Trecento uomini sulle braccia. La cascata delle Marmore. Poesia d’un
viaggiatore e prosa d’un cicerone.
Mentre io spendevo il mio tempo in queste note statistiche, storiche e
demografiche, il mio amico Burlando s’industriava più utilmente intorno
al modo di partire da Terni. Il modo era trovato; ma bisognava aspettar
due amici, Elia Schiaffino e Liberio Rombo, che, partiti dopo di noi da
Genova, erano certamente in cammino per venirci a raggiungere.
— A domani, dunque; — disse il maggiore; — intanto che li aspettiamo,
prenderemo lingua, vedremo da che parte sono andati gli altri genovesi,
arrivati a Terni prima di noi.
Questi amici erano il maggior Mosto, i capitani Uziel, Cattaneo,
Adamini, ed altri parecchi. Giunti a Terni due giorni prima, erano
partiti da ventiquattr’ore per Rieti, conducendo un centinaio
d’uomini, che il comitato di Terni aveva armati con vecchi fucili della
benemerita guardia nazionale; fortuna questa che non potevamo sperare
per noi, essendo il comitato rimasto all’asciutto.
La stessa mattina che noi eravamo scesi a Terni, altri drappelli di
gente ragunaticcia partivano, sulle orme del drappello di Antonio
Mosto, e noi avevamo ancora potuto vederli; male in arnese, senz’armi,
senza un segno militare, nè berretto, nè camicia rossa, e quel che è
peggio, senza conoscersi l’un l’altro, ufficiali e soldati. Questo è
doloroso a raccontare: ma è storia, e non si muta. Giungeva a Terni un
capitano, un maggiore, un colonnello? Qualche ufficiale trovato colà,
o condotto in sua compagnia, gli veniva in taglio per dire: lo stato
maggiore della colonna è composto, i quadri ci sono, non mancano più
che i soldati. E i soldati giungevano; giungevano a centinaia da tutte
le città dell’Umbria, delle Marche, della Toscana; gente d’ogni ceto,
nuovi alla vita militare, la maggior parte tirati assai più da vaghezza
di novità, che da un concetto profondo e dalla coscienza del dovere.
Costoro, non scelti, non bene assortiti da esperti concittadini,
non guidati da uomini di casa loro, che li conoscessero o potessero
comandarli utilmente, calavano a Terni, dove anche prima di uscire
dalla stazione trovavano il rappresentante del capitano X, del maggiore
Y, del colonnello Z, che si affrettava a scriverli nel suo taccuino,
— Ragazzi, volete venire? — Si parte subito? — Sì, questa sera si va a
Rieti, a Scandriglia, al confine. — Andiamo; chi ci comanda? — Il
tal di tale. — Benissimo, evviva il comandante. —
In questo modo si componevano le falangi, che dovevano andare a
Roma. Io non accuso nessuno, perchè nessuno ne ha colpa. I comitati
locali credevano che al confine ci fossero uomini, i quali sapessero
scegliere, ordinare, condurre: i capitani che erano al confine
credevano che i comitati avessero spediti i migliori. In tutti era
una gran voglia di far presto, di partire, di giungere al fuoco. E
si faceva presto, si partiva, si giungeva: ma come, Dio santo, e con
che gente? Chiunque è stato a Terni in quei giorni, ed ha passato il
confine, risponda per me.
Queste cose io vidi fin dal primo giorno, e dissi agli amici: non è
così che si potrà andare a Roma. Avevo torto e ragione ad un tempo;
torto, perchè tra i seimila che varcarono il confine c’erano duemila
valorosi, degni soldati di Garibaldi; ragione, perchè i quattromila
grami, cianciatori superbi dopo la vittoria di Monterotondo, lasciarono
sempre soli alle busse i duemila, e parte al ritorno da Casal de’
Pazzi, parte a Mentana, fecero quello che io forse racconterò,
arrossendo, più tardi.
Parecchi ufficiali, nostri antichi commilitoni delle guerre passate, ci
chiedevano: e voi? non fate un battaglione?
— No, — rispondeva il maggiore, — noi ce ne andiamo per nostro conto.
Sciolti d’ogni vincolo, d’ogni malleveria, passeremo più facilmente e
più allegramente il confine. —
Facevamo i conti senza l’oste, come ora si vedrà. Intanto, la partenza
degli altri, mentre noi aspettavamo i due amici da Genova, ci serviva
di lume, di guida, per la partenza nostra. I drappelli si avviavano
a Rieti; prima di giungerci prendevano una scorciatoia, quella di
Condigliano, che li conduceva a San Giovanni Reatino, donde muovevano
per Torricella in Sabina; e di là, scesi nella vallata, risaliti i
monti, ridiscesi da capo, sempre per orride strade, toccavano la meta
desiderata, il confine pontificio.
