VII.

La bella gigantessa. Fermate ed ansie di Torricella. Giungono i fucili

e passa Garibaldi.

I terrazzani di San Giovanni Reatino stavano al riparo sotto le basse

volte dei rustici portoni, o nel vano delle finestre, a guardare con

aria tra curiosa e pietosa la nostra marcia, o, per dir meglio, la

nostra navigazione.

Noi, sulle prime, non pensavamo affatto a fermarci. La guida di

Condigliano ci aveva detto che a Torricella si poteva giungere quella

medesima sera; e noi, anche a risico d’immollarci fino al midollo delle

ossa, volevamo guadagnar terreno. Non erano della stessa opinione i

cavalli; i quali, tra per l’acquazzone che li colpiva di fronte e per

aver fiutato il soave odor di fieno, s’impuntavano in mezzo alla strada

e sparavano calci ad ogni stratta, ad ogni colpo di tacchi, che noi

davamo con molta costanza nei fianchi a quei ribelli cornipedi.

Povere bestie, dopo tutto! parevano dirci con quella mimica: “Per chi

ci avete voi presi? Sta bene a voi di andare in perdizione, se vi pare;

ma alle bestie non si deve chiedere più di quello che possono dare. Ed

anche a voi, per l’anima di Chirone, uomo e cavallo, dovrebbe piacere

una bracciata di fieno nella mangiatoia e un po’ di paglia per riposare

al coperto. Fermiamoci, via, non sarà poi un gran male.„

Intendemmo il ragionamento dei due cavalli; udimmo le voci dei

terrazzani, che ci gridavano d’ogni banda: “fermatevi qui, giovinotti„

e deliberammo di contentar gli uni e gli altri, non senza aver chiesto

da prima se in quel paesello ci fosse un luogo da ricoverare i nostri

compagni. — Sì, c’è il luogo, e paglia in abbondanza; — risposero.

— Bene, pernotteremo a San Giovanni Reatino; venga il sindaco,

o l’assessore anziano, e provveda a queste poche cose che ci

bisognano. —

Il ragguardevole personaggio che noi chiedevamo fu pronto a capitare,

ed allogò la nostra gente in una chiesuola, con quanta paglia

occorreva. Ma già s’indovina che pochi rimanessero colà. Dieci minuti

dopo aver posto il piede nell’alloggiamento comune, la più parte

se n’erano trovato un altro alla spartita, nelle case di quei buoni

contadini; e la stipa crepitava in tutti i focolari, sotto a tutti

i paiuoli, a tutte le padelle, a tutte le cazzaruole di San Giovanni

Reatino.

Quanto a noi, finito di pensare agli altri, ce n’eravamo andati in una

osteria che il Bernardini aveva adocchiata fin da principio, e dove

già stava preparando la cena. Quell’osteria mi è rimasta in mente a

cagione della fantesca, stupenda per bellezza colossale di forme, che

la facevano parere una statua, anzi che una donna di carne e d’ossa.

Costei se ne stava ritta sull’uscio, appoggiata allo stipite, cogli

occhi volti all’orizzonte; e pareva non voler dare ascolto alle cose

gentili che le andava bisbigliando all’altezza dell’omero un cosettino

tant’alto, mingherlino e scialbo, vera figura di Momo accanto a

Giunone.

Seppi più tardi da Barbara (si chiamava Barbara anche lei) che quello

era il suo damo, o, per dir più esatto, il pretendente alla sua mano. E

mi parve uomo di buon gusto, quel cosettino tant’alto; ma pensando ora

al caso suo, non posso lodare egualmente il suo senno. Barbara era una

gigantessa, al paragone di lui: s’egli ha ottenuta la sua mano, badi

a non sentirsela addosso. Guai al poveraccio, se Barbara un giorno va

in collera! guai se lo ama troppo fortemente! perchè in ognuno dei due

casi, egli è un uomo spacciato. Nel primo, me ne fa una frittata; nel

secondo, un lucignolo.

Dopo tutto, auguro alla coppia diseguale ogni bene: desidero che pel

miglioramento della specie in San Giovanni Reatino, i figli di questo

imeneo riescano una spanna più alti del padre, una spanna più bassi

della madre.

