Da Terni a Rieti, e da Rieti a Condigliano. L’_eureka_ dello stomaco.
Le spose Sabine.
I cittadini di Terni non si lagnano della loro cascata, che chiama nel
loro paese tanti illustri e non illustri curiosi. Ma ben si lagnarono
i loro padri, gl’Interamnensi, quando il famoso taglio di M. Curio
Dentato mandò loro quella grazia di Dio, facendo straripare nei loro
campi la Nera.
Si richiamarono un giorno a Roma, e _Roma locuta est_. Il Senato
mandò loro una commissione, cioè, scusate, un console e dieci legati,
perchè sentenziassero. I Reatini, che conoscevano a quanto pare le
commissioni giudicanti, e non volevano saperne di ripigliarsi il
Velino a far palude sul loro altipiano, cercarono un bravo avvocato,
e posero a dirittura la mano sul miglior che ci fosse, Marco Tullio
Cicerone; il quale, non pure li difese strenuamente, ma vinse la lite.
La rinfrescarono gl’Interamnensi sotto Tiberio, facendo credere al
buon popolo Romano che le inondazioni del Tevere venissero nientemeno
che dal Velino, il più turgido, il più peccaminoso de’ suoi affluenti.
Non so che avvocato scegliessero questa volta i Reatini: so invece
dagli Annali di Tacito che il Senato votò l’ordine puro e semplice
del collega Pisone. E so, finalmente che è tempo di lasciar la cascata
delle Marmore, e Terni con lei.
I nostri genovesi erano arrivati in due spedizioni, il giorno 17 e il
18 di ottobre. Niente più ci tratteneva a Terni, neppure il negozio
delle armi, che il Comitato non aveva, che altri non poteva darci, e
che noi, non potevamo aspettarci da Genova.
Questo, intanto, bisognava dire ai nuovi venuti. “Ragazzi, noi non
possiamo armarvi, per le trentasei ragioni d’Arlecchino. Non armandovi,
non possiamo neppure arrogarci il diritto di comandarvi. Noi andiamo
per nostro conto, ed inermi, ai confine pontificio. Volete venire?
Faremo il possibile per condurvi sani e salvi fin là, al mercato delle
busse; quanto al resto, che sarà certamente il meno, spartiremo con
voi.„
Parlare in tal guisa a genovesi (lo dico con legittimo orgoglio di
campanile) è un invitarli a nozze. Tutti applaudirono, e la mattina
del 19, armati di buona volontà fino ai denti, e di duecento razioni di
pan bigio che il Comitato ci aveva regalate, si prese la via di Rieti.
Cinque o sei di noi altri si precedeva la marcia, per andare a vedere
lassù in Rieti che aria tirasse, e se fosse prudente consiglio che gli
uomini nostri entrassero in città.
Da Terni a Rieti una vettura da nolo vi porta per otto lire, se non
forse per meno, come mi affermarono parecchi Reatini. Noi, per due
vetture spendemmo sessantacinque lire; e fecero grazia a portarci.
Questo mi fa ricordare delle quaranta lire che spese un mio illustre
amico per farsi condurre da Genova allo scoglio di Quarto, la famosa
sera del 5 maggio 1860. E notate bontà di cuore: dopo simili prove, noi
stiamo ancora per l’abolizione della pena di morte.
I nostri uomini dovevano fermarsi a mezza strada, presso una
scorciatoia che mette a Condigliano. Fu una buona ispirazione, la
nostra, poichè a Rieti un egregio cittadino, il conte Vicentini,
ci disse per l’appunto di dover trattenere la gente laggiù, e di
farla proseguire per la scorciatoia in discorso, evitando di entrare
in Rieti, dov’erano molti soldati, e sospettosissime le autorità
governative. Dalla scorciatoia di Condigliano assai più brevemente ci
saremmo condotti, per San Giovanni Reatino e per Torricella in Sabina,
al paese di Scandriglia, che era la meta del nostro viaggio.
