IV.

Da Firenze a Terni. Formiche ed uomini. Cose antiche e moderne.

A Firenze, nelle trentadue ore che ci passai, vidi senza volerlo tutta

la coorte degli uomini di stato, in fiore, in erba o in embrione che

fossero; e il concetto che potei farmi di tutti i loro concetti fu

questo, che nessuno sapeva un’acca di quel che avvenisse, o che dovesse

ragionevolmente avvenire. I se, i ma, tutte l’altre particelle e tutti

gli altri avverbi dubitativi fiorivano le conversazioni universali.

Faranno la rivoluzione a Roma? si debbono aiutare gl’insorti? il

governo si muoverà? farebbe bene a muoversi? che cosa consiglia agli

italiani la dignità nazionale? Queste erano domande; ma di risposte,

nessuna.

Poveri uomini di stato! povero paese! Tutti quei valentuomini,

archimandriti del senno pratico, balenavano tra il sì e il no,

aspettavano una grossa notizia per voltarsi più da un lato che

dall’altro, per lodare o biasimare, per isconfessare le pazzie dei

rompicolli o per dire coraggiosamente: _me, me, adsum qui feci_.

Ma non balenavano, non pendevano incerti da un annunzio di giornale,

da un indizio di eventi futuri, i giovani convenuti in Firenze da

ogni parte d’Italia. Pareva che là si fossero data la posta tutti i

volenterosi di Milano, di Venezia, di Torino, di Bologna, di Genova,

di Parma, di Modena. Ad ogni svolta di strada ne compariva uno; e lì

un abbracciarsi, un chiedersi novelle, non già della preziosa salute,

ma degli amici comuni e del desiderio che potevano avere di giungere a

lor volta in ballo; e sopra tutto un domandar da che parte fosse meglio

passare, per andar a raggiungere i primi combattenti.

Non erano solamente i volontarii che si riscaldassero in questo modo

l’un l’altro. L’esercito era composto di tutte le classi sociali;

ognuno ci aveva amici, antichi compagni d’arme, congiunti di sangue. E

il congiunto, il compagno d’arme, vi chiedeva: andate? — Sì. — Bene,

noi verremo dopo di voi, a dar l’ultimo colpo. Vengano, francesi

e spagnuoli, austriaci e turchi; quando tutto un paese è fermo nel

volere una cosa, non c’è forza che tenga, e si vedrà, giurabacco, si

vedrà! —

Ahimè, che cosa dovevano fare di tanto entusiasmo i nostri reggitori

d’allora? Reggitori, così per dire; che in verità non reggevano niente.

Innanzi di partire da Genova, avevo veduto una larva di governo, che

voleva impedire ad ogni costo, e magari faceva gli occhiacci, per

ispaventare i bimbi d’Italia. A Firenze, quando io vi giunsi, non vidi

neanche la larva; c’era un ministero che affogava, e si vedevano le

mani agitarsi in aria, i piedi pestar l’acqua, le bocche spumeggiare,

gorgogliando parole interrotte. La marea nazionale pareva aver

sopraffatto quel ministero, e i suoi fidi galeotti non si scomodavano

neanche a porgergli un remo a cui potesse aggrapparsi; anzi, dirò

di più, lo incoraggiavano a stare in acqua, dov’essi lo avrebbero

seguitato. Alcuni facevano l’atto di levarsi la giacca, per esser più

liberi al nuoto. Qualche articolo dell’_Opinione_ lasciava trapelare

perfino che il suo direttore non sarebbe stato degli ultimi.

Chi procedeva lemme lemme in mezzo a quel tramestio di voleri e

d’idee, era il comitato per l’insurrezione. Non ne farò colpa agli

egregi cittadini che ci avevano mano. Forse a ciò li costringeva il

difetto di quattrini; forse il tentennare del governo, e il suo mutare

indirizzo tre volte in un giorno. L’uffizio del comitato, in via degli

Archibugieri, si vedeva da mattina a sera assediato; l’anticamera, le

scale, il portone, gli approcci, erano un viavai, un brulichio di gente

che chiedeva, chiedeva, e non otteneva mai niente.

Intendiamoci bene, io non sostengo le ragioni di quella moltitudine.

A far le schioppettate si va come si può, e quando non c’è modo di

giungerci con le proprie forze, credo sia buon partito restarsene a

casa. Noto il fatto, nient’altro; e lo noto per venire a raccontare

che noi al comitato non andavamo per chieder quattrini, ma solamente

consigli intorno alla via più spedita da tenere, per dove fosse

maggiore il bisogno, e, caso mai il confine fosse troppo gelosamente

custodito dal nostro governo, avere ricapiti di gente amica che ci

aiutasse a sconfinare.

Volete credere? Non ci fu verso, neanche dando i nostri nomi, di

penetrare nell’adito sacro. Evidentemente, era quello un giorno in cui

la Pizia non aveva nulla da dire, impacciata la sua parte anche lei.