Questa coppia d’innamorati e una coppia di bottiglie che ci mandò il

parroco del luogo, cortese antidoto all’orribil mistura che ci voleva

far trangugiare l’ostessa, sono i ricordi più notevoli della nostra

fermata a San Giovanni. A noi premeva di andarcene; e poichè nella

notte il cielo s’era fatto sereno, deliberammo di rimetterci in cammino

per tempo.

Non tutti ci seguirono. I nostri compagni, non essendo ancora

militarmente ordinati, amavano far le cose a bell’agio. La mattina del

21, alla levata del sole, dormivano ancora della grossa. Tanto meglio;

avremmo potuto giunger primi a Torricella, per preparar loro alloggi e

panatiche.

La strada che conduce da San Giovanni Reatino a Torricella è la più

solitaria, la più triste che io abbia veduta mai. Si passa in mezzo a

un doppio ordine di colline senz’alberi, lungo il letto di un torrente,

del quale non ricordo più il nome. Non una casa, non un tugurio, nè

da vicino nè da lontano; solo qua e là, tra i giuncheti del rigagnolo

asciutto, si scorge un branco di pecore che va pascolando, o uno

smilzo puledro che trascina malinconicamente la sua cavezza di poggio

in poggio, e addenta svogliatamente di tratto in tratto qualche fil

d’erba, forse pensando con desiderio giovanile alla biada, che gli fa

vedere troppo di rado il rustico padrone.

Poco prima di Torricella vedemmo finalmente un po’ di alberatura, che

ci rallegrò lo sguardo come una non più sperata novità. Qui, preso

lingua dal primo contadino in cui ci fossimo imbattuti dopo tanto

camminar nel deserto, lasciammo la strada maestra, salendo per una

viottola a diritta; e dietro una bella collina, il cui dorso ce l’aveva

fino a quel punto nascosta, salutammo la meta del nostro viaggio di

quel giorno, Torricella in Sabina.

Torricella _in Sabin_a! Questa giunta al nome serve a distinguere il

paesello da cinque altre Torricelle sparse nell’alta e nella bassa

Italia; gli abitanti, del resto, non tralasciano mai di ricordarla,

tenendosi molto, e giustamente, della loro stirpe sabina.

Sono ottima gente, cortesi senza fronzoli e ospitali con tanto di

cuore, come i loro antichissimi padri. Ricorderò sempre con gratitudine

il sindaco e il segretario comunale, che erano due fratelli, Enrico

e Domenico Pitorri. Si ricorderanno essi, con pari tenerezza, di noi?

Se debbo dir tutto, mi pare che quei due ragguardevoli cittadini non

vedessero di buon occhio il nostro viaggio e l’avessero anzi per una

mattìa da rompicolli. I nostri ospiti (poichè in casa loro ebbi la più

lieta accoglienza) non potevano capacitarsi del come noi si sperasse

di far opera gagliarda senza l’aiuto del governo. Inutile riferir

qui le risposte nostre e le repliche loro. Essi liberali temperati,

noi avanzati, rappresentavamo due forze allora necessarie; e guai se

una fosse mancata, guai se l’una o l’altra avesse soverchiato; addio

equilibrio che ci ha tenuti in piedi; addio cospirazione di venti, e di

eventi, che ci ha condotti in porto. Le ragioni che potevamo scambiarci

allora, tre anni prima del 1870, che effetto farebbero ora? Io qui

scrivo ricordi, del resto, e non fo smercio di alta politica.

Torricella è un gaio paese, fatto d’una strada sola come tutti i

piccoli paesi, bello o brutto secondo i gusti e gli umori, con antichi

edifizi anneriti dal tempo e ridotti ad apparenza di catapecchie,

con catapecchie moderne che in grazia dell’intonaco la pretendono a

palazzine; pittoresco, insomma, come tutto ciò che è svariato di forme

e ben temperato di tinte.