Il mio buon Ludovico di Pietramellara si sacrificò allora per tutta
la tribù, ritornando indietro dai nostri, per indicar loro la via
che dovevano tenere all’alba del giorno seguente, e per abboccarsi
in Condigliano con un altro buon cittadino, il quale dovesse mandarci
sulla scorciatoia una guida. La gita di Ludovico essendo fissata per la
notte, le ore che ci avanzavano del giorno furono consacrate al pranzo
e ad una passeggiata per le vie di Rieti, città che merita veramente di
esser veduta.
A me piacque moltissimo. Quando c’entrammo, era gaia per un bel raggio
di sole, per un grande viavai di cittadini, per un discreto numero di
testoline bionde e brune che si sporgevano dalle finestre. Aggiungete
che noi pure eravamo lieti, quel giorno. Io, poi, avevo fatto il
viaggio in compagnia dei buoni amici che oramai conoscete, e ad essi ne
avevo aggiunto un altro, raccapezzato da un libraio di Terni; voglio
dire un Orazio, che andammo leggendo e commentando, con Ludovico di
Pietramellara, per quanto fu lunga la strada.
Rieti è città di vecchio stampo italico: le vie non diritte, nè
piane, ma ben selciate e pulite; incomincia dal basso, e va salendo
dolcemente, fino alla cima di un colle, dov’è una gran piazza, anzi
due, con chiese, palazzi, ed insegne di molta antichità. Mi parve
insomma di essere a Genova; di Genova mi parlava la forma delle case,
di Genova il cielo sereno, di Genova quelle brune e bionde testoline
che v’ho già accennate, e che, indovinando dai nostri aspetti e
dalla piccolezza delle nostre valigie lo scopo del nostro viaggio,
ci sorridevano cortesemente dai veroni, o dai margini della strada.
Graziose donne di Rieti! Indossavano quasi tutte dei corsaletti
vermigli. Qui proprio eravamo nel nostro regno. Al vedere come le dame
portassero i nostri colori, intendemmo la gioia delle castellane del
Medio Evo, quando vedevano i loro colori portati dai cavalieri fedeli.
Bella Rieti! e bravo oste di Piazza, che bestemmiavi ad ogni momento,
per ogni più piccola cosa, come un antico suddito del papa, ma che
ci hai fatto desinare, e lautamente, a diciotto baiocchi per testa!
belle per ampiezza e vetustà le camere della locanda, colle loro travi
intagliate, coi letti alti due metri da terra, veri talami classici, ai
quali bisognava dar la scalata! bella infine la giovinetta che vidi dal
mio balcone, e non si spaurì punto della mia presenza, anzi mi volse la
parola con atto onestamente cortese!
— Andate con Garibaldi? — mi chiese ella con voce argentina, mentre io
stavo presso la finestra cavando dalla mia valigetta una rivoltella,
per metterla in ordine.
— Sì, bella bambina: avete qualche commissione da darmi per il vostro
innamorato?
— Non ho innamorato; — rispose; — ho un cugino con Menotti.
Così dicendo, s’era fatta rossa come una brace.
— Ditemi il suo nome, e lo saluterò per voi. E poi, quando saremo
a Roma, — aggiunsi ridendo, — vi manderemo le dispense pel
matrimonio. Penso infatti che si possa esser cugini e innamorati ad un
tempo. —
Questi sono i pochi ricordi che io serbo della mezza giornata trascorsa
a Rieti. Antichità non ho potuto studiarne; d’una statua mozza che
chiamano Il Bamboccio, e che mi colpì veduta di sera, non so dirvi
nulla. So che la città contiene forse diecimila abitanti, sebbene
mostri d’essere stata fatta per molti di più; che _in illo tempore_
si chiamava Reate ed era una delle più ragguardevoli città dei Sabini,
insieme con Amiterno, Testrina, Cure, Nursia, Ereto, Trebula, Suffena,
Mutusca e Nomento. Gran gente, i Sabini! Le loro figliuole hanno fatto
Roma. Popolo singolare! La semplicità del costume di quei montanari
dell’Appennino centrale, diffusi dalle sorgenti del Pescara alle valli
della Nera, dell’Aniene e del Tevere, l’austerità del carattere, ed
ogni maniera di domestiche virtù, li resero mirabilmente adatti a
quel lavoro di tanta mole che fu il _Romanam condere gentem_. Non mi
si venga a dire che Roma, la gran Roma, nascesse da un covo di ladri,
discendenti di Enea. Remolo e Remo saranno benissimo quel che la storia
e la favola vuole; ma chi li allattò fu una lupa, la forte Sabina;
fatti sua mercè grandicelli, a lei chiesero e tolsero quelle donne,
onde aveva a nascere la più forte schiatta del mondo.
