Ero il più vicino ai due sconosciuti; perciò

mi rivolsi loro e parlai io.

— Che cosa chiedono? Costa e Parodi siamo noi per l’appunto.

— Abbiamo — risposero — due telegrammi da Genova.

— Assassini! — borbottai dentro di me. — Basta, qui bisogna far grinta

dura;

Ogni viltà convien che qui sia morta.

Così dicendo, o pensando, stesi la mano per prendere i due telegrammi

che quei signori ci offrivano.

— Lo fanno almeno con garbo; — soggiunsi, parlando sottovoce

all’amico. — Vedi? ci mostrano anche gli ordini superiori che

hanno ricevuto. —

Ma i due telegrammi erano chiusi tuttavia; non si trattava dunque di

ordini superiori. Il signor Bolentini, posto mano ai fiammiferi, aveva

cortesemente acceso un torchietto, alla cui luce potemmo aprire le

buste e leggere i due telegrammi. Essi dicevano con poche varianti la

medesima cosa; si trattava di una notizia particolare, giunta a Genova

dopo la nostra partenza, ed era un amico che ce la mandava in due

edizioni, una a Gerolamo Costa e l’altra a Giovan Battista Parodi, ai

viaggiatori nel _coupé_ della diligenza di Chiavari.

Ne uscivamo con la paura: ma vi so dir io che per la mia parte ne ebbi

moltissima. Animo! esclamai. Questo è di buon augurio; se alla stazione

di Firenze le guardie daziarie non ci rovistano troppo le valigie,

trovando le nostre rivoltine, si giunge in porto senz’altre avarie.

Alle due dopo la mezzanotte eravamo alla Spezia; alle quattro, in

istrada ferrata. L’aurora con le rosee dita ci dipinse vagamente la

campagna circostante, da Arcola fino alla Magra. Toccavamo le soglie

dell’Etruria; andando oltre salutammo Carrara e Massa, nascoste

lontano dietro il rialto delle verdi campagne, ma indicate abbastanza

dalle creste dell’Alpi Apuane e dalle arsicce costiere ferrigne, le

quali per larghi solchi biancastri lasciano indovinare i marmi che

portano nel fianco. Quanti numi sono usciti di là! quanti eroi! quanti

grand’uomini! E quanti ce ne sono ancora rinchiusi, pigiati in quelle

vene profonde, i quali non domandano altro che di poter uscire alla

luce del sole! State cheti, o grand’uomini futuri. A farsi corbellare

c’è sempre tempo. Dormite nel limbo delle montagne natie, dove non è

beffardo sogghigno di contemporanei, nè beata indifferenza di posteri.

A Pisa, dove ci fermammo mezz’ora, mi piacque il campanile del Duomo

e una bistecca; quello divorato cogli occhi passando; questa coi denti

al caffè della stazione. Qui, tra un boccone e l’altro, feci conoscenza

con un vicino di tavola, il quale venne poi nello stesso compartimento

con noi, e diventammo amici, come uomini che si conoscessero da

quarant’anni e contassero di vedersi per altri quaranta.

Graziosi embrioni d’amicizia, larve a cui non manca che un po’ di

tepori primaverili per mutarsi in crisalidi, vedute di cielo sereno

fra due lembi di nuvole, per voi l’anima esce un istante dal covo e

si rallegra all’aperto. Durate un baleno, ma la ricordanza rimane; e

questa, che è gaia, aggiunge un fil di seta alla trama della vita, che

è troppo spesso di canapa, e mal pettinata per giunta.

Noi non chiedemmo il suo nome al nostro gentile compagno. Il più

bel nome che un uomo possa portare egli lo aveva scritto nel viso:

gentiluomo. Gentiluomo! ahimè, parola abusata, tirata malamente ad

esprimere uno stato sociale, e non più una felice concordanza di tutti

i pregi della mente e del cuore!

Egli era di Signa, e ritornava allora dalla Esposizione di Parigi,

che fu il tema dei nostri discorsi lungo il viaggio, salvo parecchie

digressioni intorno ai luoghi per cui passava il convoglio, agli uomini

insigni che li avevano illustrati nascendoci, ai possessori felici

di quelle ville fastose, di quei castelli principeschi che sorgevano

tutt’intorno a specchio dell’Arno, del nobile, regale, glorioso, ma

non limpido fiume. Ogni bel giuoco dura poco, e “l’ore del piacer

son le più corte„. Perdemmo alla stazione di Signa il nostro gentil

cicerone, e non potemmo levarci la più piccola curiosità intorno a

tutto quel resto di paese che avevamo da percorrere. Fortunatamente

non era più molto: ben presto, al dilatarsi e al pianeggiar della

valle, al moltiplicarsi dei villini, dei parchi, dei ceppi di case,

si sentiva Firenze: ancora qualche minuto di corsa, e ci apparve sul

fondo verde grigio della prospettiva una gloria architettonica di

torri, di campanili, di cupole, ed io riconobbi facilmente tutto ciò

che da bambino avevo veduto in molte stampe, e da giovane in moltissime

fotografie. Niente di nuovo sotto il sole, dicevano gli antichi; ora il

proverbio dovrebbe mutarsi così: niente di nuovo, per grazia del sole.