Mi duole di non sapervi raccontare la sua storia, non avendo avuto

tempo a chiederne, e non possedendo libri che ne parlino: me ne duole,

ripeto, perchè a Torricella ho notato un antico castello, severamente

murato verso il basso della borgata, quasi a custodia della strada

contro la gente che veniva dalla parte di Roma; il quale ha certamente

veduto assai cose. Ed io non l’ho interrogato, non mi son fatto dir

nulla.

Che volete? Avevo tanti altri pensieri m mente, e tutti più urgenti.

Eravamo finalmente vicini a quel sospirato confine. In una sola marcia

potevamo giungere a Scandriglia: ancora quattro passi di là, e si era

sul territorio a noi conteso dalle pretensioni temporali di san Pietro,

o dei suoi successori. Sul primo lembo di quel territorio avremmo

ritrovato Menotti Garibaldi colla sua prima colonna di animosi giovani,

e il Mosto, e l’Uziel, ed altri amici partiti da Genova due giorni

prima di noi.

Questa era la bella apparenza delle cose: ma la sostanza?... Come

saremmo arrivati? Eravamo noi certi della via? e potevamo noi cercarla

a tentoni, con trecento uomini disarmati sulla coscienza? Notate che

degli insorti e dei fatti loro non avevamo da tre giorni alcuna notizia

sicura; che le scarse ed incerte voci da noi raccolte lungo la strada

recavano essersi Menotti allontanato da Montelibretti per andare alla

volta di Percile. Quella marcia, se pure doveva credersi vera, che cosa

significava? a che cosa accennava? allo scopo di avvicinarsi alle bande

che dovevano giungere dagli Abruzzi, o ad uno stratagemma per ingannare

il nemico? E che cosa dovevamo noi fare? in che modo diportarci, per

raggiungere il giovane e valoroso generale? Così senz’armi, non c’era

che un modo; non oltrepassare, ma rasentare il confine, da Scandriglia

a Canemorto (un nome — — — — — cambiato poi in quello di Orvinio)

e così, errando per monti e per valli, indovinare il luogo e il momento

opportuno per farci innanzi.

Ora, se questo era l’unico disegno a cui si potesse metter mano,

immagini il lettore come fossero lieti i nostri pensieri. Intanto i

nostri compagni chiedevano armi; le chiedevano ogni momento a noi,

quasi che noi potessimo cavarcele dalla testa come Giove si cavò

Minerva coll’asta in pugno e lo scudo imbracciato, o dal nulla con un

_fiat_, come Domineddio il cielo e la terra.

I buoni abitanti di Torricella, mossi a pietà del nostro stato, si

auguravano di aver armi quante ne occorrevano per noi; frattanto, a

testimonianza di buona volontà, ci offrivano quattordici fucili, cinque

dei quali erano stati caricati due o tre anni innanzi, ma non avevano

più i cappellozzi. Comunque fosse, accettammo il presente, che in

quelle circostanze ci parve la man di Dio; ma non ardivamo farne parola

ai nostri uomini, temendo che si mettessero a ridere di quella miseria.

Si sperava ancora che il Pietramellara giungesse da Terni, con armi e

munizioni. Ma quali armi, e quali munizioni? Non ne sapevamo niente, ma

speravamo; speravamo come il naufrago nell’isola deserta, che attende

un naviglio, il quale lo scorga lui da lontano, proprio lui, e si

accosti alla riva per prenderlo a bordo; come un povero diavolo che

per pagare una cambiale vicina alla scadenza, aspetta le centomila lire

della lotteria di Milano.

Questa volta la speranza mostrò di non meritare gli epiteti poco

amorevoli onde l’ha gratificata l’illustre autore dell’_Assedio

di Firenze_. Infatti, nella medesima sera, e in quella che stavamo

seduti a tavolino, colla carta del confine spiegata davanti a noi,

e mestamente sorseggiando una tazza di caffè, parecchi dei nostri

salirono affannati le scale, gridando: “le armi! son giunte le armi.„

Il grido “terra, terra„ levato dalla gabbia dell’albero di maestra

della _Pinta_, non fece, io penso, tanto piacere a Cristoforo Colombo,

quanto a noi quello dei nostri compagni: “le armi! son giunte le armi.„

Scendemmo a precipizio in istrada e trovammo per l’appunto due carri

che si fermavano allora davanti all’uscio, accompagnati da cinque o sei

dei nostri amici, da noi lasciati in vedetta a Terni, perchè nessuno

avesse a beccarsi il sospirato soccorso, caso mai ci fosse stato

spedito da Genova. Ludovico di Pietramellara era il duce; con lui era

un nuovo venuto, genovese, Lorenzo Manari.

