III.

Ludovico di Pietramellara. Si rimonta ai Vespri Siciliani. Calessata

musicale.

Mi sono fermato un tratto a ragionarvi di donne, perchè le immagini

di questa bella metà del genere umano fanno nel racconto quel che la

luce in un quadro. Senza queste due o tre donne di marmo, di carminio

e di biacca, e senza la fuggevole apparizione d’una bella inglesina,

le immagini femminili mancherebbero affatto al mio quadro fiorentino.

Concittadine di Beatrice, io non ne vidi quella volta pur una. Giornata

cattiva, era quella, come se ne danno in ogni città. Neanche alle

Cascine, che io percorsi in lungo e in largo, scorrazzando in compagnia

del Pietramellara, mi fu dato di vederne uno scampolo. È vero, per

altro, che quando andammo alle Cascine erano appena le quattro dopo

il mezzogiorno, e non c’era altri che il sole, al cui raggio benefico

stavano scaldandosi gli elefanti e le scimmie del giardino zoologico.

Ed ora, lasciando in disparte il bel sesso, osserviamo il mio compagno

di passeggiata, che merita veramente di esser conosciuto da voi. I

carabinieri genovesi del ’67 hanno con lui un debito di gratitudine

che io non posso dimenticare: del resto, un cercatore di bei caratteri

non può lasciar passare senza due tratti di penna questo bel tipo di

gentiluomo italiano del vecchio stampo.

Il marchese Ludovico di Pietramellara nasceva bolognese, ed il nome

della sua famiglia era da parecchi secoli collegato a tutte le più

nobili tradizioni della vita italiana. Si parlava bensì di un’origine

francese della famiglia; ma quella era una storia d’antica data, e gli

antenati del mio amico si sentivano già italiani fin dai tempi di Carlo

II d’Angiò. Essi, almeno, pronunziavano “ciceri„ come io e voi.

Questo vi sembrerà un indovinello: ma eccomi a spiegarvelo subito.

È noto come i francesi, calati in Sicilia sotto il regno di Carlo I

d’Angiò, fossero diventati parte della popolazione, e come si fossero

mescolati con essa, per alleanze, interessi e via discorrendo, in modo

da non poterli a tutta prima sceverare da quella. Ora, a quest’opera

di selezione intendevano per l’appunto i congiurati di Giovanni da

Procida, che meditavano il Vespro famoso. Ma la faccenda era molto

difficile.

Ai tempi di Mosè, Dio stesso aveva ordinato di segnare con una ditata

di sangue le case degli Ebrei, per distinguerle da quelle degli

Egiziani, e agevolare in tal guisa il lavoro alla morte sterminatrice.

Ma a Palermo non si poteva far capitale sopra una intromissione divina

di quella fatta, gli Angioini essendo ben voluti dal Papa. Che fare

adunque? A quali espedienti por mano?

Dopo molto almanaccare, parve a qualcheduno di aver trovata l’astuzia,

che tenesse luogo dell’aiuto celeste. E fu questa, che i Siciliani

autentici dovessero chiedere per via, a quanti trovassero, di

pronunziar la parola “ciceri„.

— Se sono italiani, — si argomentò — diranno un bel “ciceri„ chiaro

e tondo; se sono francesi, saranno costretti a sibilare un forestiero

“sisserì„ che darà modo di conoscerli ad occhi chiusi. —

Lo spediente era adamitico; ma che volete? pare che i Francesi ci

cascassero quasi tutti. Dicevano “sisseri„ ed erano spacciati senza

misericordia. Così la leggenda. Ma non tutti, come ho detto, non

tutti. Ci fu tra gli altri un certo Vassé, che rispose un “ciceri„

largo tanto. Ed egli seppe solamente più tardi come la flessibilità

accidentale della sua lingua gli avesse salvata la pelle.

Ora, fu proprio questo Vassé l’antenato storico del mio amico. Venuti

poco dopo in terraferma, i Vassé ebbero il feudo di Pietramellara,

presso Caserta, e ne tolsero il nome, che fu degnamente portato. Nel

1849, per non dirvene altro, un Pietramellara, discendente dagli

antichi Vassé, moriva gloriosamente a Roma, combattendo contro i

Francesi puntellatori del poter temporale dei Papi; e questi era il

fratello maggiore del mio Ludovico, soldato anch’egli di tutte le

patrie guerre dal ’48 al ’67, e soldato valente.

Nel ’66 lo avevo conosciuto capitano, e non ho più dimenticata la

bellissima notte tirolese, al cui dolce chiarore abbiamo saldati

i vincoli della più schietta amicizia, tra uno scambio affettuoso

di ricordi personali, una infilzata di duetti della _Norma_, e la

preparazione di un’arringa al tribunale militare di Storo.