A proposito di novità, non ne aspettate da me, intorno a Firenze. Tanto

ne è stato scritto da cinquecent’anni a questa parte! Il mio viaggio,

del resto, non ha per sua meta l’Etruria; a Firenze non debbo fermarmi

neanche due giorni intieri; del viaggio racconterò a mala pena il poco

che vidi, e il niente che feci, o poco meno di niente. Nella mezza

giornata del 13 di ottobre e nella mezza del 14 che passai sulle rive

dell’Arno, alloggiando alla Locanda della Luna, desinando da Barile

e bevendo qualche fiaschette di Pomino da Castelmuro, vidi molto

Firenze politica, fastidiosa a quel modo, pochissimo Firenze artistica

e storica. Perciò, lettori, non v’aspettate un quadro, e nemmeno un

bozzetto.

Entrando, vidi un bel cielo, un cielo sereno, che mi parve quello di

Genova. La città era allegra nell’aspetto: a me la rendevano solenne le

grandi memorie che mi si affollarono alla mente, guardando le alture

di San Miniato e le bastite di Michelangelo. Suonava il mezzodì,

e non era certamente ora di fantasmi; ma io vedevo il Buonarroti,

Francesco Carducci, Dante da Castiglione e tutte le colossali figure

dell’_Assedio_, scomodarsi per la mia giovane persona e cortesemente

servirmi da introduttori nella bella città.

Vedete potenza d’immaginazione! E non avevamo ad introduttore che

un vecchio fiaccheraio, vera figura di Stenterello, il quale voleva

insegnare il passo di corsa ad un cavallaccio sparuto, più vecchio di

lui, a forza di frustate e di giuraddio. Il cavallo, che probabilmente

non aveva ancora mangiato in quel giorno, non voleva saperne a nessun

patto; e fu bene per me, che approfittai del suo passo ordinario per

ammirare il grazioso ricamo architettonico di Santa Maria Novella;

bellissima cosa e bellissimo nome.

Andavamo, come ho già detto, ad alloggiare alla locanda della Luna. A

me parve di esserci già, nella luna, quando la carrozza entrò nella

piazza della Signoria. Maraviglia delle maraviglie! L’albergo, dove

giunsi dopo una svolta, lo vidi appena, tanto che non ne ho conservato

memoria; rammento che mi risciacquai il viso in fretta, e più in

fretta spolverata la giacca e il pioppino, scappai subito fuori per

ritornare in piazza della Signoria, a guardare la severa mole di

palazzo Vecchio, con quella sua gran torre a sbalzo sull’orlo della

merlata, poi la loggia dei Lanzi, mirabile da lontano per l’eleganza

delle forme, più mirabile da vicino per ricchezza di marmi e di bronzi

stupendi, che uno solo basterebbe ad illustrare un’età. Non parlo del

gruppo moderno, _Pirro e Polissena_, del Fedi, buona scultura che si

reputò degna di aver posto colà, dopo averla ammirata da sola nello

studio dell’artefice, mentre laggiù, tra le grandi cose, è piccina, e

par più leccata che graziosa al confronto di tanta larghezza di fare

a cui s’improntano le statue vicine. Grandeggia là dentro l’arte di

Gian Bologna col suo _Ratto delle Sabine_, miracolo di torsi e di

gambe intrecciate senza ombra di sforzo; grandeggia il Cellini col

suo _Perseo_, che è di bronzo, ma vola. Ma sopra tutti, di fianco

all’ingresso di palazzo Vecchio, torreggia il Buonarroti col _David_,

colosso di marmo, che pare una creatura viva, un adolescente vero,

tanta è la felicità dell’espressione e la più felice sproporzione di

alcune parti, che indica maravigliosamente l’uomo non ancora formato

nella giusta pienezza virile di tutte le membra. Tutto era bello, tutto

stupendo, ovunque io volgessi lo sguardo. Che più? perfino il Biancone

di piazza (così chiamano a Firenze il gigantesco Nettuno della fontana,

opera dell’Ammannati) m’andò maledettamente a genio, sebbene ricordassi

il sarcastico motto imprestato a Michelangelo, intorno allo spreco di

un così bel pezzo di marmo.

La mia artistica curiosità, così potentemente risvegliata da tante

bellissime cose, non sentiva più freno, nè di stanchezza nè di fame.

