Un fraticello domenicano. I casi sacri di Fornonuovo. Da Fidene alla
Cecchina.
Continuerò? La tentazione è forte; ma è pur grande la riluttanza.
Nondimeno, ci sono ancora dei ricordi buoni: raccontiamo dunque, alla
svelta.
Quel giorno, il 26 di ottobre, era stato speso nei pietosi uffici
che vi ho detto e nelle cure del nostro collocamento alla cascina
Villerma, buona e cara conoscenza del giorno avanti. Dormimmo là,
occupando le poche camere, le scale, il fienile, la tettoia dei carri
e via discorrendo. La mattina dopo, senza alcun merito mio, e senza
gusto, vi prego di crederlo, ero chiamato come giudice al tribunal
militare, improvvisato in Monterotondo. Si trattava di giudicare tre
gendarmi pontificii, sfuggiti alla capitolazione, e per colpa loro;
poichè, scambio di mettersi in riga cogli Antiboini, erano andati a
rimpiattarsi in certe cantine, donde il popolo li aveva snidati. E
c’era per giunta un fraticello domenicano, trovato nascosto anche lui,
sebbene potesse, e con più ragione dei gendarmi, mettersi in mostra coi
soldati, che lo avevano per cappellano militare. Che imprudenza era
stata la sua! E serbava ancora un taccuino, nel quale aveva scritti
giorno per giorno i suoi miti pensieri. C’erano invocazioni a Maria,
abbastanza affettuose, per chiederle il trionfo della buona causa; ma
c’erano anche delle impertinenze, che si possono dire da soldati, nella
rabbia, ma che non si scrivono, a mente fredda, e anche meno da frati.
S’intende che eravamo tutti briganti, per il bianco vestito annotatore;
ed anche codardi. “Sono comparsi, — scriveva egli, — ma non osano
accostarsi, i vili!„ Dove avesse poi presa questa notizia, lo saprà
lui. I vili di cui sopra, appena comparsi, avevano attaccato. Ma non
ci fermiamo a piatire per queste bazzecole. C’era di peggio, per lui.
Parecchi soldati nostri affermavano con giuramento di averlo veduto,
la mattina della battaglia, affacciarsi ad una finestra del castello,
puntar la carabina e sparare: cosa anche meno da frate; almeno secondo
le idee moderne sulla soggetta materia.
Il tribunale era composto del colonnello Pianciani, presidente, di me,
e del tenente Enrico Copello, giudici aggiunti; faceva da segretario
il tenente Luigi Morandi, già noto all’Italia come gentile poeta, più
tardi come prosatore valente e come maestro di umane lettere al giovane
principe di Napoli.
Così, mentre i miei compagni lasciavano improvvisamente gli alloggi
della cascina Villerma per scendere sulla linea della strada ferrata
in attesa di proseguire verso Roma, noi eravamo occupati a ministrar la
giustizia sommaria. Il tribunale fu umano; mandò in prigione i gendarmi
e in prigione il frate: quest’ultimo senza darne sentenza, che, dopo
le testimonianze gravissime, sarebbe stata dolorosa, e rimettendo il
giovane domenicano alla clemenza di Garibaldi. Ciò non era secondo le
norme del diritto, nè della procedura penale; ma contentava la nostra
coscienza, e cui non piace la sputi. Garibaldi lo lasciò in carcere,
per custodirlo contro le ire di molti; l’ultimo giorno delle nostre
imprese sul territorio nemico, il fraticello fu rilasciato libero al
confine, senz’altro danno che la paura. Non fu riconoscente, per altro;
e me ne duole moltissimo, rispettando io i frati, non essendo stato
il più tiepido dei giudici a favorirlo, e avendo ottenuto dall’ottimo
presidente che perorasse quella stessa notte presso Garibaldi la causa
del disgraziato. Egli scrisse, di fatti, un anno dopo, o giù di lì,
una _Mano di Dio negli ultimi avvenimenti_, in due volumi, se ben
ricordo, dicendo corna dei giudici. Quel piccolo martirio incruento gli
sarà giovato, del resto; credo che oggi sia cardinale; certo, del suo
casato, ce ne son due nel sacro Collegio.
