IX.

Da Nerola e Montelibretti. La talpa e il ministro di Falconara. Ci

siamo.

Si scende la montagna a rotta di collo; io l’ho più misurata che vista.

In un’ora siamo alle falde; vediamo laggiù una valle stretta stretta,

con una lista di prato e una casa, un fiumicello ed un ponte. La casa è

l’osteria del Grillo; il fiumicello è il Ricco, salvo errore; il ponte

che lo cavalca segna il confine tra noi e il così detto patrimonio di

San Pietro. Abbiamo appena il tempo di raccapezzarci, quando una guida

si avanza, domanda se siamo i carabinieri genovesi del battaglione

Burlando, e avuta risposta affermativa ci consegna un ordine, scritto

in uno dei soliti pezzettini di carta. Niente è mutato nel nostro

indirizzo di marcia; solo v’è aggiunto che dobbiamo impadronirci di

Nerola, per proseguire ad un nuovo ordine verso Montemaggiore.

Nerola è quel castello che si vede lassù, sulla vetta di un colle

davanti a noi, di là dal ponte. A Nerola, ancora ieri, stavano i

Pontificii; bisogna assicurarci se ci sono rimasti, e se ci sono

bisogna sloggiarli.

Non è più il caso di far sosta all’osteria del Grillo, che del resto

è senz’oste e senza vino. Si passa il ponte, leggendo di volo la

iscrizione d’un pontefice che lo ha fatto costruire. Era l’uffizio

suo; _pontifex_ non significa forse in latino colui che fa i ponti?

Arrivati al piede della collina, che di là ci pare una montagna bella e

buona, ci stendiamo in catena, e prendiamo a salire secondo le regole.

La fatica non è poca; ma si sopporta volentieri. E così bello, dopo

tanti giorni di desiderio, fare la prima operazione di guerra! Giunti a

mezza costa, ci pare di veder gente lassù. Ci aspettano a tiro; andiamo

coperti più che si può. Ma che coperti? se sventolano i fazzoletti!

Ebbene, che cosa vuol dire? non potrebb’essere un tradimento? Amici o

nemici che siano, facciamo le cose a dovere. E si continua a salire,

trattenendo gl’impazienti delle prime file, sollecitando i più tardi

delle ultime. Così giungiamo al colmo della vetta, senza che ci abbia

salutati una palla. Son dunque amici lassù? Amici, di fatti, tutto

il popolo di Nerola, poco più di seicento abitanti, già vassalli dei

Colonna di Sciarra, oggi liberi cittadini di una libera patria.

Fin dalla sera innanzi, forse avvisati della presenza di Garibaldi che

da Scandriglia è sceso a passo Corese, i Pontificii hanno spulezzato

da Nerola. Tanto meglio; a nemico che fugge ponte d’oro. Ma la

prudenza comanda a noi di non fidarci troppo: ci sono certe eminenze

sulla nostra sinistra, Montorio Romano ad esempio, dove potrebbero

appiattarsi le insidie. La nostra prima cura è di mettere avamposti da

quella banda, e giù, verso la strada di Montelibretti. Poi si chiede

del sindaco, o governatore, o ministro, od altro che sia il personaggio

più importante della comunità. Viene il personaggio; dev’essere un

ministro di casa Sciarra; mette a nostra disposizione il poco che ha,

paglia fresca prima di tutto e la caserma dei gendarmi pontificii,

che porta ancora i segni della improvvisa fuga dei suoi abitatori.

Sono ancora appesi alle grucce i cappellacci a due punte, di forma

abbastanza napoleonica, e alle caviglie della rastrelliera le giberne

e le tracolle nemiche, pronto trastullo ai nostri uomini, che, essendo

“carabinieri„ amano fare un po’ di baldoria travestendosi da gendarmi.

È una scena di scappellotti, da far morire dal ridere. Ma ogni bel

giuoco dura poco, e i gendarmi ritornano carabinieri per far colazione.