Vi racconto anche questa? Sergente da principio nei Carabinieri

Genovesi, ero passato sottotenente a mezzo luglio nell’ottavo

reggimento, comandato dal colonnello brigadiere Carbonelli. La seconda

tregua cogli Austriaci era cominciata; nè si poteva intendere ancora

se fossimo a guerra finita, o se dovessimo proseguire le ostilità.

Intanto, lasciate le teste di colonna sotto Lardaro da una parte

e sotto Riva di Trento dall’altra, ci eravamo tolti dallo stare

all’aperto, andando a cercare quello che in linguaggio militare si

chiama l’accantonamento. Parte dei volontarii lo aveva sul territorio

conquistato; il rimanente s’era allogato nei paeselli della Val Sabbia,

da ponte Idro fino a Salò.

A noi dell’ottavo reggimento era toccata una mezza fortuna, quella di

esser mandati a San Pietro, in Liano, bella eminenza alle spalle di

Salò, che chiude da tramontana gli sbocchi della Val Sabbia, e vede da

mezzogiorno e sopraggiudica le acque del Garda.

È lassù una bellissima chiesina, un po’ disadorna dentro, ma ornata

di fuori d’un vaghissimo loggiato, di due pietre sepolcrali con

bassorilievi dei primi secoli dell’êra cristiana, e sopra tutto di

una veduta stupenda. Per giunta, c’era allora un arciprete, fior di

galantuomo, con cui si stava volentieri a discorrere.

Dei molti luoghi che ho veduti nelle mie corse strambe, questo solo

ha lasciato in me una profonda memoria e il desiderio di rivederlo.

Dappertutto mi ha perseguitato il dolce pensiero di Genova: San Pietro

in Liano, colla sua veduta del Garda, che mi raffigurava un lembo di

mare, mi accarezzò per tre giorni le reminiscenze ligustiche; e mi

pareva che là, in quella solitudine elevata, se ci avessi avuto chi so

dir io, ci sarei vissuto contento mill’anni. Vedete che sono discreto.

Innanzi di proseguire il racconto, ricorderò il vicino paesello di

Gazzane, dove mi capitò di vedere una vecchia casa nello stile del

Cinquecento, scialba e malinconica, sulla cui facciata, all’altezza

del primo piano, era murata una lista di marmo, sulla quale si

leggeva incisa a grossi caratteri questa dolente apostrofe della Sacra

Scrittura: “_O vos qui transitis per hanc viam sistite et videte si est

dolor sicut dolor meus._„

Che cosa significavano quelle parole di colore oscuro? Ne chiesi al

mio arciprete; ma egli non seppe dirmene nulla. Un dubbio mi venne alla

mente, pensando che in quei luoghi doveva esser nato un gran letterato

umanista del secolo XVI, morto a Genova di mala morte, il Bonfadio.

Sarebbe questa la sua casa? È un padre desolato, od un figlio, l’autore

della iscrizione? Nè allora ebbi tempo, nè ora, che mi ricordo, ho modo

di sincerare la cosa.

Ma ritorniamo ai fatti nostri. Il terzo giorno del nostro

accantonamento (che ne durò sei, come la tregua, mutata poi in

armistizio) lo stato maggiore mi chiamava a Storo, per difendere

davanti al tribunal militare tre buone lane di soldati, uno dei quali

aveva rubata una camicia, l’altro una borsa da tabacco, e il terzo

aveva fatto qualche cosa di peggio. Da San Pietro in Liano a Storo

il cammino era lungo; non mi piaceva di rifare tutta la val Sabbia a

cavallo, volendo dare un onesto riposo al mio Beppo, ottimo stallone

pugliese, il quale da tanti giorni non aveva fatto che correre dalla

mattina alla sera, e per troppo grami sentieri. Carrozze non ce

n’erano, e il mandarne a cercar una a Salò poteva costarmi troppo

salato. Alla cavalcatura di san Francesco ripugnavano i miei poveri

piedi, memori ancora di venti giorni passati nel battaglione dei

Carabinieri genovesi. Che fare? E qui, naturalmente, mi beccavo il

cervello.

In questi frangenti venne a me il Belladonna, vero angelo portatore

di una lieta novella. Costui era il mio buon padrone, poichè, sotto

il pretesto di servirmi in qualità di attendente, inforcava il mio

cavallo, quando io, per non istancarlo troppo, scendevo a piedi;

metteva i miei guanti quando io li trovavo ancora puliti abbastanza,

e si pigliava l’incarico di carezzar le guance alle donne di casa,

dovunque io andassi ad alloggio; ma era poi un buon diavolaccio, che

per farmi servizio si sarebbe buttato nel fuoco, e mi chiedeva tutte

le mattine il permesso di offrirmi una tazza di caffè, che egli aveva

l’ingegno di scovare non so dove, nè in che modo, quando eravamo

accampati su per i greppi delle Giudicarie.