Quella sera, mentre il Pianciani galoppava a Santa Colomba, dove
Garibaldi aveva portato il suo quartier generale, io galoppavo in
traccia dei miei compagni genovesi. Mi accolsero a festa, in un casotto
di guardiani della strada ferrata; senza viveri al solito, ma con
un fiasco di vin bianco, regalato dalla signora Mario, in compenso
dell’averle trovato un ricovero per i cavalli della sua carrozza
d’ambulanza.
La mattina del 28 eravamo in marcia da capo, e occupavamo la chiesetta
di Fornonuovo. Visitando la sagrestia, trovammo paramenti sacerdotali,
che riponemmo nei cassettoni, sotto la guardia dei nostri soldati. Ma
c’era anche un astuccio di cuoio, con le api barberiniane impresse in
oro; dentro l’astuccio un bel calice con la sua patena d’argento, in
alcune parti dorato. Vasi sacri; che ne faremo noi?
— Ciccetta! — dice il maggiore al sottotenente Pozzo, un rosso
simpatico, milite di tutte le guerre garibaldine, a cui il suo nome
di Giovan Battista ha fruttato il vezzeggiativo genovese di Ciccetta.
— Prendete questo astuccio, portatelo sulla collina, al Generale. Noi
non vogliamo tenere in custodia argenterie. Non si sa mai; un giorno,
qualche nemico pettegolo potrebbe gabellarci per ladri. —
Garibaldi aveva posto il suo mobile quartiere a Santa Colomba. Va
il nostro Pozzo lassù, e ritorna a sera inoltrata, ancora col suo
astuccio tra le mani. Il Generale non ha voluto ritenere il deposito;
gli scopritori ne facciano quello che credono. A noi, per la ragione
accennata dal maggiore, dava noia tenerlo in custodia. Che custodia,
poi, in guerra, con tanti pencoli di smarrirlo, o di lasciarlo sul
campo? Una mia idea, venuta lì per lì, piacque molto al maggiore.
— Domattina, se non si marcia al nemico, non possiamo fare una
galoppata fino a Monterotondo? C’è lassù quel canonico Tolti, nella cui
casa, ier l’altro, abbiamo mangiato, pagando la spesa, un pezzo di pan
bigio e uno spicchio di lesso. Che ti pare? consegniamo il deposito a
lui? —
Detto, fatto. All’alba del 29, saputo che si rimarrà tutta la giornata
a Fornonuovo, inforchiamo i bucefali. Avevamo requisiti i due cavalli
il giorno prima.
Quello del maggiore era discreto; il mio aveva una bella apparenza,
e trottava anche benino; ma aveva lo spavento, e quel moto convulsivo
che a quando a quando gli prendeva nei muscoli esteriori dello stinco
e flessori del piede, era una morte per chi gli stava sopra e per chi
gli camminava vicino. Ben me ne avvidi a Mentana, che fui costretto
ad appiedarmi, per non isfondare io stesso la mia compagnia con quella
povera brenna arrembata, che faceva un passo avanti e due indietro.
Giungiamo a Monterotondo, col nostro involtino penzoloni dal pomo
della sella, e smontiamo dal canonico Totti; un vecchio di settantasei
anni, alto alto, un po’ curvo nelle spalle e mezzo cieco. Ci fa buona
accoglienza e ci domanda, non senza un po’ d’ironia interiore, se siamo
già di ritorno dalla nostra marcia in avanti.
— No, reverendo; fermi soltanto per poche ore, ma si prenderà la
rincorsa. Eccole qua la ragione della nostra visita: abbiamo trovato
questo negozio nella sagrestia della chiesetta di Fornonuovo. Sia che
entriamo a Roma noi, sia che usciamo dal cosidetto patrimonio di San
Pietro, com’Ella sicuramente ci augura, si celebreranno ancora delle
messe a Fornonuovo ed altrove. Prenda questi vasi sacri in regalo,
in consegna, come le parrà meglio; solo per nostra soddisfazione ci
rilasci due righe di ricevuta. —
Il canonico si profonde in ringraziamenti e in elogi; vuole da noi, per
ricordo, un atto di consegna; per contro ci fa un atto di ricevimento,
che il maggiore intasca e conserva. Noi si ritorna al nostro campo,
dopo aver mangiato (e questo senza pagare, confessiamolo) un tozzo
di pane e un mazzo di ravanelli, conditi con olio, sale e pepe;
l’unica grazia di Dio che avesse allora in cucina il nostro vecchio
ospite. Oh, non fo per dire, ma noi, nell’Agro romano, si è vissuti
nell’abbondanza. Cincinnato e Fabrizio possono andarsi a riporre.
