— Senti un po’, Joe! — così l’accolse il vecchio compagno dei giorni
tristi, la mattina dopo. — Io conosco un francese che abita nella 28.ª
strada: egli ha guadagnato un bel po’, ritorna in Francia e vende la
sua lavanderia, una bella piccola lavanderia a vapore, magnifica. Se ti
vuoi sistemare, ecco un affare che va bene per te. To’, prendi questo;
comprati della roba decente e va alle dieci nell’ufficio di questo
tale.
Egli mi ha fatto vedere la lavanderia; e la mostrerà anche a te. Se ti
piace e se credi che valga il prezzo — 60.000 — dimmelo, e sarà tua.
Ora lasciami: ho da fare; ti vedrò dopo.
— Senti, Mart, — fece l’altro, con voce lenta, nella quale si veniva
accumulando la collera. — Io sono venuto questa mattina per vederti,
capisci? Non sono venuto per vedere una lavanderia. Vengo per
chiacchierare, da vecchio buon compagno, e tu mi pianti una lavanderia
sulla testa. Be’, ti dirò: te la puoi tenere la tua lavanderia, e
andartene al diavolo!...
E già s’avviava, furioso, quando Martin l’afferrò per la spalla e gli
fece fare una giravolta.
— Ascolta, Joe! — diss’egli, — se fai l’imbecille, ti rompo la faccia.
E in ricordo della nostra vecchia amicizia, te la rompo per bene. Su,
vuoi o non vuoi?
Joe l’aveva abbracciato, ma siccome Martin aveva il vantaggio della
presa, tentò invano di svincolarsi: vacillando per la camera, andarono
a finire, con gran fracasso, su una poltroncina di vimini, che si
ruppe in parecchi pezzi. Joe giaceva sotto, con le braccia in croce,
solidamente mantenuto, e un ginocchio di Martin sullo stomaco: ansava,
soffiava, sbuffava come una foca, quando Martin lo lasciò.
— Ora, parliamo un po’, — disse Martin. — Non giova fare il cattivo con
me, vecchio mio. Voglio prima di tutto terminare questa faccenda della
lavanderia; poi potrai ritornare e parleremo del buon vecchio tempo.
T’ho detto ch’ero occupato. Guarda! — Un cameriere era entrato con un
voluminoso fascio di lettere e riviste.
— Come vuoi che faccia a guardare tutta questa roba e a chiacchierare
nello stesso tempo? Va’ a vedere la lavanderia, e poi ritornerai.
— Be’, — finì per ammettere Joe con malagrazia. — Credevo che tu
volessi sbarazzarti di me; mi sono ingannato. Ma sai, Mart, non mi
vinci alla _boxe_: ho le braccia più lunghe delle tue.
— Ci metteremo i guanti, un giorno di questi, e vedremo! — disse Martin
sorridendo.
— Sicuro! appena la lavanderia sarà avviata. — Joe allungò il braccio;
— Vedi questo? Be’, lo sentirai.
Martin emise un respiro di sollievo quando la porta si rinchiuse dietro
il lavandaio. Diventava misantropo; di giorno in giorno, gli riusciva
sempre più difficile mostrarsi cortese col prossimo. La presenza della
gente l’annoiava, la loro conversazione l’irritava; egli diventava
nervoso, e subito dopo il primo contatto, cercava un pretesto per
sbarazzarsene.
Anzichè fare lo spoglio dello corrispondenza, egli rimase a poltrire
sdraiato, per una mezz’ora, senza far nulla, quasi senza pensare. Poi
si scosse, e incominciò lo spoglio. C’erano una dozzina di richieste
d’autografi, che con uno sguardo solo egli riconobbe; delle richieste
di danaro da mendicanti di professione; delle lettere di pazzi,
dall’inventore d’una macchina a motore perpetuo e dallo scienziato che
ha scoperto che la terra è l’interno d’una sfera vuota sino all’illuso,
che chiede dei mezzi per comperare la penisola della California
meridionale e fondarci una colonia comunista.
Poi delle lettere di donne che volevano conoscerlo; tra le quali una
sola lo fece sorridere, perchè conteneva la ricevuta del noleggio della
sedia in chiesa, quale prova di pietà e rispettabilità.
