CAPITOLO XLV.

— Senti un po’, Joe! — così l’accolse il vecchio compagno dei giorni

tristi, la mattina dopo. — Io conosco un francese che abita nella 28.ª

strada: egli ha guadagnato un bel po’, ritorna in Francia e vende la

sua lavanderia, una bella piccola lavanderia a vapore, magnifica. Se ti

vuoi sistemare, ecco un affare che va bene per te. To’, prendi questo;

comprati della roba decente e va alle dieci nell’ufficio di questo

tale.

Egli mi ha fatto vedere la lavanderia; e la mostrerà anche a te. Se ti

piace e se credi che valga il prezzo — 60.000 — dimmelo, e sarà tua.

Ora lasciami: ho da fare; ti vedrò dopo.

— Senti, Mart, — fece l’altro, con voce lenta, nella quale si veniva

accumulando la collera. — Io sono venuto questa mattina per vederti,

capisci? Non sono venuto per vedere una lavanderia. Vengo per

chiacchierare, da vecchio buon compagno, e tu mi pianti una lavanderia

sulla testa. Be’, ti dirò: te la puoi tenere la tua lavanderia, e

andartene al diavolo!...

E già s’avviava, furioso, quando Martin l’afferrò per la spalla e gli

fece fare una giravolta.

— Ascolta, Joe! — diss’egli, — se fai l’imbecille, ti rompo la faccia.

E in ricordo della nostra vecchia amicizia, te la rompo per bene. Su,

vuoi o non vuoi?

Joe l’aveva abbracciato, ma siccome Martin aveva il vantaggio della

presa, tentò invano di svincolarsi: vacillando per la camera, andarono

a finire, con gran fracasso, su una poltroncina di vimini, che si

ruppe in parecchi pezzi. Joe giaceva sotto, con le braccia in croce,

solidamente mantenuto, e un ginocchio di Martin sullo stomaco: ansava,

soffiava, sbuffava come una foca, quando Martin lo lasciò.

— Ora, parliamo un po’, — disse Martin. — Non giova fare il cattivo con

me, vecchio mio. Voglio prima di tutto terminare questa faccenda della

lavanderia; poi potrai ritornare e parleremo del buon vecchio tempo.

T’ho detto ch’ero occupato. Guarda! — Un cameriere era entrato con un

voluminoso fascio di lettere e riviste.

— Come vuoi che faccia a guardare tutta questa roba e a chiacchierare

nello stesso tempo? Va’ a vedere la lavanderia, e poi ritornerai.

— Be’, — finì per ammettere Joe con malagrazia. — Credevo che tu

volessi sbarazzarti di me; mi sono ingannato. Ma sai, Mart, non mi

vinci alla _boxe_: ho le braccia più lunghe delle tue.

— Ci metteremo i guanti, un giorno di questi, e vedremo! — disse Martin

sorridendo.

— Sicuro! appena la lavanderia sarà avviata. — Joe allungò il braccio;

— Vedi questo? Be’, lo sentirai.

Martin emise un respiro di sollievo quando la porta si rinchiuse dietro

il lavandaio. Diventava misantropo; di giorno in giorno, gli riusciva

sempre più difficile mostrarsi cortese col prossimo. La presenza della

gente l’annoiava, la loro conversazione l’irritava; egli diventava

nervoso, e subito dopo il primo contatto, cercava un pretesto per

sbarazzarsene.

Anzichè fare lo spoglio dello corrispondenza, egli rimase a poltrire

sdraiato, per una mezz’ora, senza far nulla, quasi senza pensare. Poi

si scosse, e incominciò lo spoglio. C’erano una dozzina di richieste

d’autografi, che con uno sguardo solo egli riconobbe; delle richieste

di danaro da mendicanti di professione; delle lettere di pazzi,

dall’inventore d’una macchina a motore perpetuo e dallo scienziato che

ha scoperto che la terra è l’interno d’una sfera vuota sino all’illuso,

che chiede dei mezzi per comperare la penisola della California

meridionale e fondarci una colonia comunista.

Poi delle lettere di donne che volevano conoscerlo; tra le quali una

sola lo fece sorridere, perchè conteneva la ricevuta del noleggio della

sedia in chiesa, quale prova di pietà e rispettabilità.