Quella sera si ripartì con tutto il battaglione dalla povera sede
di Fornonuovo, per andare alla poverissima della Marcigliana. Dico
poverissima, perchè non ci trovammo niente, neanche una chiesetta da
starci al riparo; per giunta, nella notte, senza fuochi, riposammo
sotto una pioggia fitta, non avendo che il cappello tirato sulla faccia
per coprirci i connotati, e le braccia incrocicchiate per difenderci
il petto. La mattina del 30 avemmo lo spettacolo di un albero che
pareva tutto carico di foglie, e ad un tratto le perdette tutte quante,
sparpagliate in tutte le direzioni, senza che ci avesse lavorato il
vento. Non erano foglie, ma corvi, che c’erano stati a dormire, e
andavano a cercare la colazione. Beati loro! noi l’aspettammo fino a
mezzogiorno, e fu una distribuzione di pan bigio, venuto dalla stazione
di Monterotondo; magnifico, incomparabil presente del comitato di
Terni.
La sera del 30 siamo in marcia da capo, e giunti a Castel Giubileo
abbiamo l’ordine di fermarci a bivacco. Parecchie squadre, comandate,
vanno attorno per legna, di cui fanno cataste sulla fronte del campo,
dalla parte di Roma. L’eterna città deve scorgere i nostri fuochi,
allineati a sette chilometri dalle sue mura. Garibaldi vede il suo
piccolo esercito dall’alto di una eminenza su cui è murato un edificio
nerastro che ha per l’appunto il nome di Castel Giubileo. La guida del
Baedeker dice che la fabbrica si denomina da una famiglia Giubileo; ma
in pari tempo nota che il castello fu edificato nel 1300 da Bonifazio
VIII. Ecco due notizie diverse e mal maritate da un compilatore
frettoloso. Se è il papa Caetani che ha fatto edificare il castello
nel 1300, è chiaro che il nome di Giubileo deriva per l’appunto dalla
grande solennità cattolica apostolica e romana di quell’anno, e la
famiglia Giubileo non ci ha niente a vedere. La eminenza su cui il
castello è murato era l’acropoli dell’antica Fidene; piccola acropoli
di ottantun metro d’altezza, per una piccola città di poche migliaia
d’abitanti.
Pensando che avrei dormito poco, sul ciglio della strada, e non avendo
nessuno di noi un pizzico di tabacco per caricare la pipa del maggiore,
la famosa pipa che faceva il giro della brigata come la coppa convivale
degli antichi, feci la salita del castello, per andare a chiedere un
po’ di limosina agli amici del quartiere generale. Garibaldi, fiore
di cortesia, saputo il bisogno mio, volle regalarmi addirittura un
mazzo di sigari di Nizza; i suoi prediletti, per ragione della terra
natale, io credo, non già per la intima bontà della concia; sigari
biondi chiari, con un sapore di foglia di castagno, a cui non seppi
avvezzarmi. Gli amici li gustarono meglio: tanto che me li presero
tutti. Ma io non portavo solamente sigari, da castel Giubileo; portavo
anche notizie e induzioni. Due guide borghesi erano annunziate e
introdotte presso il generale, mentre io stavo lassù. Non erano
semplici guide, erano amici travestiti; uno di essi, il maggiore
Guerzoni. Venivano allora da Roma, donde avevano potuto uscire con un
pretesto, in arnese da contadini. Recavano l’annunzio che tutto era
pronto per una insurrezione in città; ma che, per incominciare, si
voleva aver Garibaldi alle porte. Era facile d’indovinare la risposta
del generale, e facile d’intendere che quella notte si sarebbe dormito
poco.
L’ordine di marcia fu dato alle quattro del mattino. Splendevano
ancora i nostri fuochi sulla fronte del campo, e il piccolo esercito,
precedendolo i carabinieri genovesi, era in marcia per certe colline
sulla sinistra della strada maestra. Quante colline, o Dei immortali!
Pareva che non volessero finir mai. E tutte simili, ancora; basse,
lunghe, ignude, frammezzate da insenature, frangiate qua e là da un
po’ di macchia nana, il cui verde cupo contrastava col verde tenero
delle praterie, che in quella penombra s’intravvedeva tinto di brina.