A me non dolse tanto di ciò, quanto di vedere tra quei cerimonieri

dell’anticamera un tale che pochi giorni prima avevo aiutato a partire

da Genova, e che laggiù a Firenze mi faceva l’uomo dei misteri, il

segretario di stato. Gratitudine umana, io ti conosco da un pezzo. Ma

ohimè, conosco anche la sciocchezza umana; e la pratico religiosamente,

continuando a fidarmi.

Rimasti così in balìa di noi medesimi, ci raccogliemmo a consulta, il

maggiore Burlando, il Pietramellara, io e parecchi altri colleghi, il

nostro ragionamento fu questo: Garibaldi verrà fuori della Caprera;

l’amico Canzio lavora intorno a questo negozio difficile, e ne

verrà certamente a capo. Ora, se il Generale giunge ad afferrare la

terraferma, da che parte andrà egli? Probabilmente dov’è Menotti,

proprio alle spalle di Roma, l’unico punto donde si possa tentare, per

la linea d’operazione più breve, un colpo efficace. Andiamo dunque,

poichè la scelta sta in noi, a raggiunger Menotti, e incominciamo

a metterci in istrada ferrata per Terni. Giunti colà, studieremo il

terreno; tre o quattro persone passano facilmente dovunque vogliano,

solo che usino un po’ di prudenza.

Notate che noi non sapevamo nulla di comitati che fossero a Terni, o in

altro luogo di confine: andavamo proprio a tentoni. Neanche sapevamo

di trecento genovesi che dovessero venirci compagni, e senza troppa

difficoltà, tre giorni più tardi. Eravamo da principio due soli; a

Firenze ci eravamo fatti manipolo, per cinque o sei che erano giunti

di qua o di là; altri due o tre c’erano già prima di noi, e tutti

contavamo di andare alla libera, per metterci poi dove meglio ci fosse

tornato.

Al deputato Carbonelli, mio colonnello dei ’66, allora a Firenze e

desideroso di partecipare a quell’altra levata d’insegne, era parso

buono il nostro divisamento; ed egli e tutti noi ce ne partivamo

da Firenze la sera del 14 ottobre, come altrettanti giramondi che

volessero andare a Terni per ammirarvi la cascata delle Marmore, unica

per bellezza stupenda in Italia.

Del nostro piccolo tragitto non dirò nulla, perchè non voglio menare

il can per l’aia, e poi perchè nel fatto non ho niente da dire. Si

faceva buio, quando giungemmo in riva al Trasimeno, e non si vide

neanche l’ombra di Annibale. Giungemmo a Terni, nella mattina del 15,

dopo molti ritardi patiti dal convoglio, che, tra l’altre fortune sue,

dovette rimanere un’ora inchiodato sotto una galleria, poichè le ruote

giravano senza far presa, e ci bisognò mandare a Foligno pel soccorso

d’un’altra macchina, che non c’era.

Terni, con tutte le sue grandi memorie, non mi fece a prima giunta un

gran senso. È una città di pianura, anzi di vallata, i cui edifizi

si levano troppo poco da terra, e le vie non offrono alcuna veduta

pittoresca. Incominciando dalla stazione, che è quindici minuti lontana

dalle porte della città, vidi moltissima gente. Le vie erano affollate

di giovanotti d’ogni parte d’Italia. Non un berretto rosso, non una

camicia garibaldina; tuttavia, era facile indovinare, anche senza

por mente alle discordanze allegre dei dialetti, che quella non era

popolazione del luogo, ma uccelli di passo, futuro contingente della

insurrezione romana.

— Qual è il migliore albergo? — avevamo chiesto al vetturino che

conduceva le nostre membra lasse in paese.

— L’_Hotel d’Angleterre_, padroni belli; c’è poi la locanda d’Europa, e

quella....

— Vada per l’Inghilterra; noi ci fidiamo alle tue preferenze, o nobile

auriga; — interruppe il Pietramellara.

Così andammo all’albergo d’Inghilterra, o della regina d’Inghilterra,

o delle armi d’Inghilterra, che bene non ricordo queste minuzie. Ma

ohimè, quante volte il mio Ludovico non ebbe a pentirsi della sua

precipitazione! Che vino, per gli Dei infernali! In quell’albergo

esso era peggiore a gran pezza della sua acqua, che era pessima.

Mi dicono che non sia più così; e ne godo per il prossimo mio della

nuova generazione. Del resto, buona gente, i padroni d’allora: e non

ci avevano che un difetto; quello di albergare tutti gli inglesi che

passavano di là, e di prender tutti i loro avventori per inglesi.

— Sono inglesi? — chiedevo io un giorno al cuoco, accennandogli due

polli che aveva sulle ginocchia.