Redattori di giornali e di riviste e case editrici contribuivano in
gran parte a formar la valanga quotidiana delle lettere: i primi gli
si inginocchiavano per avere manoscritti; i secondi per avere i suoi
libri. Poveri manoscritti disprezzati! E dire che per essi aveva
impegnato tutto quanto possedeva, per lunghi penosi mesi! La posta gli
portava anche degli _chèques_ inaspettati dall’Inghilterra, per diritti
di pubblicazione su traduzioni straniere.
Il suo agente inglese gli annunciava la vendita dei diritti di
traduzione in tedesco per tre libri e l’informava che le edizioni
svedesi sulle quali non gli spettava nulla — la Svezia non faceva parte
della convenzione di Berna, — erano già in vendita. Gli si domandava
anche il permesso di tradurre in russo una delle sue opere, essendo la
Russia esclusa anch’essa dalla convenzione di Berna.
Egli esaminò il grosso mucchio di ritagli che l’_Argo della Stampa_
gli mandava, lesse ciò che dicevano di lui e della sua voga, ch’era
diventata incredibile. Ciò dipendeva senza dubbio dal fatto che tutta
la sua produzione letteraria era stata lanciata al pubblico in un
torrente magnifico che lo aveva preso d’assalto. Anche per Kipling
era accaduto lo stesso: egli era quasi moribondo quando la folla
capricciosa si mise di colpo a leggerlo. E questa stessa folla, —
Martin se ne ricordava molto bene. — avendo letto Kipling e avendolo
acclamato, senza però capirne neppure la prima parola, aveva poi fatto
un brusco voltafaccia, mesi dopo, e l’aveva straziato per bene.
Martin, così pensando, ghignò. Certo, lo stesso trattamento avrebbero
usato a lui.
Perchè no? Ebbene, egli avrebbe giocato a quella folla un bel tiro a
modo suo: se ne andava laggiù nei mari del sud, dove avrebbe costruito
la sua casa di verzura, commerciato in perle e copra, avrebbe saltato i
banchi di scogli su fragili piroghe e pescato il pescecane, e cacciato
la capra selvatica sui picchi che strapiombano nella vallata di
Taiohae.
E, a un tratto, tutta la disperazione del suo stato gli apparve; vide
chiaramente che era entrato in una via senza uscita. Tutta la vita che
era in lui si avvizziva, svaniva, se ne andava verso la morte. Egli
sentì in tutta la sua profondità il desiderio di dormire per sempre.
Un tempo odiava il sonno che gli rubava momenti preziosi di vita: sulle
ventiquattr’ore le quattro ore di sonno lo privavano di quattro ore di
vita. Con quanto rammarico s’addormentava allora! Con quanto rammarico
viveva ora! La vita non era buona; mancava di sale, aveva un sapore
amaro. Ora, poichè tutta la vita che non aspira a continuare è prossima
alla cessazione, Martin si mise per una china pericolosa. Un vago
istinto di conservazione gli fece sentire che doveva partire al più
presto.
Egli si guardò intorno, e il pensiero di dover fare le valige l’annoiò
tanto che decise di farle all’ultimo momento. Intanto si sarebbe
occupato del suo equipaggiamento.
Uscì, entrò in un negozio di strumenti da caccia e da pesca, e vi
trascorse la mattinata a scegliere carabine automatiche, proiettili
e lenze perfezionate. Ma per comperare la mercanzia in previsione di
scambi futuri, gli bisognava giungere prima a destinazione, giacchè
quel genere di commercio era soggetto, come gli altri, ai mutamenti
della moda. D’altra parte, la sua mercanzia poteva comperarla in
Australia. Questa soluzione lo sollevò: l’idea di iniziare un’attività
qualsiasi gli ripugnava in quel momento.
Ritornò dunque all’albergo, pensando con gran contentezza alla comoda
poltrona che l’aspettava, e lanciò un borbottio disperato quando,
entrando in camera, trovò Joe che vi stava con gran sussiego. Joe
era entusiasta della lavanderia; tutto era concordato: egli poteva
prenderne possesso dal giorno dopo. Martin s’era steso sul letto e
aveva chiuso gli occhi mentre l’altro chiacchierava. I suoi pensieri
lo conducevano lontano, tanto lontano, ch’egli non s’accorgeva neppure
di pensare. Doveva fare un vero e proprio sforzo per rispondere,
a intervalli, a una domanda di Joe. Eppure, aveva avuto sempre
dell’affetto per Joe. Ma ecco! Joe era troppo esuberante, e si
espandeva in modo così chiassoso da stancare lo spirito malato di
Martin ed esasperarne i nervi ipersensibili.