Noi frattanto pensiamo che le compagnie sono formate bensì, e le

squadre divise, ma che non s’è avuto ancora il tempo nè il modo di fare

i ruolini. Si trova carta, penne e calamai; s’improvvisano tre furerie

ed una maggiorità; i penniferi si mettono tosto a lavoro. Veramente

provvidenziale, quella occupazione incruenta di Nerola!

Al maggiore e a me, che faccio anche servizio di stato maggiore, è

toccata una camera con due letti, presso una egregia famiglia del

paese. Ho il dolore di non ricordarne più il nome: bene ricordo una

bella signora, dagli occhi romanamente grandi e romanamente neri. È

lassù in villeggiatura, presso quella famiglia di buoni parenti suoi;

dovrebbe ritornare all’eterna città; ma i casi della guerra non glielo

permetteranno così presto; ad ogni modo, essendo buona italiana, spera

di rivederci laggiù. Accettiamo l’augurio, e lo mettiamo insieme con

quello del doganiere di Carlo Corso. Finalmente, verso le undici di

sera andiamo a riposarci, dopo aver visitati accuratamente i nostri

avamposti, dalla gran guardia fino alle ultime sentinelle.

Buon letto di Nerola, era scritto lassù che io non avessi tempo a

scaldarti. Avevamo appena chiuso un occhio, quando i piantoni vennero a

chiamarci. Era giunta allora allora una guida, e portava uno dei soliti

pezzettini di carta. L’ordine era questo: “Il battaglione Burlando

faccia viveri per un giorno e parta immediatamente per Montelibretti

avviato su Monterotondo„. Svelti, a terra, e vestiamoci. Del resto,

non eravamo spogliati che a mezzo. Dov’è il nemico? Sarà dove vorrà.

L’ordine, del resto, comanda la fretta, e quel dire “su Monterotondo„

scambio di “per Monterotondo„ significa che laggiù avremo forse

l’ostacolo.

Animo, dunque, a svegliar la gente e a far viveri. C’è una tromba nel

battaglione; ma non ce ne serviamo; i piantoni vanno essi ad avvertire

le compagnie, e i preparativi di marcia son fatti alla sordina. Il

ministro di Nerola è richiesto di viveri: non ha nulla da darci: già

aveva poco il giorno innanzi, e gli uomini avevano dovuto nutrirsi

del loro pane. Come fare? Basta, Iddio provvederà, a Montemaggiore, a

Montelibretti, dove parrà più opportuno alla sua misericordia infinita.

Nel cuore della notte, senza viveri, ma con molte speranze per viatico,

scendiamo dal poggio di Nerola. A mezza strada, levando gli avamposti

verso Montemaggiore, mi ricordo degli altri, lasciati indietro, verso

Montorio Romano; e corro a levarli, non perdendo, se Dio vuole, che

una mezz’ora di tempo. Il bravo sergente, un Randaccio dell’isola di

Sardegna, teneva saldo lassù. Aveva sentito il rumore e indovinato, da

vecchio militare del ’59, che si levava il campo; ma sempre da vecchio

militare aveva pensato che dove lo avevano messo gli bisognava restare.

Raccolto lui e la sua squadra, si va in giù a passo di corsa, ed anche

un pochettino a ruzzoloni, per raggiungere il battaglione, che ha

continuato a marciare.