Dati pochissimi istanti agli abbracci e alle strette di mano, chiedemmo

che cosa ci fosse nei carri.

— Trecento fucili; — risposero gli amici; — un po’ di cartucce, qualche

coperta di lana e alcune paia di scarpe. —

Come aveva potuto venire quella grazia di Dio? come piovere a noi

quella manna dal cielo? Le nostre prime lettere agli amici di Genova

non erano state scritte invano. Giovanni Fontana, Alessandro Piatti e

gli altri egregi colleghi del comitato genovese si erano affrettati

a comprare quanti fucili avevano potuto trovare in città, e ce li

avevano spediti, incaricando dell’accompagnamento il capitano Manari,

che veniva egli pure al confine. Giunto a Terni colla preziosissima

merce, Lorenzo Manari aveva trovato il vigile Pietramellara; ambedue

capitavano il giorno appresso a Torricella, non senza aver prima

ottenuto dal comitato di Terni le munizioni occorrenti e quel po’ di

roba che c’era nei magazzini.

Il Manari portava inoltre una lettera, da Firenze, che lo nominava

intendente dei volontari per tutta la riva sinistra del Tevere.

Pensate la nostra allegrezza. Oramai si poteva metter mano a formare

un battaglione e allestirci per l’andata al confine. Tosto si deliberò

che la mattina vegnente si spartissero gli uomini in tre compagnie:

frattanto, poichè si diceva in paese essere il confine gelosamente

custodito da forte nerbo di soldati, il Pietramellara sarebbe andato

nella notte a Scandriglia, per pigliar lingua, e ritornar sollecito a

noi con le notizie opportune.

L’amico accettò volentieri l’incarico e partì. Noi, chiuse le armi e

le munizioni in casa, e poste le sentinelle a custodia, ce ne andammo

a letto. Era l’ultima notte che dovevamo dormire tra le lenzuola, e

bisognava approfittarne.

Ma ohimè! era scritto lassù che quelle poche ore di quiete ci fossero

turbate, amareggiate da una triste notizia. Morfeo scuoteva ancora

mollemente sulle nostre fronti i papaveri del primo sonno, allorquando

verso le due dopo la mezzanotte, una delle nostre sentinelle venne a

destarci, conducendo nella camera un contadino arrivato da Scandriglia

con un biglietto per noi.

Lo leggemmo alla fioca luce d’una candela di sego, coi gomiti appuntati

ai guanciali. Era il Pietramellara che ci mandava pochi versi a matita,

mezz’ora dopo esser giunto a Scandriglia.

— Perdio! — esclamò il maggiore Burlando, dopo che ebbe guardato lo

scritto, e nell’atto di passarlo a me.

Lessi anch’io, ma mi parve di aver letto male. Mi stropicciai gli occhi

e lessi da capo, quindi tornai a leggere ancora. Erano cattive notizie.

Gl’insorti, per difetto di munizioni e di viveri, non potevano tener

la campagna. Però, sperando di rifornirsi, erano venuti al confine; ma

non potendo raccogliersi dentro Scandriglia, dov’era già a quartiere

un buon numero di soldati regolari, avevano dovuto sparpagliarsi in

piccoli drappelli nelle vicinanze del paese; non così lontani tuttavia

gli uni dagli altri, che non si potesse in breve ora adunarli.

L’annunzio ci riuscì doloroso oltre ogni credere. Ecco, dicevamo tra

noi, ora che abbiamo le armi, non possiamo andare più avanti. Arrivati

a stento fin qua, dovremo starcene con le mani in mano?