Quando Joe gli ricordò che dovevano fare una partita di pugilato, un
giorno, loro due, egli avrebbe voluto urlare, dall’irritazione.
— Ricordati, Joe, che dovrai far funzionare la lavanderia secondo le
regole che ti stavano a cuore, alle Acque Termali, — gli disse. — Un
lavoro non eccessivo; niente lavoro notturno, e neppure ragazzi al
cilindro; niente impiego di ragazzi; e salarî convenienti.
Joe fece un segno d’assenso, e mostrò il taccuino.
— Guarda, vecchio! Ho segnato qui le regole, prima di colazione, questa
mattina. Che te ne pare?
E le lesse ad alta voce, e Martin approvò, mentre s’augurava che Joe lo
liberasse al più presto della sua presenza.
Quando si svegliò, il pomeriggio era inoltrato. Lentamente egli
riacquistò coscienza della vita e si guardò intorno: Joe se
l’era svignata vedendolo addormentato, evidentemente. È stata una
delicatezza, da parte sua, — fece egli tra sè; — poi chiuse nuovamente
gli occhi e si riaddormentò.
Nei giorni che seguirono, Joe fu troppo assorto nell’ordinamento della
lavanderia, per annoiarlo troppo; e solo alla vigilia dell’imbarco, i
giornali annunciavano che Martin Eden partiva sulla «Mariposa». Durante
uno di quei rari momenti nei quali l’istinto della conservazione era
ancora desto, egli andò da un medico per farsi visitare accuratamente.
Il medico non gli trovò nulla: il cuore, i polmoni furono dichiarati
perfetti; tutti i suoi organi, stando al giudizio del dottore, erano
sani e funzionavano normalmente.
— Voi non avete nulla, signor Eden, — disse. — Voi siete in condizioni
perfette. Sinceramente, ammiro la vostra salute; è meravigliosa.
Guardate che torace! Qui, e nello stomaco, sta il segreto della vostra
eccezionale costituzione fisica. Fisicamente, non c’è un uomo su mille
che sia così ben fatto; neppure uno su mille. Se non vi capita qualche
disgrazia, potete campare sino a cent’anni.
E Martin capì che la diagnosi di Lizzie era giusta: fisicamente egli
stava benone: era la sua «macchina per pensare» che s’era sviata, e
nulla poteva guarirla, tranne i mari del sud.
Deplorevole, però, era il fatto che, ora, proprio al momento di
partire, non aveva più voglia d’andar via; i mari del sud non
l’attraevano più che non l’attraesse la civiltà borghese; il pensiero
della partenza non lo stimolava in alcun modo, e l’atto stesso
richiedeva una quantità di sforzi faticosi. Avrebbe voluto trovarsi a
bordo e in alto mare.
L’ultimo giorno fu duro: avendo saputo della partenza dai giornali
del mattino, Bernardo Higgingbotham, Geltrude e tutta la famiglia si
recarono da lui, con Herman von Schmidt e Marianna, per salutarlo.
Poi bisognò regolare degli affari, pagare dei conti, sopportare gli
eterni _reporters_. Egli disse addio a Lizzie Connolly bruscamente,
all’entrata della scuola e s’affrettò ad andarsene. All’albergo
trovò Joe, che non era andato prima perchè occupato tutto il giorno
a ordinare la lavanderia. Era l’ultima fatica? Martin, aggrappato al
braccio della poltrona, parlò ed ascoltò durante una mezz’ora.
— Tu sai, Joe, — diss’egli, — che non hai sposato la lavanderia. Non
sei obbligato a rimanervi per forza, ma potrai, quando vorrai, venderla
e spendere il danaro come meglio crederai. Quando ti sarai stancato e
avrai voglia di riprendere il vagabondaggio, fa pure, ragazzo mio! Fa
ciò che ti piace.