Redattori di giornali e di riviste e case editrici contribuivano in

gran parte a formar la valanga quotidiana delle lettere: i primi gli

si inginocchiavano per avere manoscritti; i secondi per avere i suoi

libri. Poveri manoscritti disprezzati! E dire che per essi aveva

impegnato tutto quanto possedeva, per lunghi penosi mesi! La posta gli

portava anche degli _chèques_ inaspettati dall’Inghilterra, per diritti

di pubblicazione su traduzioni straniere.

Il suo agente inglese gli annunciava la vendita dei diritti di

traduzione in tedesco per tre libri e l’informava che le edizioni

svedesi sulle quali non gli spettava nulla — la Svezia non faceva parte

della convenzione di Berna, — erano già in vendita. Gli si domandava

anche il permesso di tradurre in russo una delle sue opere, essendo la

Russia esclusa anch’essa dalla convenzione di Berna.

Egli esaminò il grosso mucchio di ritagli che l’_Argo della Stampa_

gli mandava, lesse ciò che dicevano di lui e della sua voga, ch’era

diventata incredibile. Ciò dipendeva senza dubbio dal fatto che tutta

la sua produzione letteraria era stata lanciata al pubblico in un

torrente magnifico che lo aveva preso d’assalto. Anche per Kipling

era accaduto lo stesso: egli era quasi moribondo quando la folla

capricciosa si mise di colpo a leggerlo. E questa stessa folla, —

Martin se ne ricordava molto bene. — avendo letto Kipling e avendolo

acclamato, senza però capirne neppure la prima parola, aveva poi fatto

un brusco voltafaccia, mesi dopo, e l’aveva straziato per bene.

Martin, così pensando, ghignò. Certo, lo stesso trattamento avrebbero

usato a lui.

Perchè no? Ebbene, egli avrebbe giocato a quella folla un bel tiro a

modo suo: se ne andava laggiù nei mari del sud, dove avrebbe costruito

la sua casa di verzura, commerciato in perle e copra, avrebbe saltato i

banchi di scogli su fragili piroghe e pescato il pescecane, e cacciato

la capra selvatica sui picchi che strapiombano nella vallata di

Taiohae.

E, a un tratto, tutta la disperazione del suo stato gli apparve; vide

chiaramente che era entrato in una via senza uscita. Tutta la vita che

era in lui si avvizziva, svaniva, se ne andava verso la morte. Egli

sentì in tutta la sua profondità il desiderio di dormire per sempre.

Un tempo odiava il sonno che gli rubava momenti preziosi di vita: sulle

ventiquattr’ore le quattro ore di sonno lo privavano di quattro ore di

vita. Con quanto rammarico s’addormentava allora! Con quanto rammarico

viveva ora! La vita non era buona; mancava di sale, aveva un sapore

amaro. Ora, poichè tutta la vita che non aspira a continuare è prossima

alla cessazione, Martin si mise per una china pericolosa. Un vago

istinto di conservazione gli fece sentire che doveva partire al più

presto.

Egli si guardò intorno, e il pensiero di dover fare le valige l’annoiò

tanto che decise di farle all’ultimo momento. Intanto si sarebbe

occupato del suo equipaggiamento.

Uscì, entrò in un negozio di strumenti da caccia e da pesca, e vi

trascorse la mattinata a scegliere carabine automatiche, proiettili

e lenze perfezionate. Ma per comperare la mercanzia in previsione di

scambi futuri, gli bisognava giungere prima a destinazione, giacchè

quel genere di commercio era soggetto, come gli altri, ai mutamenti

della moda. D’altra parte, la sua mercanzia poteva comperarla in

Australia. Questa soluzione lo sollevò: l’idea di iniziare un’attività

qualsiasi gli ripugnava in quel momento.

Ritornò dunque all’albergo, pensando con gran contentezza alla comoda

poltrona che l’aspettava, e lanciò un borbottio disperato quando,

entrando in camera, trovò Joe che vi stava con gran sussiego. Joe

era entusiasta della lavanderia; tutto era concordato: egli poteva

prenderne possesso dal giorno dopo. Martin s’era steso sul letto e

aveva chiuso gli occhi mentre l’altro chiacchierava. I suoi pensieri

lo conducevano lontano, tanto lontano, ch’egli non s’accorgeva neppure

di pensare. Doveva fare un vero e proprio sforzo per rispondere,

a intervalli, a una domanda di Joe. Eppure, aveva avuto sempre

dell’affetto per Joe. Ma ecco! Joe era troppo esuberante, e si

espandeva in modo così chiassoso da stancare lo spirito malato di

Martin ed esasperarne i nervi ipersensibili.