Per quella notte non fu più il caso di dormire, Ludovico prometteva

di essere il giorno appresso da noi: intanto ci mandava l’ordine di

Menotti, che era quello di rimanere a Torricella, paese fuori mano, in

attesa di nuove istruzioni.

La mattina del 23 fu malinconica assai; tanto più malinconica perchè

dovevamo sforzarci di nascondere la nostra tristezza ai compagni e dar

buone parole a quanti ci domandavano l’ora della partenza. Per tenerli

a bada, cadeva in taglio la formazione delle compagnie. Il maggiore

assegnò a ciascheduna i suoi uffiziali, nominò i sergenti, che dovevano

formare a lor volta le squadre; bisogna che occupò fortunatamente una

parte della mattinata. Era tanto di guadagnato.

Mentre i sergenti davano opera alla formazione delle squadre, noi ce

n’eravamo andati poco discosto dall’abitato, verso la strada maestra,

a salutare la quercia di Garibaldi. Così chiamano a Torricella una

quercia, sotto la quale, nel 1849, il gran capitano si era riposato

alcuni minuti, passando da quelle parti, dopo la eroica difesa di

Roma. Quella quercia è sacra pei buoni abitanti di Torricella; e se

ne tengono, come altri luoghi farebbero d’un monumento della passata

grandezza, e l’additano con venerazione a quanti forestieri passano di

là.

Ed hanno ragione. Il rispetto per ogni cosa che rammenti i grandi

cittadini è una bella maniera di gratitudine, e in pari tempo un

incitamento, un esempio. Noi, stirpe tralignata dal buon seme latino,

se siamo ancora venuti a capo di cosa alcuna che porti il pregio

d’essere raccontata ai futuri, dobbiamo darne merito alla virtù dei

ricordi che hanno nutrita la nostra giovinezza.

In quella che noi andavamo, e la storica quercia ci conduceva col

pensiero desideroso alla Caprera, dove il gran capitano certamente

si doleva della ignavia italiana, ecco, si ode sulla strada maestra,

che corre poco più sopra di noi, il rumore di una carrozza che passa

veloce, e poco stante molte voci di nostri compagni, che ci avevano

preceduti, gridano festosamente: “Garibaldi! Garibaldi!„

— Che è, che non è? — Garibaldi! è passato Garibaldi. — Ma come? — Or

ora, in carrozza; era con Stefano Canzio; ci ha salutati; va diritto a

Scandriglia. —

Non mi proverò a descrivere il tumulto dei miei pensieri, all’udir

quelle nuove. Anche volendo, non saprei. So benissimo che c’era

maraviglia e stupore, contento ed ebbrezza, e quasi mi pareva

d’impazzire. E mi sovvenne ancora delle cattive notizie ricevute da

noi nella notte.... Come tutto era di punto in bianco mutato! Ed era un

uomo solo, che operava il miracolo.

Raccapezzatomi un tratto da quello stordimento, immaginai le cose che

dovevano essere occorse nelle acque della Caprera. Stefano Canzio era

venuto a capo del suo disegno: il Generale aveva delusa la custodia

delle navi da guerra e aveva toccata la terraferma. Questo s’intendeva:

ma come, giunto a Genova, o a Livorno, od altrove, aveva egli potuto

proseguire la via? Certo, era passato per Firenze; ma che cosa era

avvenuto colà? Caduto il ministero? o il governo aveva fatto di

necessità virtù?

Tutte queste domande, ed altre consimili, mi giravano per la testa,

si urtavano, si arruffavano, si confondevano, senza trovar punto

risposta. A me e agli amici che erano nel caso mio avveniva allora quel

che avviene certe volte a chi beve un primo sorso dopo lunga penuria

d’acqua, che il bere gli accresce la sete.

Ma bisognò appender la voglia all’arpione, ovvero, poichè non c’era

un arpione, ai rami della quercia, sotto cui stavamo ad almanaccare.

Alle corte, l’essenziale era noto: Garibaldi era giunto; andava a

Scandriglia; e certo, dov’era lui, si passava il confine.

Con Garibaldi alle porte di Roma · 第 13 / 25 题