Siamo sull’albeggiare davanti al poggio di Montelibretti. Si fanno

viveri? Ahimè! Montelibretti, interrogato dai nostri ambasciatori, non

ha niente per noi, non ha niente per nessuno; lo hanno spogliato, tra

la sera innanzi e la notte, altri battaglioni passati di là. Non c’è

più una misura di farina per i suoi stessi abitanti, non un sacco di

grano. Poveracci! come faranno? moriranno di fame? Eh via, speriamo di

no. Anche a Falconara, dove giungiamo intorno alle nove, è la stessa

canzone. Falconara, da non confondersi con quella d’Ancona, è la tenuta

di un principe romano. Parliamo col ministro, che giura, e spergiura

anco lui di non aver nulla di nulla. Neanche una goccia di vino, per

bagnarci la bocca? Neanche quella. Ma che è, che non è, mentre noi

stiamo parlamentando sul piazzale del castello, arrivano parecchi

dei nostri soldati, gridando. Cento passi più in la, vedendo un uscio

contro una ripa, e credendo che proteggesse una fontana, hanno sfondato

quell’uscio e trovata una cantina, riccamente fornita di botti, donde

hanno cominciato a spillare. C’è da sgridarli? No davvero; piuttosto

da fare una partaccia al ministro, che allibbisce e balbetta non so

che. Ma non è il caso di andare in collera; il disgraziato non franca

la spesa. Si va tosto alla cantina, e si mettono i piantoni, perchè

tutti bevano, in ordine, con discrezione, con misura, con garbo, senza

sprecare la grazia di Dio.

Falconara mi è rimasta in mente per un altro episodio. Mi ero fermato

sul piazzale, davanti ad un murello, dalla parte di Roma. La città

eterna, essendo noi già tanto al basso nella valle, non si poteva

vedere, intercettata com’era la vista da tante colline. Ma si vedeva

Monterotondo, o piuttosto s’indovinava che fosse Monterotondo, dai

lampi e dal rombo delle artiglierie, che incominciavano a farsi

sentire. Guardavo laggiù, aspettando che le compagnie avessero finito

di bere. Due soldati, frattanto, in un campo sotto i miei occhi,

seguivano certi movimenti del terreno, che si andava alzando via via in

una linea serpeggiante. Era facile indovinare che fosse: una talpa. I

due soldati, puntando le baionette, da un capo e dall’altro della terra

smossa, volevano chiuder la strada alla roditrice sotterranea.

— Perchè fate ciò? — domandai. — Sentite laggiù? Fra un’ora ci saremo

anche noi, e potremo lasciarci la pelle. Morituri, lasciamo vivere

quella povera bestia.

— Devastano i campi, le talpe; — mi rispose uno di loro.

— E lasciate che devastino. Ce ne vorrei trecentomila, a Falconara,

e che non lasciassero in piedi un gambo di grano o un piede di

vigna. —

Così fosti salva, o povera talpa di Falconara. Possa tu aver provate le

gioie della famiglia, ed essere stata consolata di numerosissima prole!

Digiuni di cibo, a mala pena rinfrescati dal vin cotto della cantina

sotterranea, si va, si accorre al cannone. A mezza strada c’imbattiamo

in un contadino che fugge.

— Che c’è? — gli domandiamo.

— Garibaldi jè dà ’na bella battuta; — ci risponde, seguitando a

correre.

— Buone notizie! perchè dunque scappi così?

— Io non scappo, torno a casa. —

E via come il vento. Lo lasciamo andare, facendo un po’ come la guardia

svizzera del Vaticano a cui (se la leggenda è vera) avevano data la

consegna di non lasciar entrare nessuno. — Non si entra! — gridò il

soldato ad uno che voleva forzar la consegna. — Ma io esco; — rispose

il cittadino. — Allora passi! — conchiuse lo svizzero.

Come abbiamo lasciato andare il contadino inerme, non lasciamo andare

otto o dieci armati, che son fuggiti dal campo. Li abbiamo incontrati

davanti ad una casupola, dove si sono affollati, chiedendo in malo

modo da bere. — “Che fate voi altri? perchè non siete al fuoco?„

domanda il maggiore. — “Tutto è perduto; si salva chi può„ ci

rispondono essi. — “Ah sì?„ grida il maggiore. “Allora deponete i

fucili„.

Non vorrebbero; ma egli incalza. — “I fucili, sì; parlo turco? i

fucili, che non sapete portare. A voi, — soggiunge, volgendosi a

quelli dei nostri che ne sono ancora sprovveduti, — levate le armi a

queste....„ E lascio il resto nella penna.