Un odor di mentastro, abbastanza gradevole, ci giungeva alle nari, a
mano a mano (quasi sarebbe il caso di dire a piede a piede) che noi
calpestavamo l’erba di quei prati; i quali non volevano finir mai. Ne
abbiamo misurati sei chilometri almeno.
Cauti e spediti ad un tempo, silenziosi, con avanguardie e
fiancheggiatori, osservando tutte le insenature, esplorando tutte
le piccole macchie, procedono i nostri due battaglioni. Sempre più
volgendo a sinistra, verso le otto del mattino vediamo il primo segno
d’uomini in quella solitudine; una casa sopra un rialzo di terreno e
un muro di cinta, che indica una fattoria. È il casale, anzi l’osteria
della Cecchina. C’è un oste, ma senza vino, bensì con un pozzo in mezzo
al cortile, e perciò con dell’acqua a volontà; un’acqua che egli ci
offre, o ci lascia prendere, rompendola con una filza di sagrati. Par
di sentire il locandiere di Rieti.
Riposiamo un tratto, bevendo acqua, e ci frughiamo nelle tasche
per ritrovare un’ultima crosta di pane. Improvvisamente, si dà il
comando di rimetterci in marcia. Si sono sentiti degli spari, laggiù
a mezzogiorno. Corriamo uscendo dal cortile, per una carraia che va
verso Roma. Che cos’era avvenuto? Garibaldi, uso a muover sempre alla
testa delle proprie avanguardie, aveva incontrato laggiù, a Casal de’
Pazzi, una vedetta nemica; quattro o cinque cavalieri pontificii, che
avevano scaricate contro di lui le loro pistole d’arcione, fuggendo
tosto a galoppo, a carriera. Egli era rimasto illeso; ferito appena, ma
leggermente, uno de’ suoi ufficiali.
Ci avviciniamo anche noi a Casal de’ Pazzi, dove abbiamo queste
notizie. La fabbrica non è di casale che nella apparente rusticità
dell’intonaco: nel complesso della membratura è un palazzo, e ci pare
un castello murato tra il cinquecento e il seicento; rammodernato
nell’ottocento, s’intende. Sarà quel che vorrà essere; io, curioso
della campagna e della prospettiva, non sono entrato a vederlo. Mi par
di ricordare che fosse un’abitazione abbastanza signorile; rammento di
aver letto nei _Miei ricordi_ di Massimo d’Azeglio che così l’avesse
ridotta un cardinal Morozzo, suo zio, che non pare ne fosse lodato come
savio nella scelta del luogo. Sicuramente c’erano parecchie comodità
di cucina e buone provviste di dispensa, forse non potute portar via,
per la nostra repentina apparizione. Tutte queste cose le ritrovarono
alcuni dei nostri, che sotto la direzione dell’amico Ciccetta
impastarono farina a gran furia e scaldarono un forno, per preparare il
pane ai compagni.
Questo Casal de’ Pazzi è piantato sull’estremo lembo di una
collina lunga, che va con dolce declivio a finire sulla riva destra
dell’Aniene, di contro all’ingresso del ponte Nomentano. La collina è
fiancheggiata da due insenature; una a destra, assai poco sensibile,
che la collega ad altre colline; l’altra a sinistra, che si avvalla
alquanto di più, ricevendo le acque di un rigagnolo, e dando campo
alla via Nomentana, che muove di lì risalendo a tramontana, verso
Monticelli, Sant’Angelo e Palombara. Ma non ci occupiamo delle cose
lontane; siamo sulla collina pianeggiante, solcata per lungo dalla
carraia che congiunge l’osteria della Cecchina a Casal de’ Pazzi. La
carraia è orlata, sul margine di sinistra, da una rada piantata di
pini, ancor giovani; a destra da motte di terra, da zolle, che fanno un
po’ di ciglione. I nostri uomini, per comando del Generale, si pongono
a sedere lungo il ciglione, e ne rimangono coperti benissimo; riposando
possono mangiare il loro pane, se ne hanno, e una fetta di carne che è
stata loro distribuita poc’anzi. S’intende che è carne cruda, e debbono
arrostirsela lì per lì. Le legna non mancano; ci sono le staccionate
dei campi, per darne al bisogno, e più in là.