Rieti fu dei Romani trecent’anni innanzi l’êra volgare: Annibale passò
sotto le sue mura: diede ella molti volontarii a Scipione Africano, il
Garibaldi di quei tempi; sotto i Longobardi fu aggregata al ducato di
Spoleto; fu corsa dai Saraceni e poi quasi distrutta da Ruggero, re di
Sicilia; resistè a Federigo II; Carlo II d’Angiò vi fu incoronato re
delle due Sicilie da papa Niccolò IV, i cui successori amavano molto
questa città. A modo loro, s’intende; donde avviene che sia molto
più lieta di appartenere al regno d’Italia, ad onta dei suoi mediocri
legislatori e del suo non mediocre sistema di tasse.
Per ultimo ricordo storico vi dirò che Rieti fu l’ultima città veduta
dal vostro umilissimo servo, nella sua gita al confine pontificio. Dove
sono andate tutte quelle belle e cospicue città dei Sabini? Mutusca è
diventata un paesello, Rocca Sinibalda; anzi c’è chi pretende che non
si debba neanche riscontrare colà, ma più sotto, dov’è la solitaria
Osteria nuova. Cure è diventata Corese, una cosa da nulla. Ereto,
distrutta, si mutò in monte Eretino, poscia Monterotondo. Nomento, poi,
s’è rimpiccolito in Mentana. Questi cangiamenti di fortuna s’intendono
facilmente, anche senza andare a scomodare i Goti, i Vandali, ed
altri popoli guastatori. I Sabini erano possenti, ma prima di Romolo;
la prevalenza di Roma doveva soggiogarli o assorbirli; l’una cosa e
l’altra seguirono infatti. Ora, quanto più vi accostate a Roma, le
città degli antichi popoli vanno scemando d’importanza, fino a tanto
che trovate la nuda e insalubre campagna.
Ed ora, addio bella! È l’alba del 20, e dobbiamo rifare un tratto della
via già percorsa, volendo ricondurci all’incontro della scorciatoia
di Condigliano. Due dei nostri amici, il dottor Pastore e Gnecco[1],
coi quali siamo giunti insieme fino a Rieti, tirano innanzi in
carrozza per la strada maestra fino a Scandriglia. Noi, avendo cura
d’anime, li raggiungeremo domani “col grosso dell’esercito„ se i fati
permetteranno.
Carina, quella scorciatoia di Condigliano! D’ora innanzi, in materia di
strade, quando vorrò far presto, mi atterrò alle più lunghe.
Alte otto del mattino eravamo colla nostra gente, che aveva ottimamente
dormito, parte in certi fienili, parte nelle case dei contadini del
luogo. E qui, sebbene piovesse fitto, deliberammo di metterci subito in
marcia per Condigliano, che era, dicevano, distante da noi un’oretta di
strada.
Il Pietramellara, con due compagni, s’era preso l’incarico di fare una
corsa a Terni, per vedere se da Genova fossero venuti altri amici, e
sopra tutto se fossero giunte armi; per le quali, fin dal primo giorno
del nostro arrivo sulle sponde della Nera, avevamo scritto lettere
esortative, supplicative, agli amici di Genova. Una delle due vetture
che ci avevano condotti a Rieti, era ancora laggiù: Ludovico partì con
quella per Terni. Noi a piedi per Condigliano, e i nostri trecento con
noi, allegri come pasque, ad onta della pioggia che li flagellava, ad
onta del fango che li inzaccherava e li faceva dar negli sdruccioli.
Qui proprio incominciò la vita soldatesca. Addio bei letti dai morbidi
guanciali e dalle lenzuola di bucato: addio osti col vino cattivo,
ma vino; addio vetture, fatte per derubarci, ma per liberarci altresì
dalle molestie del camminare. Dopo tutto, che sincera allegria! Come
tutto era dolce, in compagnia di vecchi e provati compagni! come si
andava spediti, colla speranza in avanguardia! e come già si cominciava
a conoscere il pregio d’una fiaschettina d’acquavite che tratto tratto
andavamo sorseggiando, per rifarci dell’acqua piovana!