Disarmati, non senza difficoltà, nè senza scapaccioni, filano

borbottando, verso Montelibretti. Uno solo, com’è alla prima svolta

della strada, ardisce far fronte indietro e intuonarci un saluto

beffardo. Gli si punta addosso un fucile, e lui via, come una lepre, a

raggiungere i valorosi compagni. E per fuggire così, quei disgraziati

erano dunque venuti innanzi poche ore prima? Che orrore, il soldato

che fugge! Già l’ho sempre detto; io; l’uomo non è quella bellezza

d’animale ch’egli vorrebbe far credere nei suoi trattati di zoologia; e

spesso ci vuole tutta la sapienza d’un sarto, per renderlo tollerabile.

Ma l’uomo che fugge, è una cosa a dirittura indecente.

— Vuoi scommettere, — mi dice il maggiore, — che non c’è niente di vero

in ciò che hanno raccontato quei mascalzoni?

— Tengo con te, — rispondo, — e ci arrischio tutto quello che ho in

tasca.

— Allora sia per non detto; — conclude egli ridendo. — Ci hai messo la

_mezza sesta_. —

La _mezza sesta_ era una volta, in genovese, l’aumento di prezzo che

si faceva ai pubblici incanti. Si ripete ancora per celia, quando uno,

dicendo più di noi, vuol guadagnarci la mano. E basti della celia, e

dell’episodio ond’è nata.

Si corre, si corre, temendo sempre di non giungere a tempo, si corre

ancora con la lingua fuori, come i cani da caccia. Finalmente, ci

siamo; s’è afferrata una collina, dalla cui sommità si vede benissimo

la borgata di Monterotondo, stretta intorno alle mura di un grande

edifizio, il palazzo Piombino, dalle cui finestre e dall’orlo del muro

di cinta che ne protegge gli accessi, partono lingue di fuoco. Alquanto

più giù, certamente in una spianata sotto il muro, è l’artiglieria dei

Pontificii, che manda ad ogni tanto un lampo ed un tuono. Dal versante

della collina per cui scendiamo spediti, siamo forse a settecento metri

dalla piazza, poichè tra il lampo e il tuono non passano che due minuti

secondi. La scena è maravigliosa, illuminata da un sole stupendo.

Anche noi, sfilando per due sul declivio del prato, con le nostre

baionette luccicanti, dobbiamo fare una bella figura: certamente di là

amici e nemici hanno veduta la nostra ordinanza. I primi a darcene un

cenno sono i nemici. Il palazzo Piombino ha davanti a sè una valletta,

fiancheggiata da due eminenze, da due creste di poggio. La meridionale

è coronata d’un edifizio, il convento dei Cappuccini, la settentrionale

di un altro, il convento di Santa Maria, che non so a quali frati

appartenga. La valletta, dalla parte nostra, ha un canneto. Noi, tirati

insensibilmente dalla piega del prato, voltiamo verso i Cappuccini,

e al passo del canneto ci salutano cinque o sei palle, gnaulando.

Vengono senza dubbio dalle finestre alte del palazzo Piombino. Nessuno

è ferito, quantunque si offra bersaglio sicuro e continuo, sfilando

lenti, come facciamo, per non dar cattiva opinione di noi.

Ci hanno veduti anche i nostri. Di là dal canneto alcuni ufficiali

vengono alla nostra volta. Uno di essi è a cavallo: riconosciamo

il colonnello Frigésy, un bravo ungherese, venuto a combattere con

Garibaldi le battaglie della indipendenza italiana. È con lui il suo

giovane aiutante, Pietro del Vecchio. L’uno e l’altro ci accolgono a

braccia aperte.