— Perchè mi dite questo?

— Oh, per nessun secondo fine; perchè vedo che li pelate.

— Voi volete scherzare; — mi rispose egli; e continuò tranquillamente a

pelare.

L’albergatore aveva un grande albo, nel salotto della sua locanda; e

in quell’albo c’erano scritti, dal 1850 in poi, nomi d’ogni razza e

d’ogni paese, inglesi, russi, americani, francesi, italiani, tedeschi;

tutte persone che si lodavano grandemente della stanza, del letto,

della tavola, dei camerieri, ed anche del vino, _Horribile visu!_ Ma

non avevano dunque vino in casa loro, o non avevano palato, tutti quei

bravi signori?

Sulle prime, scartabellando quell’albo, mi venne un sospetto atroce:

che quei forestieri avessero ricevuta una mancia, o una larga riduzione

sul conto, per iscrivere quelle lodi smaccate. Ma guardai in viso il

padrone, e il candore che gli si dipingeva negli occhi, mi fece pentire

del dubbio. No, è impossibile, dissi allora tra me; quest’uomo è

innocente.

Pensai in quella vece che le lodi muovessero da un’altra ragione.

Tutti quei nomi erano accompagnati da un titolo, di duca, di marchese,

di conte, di barone, di baronetto, di cavaliere e via discorrendo.

Che siano proprio tutti gente titolata? Ahi, ahi! questo signore,

verbigrazia, il cui nome mi casca sott’occhio, lo conosco benissimo;

egli è conte, come io son lui. Quest’altro ha scritto marchese con la

zeta: E qui un mondo di considerazioni, il cui resultato fu questo, che

molti scrivessero sull’albo per sciorinare _urbi et orbi_ i loro titoli

autentici, molti altri per far credere ai loro titoli pigliati per

l’occasione ad imprestito.

Com’ebbi fatta quella conclusione, respirai più liberamente; e resi

tutta la mia stima all’ostiere.

Egli, del resto, se ce lo fece pagar salato, ci diede il meglio che

aveva; un quartierino di due camere e di un salotto, l’unico salotto

della locanda, col suo bravo tappeto verde sul pavimento, con uno

specchio di Venezia sul camino, due canapè, tre finestre, le quali

mettevano ad un terrazzino sulla via principale di Terni. I tre giorni

che si stette colà, li passai quasi intieri su quel terrazzino, intento

a guardare, a guardare attraverso le nuvole di fumo che mi uscivano

dalle labbra, una povera tribù di formiche, le quali salivano per

una certa screpolatura tra il muro maestro e la intelaiatura della

finestra; nè so con quale intento, perchè andavano e venivano a fauci

vuote.

Ottime bestioline! La necessità, dura insegnatrice, le costringeva a

lavorare, ma senza frutto, senza buscarsi una briciola di pane, un

chicco di biada od altra semente portata dall’aria sul loro gramo

sentiero.

E l’uomo? che altro fa egli, il più delle volte? La sua fatica è vana,

ma la necessità lo trascina. Ed egli s’inoltra, o diritto, o curvo, o

carponi, per la sua strada; suda, stenta e muore sotto il peso di un

fardello, ch’egli chiama orgogliosamente un mandato, una missione; e

perchè? A sentirlo lui, si tratta di un grande concetto; e gli sembra

operare col suo libero arbitrio, perchè il colore del suo fardello

è diverso da quello di un altro; e gli sembra di operare utilmente,

perchè il fardello pesa, e a portarlo innanzi tre miglia, o sei, si

consola la sua vanità di atleta. E sia, non voglio già leticare coi

miei compagni di galera. Ma intanto, chi sa? noi vanitosi, noi superbi

dell’opera nostra, forse, veduti da lontano, avremo apparenza di

formiche.

Così pensando, mi pareva di veder correre su per quelle screpolature il

mio prossimo. E posi qua e là qualche briciola di pane, perchè quella

carovana di bestiuole sparute, inoltrandosi nel suo deserto, trovasse

un’oasi e benedicesse il Signore.

Le formiche vennero, fiutarono, e stettero dubitose. Forse temevano

anch’esse di dover pagare lo scotto? Non ne so niente. Del resto,

io non avevo da studiar sempre usi e costumi di formiche. Ben altre

scoperte ho fatte, rimanendo colà inoperoso: ho indovinato ad esempio

il segreto dello stile di Cornelio Tacito, e perchè quello storico sia

stato così aspro con gli uomini e le cose del tempo suo. Sfido io! era

di Terni; avrà dunque bevuto dello stesso vino che davano a me.

