più pazze imprecazioni, le più strane contumelie che

siano mai state pensate in due lingue e in una ventina di dialetti.

— _Lâches Garibaldiens!_ — Sì, venite, qui, canaglia, e ve lo daremo

noi il _lâches_! — Carne venduta! — _Vauriens! chenapans!_ — Brutti

boia! — Assassini! — _Brigands!_ — Mascalzoni! _Fioi de cani! Pito

ch’i seve!_ E taccio, per ragioni facili a indovinarsi, le gentilezze

maggiori; tralascio sopra tutto le genovesi e le livornesi, che nel

campo della ingiuria salace ottengono certamente la palma. Ma allora

non urtavano i nervi, non suonavano male all’orecchio; la gravità del

momento solenne toglieva la volgarità all’improperio, lo faceva parere

epico, omerico, tra il piombo che fischiava e crepitava per ogni dove,

mentre la fiammata si vedeva salire in vorticosi giri, e un gran fumo,

screziato di faville fantasticamente danzanti, involgeva le mura.

Il nostro maggiore non era stato alle mosse: aveva sentito gridare in

genovese; certamente la prima compagnia era impegnata; e lui sotto,

e noi dietro a lui, restando poca gente all’agguato. Ma che agguato,

oramai? Il presidio pensava a difendersi, non a fuggire. Tutti quanti,

in breve, correvamo verso la casa in costruzione, donde si sentivano

i nostri genovesi, e donde giungevano a noi le sonore invocazioni

parmensi di Faustino Tanara. Di lassù una più bella fiammata si

vedeva più oltre, davanti a porta Pia. Stefano Canzio aveva avuta una

delle sue felici ispirazioni. Raccolto dai vicini casolari tutto lo

zolfo avanzato ai coloni dalla cura dei vigneti, ne aveva fatto una

carrettata, con molta stipa e tronchi di legno. Il carretto era stato

spinto contro la porta, e un ragazzetto, garibaldino precoce, andando

dietro la mobile catasta, le aveva appiccato il fuoco. Bravo ragazzetto

volontario, vorrei ricordare il tuo nome! E si salvò ancora, il

coraggioso, tornò illeso alle file. Nè i difensori valsero a spegnere

il fuoco; tardi pensarono all’acqua; di spalancar la porta, liberare il

passo da quel brulotto rotabile, non c’era nemmeno a pensare; i nostri,

avanzati sotto il muro, e là nascosti in attesa, avrebbero fatta in due

salti la strada per entrar dentro alla svelta. Ce n’erano dei morti,

lì davanti, in gran numero: li vedemmo la mattina, tutti colpiti alla

testa, alla gola, al petto, o caduti bocconi, sulla propria ferita, i

valorosi!

La fiamma aveva fatto presa; in breve ora si abbronzarono, si

arroventarono gli assi chiodati; divamparono, cigolarono le poderose

imposte, diventando di bragia; un’ora dopo, la breccia era fatta; tra

gli avanzi del carretto e quelli dell’uscio, mentre cadevano ancora

a falde incandescenti i brandelli di legno, si ficcarono dentro i

più animosi, dilagarono nella strada maggiore del borgo, mentre i

difensori, chiuso da quella parte l’uscio ferrato del castello, si

mettevano al riparo. Un altro assalto, un’altra fiammata avrebbe dovuto

snidarli; ma oramai la difesa poteva durar poco; più per guadagnar

tempo ed agio alla resa, si erano rinchiusi, che non per vender cara

la vita. Due ore dopo, incalzati in quell’ultimo covo, gridarono di

volersi arrendere. A discrezione, per altro; così voleva Garibaldi,

che fu poi generoso, e li rimandò tutti (erano forse quattrocento) al

confine italiano.

Quella mattina, all’alba, vedemmo Garibaldi in tutta la gloria del suo

trionfo. Era venuto sopra un piazzale, e sedeva sopra un muricciuolo,

donde si scopriva la campagna verso il Tevere. Indossava la camicia

rossa e i calzoni bigi chiari, affondati nelle trombe degli stivali

alla scudiera, in una delle quali era collocato un lungo stile, dalla

guaina e dalla impugnatura gentilmente cesellata. Quel gingillo era la

sua misericordia; certo, in un brutto frangente ne avrebbe usato, non

volendo esser preso vivo da soldati del papa. Portava sulla camicia il

suo _poncho_, non quello di panno grigio della campagna antecedente in

Tirolo, che era nel fatto, e salvo poche modificazioni, un mantello di

cavalleria; ma un _poncho_ americano autentico, di stoffa a colori,

vergato di rosso e di azzurro, che io non so come l’arte scultoria

non ami ritrarre più spesso, tanto è elegante di caduta e di pieghe.

Non aveva il solito cappello catalano, dalla falda arrovesciata tutto

intorno alla testiera e foderata di velluto; portava invece un cappello

alla calabrese, di feltro nero, finissimo, contornato d’un largo nastro

di seta. Era di lieto umore; la vittoria colorava d’un tenero incarnato

il suo viso, negli ultimi anni un po’ cereo; la barba aveva ancora

bionda, con riflessi dorati, il labbro vermiglio, dolcissimo, e il

sorriso affascinante come la voce. Dal 1860, quando egli era a Genova,

per preparare la spedizione di Sicilia, non avevo mai più veduto

Garibaldi così giovane, così vivace nell’aspetto, così poeticamente

bello.