— Giungete a tempo, non dubitate, — ci dicono. — Si è attaccato subito,

questa mattina, con le poche forze che si avevano alla mano, aspettando

i battaglioni via via d’ogni parte. Ma gli Antiboini resistono

fieramente. Hanno anche dell’artiglieria; due cannoni impostati

all’ingresso del palazzo Piombino. Bisognerà prenderli, o farli tirar

dentro ad ogni costo. Garibaldi è laggiù con Menotti a Santa Maria,

proprio sotto le mura. Ha due cannoncini, presi da una villa signorile;

ma fanno poco. Ora il fuoco si è un po’ allentato; si aspetta di fare

dopo il mezzogiorno un colpo decisivo. —

Le notizie date dal Frigésy erano buone per noi. Ricambiammo le nostre,

d’essere venuti correndo da Nerola, d’esser digiuni e senza viveri.

Il bravo colonnello ordinò tosto al suo aiutante di guidarci verso i

Cappuccini, dov’era il suo quartiere, e di farci dare un pane a testa.

Era bigio, di munizione, e, cosa rara, eccellente. Ma vedete stranezza:

ci era passata la fame; e così, dopo averne sbocconcellato un orlo,

tralasciammo di mangiare, mettendo il nostro pane ad armacollo, chi

con funicelle, chi con fazzoletti, chi con le fasce azzurre, levate di

torno alla vita.

Ai Cappuccini regnava la bella confusione degli accampamenti

improvvisati. Non mancava la nota triste, per un buon numero di

feriti, che erano stati collocati sulla paglia nel refettorio del

convento. I monaci dalle grandi barbe grigie facevano il debito loro

come infermieri e consolatori. Chi sa che cosa pensavano in cuor loro

quei frati? Sui loro volti non si vedeva dipinto che affetto e bontà.

Del resto, non avevano a lodarsi troppo delle schiere pontificie,

donde partiva il fuoco che devastava il convento, mettendo le lor

vite a gran rischio e sforacchiando con le palle da cannone il muro

di cinta della loro villetta. Tra i feriti e tra gl’illesi della

colonna Frigésy noi salutavamo intanto amici parecchi, fratelli d’armi

del ’66, compagni di baldoria o di passeggiata in tutte le città

italiane. Erano ciarle senza fine, discorsi senza capo nè coda, domande

e risposte intrecciate, interrotti, vaganti su tutti gli argomenti

possibili e immaginabili. Tra tante notizie, due sole ci furono acerbe:

il colonnello Mosto e il capitano Uziel erano caduti quella mattina,

feriti quasi ad un punto, nel riuscir che facevano da una vigna sul

piazzale del castello Piombino. Li avevano trasportati al convento di

Santa Maria: il primo con una palla alla noce del piede, il secondo con

una palla nell’addome. Poveri amici!

Il fuoco era cessato, o quasi. Seguiva un momento di sosta,

nell’attacco e nella difesa. In battaglia, si sa, la munizione si

serba volentieri per i momenti decisivi. Garibaldi (lo seppi poi)

approfittava di quell’ora per dar le disposizioni opportune ad impedire

che una colonna di Pontificii uscita da Roma, venisse in soccorso ai

difensori di Monterotondo. L’operazione gli riuscì magnificamente. Nè

altro io ne dirò: queste note son di viaggio, e di carattere personale;

accennano episodii, aneddoti, cose vedute e sentite; non hanno e non

possono avere la pretesa di raccontare una guerra.

Anzi, se permettete.... Ma no, non vorrei farvi perdere lo

spettacolo di quella sera, di quella notte e della mattina che

seguì, indimenticabili tutte. È un quadro, rimasto intiero nella mia

mente, un quadro maraviglioso, strano, a luce rossastra, come certi

finali di azioni coreografiche, dove i fuochi di Bengala confondono e

trasformano, ingrossano a proporzioni fantastiche uomini e cose. Non

ci rinunzio, adunque; racconterò. Ma badate, non è la storia delle

operazioni ch’io faccio; sono i ricordi miei che metto in carta, le mie

sensazioni che esprimo.

Con Garibaldi alle porte di Roma · 第 15 / 25 题