Quando Joe gli ricordò che dovevano fare una partita di pugilato, un

giorno, loro due, egli avrebbe voluto urlare, dall’irritazione.

— Ricordati, Joe, che dovrai far funzionare la lavanderia secondo le

regole che ti stavano a cuore, alle Acque Termali, — gli disse. — Un

lavoro non eccessivo; niente lavoro notturno, e neppure ragazzi al

cilindro; niente impiego di ragazzi; e salarî convenienti.

Joe fece un segno d’assenso, e mostrò il taccuino.

— Guarda, vecchio! Ho segnato qui le regole, prima di colazione, questa

mattina. Che te ne pare?

E le lesse ad alta voce, e Martin approvò, mentre s’augurava che Joe lo

liberasse al più presto della sua presenza.

Quando si svegliò, il pomeriggio era inoltrato. Lentamente egli

riacquistò coscienza della vita e si guardò intorno: Joe se

l’era svignata vedendolo addormentato, evidentemente. È stata una

delicatezza, da parte sua, — fece egli tra sè; — poi chiuse nuovamente

gli occhi e si riaddormentò.

Nei giorni che seguirono, Joe fu troppo assorto nell’ordinamento della

lavanderia, per annoiarlo troppo; e solo alla vigilia dell’imbarco, i

giornali annunciavano che Martin Eden partiva sulla «Mariposa». Durante

uno di quei rari momenti nei quali l’istinto della conservazione era

ancora desto, egli andò da un medico per farsi visitare accuratamente.

Il medico non gli trovò nulla: il cuore, i polmoni furono dichiarati

perfetti; tutti i suoi organi, stando al giudizio del dottore, erano

sani e funzionavano normalmente.

— Voi non avete nulla, signor Eden, — disse. — Voi siete in condizioni

perfette. Sinceramente, ammiro la vostra salute; è meravigliosa.

Guardate che torace! Qui, e nello stomaco, sta il segreto della vostra

eccezionale costituzione fisica. Fisicamente, non c’è un uomo su mille

che sia così ben fatto; neppure uno su mille. Se non vi capita qualche

disgrazia, potete campare sino a cent’anni.

E Martin capì che la diagnosi di Lizzie era giusta: fisicamente egli

stava benone: era la sua «macchina per pensare» che s’era sviata, e

nulla poteva guarirla, tranne i mari del sud.

Deplorevole, però, era il fatto che, ora, proprio al momento di

partire, non aveva più voglia d’andar via; i mari del sud non

l’attraevano più che non l’attraesse la civiltà borghese; il pensiero

della partenza non lo stimolava in alcun modo, e l’atto stesso

richiedeva una quantità di sforzi faticosi. Avrebbe voluto trovarsi a

bordo e in alto mare.

L’ultimo giorno fu duro: avendo saputo della partenza dai giornali

del mattino, Bernardo Higgingbotham, Geltrude e tutta la famiglia si

recarono da lui, con Herman von Schmidt e Marianna, per salutarlo.

Poi bisognò regolare degli affari, pagare dei conti, sopportare gli

eterni _reporters_. Egli disse addio a Lizzie Connolly bruscamente,

all’entrata della scuola e s’affrettò ad andarsene. All’albergo

trovò Joe, che non era andato prima perchè occupato tutto il giorno

a ordinare la lavanderia. Era l’ultima fatica? Martin, aggrappato al

braccio della poltrona, parlò ed ascoltò durante una mezz’ora.

— Tu sai, Joe, — diss’egli, — che non hai sposato la lavanderia. Non

sei obbligato a rimanervi per forza, ma potrai, quando vorrai, venderla

e spendere il danaro come meglio crederai. Quando ti sarai stancato e

avrai voglia di riprendere il vagabondaggio, fa pure, ragazzo mio! Fa

ciò che ti piace.