Ora, il mio buon padrone, saputo l’impegno in cui mi trovavo, era

andato a frugare per le case e le fattorie dei dintorni. In un cortile

aveva veduto un calessino sgangherato, da poterci star due persone, e

attaccato al trespolo il cavallo dell’Apocalisse. Trespolo e cavallo

erano del fornaio di Cazzane, e pronti per la partenza. Che si voleva

di più? Al mio attendente pareva la man di Dio.

Era egli stato sollecito per me, o per sè, contando di esser chiamato

all’ufficio di auriga? Non aveva egli lasciato a Storo qualche ricordo

che gli premesse assai più delle mie tre fatiche ciceroniane al

tribunal militare? Non ne so nulla: ricordo bensì che venne con aria di

molta compiacenza a dirmi: vedrà, tenente, ci staremo benissimo.

— Andate, illustre amico, — gli dissi, — e fissate il calessino per me.

— L’ho tentato, — rispose, — ma il fornaio non ha voluto darmelo a

nessun prezzo.

— Allora, requisitelo.

— L’ho requisito, infatti.

— Come! — esclamai. — Siete già andato dal sindaco?

— Sicuro; e mi ha fatto l’ordine per il fornaio, e gli ha messo il

sequestro sul calesse.

— Belladonna! — gridai allora. — Voi portate un bel nome, e fate delle

cose ugualmente adorabili. —

Il mio padrone s’inchinò pudibondo, e le bianche ali d’una mia coperta

di berretto scesero a sfiorargli un mio fazzoletto di seta azzurra, che

portava mollemente annodato al collo, secondo l’usanza garibaldina.

— Andiamo dunque a vedere questo calesse; — conchiusi. — Ho fretta di

partire. —

E s’andò difilati. Ma, giunto sulla faccia del luogo, trovai il fornaio

che strepitava come un ossesso; il calesse esser suo e a lui necessario

per le sue faccende quotidiane; noi non avere il diritto di requisirlo,

e tanto meno allora, che era stato preso a nolo da un capitano, il

quale gli dava venticinque lire, per una scampagnata che voleva fare

appunto quella notte.

Io gli risposi che non mi seccasse l’anima; che le venticinque lire

gliele avrei date io, se col suo rifiuto non mi avesse costretto a

venire con un ordine del sindaco; che viaggiavo per servizio, e che

il servizio di un sottotenente andava innanzi al passatempo di un

capitano.

Ma il fornaio la tirava in lungo, e non senza un perchè. Il capitano

doveva giungere tra pochi minuti a pigliarsi il calesse. Venendo

lui, maggiore di grado, mi avrebbe conciato a quel dio. Questo non lo

diceva, il caro fornaio; ma gli si leggeva negli occhi, che brillarono

di contentezza all’arrivo del capitano.

Io mi sentii rimescolare il sangue. Per me stava il diritto; ma pensavo

che il superiore ha sempre ragione, anche quando ha torto, e che, se

il capitano voleva pigliarsi il calessino, non aveva da far altro che

mandarmi su due piedi agli arresti.

Il fornaio mi guardava con tanto d’occhi, per vedere come avrei saputo

cavarmela.

Ci voleva giudizio. Misi mano agli artifizi oratorii, e incominciai:

— Capitano, io sono il tal di tale, e, come ho l’onore di dirle,

sono chiamato in servizio a Storo, dove bisogna ch’io mi trovi

infallantemente...

— Per domattina alle dieci; — aggiunse il capitano, compiendo la frase

che mi aveva interrotta. — Lo so; anch’io vado a Storo per servizio,

essendoci chiamato come giudice al tribunale militare.

— Ed io come avvocato; — replicai. — Debbono i miei clienti restare

senza difesa?

— Tolga il cielo che io voglia condannarli, senza che possano far

valere per bocca sua le loro ragioni. Vuol farmi una grazia? Salga

con me sul calessino, che questo amicone mi fa costare un occhio del

capo. —

Il cuore mi si allargò a quell’offerta, e fui pronto ad inchinarmi.

— A proposito d’occhi, — soggiunse il capitano, — io son miope. Se la

porterò in un fosso, non vorrà mica farmene colpa? Del resto, se vorrà

guidar lei....

— Capitano, — risposi, mettendomi volentieri sul suo tono, — io di

notte non vedo un albero alla distanza di cinque metri. Quanto al

guidare, non ho provato che una volta, e per quella volta sola ho

già sulla coscienza due distorsioni, tre ammaccature e non so quante

lacerazioni.

— Benissimo! — gridò il capitano. — Vedo che sarà necessario affidarci

al senno di questo provetto animale. _In manus tuas, Domine!_ Ora a

noi; vuole che partiamo subito, o più tardi?