Di quelle strade io ne conobbi parecchie, ardue, mal note, tali da
farmi intendere come si potesse facilmente ingannare la vigilanza più
assidua, più diligente, più accorta. Un reggimento di truppa regolare,
comunque abilmente diviso, non può fermare lassù una banda d’uomini,
la quale non oltrepassi i cent’uomini, ed abbia guide volenterose a
condurla.
Ma perchè, dimanderete, perchè si partiva così alla lesta, senza
ordinamento, per calare al confine senz’armi, o quasi? La ragione
c’era, e calzante. Le notizie dei combattenti, sebbene gloriose,
non erano allegre. Menotti, da molti giorni, teneva onoratamente al
campo; ma perchè egli era più sotto al nemico di tutte le altre bande
entrate sul territorio pontificio dai confini toscani e napoletani,
era anche più facilmente assalito da uomini freschi e quotidianamente
vettovagliati. Ciò lo costringeva a continue marce e contromarce,
a frequenti scaramucce, che consumavano le sue scarse munizioni; e
l’intemperie, il difetto di equipaggiamento, l’assoluta mancanza di
giberne, da riporvi e da conservar le cartucce in buono stato, facevano
il resto. Oltre di che, il dormire all’aperto, colle brine costanti,
colla pioggia che spesso cadeva a catinelle, il mangiar malissimo
e non tutti i giorni, l’aver male coperte le membra, e quasi nudi i
piedi, riducevano quei primi drappelli in una tristissima condizione.
Occorreva andarli a raggiungere, a rafforzare, e sopra tutto a prendere
il posto dei caduti. Armi ne avevano poche, ma sicuramente più di noi,
che non avremmo trovato un fucile, pagandolo a peso d’oro. Perciò, con
quelle poche munizioni che il comitato di Terni era andato razzolando
presso i comuni del vicinato, e con qualche fucile rugginoso delle
loro guardie nazionali, i nuovi drappelli s’incamminavano, cantando
l’“Addio, mia bella, addio„ alla volta dei monti di Toffia.
Monti di Toffia, vi ho in pratica. Dodici ore di marcia, e quasi tutta
notturna, su per le vostre forre, in mezzo alle vostre nebbie, con
un piede su sdruccioli sassi e l’altro nel vuoto delle vostre frane,
mi faranno ricordare di voi fino a tanto ch’io viva. E non senza
allegrezza, perbacco! L’uomo è fatto così: soffre e maledice; poi gode
al ricordo di ciò che ha sofferto e maledetto. Del resto, una metà
della vita non è forse tessuta di ricordanze? L’altra metà, come tutti
sanno, è tessuta di desiderii.
Torniamo al racconto. Aspettavamo i due amici da Genova. Gli amici
giunsero infatti, trentasei ore dopo di noi. Ma credete che si potesse
partire? Niente affatto. Insieme con la lor grata presenza, gli amici
recavano l’annunzio che a Genova si era messo insieme un drappello di
circa trecento; che quel giorno medesimo doveva essere in viaggio,
e che gli amici di Genova raccomandavano a noi quella spedizione
d’uomini, affinchè trovasse modo di passare il confine.
La nostra maraviglia.... dico male, il nostro stupore fu grande,
all’udire quella novità. O come, chiesi io, trecento volontarii
possono esser partiti da Genova, da quella Genova dove cinque giorni
fa si spiavano i passi d’ognuno di noi, si tenevano d’occhio le
strade ferrate, si frugavano i vapori, perchè nessuno riuscisse a
sgattoiarsela per Firenze?
Pure, la cosa era così, come i due nuovi venuti annunziavano. E dopo di
loro giungeva una lettera di Genova, che per l’appunto ci dava notizie
della spedizione. Sapemmo allora che un giorno dopo la nostra partenza,
per l’incalzar degli eventi era cresciuto a dismisura l’entusiasmo
dei cittadini; si voleva da tutti che il governo smettesse di fare il
gendarme, si voltasse in quella vece a più virili propositi, e intanto
lasciasse andare chi voleva andare. Per mandare i fatti compagni alle
parole, gli amici nostri avevano cominciato ad inscrivere tutti coloro
che desideravano di correre al confine. Via Luccoli, dove aveva sede
il comitato, era gremita di gente; al prefetto, nella confusione, erano
caduti gli occhiali, e il degno gentiluomo non aveva veduto più nulla.