Volli entrar subito in palazzo Vecchio, e, senza badar più che tanto al

bellissimo atrio, volai alla sala dei Cinquecento; non già per vedere

gli scanni, caldi ancora della sapienza di quattrocentocinquanta e

più legislatori moderni, bensì per ammirare una _Virtù che trionfa del

Vizio_, opera di Gian Bologna, della quale avevo letto mirabilia magna.

Il dottor Giovannetti, di Monte Fiore nelle Marche, mio carissimo

collega nel culto delle Muse e di Bellona, che avevo allora allora

incontrato ed abbracciato in piazza, mi fu introduttore e cerimoniere

presso quella divina, ch’egli si ostinava a chiamare la _Voluttà_.

E non mi parve che ragionasse male. L’arte dei nostri padri riusciva

eccellente in questi controsensi. Badavano anzi tutto a fare una bella

donna, rivaleggiando, direi quasi, con Domineddio; poi ci mettevano

un emblema, un segno allegorico, e il colpo era fatto. Per tal modo

l’Urbinate soleva dar vita eterna alle sue innamorate, mettendo loro

un bambolo in collo, e facendole passare per altrettante Madonne. Non

dissimilmente da Raffaello, il valoroso Gian Bologna condusse in marmo

una splendida bellezza, a cui pose il nome di Virtù, e tra’ piedi,

in atteggiamento arditissimo, le scolpì, ma che dico scolpì? fece

respirare e muoversi un uomo, a cui pose il nome di Vizio. Chi non

vorrebbe essere il Vizio, con una virtù così fatta?

La bellissima statua era nell’aula parlamentare, alla destra del trono.

Io, salvo il rispetto dovuto alla Corona e ai diritti della casa di

Savoia, che felicemente ci regge, l’avrei messa in trono addirittura,

in barba alla legge salica e all’articolo secondo dello Statuto. Restai

mezz’ora ad ammirarla per tutti i versi, e la sensazione che n’ebbi fu

molto ma molto più forte di quella che mi diede un’ora più tardi, nella

vicina Galleria degli Uffici, la decantata Venere dei Medici.

A proposito, e chi ha consigliata la figlia di Cleomene a tenersi

tante rivali in quella camera, dove essa dovrebbe regnare da sola? È

nel mezzo, sta bene, e proprio di rincontro all’uscio; ma il vicinato

di tante altre bellissime creature, che fanno tanto maggiore effetto

quanto è minore l’aspettazione dei visitatori, le riesce proprio

fatale. C’è tra l’altre quella Venere del Tiziano! La divina creatura

se ne sta mollemente adagiata sulla tela, e non ha nessuna voglia di

balzarne fuori. Fa bene, perbacco, che altrimenti i signori uomini, con

la loro molesta assiduità, non le lascerebbero un minuto di pace.

Seduta su d’una scranna, quasi nel mezzo della sala, per modo da poter

guardare la statua e il dipinto, la Venere greca e la Venere italica,

stava una giovine signora, che alla serena libertà degli atti, alla

capricciosa foggia delle vesti, si riconosceva facilmente per una

figlia d’Albione. Bianca nel viso come alabastro; lunghe le ciglia,

che velavano a mezzo i grandi occhi d’indaco; corallo tenero le labbra;

ala di corvo i capelli.... Dio! stavo per fare un ritratto di maniera,

e quel che è peggio, senza rassomiglianza, poichè io non ho posto due

volte gli occhi sull’originale.

Ce li aveva posti bensì, e non li aveva più tolti di là, il mio amico

Giovannetti.

— Vedi le tre Grazie? — diss’egli a me e al marchese di Pietramellara,

un altro amico e compagno d’armi combinato in piazza quel giorno.

— Dove, le tre Grazie?

— Qui dentro; la statua, il quadro, e la signora inglese.

— Ah, vorrai dire le tre dee del monte Ida; — rispose il Pietramellara,

— A quale daresti il pomo, Ludovico? — chiesi io.

— Alla viva, che diamine, alla viva; — replicò il Pietramellara. — E tu?

La figlia d’Albione capiva benissimo l’italiano. Me ne avvidi al color

delle fragole che le tinse i miti alabastri. La bella accostò con atto

impacciato l’occhialino alle lunghe ciglia, per guardare non so bene

se il quadro o la statua: stette ancora pochi secondi seduta, non so

se per aspettare la mia risposta, o per dar tempo al suo rossore di

dileguarsi; quindi si alzò, e, senza voltarsi neanche di profilo dalla

parte nostra, se ne andò verso il fondo della sala, a raggiungere la

sua comitiva.

Brava inglesina, così va fatto. Un’altra donna, poniamo una....

parigina, si sarebbe voltata un pochino, tanto per gradire: ma lei

dura! e se il demonietto della vanità che alberga nel cuore di tutte le

figlie d’Eva, ha dato un sobbalzo di contentezza nel suo, gli sguardi

profani non ne hanno avuto da vedere un bel nulla.

Con Garibaldi alle porte di Roma · 第 8 / 25 题