— Non più strada per me, grazie tanto! Essere vagabondo, va bene,
benissimo, tranne per una cosa: le donne. Io non posso farne senza;
sono un uomo al quale piacciono le donne. Non posso farne senza, no;
e bisogna rinunziare, quando si fa il vagabondo. Tutte le volte che
passavo davanti le case dove si ballava o si divertivano, e sentivo
risate di donne e vedevo attraverso i vetri le loro vesti bianche e i
loro sorrisi, vedi, soffrivo troppo! Mi piace il ballo, mi piacciono
le scampagnate, le passeggiate al lume di luna, e il resto; mi piace
troppo tutto questo! A me la lavanderia, una buona reputazione e dei
buoni dollari sonanti in tasca! Ho visto una ragazza, to’, proprio
ieri: ebbene, figurati! ho una certa idea che sposerò lei. Tutto il
giorno ho cantato e pensato a lei. È una bellezza: ha gli occhi più
carini e la voce più bella del mondo. Sì, andremo bene noi due... Di’
un po’ perchè non sposi anche tu, con tanto danaro che hai? Potresti
scegliere la più bella ragazza del paese.
Martin scosse il capo sorridendo; nel profondo del cuore si domandava
perchè gli uomini tengano tanto ad ammogliarsi; la cosa gli pareva
stupefacente, incomprensibile.
Dal ponte della «Mariposa», al momento di levar l’ancora, egli vide sul
viale Lizzie Connolly che si nascondeva fra la folla.
— Prendila con te, dunque! — gli soffiò una voce interiore. — È facile
essere buoni; tu la farai tanto felice!
Divenne quasi una tentazione, quel pensiero; poi, un momento dopo, una
specie di terrore l’invase, ed egli si voltò gemendo: — Povero vecchio
mio, tu sei troppo malato!
Si rifugiò nella sua cabina di lusso, dove rimase nascosto sino al
momento in cui il piroscafo fu uscito dal porto. Nella sala da pranzo,
a colazione, ebbe il posto d’onore, a destra del capitano; e non tardò
molto a scoprire ch’egli era il personaggio più cospicuo, a bordo.
Ma giammai un gran personaggio diede meno piacere ai passeggieri d’un
piroscafo. Egli passava il pomeriggio su un divano, sul ponte, con gli
occhi chiusi, sonnecchiando quasi di continuo e, la sera, andando a
letto presto.
Dopo due giorni, guariti dal mal di mare, i passeggieri apparvero
tutti; e non incontrarono nessuna simpatia in lui; eppure, erano brava
gente, simpatica, — fu costretto a riconoscerlo; — erano simpatici
e cordiali, da buoni borghesi quali erano, con tutta la meschinità
e frivolezza intellettuale del loro ambiente. La loro conversazione
l’annoiava a morte. Quanto ai giovanotti, la loro esuberanza rumorosa
e il loro incessante bisogno di prodigarsi, lo snervavano. Non stavano
mai quieti; e dalla mattina alla sera, erano giochi, passeggiate, urla
e corse folli da un capo all’altro per veder saltare le tartarughe
marine o balzare i primi squadroni di pesci volanti.
Egli dormiva enormemente. Dopo colazione, si abbandonava sul divano,
con una rivista illustrata che non leggeva mai. La stampa lo stancava;
egli si domandava come mai le gente potesse avere ancora cose da
raccontare, e riflettendo s’addormentava. Quando il gong lo svegliava
per la merenda, si sentiva esasperato; era tutt’altro che allegro
essere svegliato.
Egli tentò una volta di scuotere il suo letargo e si rifugiò nel
castello di prua, a vedere i marinai; ma la loro mentalità sembrava
mutata, dal tempo in cui viveva fra loro; e non gli riuscì di trovare
nessun vincolo di cameratismo fra lui e quei bruti dalle facce stupide,
dai cervelli di ruminanti. Egli era ridotto alla disperazione.
In alto, nessuno s’interessava di Martin Eden, per quello che
rappresentava come uomo; in basso, non poteva più sopportare coloro che
sarebbero stati suoi amici, un tempo. Come la luce troppo viva ferisce
gli occhi stanchi di un malato, così la vita cosciente lo feriva, ed
egli era accecato da quella luce abbagliante. Era una sofferenza, una
intollerabile sofferenza. Mai, prima d’allora, Martin aveva viaggiato
in prima classe; sul mare, era stato sempre sul castello di prua, al
timone, o nelle cupe profondità delle stive carbonaie. Allora, quando
s’arrampicava per uscir fuori del baratro soffocante, su per la scala
di ferro, e scorgeva i passeggieri, biancovestiti, che oziavano o
si divertivano, sotto tende che li riparavano dal sole e dal vento,
serviti da _stewards_ impeccabili che indovinavano i minimi bisogni,
i più lievi desideri, allora gli pareva di scorgere perlomeno un
cantuccio di paradiso. Oggi, egli era il gran personaggio di bordo,
che il capitano faceva sedere alla destra, era bersaglio di tutti gli
sguardi, e dal castello di prua sino alle caldaie, vagava invano in
cerca del paradiso perduto.