Erano intorno a lui Menotti e Ricciotti, Stefano Canzio ed altri

ufficiali superiori. Egli riposava un istante, e riposando speculava

tutto intorno la campagna. Noi, ottenuto l’abbraccio ch’egli dava

volentieri ai suoi Genovesi, tornammo al nostro primo alloggiamento

della cascina Villerma, dopo aver raccolti i nostri morti e i nostri

feriti. Avevamo avuto una ventina d’uomini fuori combattimento. Ma io,

prima di ritornare alla cascina Villerma, ero anche andato al convento

di Santa Maria, tramutato in ospedale, per vedere il colonnello Mosto

e il capitano Uziel, feriti; l’ultimo dei quali aveva allora allora

mandato attorno un compagno d’armi a chieder notizie di tutti gli

amici: dolce pensiero e solenne curiosità di morente!

Povero Uziel! Avevano potuto trasportare mezz’ora prima in una casa

privata il suo comandante Antonio Mosto; lui no, che la ferita,

gravissima per la posizione e non ancora esplorata, non permetteva

di levarlo dalla paglia su cui era stato deposto. Mi vide, e i suoi

occhi morati brillarono, e un sorriso gli sfiorò le pallide labbra

ombreggiate da baffettini neri, tanto più neri su quel viso smorto. Mi

tese la mano e volle stringer forte la mia, ma non potè: ben poteva

parlare, quantunque a mezza voce, per chiedermi di tutti gli amici.

Diceva ad uno ad uno, lentamente, i nomi che gli venivano alla mente;

ma era uno sforzo, e volli risparmiarglielo, dicendoli io come mi

venivano ricordati.

— Io son morto; — mi disse; — la palla è nel ventre.

Gli rammentai allora qualche amico a cui era toccata una sorte uguale,

e che pure non era morto. Accettò la consolazione, forse per non avere

a discutere. Volle farmi vedere il suo portafogli, che aveva fatta

deviare la palla, restandone lacerato in un angolo. E tante altre

cose mi accennò, più che non disse, il povero Bepi, come lo chiamavamo

noi tutti nella intimità della vecchia amicizia; nè tutte le cose che

accennò sono da ripetersi qui.

Giuseppe Uziel era nato a Venezia; fanciullo, coi parenti esuli, era

venuto a Genova, e la nostra città fu patria seconda per lui. Qui

studiò, amò, sofferse, divenne uomo, insomma, adoperandosi in tutte

le lotte aperte, in tutte le preparazioni di lotta. Dal ’58 in poi non

era stato tentativo patrio, non guerra, che non lo avesse volontario e

prode soldato. Tale era stato in Lombardia, tale in Sicilia, tale nel

Trentino e nell’Agro romano. Comandava la prima compagnia del primo

battaglione genovese, agli ordini del Mosto; con lui saliva animoso

all’assalto di Monterotondo, e là, davanti alla spianata del castello

Piombino, una delle prime palle nemiche lo aveva fulminato nel ventre.

Fin da principio non c’era da sperar nulla; ed io bene lo intendevo,

prendendo commiato, e promettendo di ritornare. Più tardi, il vederlo

resistere, mercè la sua vigorosa complessione, ai naturali progressi

del male, lasciò credere che Giuseppe Uziel avrebbe potuto scamparla.

Esplorata la ferita, tre giorni dopo la mia visita, anch’egli era stato

trasportato in una casa privata, dove lo seguivano le amorevoli cure di

due compagni d’armi, e donde ogni giorno uscivano parole di speranza a

confortare gli amici.

La mente dell’infermo era tutta agli eventi, alle fasi della campagna,

ad ogni più minuto particolare dei fatti quotidiani. Noi, come e quando

lo permettevano le distanze e gli obblighi del servizio, facevamo or

l’uno or l’altro la trottata fino a Monterotondo, per vedere il povero

Bepi. Come si colorava il suo viso smorto, come si ravvivavano i suoi

occhi languidi, udendo che i nostri fuochi splendevano davanti a Roma,

dalle alture di Marcigliana e di Castel Giubileo, e che Garibaldi si

era spinto sul monte Sacro, coi due battaglioni genovesi, di contro

alle porte della fremente città!

Sapeva di esser condannato a morire; sorrideva incredulo ai pietosi

pronostici; l’ultima cosa di cui si dèsse pensiero, sebbene gli

dolesse atrocemente, era la sua triste ferita. E ne diede una nobile

testimonianza nella sera del 3 novembre. L’atto suo, le parole, furono

di uomo dei tempi antichi, allorquando pugnavano Epaminonda e Pelopida,

cantava inni Tirteo e dettava istorie Tucidide.

Mentana era perduta per noi. Dodici O quattordici migliaia di

combattenti, bene armati, bene equipaggiati, muniti di artiglierie,

non lasciati soli, nè sconfessati dai loro governi, soverchiavano i

duemila intrepidi che tennero fermo al fianco di Garibaldi. Al rombo

del cannone in lontananza, Giuseppe Uziel intese che si combatteva

nella direzione di Tivoli, e il cuore gli soggiunse che avremmo vinto.

Quattro ore più tardi, il fischiar delle palle fino a Monterotondo,

lasciò capire al ferito che i suoi compagni d’armi avevano pur fatto

una resistenza vigorosa, ma che la giornata era perduta, e il nemico

alle porte del borgo.

E allora, in un impeto d’amor patrio, tentò sollevarsi per la prima

volta dal letto. Voleva la sua rivoltina, la voleva ad ogni costo.

— Là.... alla finestra! — gridava. — Trasportatemi là; voglio morir

là.... facendo l’ultimo colpo. —

Ed era già sceso a mezzo; ma le forze estenuate non corrisposero

all’animoso proposito. Ricadde inerte sul letto, col rantolo in gola.

L’agonia di Giuseppe Uziel era incominciata: tre giorni dopo, il

valoroso carabiniere genovese era morto.

Con Garibaldi alle porte di Roma · 第 16 / 25 题