— Non più strada per me, grazie tanto! Essere vagabondo, va bene,

benissimo, tranne per una cosa: le donne. Io non posso farne senza;

sono un uomo al quale piacciono le donne. Non posso farne senza, no;

e bisogna rinunziare, quando si fa il vagabondo. Tutte le volte che

passavo davanti le case dove si ballava o si divertivano, e sentivo

risate di donne e vedevo attraverso i vetri le loro vesti bianche e i

loro sorrisi, vedi, soffrivo troppo! Mi piace il ballo, mi piacciono

le scampagnate, le passeggiate al lume di luna, e il resto; mi piace

troppo tutto questo! A me la lavanderia, una buona reputazione e dei

buoni dollari sonanti in tasca! Ho visto una ragazza, to’, proprio

ieri: ebbene, figurati! ho una certa idea che sposerò lei. Tutto il

giorno ho cantato e pensato a lei. È una bellezza: ha gli occhi più

carini e la voce più bella del mondo. Sì, andremo bene noi due... Di’

un po’ perchè non sposi anche tu, con tanto danaro che hai? Potresti

scegliere la più bella ragazza del paese.

Martin scosse il capo sorridendo; nel profondo del cuore si domandava

perchè gli uomini tengano tanto ad ammogliarsi; la cosa gli pareva

stupefacente, incomprensibile.

Dal ponte della «Mariposa», al momento di levar l’ancora, egli vide sul

viale Lizzie Connolly che si nascondeva fra la folla.

— Prendila con te, dunque! — gli soffiò una voce interiore. — È facile

essere buoni; tu la farai tanto felice!

Divenne quasi una tentazione, quel pensiero; poi, un momento dopo, una

specie di terrore l’invase, ed egli si voltò gemendo: — Povero vecchio

mio, tu sei troppo malato!

Si rifugiò nella sua cabina di lusso, dove rimase nascosto sino al

momento in cui il piroscafo fu uscito dal porto. Nella sala da pranzo,

a colazione, ebbe il posto d’onore, a destra del capitano; e non tardò

molto a scoprire ch’egli era il personaggio più cospicuo, a bordo.

Ma giammai un gran personaggio diede meno piacere ai passeggieri d’un

piroscafo. Egli passava il pomeriggio su un divano, sul ponte, con gli

occhi chiusi, sonnecchiando quasi di continuo e, la sera, andando a

letto presto.

Dopo due giorni, guariti dal mal di mare, i passeggieri apparvero

tutti; e non incontrarono nessuna simpatia in lui; eppure, erano brava

gente, simpatica, — fu costretto a riconoscerlo; — erano simpatici

e cordiali, da buoni borghesi quali erano, con tutta la meschinità

e frivolezza intellettuale del loro ambiente. La loro conversazione

l’annoiava a morte. Quanto ai giovanotti, la loro esuberanza rumorosa

e il loro incessante bisogno di prodigarsi, lo snervavano. Non stavano

mai quieti; e dalla mattina alla sera, erano giochi, passeggiate, urla

e corse folli da un capo all’altro per veder saltare le tartarughe

marine o balzare i primi squadroni di pesci volanti.

Egli dormiva enormemente. Dopo colazione, si abbandonava sul divano,

con una rivista illustrata che non leggeva mai. La stampa lo stancava;

egli si domandava come mai le gente potesse avere ancora cose da

raccontare, e riflettendo s’addormentava. Quando il gong lo svegliava

per la merenda, si sentiva esasperato; era tutt’altro che allegro

essere svegliato.

Egli tentò una volta di scuotere il suo letargo e si rifugiò nel

castello di prua, a vedere i marinai; ma la loro mentalità sembrava

mutata, dal tempo in cui viveva fra loro; e non gli riuscì di trovare

nessun vincolo di cameratismo fra lui e quei bruti dalle facce stupide,

dai cervelli di ruminanti. Egli era ridotto alla disperazione.

In alto, nessuno s’interessava di Martin Eden, per quello che

rappresentava come uomo; in basso, non poteva più sopportare coloro che

sarebbero stati suoi amici, un tempo. Come la luce troppo viva ferisce

gli occhi stanchi di un malato, così la vita cosciente lo feriva, ed

egli era accecato da quella luce abbagliante. Era una sofferenza, una

intollerabile sofferenza. Mai, prima d’allora, Martin aveva viaggiato

in prima classe; sul mare, era stato sempre sul castello di prua, al

timone, o nelle cupe profondità delle stive carbonaie. Allora, quando

s’arrampicava per uscir fuori del baratro soffocante, su per la scala

di ferro, e scorgeva i passeggieri, biancovestiti, che oziavano o

si divertivano, sotto tende che li riparavano dal sole e dal vento,

serviti da _stewards_ impeccabili che indovinavano i minimi bisogni,

i più lievi desideri, allora gli pareva di scorgere perlomeno un

cantuccio di paradiso. Oggi, egli era il gran personaggio di bordo,

che il capitano faceva sedere alla destra, era bersaglio di tutti gli

sguardi, e dal castello di prua sino alle caldaie, vagava invano in

cerca del paradiso perduto.