Giungemmo poco prima delle undici in Condigliano, bel paesello ai
piedi d’una montagna. Pioveva ancora, e i nostri trecento furono lesti
a scantonare di qua e di là, in cerca di “alloggio, buon vino e buon
ristoro„. Quantunque in nessun luogo si vedesse la scritta menzognera,
non dubitate, trovarono tutti da allogarsi. Alcuni contadini,
probabilmente edotti dalla esperienza dei giorni precedenti (poichè
altri drappelli avevano fatta quella medesima strada) si erano elevati
a dignità di ostieri, senza pigliar patente dal governo, e imbandivano
ova al tegame, con cipolle, pan bigio e vinello scellerato, sul far di
quello che io avevo bevuto a Terni, e che doveva perseguitarci per ogni
paese, per ogni casolare, fino a Monterotondo, ove passò la misura.
Quando noi ci affacciammo all’uscio d’una di quelle osterie
improvvisate, tutti i deschi, le panche, gli sgabelli, erano già
occupati. Ce ne rallegrammo, perchè ciò agevolava il nostro ufficio
di vettovagliare trecento uomini in un così piccolo paese e punto
preparato ad accoglierci. L’amico del luogo, a cui recavamo una
commendatizia di Rieti, fu del resto sollecito a mandar pane, vino e
formaggio per quanti ne avessero bisogno. E tutti ne ebbero la parte
loro: noi soli restammo a becco asciutto.
Ma il Bernardini vegliava. Era questi un buon giovinotto di Ravenna, di
quelli che rispondevano “presente„, a tutti gli appelli della patria.
Egli era stato col maggiore Burlando nella guerra del ’66, ed aveva
voluto seguire il suo comandante in quest’altra levata d’insegne.
Ora il Bernardini, stando al seguito del maggiore Burlando, faceva
tutto, pensava a tutto, per modo che non c’era più da far niente, da
pensare a niente. Occorreva il cannocchiale da campo, per ispecolare il
terreno? Si chiamava il Bernardini. C’era da riscontrare una posizione
sulle carte di stato maggiore che avevamo con noi? Il Bernardini le
teneva sempre addosso, ed aveva pronta alle mani quella del luogo
in cui marciavamo. Si chiedeva un tozzo di pan bigio, per chetare i
rimorsi dello stomaco? Il Bernardini ne aveva sempre qualcheduno in
fondo alle tasche del pastrano, e qualche mela per giunta. Mancava un
pizzico di foglia da caricar la pipa ungherese del maggiore, pipa che
correva in giro tra noi come la tazza ospitale d’un vecchio castellano?
Il Bernardini sapeva sempre dove pescare quel pizzico di foglia. I
cavalli, quando incominciammo a possederne, li aveva egli in custodia,
ed egli ce li faceva trovare insellati quando bisognasse. Insomma, era
la provvidenza di noi due, ed anche un pochino di tutti gli altri che
si accostavano a noi.
Anche a Condigliano il Bernardini vegliava. Fu lui che ci guidò verso
una casupola fuori mano, la cui rustica apparenza non era stata tale da
chiamar gente. Lasciatici al basso, salì una scala esterna di pietra,
infilò un uscio affumicato e stette forse due minuti a parlamento;
quindi uscì fuori sul pianerottolo, per gridarci con accento festevole:
vengano, vengano, ho trovato.
Il suo _eureka_ fu più gradito di quello d’Archimede, e fummo in un
batter d’occhio lassù, dove ci accolsero con lieti ed onesti modi due
giovani contadine.
— Non c’è niente; — disse il Berbardini; — ma c’è una cucina, un
paiuolo, delle cazzaruole, dei polli, delle cipolle, del pane...
— Ah! e voi dite che non c’è niente? Mi pare che con tutti questi
ingredienti ci sia da pranzare _in Apolline_.