Questo era su per giù quanto i cittadini volevano da lui; chiudesse un
occhio, anzi, per colmo di cortesia, tutt’e due.
Queste ci parevano liete notizie per il paese; non già per noi, che
dovevamo restarcene ancora due o tre giorni nell’ansia dell’attendere
e nella difficoltà dell’ordinare tanti nuovi compagni. E inermi, poi!
Basta, si sarebbe fatto come gli ultimi drappelli, andati sulle orme
del Mosto; senz’armi, e ricevendo la promessa dal comitato di Terni,
che ce le avrebbe mandate, come a quelli altri, a mala pena ne avesse.
Or dunque, addio libertà di correre all’impazzata, secondo il nostro
talento! addio sognato viaggio notturno di re Manfredi alla volta di
Lucera, col gaudio delle cose nuove che ci aspettavano, col rammarico
delle dolci cose che avevamo lasciate, mistura di lieti e tristi
pensieri, dond’esce e si spande una così larga vena di poesia! Armi,
cartucce, vettovaglie, rattoppature di scarpe, ruolini di compagnia,
situazioni giornaliere, questa sarebbe stata dunque la nostra poesia
dei giorni seguenti!
Accenno qui il mio primo e involontario movimento di dispetto: ma mi
piace di soggiungere che il giorno dopo, quando i nostri concittadini
arrivarono, ebbi gran gioia di vederli, anzi di rivederli, perchè la
più parte erano noti e cari commilitoni d’altre campagne. Più tardi,
quando li vidi all’opera, e ne udii le lodi dalle labbra del più
grande capitano d’Italia, su quel colmo di collina verdeggiante che
corre dall’osteria della Cecchina al Casale de’ Pazzi (così ha nome
il Monte Sacro nella topografia moderna) mentre le palle fischiavano e
miagolavano spesse intorno a Lui sorridente bersaglio alle carabine dei
mercenarii d’Antibo, mi tenni superbo di appartenere a quella eletta e
popolana schiera genovese.
— Verranno dunque domani; — diss’io. — Ogni pensiero si rimetta a
domani.
— _Cras ingens iterabintus æquor;_ — soggiunse il Pietramellara, che
non dimenticava in nessuna occasione le sentenze di Orazio.
— E allora, — ripigliai, — _nunc vino pellite curas_. Ma non
dovrebb’esser vino del nostro albergatore. —
Questo dialoghetto erudito finì col proposito deliberato di andarcene a
pranzo.
La mattina vegnente (perchè io non istarò a raccontarvi minutamente
tutti i nonnulla di una sera passata a zonzo per le strade di Terni)
prendemmo una vettura da nolo, capace di sei persone, senza contare una
settima che poteva stare a cassetta col vetturino, e ce ne andammo a
visitare la cascata delle Marmore, una delle sette meraviglie d’Europa.
Era il 17 di ottobre; giornata bellissima; cielo limpido, di zaffiro;
aria tiepida, come di primavera. La via, piana per un bel tratto fuori
delle mura, dove passa il fiume Nera, s’innalza a gradi, s’inerpica
sul fianco di una montagna, di cui non rammento il nome, ma che
somiglia moltissimo alla pinifera costiera per cui, nella mia Liguria,
i cittadini di Cogoleto non possono vedere quei d’Arenzano. Sotto di
noi, ad una certa distanza, rumoreggia la Nera, già maritata al Velino,
che le si precipita in grembo dall’alto delle Marmore; tra la fiumana e
noi, seduto sulla cima d’un poggio, sta un gaio paesello che porta il
nome di Papigno, famoso per la bellezza e il sapore delle sue pesche.
A mano a mano che si sale, la vallata di Terni apparisce ciò che è
veramente, e che, standole in grembo, non si può vedere nè godere;
voglio dire un maraviglioso sfondo di prospettiva, con uno di quegli
orizzonti vaporosi e caldi che sono una bellezza particolare della
campagna romana.
Adesso, lettori umanissimi, eccoci arrivati. La via si fa piana, e ci
si para davanti agli occhi una casina bianca, che porta sul suo lato
più appariscente una scritta. Leggiamo e intendiamo che ivi abita il
personaggio più importante dei luoghi; nientemeno che il cicerone della
cascata. Smontiamo, ci mettiamo nelle sue mani, e fatti pochi passi nei
vigneti incominciamo a sentire un rumore d’inferno. Il cicerone sorride
al nostro stupore, e con un bel gesto classico c’invita a proseguire la
via.