Tentò di scuotersi, di trovare un soggetto interessante, si mischiò

persino tra i sottufficiali; ma la loro banalità lo fece battere in

ritirata. Chiaccherò con un quartiermastro, persona intelligente, che

lo trascinò subito nella propaganda socialista e gli riempì le tasche

di opuscoli e di volumetti di critica. Ascoltando quell’uomo che

esponeva la morale degli schiavi, egli paragonò questa, languidamente,

alla sua filosofia nietzschiana. Ma che valeva tutto ciò, in fin dei

conti? Ricordò una delle più folli affermazioni di Nietzsche, quella

della inesistenza della verità. Chissà? forse Nietzsche aveva ragione;

forse la verità non era altro che un’illusione. Poi la stanchezza del

pensare lo vinse, ed egli fu lieto di ritrovare il suo divano e di

dormire.

In breve, nuove preoccupazioni lo assillarono. Che sarebbe avvenuto

quando la nave fosse giunta a Tahiti? Bisognava scendere a terra,

ordinare la mercanzia, trovare un battello in partenza per le

isole Marchesi, compiere mille e mille cose il cui solo pensiero lo

atterriva. Ogni volta ch’egli si sforzava di riflettere, il pericolo

delle sue condizioni gli appariva. In verità egli avanzava nella Tetra

Valle... s’inoltrava a gran passi, senza timore, e qui era il pericolo.

La paura lo avrebbe riattaccato alla vita, ma, non avendo paura,

affondava sempre più nelle tenebre. Le cose che l’incantavano un tempo,

tutte le cose famigliari tanto amate, ora gli erano estranee.

La «Mariposa», intanto, vogava attraverso gli alisei del Nord-est;

ma il soffio snervante di questo vento l’esasperò, così che dovette

far cambiar posto al divano per isfuggire agli abbracci di quel forte

compagno dei giorni di pena d’una volta, durante le notti così miti.

Il giorno in cui la «Mariposa» passò l’Equatore, Martin era più

infelice che mai. Non poteva più dormire; saturo com’era di sonno,

doveva, ora, rimanere sveglio e sopportare l’accecante luce della vita.

Andava e veniva, senza trovare riposo. Gli uragani torrenziali non

riuscivano a rinfrescare l’atmosfera umida, opprimente. Egli soffriva

di vivere, atrocemente. Passeggiò sul _dek_, sino a quando non ne potè

più, poi sedette, poi ricominciò a camminare, coi nervi tesi sino allo

spasimo. Finì col costringersi a terminar la lettura della rivista,

poi andò alla biblioteca di bordo, a scegliersi parecchi volumi di

poesia; ma non riuscì a interessarsi, e ricominciò ad andar su e giù,

disperatamente.

Dopo pranzo, rimase a lungo sul ponte, ma invano, giacchè in cabina non

potè addormentarsi. Questa protrazione di vita, che sino a poco prima

il sonno gli aveva procurato, gli veniva negata. Era troppo, questa

volta. Accese la luce elettrica e si sforzò di leggere Swinburne;

disteso sul letto, egli sfogliò il libro, e s’accorse ad un tratto

che prendeva interesse a quanto leggeva. Finì il poema, tentò di

continuare, ritornò al precedente; poi posò il libro aperto, sul petto,

e riflettè.

Era quella, sì, era quella! Come mai non lo aveva pensato primo?...

Era quella lo spiegazione suprema: l’aveva cercata per tanto tempo, e

ora Swinburne gli mostrava la via, la via del riposo. Egli avevo tanto

bisogno di riposo!...

Lanciò uno sguardo all’_hublot_: sì, era abbastanza largo. Per la

prima volta, durante lunghe settimane, egli fu felice; avevo finalmente

trovato il rimedio ai suoi mali. Riprese il libro, rilesse la strofa ad

alta voce, lentamente...

_Della troppa fede nella vita,_

_di troppa speranza e timore,_

_ringraziamo, con breve preghiera_

_agli dei perchè ne liberino._

_Grazie a loro perchè niuna vita_

_è eterna, perchè non v’è morte_

_che rinasca giammai,_

_perchè sino il fiume più stanco_

_trova un giorno riposo nel mare._

Martin Eden(#73373) · 第 58 / 69 题