Swinburne gli aveva rivelato il segreto: la vita era malvagia, o,
meglio, era diventata tale; era diventata intollerabile. «Perchè non
v’è morte che rinasca giammai!»
Questo verso lo commosse di profonda riconoscenza. Era quella una
delle poche cose benefiche della creazione: quando la vita diventava
troppo dolorosa o troppo faticosa, la morte era pronta a cullare tutti
i dolori, tutte le stanchezze nell’eterno sonno. Che aspettava dunque?
Era tempo di partire.
S’alzò, passò la testa attraverso l’_hublot_; guardò il mare color di
latte. Poichè la «Mariposa» era molto carica, bastava tenersi sospeso
per le mani, e i piedi avrebbero toccato l’acqua. Poteva scivolare
senza rumore; nessuno avrebbe udito.
Uno spruzzo di spuma saltò, gli bagnò il viso, gl’inumidì le labbra
facendogli sentire un sapore squisito. Egli si domandò se doveva
scrivere il canto del cigno; poi quell’idea lo fece ridere; non aveva
tempo veramente. Spense la luce e discese, attraversando l’apertura
dell’_hublot_, con i piedi avanti; ma le spalle non passavano; allora
risalì e ricominciò da capo l’operazione, questa volta ficcando un
braccio dopo l’altro. Un movimento della nave l’aiutò, ed egli si trovò
fuori, sospeso per le mani.
Quando i piedi ebbero toccato l’acqua, si lasciò andare. Il mare era
simile a musco bianco; come un muro cupo punteggiato da lumi lucenti,
il fianco della «Mariposa» scivolò lungo il corpo di lui, rapidamente.
Certo essa sarebbe arrivata prima... Quasi senz’accorgersene, la nave
lo sorpassò, ed egli nuotò mollemente nella schiuma crepitante. Un
bonito, attratto dal corpo bianco, s’avvicinò e lo morse. Gli aveva
tolto un pezzettino: allora il piccolo dolore che ne risentì gli fece
ricordare perchè era là. L’azione glielo aveva fatto dimenticare. I
lumi della «Mariposa» svanivano nella lontananza, ed egli era là, che
nuotava tranquillamente come se avesse l’intenzione di approdare alla
riva più prossima, a un migliaio di leghe circa.
L’istinto di conservazione si faceva ancora sentire; egli cessò di
nuotare, ma appena sentì che l’acqua gli copriva le labbra, battè forte
le mani per risalire a galla. — Il desiderio di vivere! — riflettè,
beffandosi di se stesso. — Ebbene! egli aveva volontà, molta volontà di
finirla, e, con un ultimo sforzo, di cessare d’essere.
Mutò posizione, si mise diritto; guardò le stelle, le stelle serene, e
scacciò tutta l’aria dal petto; con una vigorosa spinta delle mani e
dei piedi, sollevò il busto fuori dell’acqua per prendere lo slancio
verso il profondo; poi si abbandonò e discese, immobile, come una
statua bianca nei flutti. Aspirò l’acqua, profondamente, con tutte
le sue forze, come un anestetico. Poichè soffocava, inconsciamente
le braccia e le gambe s’aggrapparono all’acqua con violenza, ed egli
risalì alla superficie, sotto il chiaro lume delle stelle.
— Il desiderio di vivere! — si disse con disprezzo, cercando invano
d’impedire ai polmoni che scoppiavano di aspirar l’aria. Bisognava
tentare di scendere giù, giù; poi s’immerse a capofitto nuotando
con tutte le forze e con tutta la volontà, sempre più profondamente.
Aveva gli occhi aperti e vedeva i boniti increspar l’acqua di frecce
fosforescenti. Sperò che essi non lo assalissero, giacchè la tensione
della sua volontà avrebbe potuto allentarsi; ma essi non s’occuparono
di lui, ed egli ringraziò la vita, di quell’ultimo favore.
Seguitò a nuotare, sempre più giù, sempre più giù; le braccia e le
gambe, come rotte dallo sforzo, oramai si movevano debolmente. Era
giunto a una grande profondità, certamente; la pressione dell’acqua era
dolorosa ai timpani, e la testa gli ronzava.
La sua resistenza era agli estremi: ma egli si sforzò di sprofondare
più giù, sino al momento in cui la volontà lo abbandonò e l’aria gli
sfuggì dal petto, con violenza. Come minuscole palline, piccole bolle,
— le sue ultime riserve vitali, — scivolarono rimbalzandogli sulle
guance e sugli occhi in un’ascesa che si perse verso la superficie.
Poi sopravvennero le sofferenze e il soffocamento. Non era ancora la
morte — come diss’egli a se stesso sfiorando il limite fra coscienza
e incoscienza. — La morte non fa soffrire; era ancora la vita,
quell’atroce sensazione di soffoco; era l’ultimo colpo che gl’infieriva
la vita.
Le mani e i piedi, in un ultimo sussulto di volontà, incominciarono
a battere, a graffiar l’acqua, debolmente, spasmodicamente. Ma
ogni sforzo loro era inutile: per quanto tentassero, non avrebbero
potuto mai farlo risalire a galla; era troppo giù, era troppo
lontano. Ondeggiava languidamente, cullato da un fiotto di visioni
dolcissime: colori delicatissimi, una radiosa luce lo avvolgevano, lo
penetravano. Che cos’era? Sembrava un faro. Ma no; era nel suo cervello
quell’abbagliante luce bianca. Essa luceva sempre più splendida.
Seguì un lungo rombo: gli parve di scivolare lungo una china infinita,
e in fondo in fondo, sprofondò nel buio. Ebbe quest’ultima sensazione:
seppe di sprofondare nel buio.
E nel momento stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.