Questo ricordo di antichità mi chiama a dirvi qualche cosa del luogo

ove siamo in attesa. Terni è l’antica Interamna, così detta perchè

_inter amnes_, tra due fiumi, cioè presso il confluente della Nera e

del Velino. Ha mura antichissime e di pietra riquadrata, restaurate nei

bassi tempi, con forse trenta torri e cinque porte, una delle quali è

chiamata “dei tre monumenti„. Qui infatti erano tre sepolcri: l’uno di

Cornelio Tacito, accennato dianzi; gli altri, di due discendenti suoi,

imperatori romani, Tacito e Floriano.

Interamna aveva templi a josa; e Terni non ne patisce penuria. Un

tempio di Giove è disceso al grado di chiesa di San Lorenzo; uno di

Marte è salito agli onori di cattedrale, intitolata all’Assunta; un

altro di Cibele è passato in governo d’uno sconosciutissimo Sant’Alò;

un altro del Sole si chiama San Salvatore; un altro di Mercurio si è

raccomandato a San Nicolò. Questi templi, com’è facile immaginare, non

serbano più traccia della loro antichità; son rifatti, ripicchiati,

ringiovaniti dall’arte del Bramante, del Sangallo, del Bernini, del

Vici. Ma l’antica Interamna fa ancora nobil mostra di sè negli avanzi

d’un anfiteatro che era capace di oltre diecimila spettatori, d’un

teatro edificato da Caio Dessio Massimo, edile della città, di terme

pubbliche e di un arco di trionfo, rizzato in onore di Domiziano,

buon’anima sua.

Insomma, c’è un visibilio di cose da vedere; e quindicimila abitanti

rallegrano il luogo; ottima popolazione, e molto operosa. Le industrie

che più fioriscono a Terni sono quelle della concia dei cuoi, della

soda dei panni, e della lavorazione del ferro. Gualchiere e magone son

messe in moto dalle acque del Velino.

Poichè sono a parlar di metalli, vi dirò che nei pressi della città si

è trovata, oltre la miniera di ferro di Monte Leone, qualche traccia

d’oro e d’argento. Di questo, anzi, nel 1762, fu coniata una medaglia,

_ad æternam rei memoriam_. Non mancano i marmi, tra i quali è notevole

il travertino bianco giallastro con vene rosse, le terre colorate, le

piriti, il gesso, la pozzolana, il carbon fossile; insomma una vera

grazia di Dio, che vorrebbe esser meglio sfruttata; nè mancano le

acque minerali, come quelle della Nera, che contengono carbonato di

calce, magnesia e solfo, e sono perciò adoperate da una casa di bagni;

quelle di Acquasparta, che contengono gas acido carbonico; quelle

d’Acquavogliosa, termali e sulfuree; finalmente l’Acqua dell’Oro, così

detta dal prezioso metallo che essa trasporta (in minuscola quantità,

si capisce) dalle radici di Monte Rotondo, che non so per quali

proprietà si raccomandi all’umanità sofferente.

Vi dirò poi le bellezze della vallata, quando andremo alle Mannore, e

potremo contemplarla da un’altezza conveniente: sappiate intanto che

vi abbondano i pascoli ubertosi, rendendo prezioso per isquisitissime

carni il povero bestiame da macello; che c’è selvaggina da contentare

i più avidi cacciatori, pesci di straordinaria grossezza, frutte ed

ortaglie d’ogni genere, e tutte di gratissimo sapore.

Parlo, già si capisce, sulla fede di un gentile Ternano, che mi fu

cicerone. Non vorrei lasciar credere che io lavorassi d’invenzione. Il

cortese amico mi disse che di tutto questo ben di Dio la sua patria

va debitrice, non pure ai due fiumi che la bagnano, ma ancora a Caio

Dessio Massimo, edile d’Interamna, il quale a’ suoi tempi divise

le acque della Nera in tre conche e in una moltitudine di canali

irrigatorii, che incominciarono a fecondare i campi ternani, prima di

mettere in moto i molti e svariati opificii del paese.

Fortunato uomo, quel Caio Dessio Massimo! Chi ricorda gli edili,

i sindaci, gli assessori comunali di due anni fa? E lui, morto da

duemila, è sempre vivo nella memoria dei luoghi per cui spese utilmente

la vita.

Ora, non mi chiedete niente della storia di Terni, perchè, quantunque

tra due fiumi, mi ritrovo all’asciutto. Ci prosperarono gli Umbri;

fu saccheggiata da Totila, il goto, e da Astolfo, il longobardo.

Io dovrei, per parlarvene, saccheggiar l’Angeloni e il Gaudio, che

scrissero le storie della lor terra, l’uno nel Seicento e l’altro nel

Settecento. Terni ha oggi una bella popolazione, specie in materia di

donne, le cui facce serene arieggiano quelle delle nostre genovesi.

Belle e savie donnine di Terni, così onestamente cortesi, voi ci

avete fatto sentire ancora una volta che l’Italia è una, dall’Alpi al

Lilibeo.

Con Garibaldi alle porte di Roma · 第 10 / 25 题