— Subito, se non le dispiace. Andremo a desinare a Vestone.

— Ottimamente! _Ascendamus igitur o.... fovette cocher!_ —

Immaginate come fossi contento. Andavo a Storo, per fare il mio dovere,

e m’imbattevo in un garbato gentiluomo, il quale, per fortuna mia,

innestava allegramente nel suo discorso i testi latini e i francesi,

fors’anche quelli di altre lingue parecchie; proprio come facevo io,

senza saperne nessuna.

— _Adelante, Pedro, sin juicio!_ — sclamai, montando nel calessino,

dopa aver data una stretta di mano al mio gentilissimo superiore.

— La variante è buona; — diss’egli, rispondendo alla mia citazione poco

manzoniana. — Avanti dunque, e il giudizio lasciamolo qui, al primo

corpo di guardia; lo ripiglieremo al ritorno, _si fata dabunt_.

Quell’improvviso aggiustamento non entrava in testa al Belladonna.

— Ed io, _sor marcheis_? — chiese egli, che nella sua qualità di

bolognese conosceva benissimo il Pietramellara.

— Tu, se mi è lecito darti un consiglio, starai qui a custodire il

cavallo del tuo padrone; lo striglierai, gli porgerai le profumate

avene, le dolci biade e i limpidi cristalli dell’Ippocrene locale; il

che vuol dire in povera prosa....

— _A i’ ho capè, sor marcheis;_ — borbottò il Belladonna. — E lei,

signor tenente, non mi comanda nulla?

— Appoggio la raccomandazione del capitano; — risposi.

Così andai col capitano, e così fu fatta, insieme con la prima

conoscenza, la più schietta amicizia tra noi. Smarriti in un reggimento

che non finiva più (quattromila uomini a dir poco), egli comandante

della ventiquattresima compagnia, io addetto allo stato maggiore e

ufficiale d’ordinanza del colonnello brigadiere, era già molto che

ci conoscessimo di nome. Ma quella sera e quel viaggio sul calessino

sgangherato, con quel cavallo sparuto, fecero quel che non portano di

sovente anni ed anni di vicinanza, ed io terrò sempre quel viaggio come

una delle più care memorie della mia vita militare.

Di alto sentire, di modi eletti, ricco d’ingegno, festevole o

severo secondo il bisogno, e non mai oltre il bisogno, Ludovico di

Pietramellara era un felicissimo impasto di tutti quei pregi che

formano il vero gentiluomo.

Ed io gli ho voluto un gran bene, a quell’omettino svelto, dalle spalle

quadre e dal largo torace, bianco pallido in viso, colle guance un

po’ sfatte, i lineamenti regolari e finamente modellati, gli occhi

azzurrognoli, con un lieve accenno di borse, appiattati dietro le

lenti del _pince—nez_, radi i capelli sulla fronte alta, i baffi ancora

discretamente biondi e leggermente arruffati, la berretta piantata alla

brava fin sulla nuca, il sorrisetto costante sulle labbra carnose e

bellissime, che davano una singolare impronta di soavità, insieme cogli

orecchi piccini e il puro ovale del mento, ad una faccia alquanto più

lunga che larga.

Da San Pietro a Storo, con le debite fermate, ci fu tempo a ragionare

di mille cose. Poi venne in campo la musica, e ognuno sa che due

italiani, quando vien fuori la divina arte dei suoni, hanno il tema per

un mondo di chiacchiere. E noi non chiacchierammo soltanto; cantammo,

e il nostro spartito fu la _Norma_, quella sublime _Norma_ che “vivrà

quanto il mondo lontana„. Specie quel tratto che corre da Vestone

ad Indro, e che noi facemmo di notte, con un magnifico cielo azzurro

stellato, ha udito tutte le cavatine, arie, duetti, terzetti, andanti,

allegri e via discorrendo, del capolavoro di Vincenzo Bellini. Noi

eravamo promiscuamente Norma, Adalgisa, Pollione, Oroveso, Flavio,

Clotilde; il fiume Chiese, rumoreggiando lì presso, faceva la parte del

coro.

E adesso, lettori miei, non istate a credere che io voglia condurvi

di questo passo fino a Storo, per farvi assistere ai miei trionfi

oratorii, che furono del resto tre fiaschi, poichè non salvarono

nessuno dei miei clienti dal carcere. Mi è piaciuto di narrarvi questo

episodio, per mostrarvi in che modo io stringessi amicizia con Ludovico

di Pietramellara. Dopo di che, rifaccio speditamente la strada, e vi

riconduco a Firenze, donde eravamo già sulle mosse per andarcene a

Roma. Se non ci siamo arrivati, sapete bene che non fu nostra la colpa.

Con Garibaldi alle porte di Roma · 第 9 / 25 题