— Venite, — diss’egli, — venite, signorini, e _vederete se
cos’è_. —
Di ciglione in ciglione, per sentieruoli campestri, si scende fino ad
una balza, che è un vero posto avanzato sull’abisso. C’è un rustico
edifizio quadrato, abbastanza somigliante a quelle tali cappelle
svizzere che portano il nome di Guglielmo Tell e si vedono spesso
riprodotte sui paraventi dei caminetti o sul fondo dei vassoi; quattro
pilastri di mattoni, un murello intorno coi suoi sedili di pietra,
un tetto a quattro acque, e nient’altro. Corriamo là dentro, mettiamo
fuori la faccia; che strana veduta, da mettere i brividi!
“Frastuono d’acque! dalla balza scoscesa il Velino attraversa il
precipizio scavato dall’onde. Caduta d’acque! rapida come la luce, la
massa zampillante spumeggia, crollando l’abisso. Inferno d’acque! dove
esse urlano, fischiano, ribolliscono in eterno tormento, mentre il
sudore della loro grande agonia, spremuto da questo lor Flegetonte, si
rigira intorno alle negre roccie lucenti che fiancheggiano il gorgo,
immobili nella spietata orridezza;
“E sale in ispuma al cielo, donde ancora ricade in continuo nembo,
che scorre dalla sua nuvola inesausta di amica pioggia; eterno aprile
al terreno, che si fa tutto uno smeraldo. Come profondo il vortice! e
come l’elemento gigante balza di roccia in roccia con salti forsennati,
scuotendo i massi, che già rotti e travolti dai suoi passi feroci danno
per le lor fenditure un pauroso varco
“Alla vasta colonna che sopra vi scorre, più somigliante alle
scaturigini di un Oceano fanciullo, prorompente dal grembo delle
montagne in doglia per un nuovo mondo, anzi che ad un padre di fiumi
che gorgogliando scorra co’ suoi serpeggiamenti attraverso la valle.
Volgetevi a guardare; ecco, essa viene come una eternità che ogni cosa
abbatte nel suo corso, affascinando di paura lo sguardo; cateratta
senza pari,
“Orribilmente bella! Ma sull’orlo dell’abisso, dall’uno all’altro lato,
sotto il limpido mattino, siede un’Iride in mezzo al vortice infernale,
pari alla speranza su d’un letto di morte, e, non scemate mai le ferme
tinte, mentre tutto all’intorno è lacerato dalle acque sconvolte, serba
serena i suoi brillanti colori con tutte le loro non ricise strisce;
rassomigliando, in mezzo alla tormentosa scena, Amore vigilante la
Follia con immutabile aspetto„.
Questa è povera prosa, che rende male quattro novene maravigliosamente
descrittive del _Childe Harold_. Ma il precipizio in cui si slancia
il Velino non è tutto scavato dalle acque, come potrebbe far credere
a prima giunta il _wave—worn_ del testo inglese. La cascata è
artificiale; il suo taglio è ardimento romano; e la storia tramanda
che fu operato dal censore M. Curio Dentato, nell’anno 481 _ab Urbe
condita_, per asciugar le paludi dell’agro di Rieti; il quale era
appunto (com’è tuttavia, vi prego di crederlo) più alto della vallata
di Terni, e il Velino, stagnando lassù, gli era proprio d’impaccio.
L’opera del bravo censore sanò la campagna reatina per modo che questa
divenne in breve saluberrima, e meritò d’esser chiamata la Tempe
d’Italia.
Tempe, chi nol sapesse, era una bellissima valle della Tessaglia, tra
i monti Olimpo ed Ossa, presso la foce del fiume Penèo che le scorreva
nel mezzo, come appunto il Velino nella valle di Rieti. Antiche
tradizioni recavano che la gran pianura della Tessaglia fosse un tempo
tutta allagata, e che finalmente le acque si scaricassero di colà per
la via di Tempe, aperta con un colpo di tridente da Nettuno. Altri
dicono da Ercole, con un colpo di clava: ad ogni modo il mito raffigura
un gran cataclisma geologico avvenuto in Tessaglia; laddove a Rieti
fu opera di quei grandi Romani, che, quando volevano far miracoli, non
avevano bisogno di far capo agli Dei.