Tentò di scuotersi, di trovare un soggetto interessante, si mischiò
persino tra i sottufficiali; ma la loro banalità lo fece battere in
ritirata. Chiaccherò con un quartiermastro, persona intelligente, che
lo trascinò subito nella propaganda socialista e gli riempì le tasche
di opuscoli e di volumetti di critica. Ascoltando quell’uomo che
esponeva la morale degli schiavi, egli paragonò questa, languidamente,
alla sua filosofia nietzschiana. Ma che valeva tutto ciò, in fin dei
conti? Ricordò una delle più folli affermazioni di Nietzsche, quella
della inesistenza della verità. Chissà? forse Nietzsche aveva ragione;
forse la verità non era altro che un’illusione. Poi la stanchezza del
pensare lo vinse, ed egli fu lieto di ritrovare il suo divano e di
dormire.
In breve, nuove preoccupazioni lo assillarono. Che sarebbe avvenuto
quando la nave fosse giunta a Tahiti? Bisognava scendere a terra,
ordinare la mercanzia, trovare un battello in partenza per le
isole Marchesi, compiere mille e mille cose il cui solo pensiero lo
atterriva. Ogni volta ch’egli si sforzava di riflettere, il pericolo
delle sue condizioni gli appariva. In verità egli avanzava nella Tetra
Valle... s’inoltrava a gran passi, senza timore, e qui era il pericolo.
La paura lo avrebbe riattaccato alla vita, ma, non avendo paura,
affondava sempre più nelle tenebre. Le cose che l’incantavano un tempo,
tutte le cose famigliari tanto amate, ora gli erano estranee.
La «Mariposa», intanto, vogava attraverso gli alisei del Nord-est;
ma il soffio snervante di questo vento l’esasperò, così che dovette
far cambiar posto al divano per isfuggire agli abbracci di quel forte
compagno dei giorni di pena d’una volta, durante le notti così miti.
Il giorno in cui la «Mariposa» passò l’Equatore, Martin era più
infelice che mai. Non poteva più dormire; saturo com’era di sonno,
doveva, ora, rimanere sveglio e sopportare l’accecante luce della vita.
Andava e veniva, senza trovare riposo. Gli uragani torrenziali non
riuscivano a rinfrescare l’atmosfera umida, opprimente. Egli soffriva
di vivere, atrocemente. Passeggiò sul _dek_, sino a quando non ne potè
più, poi sedette, poi ricominciò a camminare, coi nervi tesi sino allo
spasimo. Finì col costringersi a terminar la lettura della rivista,
poi andò alla biblioteca di bordo, a scegliersi parecchi volumi di
poesia; ma non riuscì a interessarsi, e ricominciò ad andar su e giù,
disperatamente.
Dopo pranzo, rimase a lungo sul ponte, ma invano, giacchè in cabina non
potè addormentarsi. Questa protrazione di vita, che sino a poco prima
il sonno gli aveva procurato, gli veniva negata. Era troppo, questa
volta. Accese la luce elettrica e si sforzò di leggere Swinburne;
disteso sul letto, egli sfogliò il libro, e s’accorse ad un tratto
che prendeva interesse a quanto leggeva. Finì il poema, tentò di
continuare, ritornò al precedente; poi posò il libro aperto, sul petto,
e riflettè.
Era quella, sì, era quella! Come mai non lo aveva pensato primo?...
Era quella lo spiegazione suprema: l’aveva cercata per tanto tempo, e
ora Swinburne gli mostrava la via, la via del riposo. Egli avevo tanto
bisogno di riposo!...
Lanciò uno sguardo all’_hublot_: sì, era abbastanza largo. Per la
prima volta, durante lunghe settimane, egli fu felice; avevo finalmente
trovato il rimedio ai suoi mali. Riprese il libro, rilesse la strofa ad
alta voce, lentamente...
_Della troppa fede nella vita,_
_di troppa speranza e timore,_
_ringraziamo, con breve preghiera_
_agli dei perchè ne liberino._
_Grazie a loro perchè niuna vita_
_è eterna, perchè non v’è morte_
_che rinasca giammai,_
_perchè sino il fiume più stanco_
_trova un giorno riposo nel mare._