— Sì, ma il vino?... dei sedani per l’insalata?... Basta, troverò io
tutto quello che manca, se queste due sposine mi aiutano. —
Le sposine non se lo fecero dire due volte. Col denaro —che mettemmo
fuori, andarono a trovar vino, uova e formaggio. Il Bernardini,
frattanto, aveva messo mano ai polli. Un’ora dopo, ci sedevamo in
cinque o sei ad una tavola zoppa, ma colla sua tovaglia pulita, di
ruvida tela di canapa, su cui era imbandito un pranzetto giocondato
dall’amicizia e fatto più gustoso dalla salsa spartana che tutti
conoscono, e che si chiama appetito.
Ricorderò sempre con affetto le due contadine di Condigliano. I lor
volti, non molto belli, abbrustolati dal sole, risplendono ancora ai
miei occhi per un’aria di soave bontà che teneva luogo di bellezza.
Erano poi di così gaio umore! I nostri quieti diportamenti in casa loro
fecero si che esse sciogliessero la lingua ad un cinguettìo, il quale
non ebbe fine che colla nostra partenza.
La più giovane di esse aveva nome Barbara. Vi ho già detto che son
tutte barbare, queste Sabine. Era sposa da un anno, e portava ancora
la sua collana d’oro a cinque o sei file, orecchini, anelli ed altri
gingilli.
Mentre eravamo a tavola, giunsero i mariti, due robusti contadini, che
tornavano dai campi col loro sargone addosso. Il sargone è una camicia
di ruvida tela, che scende fino al ginocchio. I campagnuoli di laggiù
la portano sulle altre vesti, non so se per ammorzare il caldo dei
raggi solari, o per non insudiciarsi la giacca e il panciotto.
Quei due bravi Sabini, dopo essersi fatti pregare e ripregare,
sedettero con noi e assaggiarono del nostro desinare, anzi dei rilievi,
poichè noi già eravamo alle frutte. Così giunsero le due dopo il
meriggio, e bisognò pensare alla partenza.
— Dove andate? — ci chiese Barbara.
— A prendere la benedizione del Papa; — risposi io.
— No, — ribattè ella, ridendo, — tu vai a prendergli Roma.
— E te ne spiacerebbe, se così fosse?
— A me? perchè dovrebbe spiacermi? Saremmo tutti uniti.
— Barbara, bocca d’oro! — gridò il Bernardini, che da due giorni
sperava di far tutta d’un fiato la strada del Campidoglio.
— Che vi credevate? — saltò su a dire il marito. — Che Barbara non
fosse italiana? Qui siamo tutti per Garibaldi.
— Ottimamente, se è così, — ripresi io, — perchè allora tu
c’impresterai i due cavalli che ho veduto giù nella stalla. Ci
serviranno per andare fino a Torricella. — Perchè no? Ma chi me li
rimanda a casa? — domandò egli, con un astuto sorriso che preparava un
rifiuto.
— Bravo! tu stesso, che verrai ad accompagnarci; e noi ti caricheremo
d’oro. —
La frase era degna dell’Achillini; ma io, che avevo adocchiate le
due rozze e che amavo di viaggiar meno male che potessi, intendevo di
fargli capire che non si sarebbe lesinato sul prezzo.
Egli stette un momento sovra pensiero; guardò noi, quasi per leggerci
negli occhi se eravamo o no galantuomini; poi guardò Barbara, che meno
dubitosa di lui (già le donne valgono assai più degli uomini) gli disse
con accento sicuro:
— Va; questi figliuoli son buoni. —
Mezz’ora dopo eravamo in marcia alla volta di Torricella, per quella
orrida e pantanosa scorciatoia che v’ho detto, nella quale molti dei
nostri amici lasciarono a dirittura le loro cittadinesche calzature. Il
maggiore e io eravamo a cavallo; ma da buoni amici scendemmo più volte
di sella, per mandar su qualche inzaccherato collega.
Come a Dio piacque, si uscì da quella gora fangosa: ma sulla via
provinciale ci aspettava una pioggia fitta fitta, che ci accompagnò
fino a San Giovanni Reatino. Colà fu necessario far sosta, poichè il
cielo si metteva a burrasca, e la gente non si poteva più reggere in
piedi, inzuppata com’era e flagellata da un vero diluvio.