Tempe italiana! il nome le è derivato da un cenno di Cicerone; il
quale, scrivendo all’amico Pomponio Attico d’un suo viaggio colà,
dice chiaramente: “Reatini me ad sua Tempe duxerunt„. Ma ritorniamo
alla nostra cascata, cagione di tanta felicità per l’agro reatino
e di tante, digressioni per me. Impedito più volte nel corso dei
secoli questo sbocco del vorticoso Velino, fu più volte restaurato,
e da ultimo sotto il papa Clemente VIII, nel 1598. Ora la mano
dell’uomo non si ravvisa punto in quello scoscendimento, coperto
com’è d’incrostazioni calcari, che arieggiano i più sottili ricami,
molle di muschio, stretto intorno da piante ed erbe rigogliose
che sembrano deliziarsi nei continui spruzzi di quella fiumana
scintillante d’argento, che si versa in maestoso volume dall’altezza di
trecentosettantacinque metri. Caviamoci il cappello!
Un po’ più lontano da quella gran massa lucente, si scorge seguire
la medesima strada un solitario fil d’acqua. E dico filo, a cagione
della sua smisurata vicina, che lo fa parer tale. Chi lo ha persuaso
a far cammino da sè? Io lo scambiai per un amante malinconico, a
cui facesse dolore la vacillante maestà della donna amata; Cosìcchè
egli protestasse in certo qual modo, non volendo starle vicino, e
non osando ad un tempo andarsene troppo lontano. Povero innamorato,
consòlati! Il destino, più forte di te, di lei, delle vostre gelosie,
vi ricongiungerà in fondo all’abisso, dove esulterete confusi ambedue,
risospinti in aria dal cozzo, e mutati, non so se in larga spruzzaglia
o colonna di fumo, che l’una cosa e l’altra mi parve ad un tempo;
e l’iride, segno di pace, distenderà pietosa sul vostro amplesso
forsennato l’arco sublime dei suoi sette colori.
Questo arcobaleno perpetuo, ch’è una delle grandi bellezze della
cascata, non è stato ricordato soltanto da lord Byron; in tempi per noi
antichissimi fu ammirato da Plinio, il naturalista, che scrive nella
grande sua opera, al capitolo LXII del secondo libro, ove tocca delle
particolarità del cielo nei varii luoghi della terra: “_et in lacu
Velino nullo non die apparere arcus._„ Che bella cosa, alla distanza
di quasi duemill’anni, aver tutti contemplato il medesimo spettacolo!
Noi passiamo, noi che siamo fatti di carne, d’ossa e di colpe; ma
l’arcobaleno della cascata di Terni, lieve, impalpabile, frutto degli
amori del sole con le gocce d’acqua, rimane, e rimarrà finchè durino
l’acqua ed il sole.
Se io vi stèssi a sciorinare tutte le fantasie che mi passarono per la
mente laggiù, non la finirei tanto presto. Andate voi, con le vostre
gambe, a vedere coi vostri occhi, a fantasticare colla vostra mente,
che io qui faccio punto. Ma prima di tutto, quando sarete alle Marmore,
pregate il signor Giuseppe Conti “guida della cascata„ a liberarvi da
quella turba di ragazzi, che col loro serrarvisi ai panni, con le loro
grida importune, vi guasterebbero il piacere di quella scena stupenda.
Con essi non giova aver soldi in tasca; più ne date, più ne domandano.
Noi li avemmo tutti alle costole; e tra essi più molesta una ragazzina
tredicenne, chiamata Barbara. È il nome di molte donne, laggiù; non
ho avuto il tempo di sincerarmi se siano tali anche di fatto. Quella
Barbara era belloccia, ed uno della brigata la battezzò per la ninfa
delle Marmore; ma si fece brutta seccandoci col suo voler sempre
denari. Ninfa venale! L’amico l’aveva chiamata “bella, ma sudicia„;
e lei subito era corsa a lavarsi il viso e le mani in un rigagnolo,
per ritornare ora con un pezzo di stalattite, ora con un mazzetto di
fiorellini selvatici; cose tutte che dimandavano soldi, e poi sempre
soldi.
E il peggio era questo, che ad ogni soldo dato a lei per levarcela dai
fianchi, saltavano su tutti gli altri marmocchi, gridando:
— E a me, signorino, _non me date più gnente_? Barbara ha avuto sette
soldi; io ne tengo appena cinque, ne tengo.
— Che il cielo vi benedica, graziosi ragazzi! levatevi una volta
da romper le tasche; — rispondevamo noi. Il cicerone, più latino di
lingua, soggiungeva:
— _E annate ’na vorta, che possiate morì’ d’accidente!_ —
Ma l’aiuto del cicerone non andava più in là d’un semplice augurio.